Zebio Còtal
Guido Cavani
Uno scritto di Giorgio Bárberi Squarotti
Giorgio Bárberi Squarotti è un critico letterario e poeta. Ha tenuto per oltre trent’anni, fino al 1999, la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Torino. Recentemente è stato nominato responsabile scientifico del Grande dizionario della lingua italiana UTET. Lo scritto che segue è una parte dell’introduzione a una recente edizione di Zebio Còtal, uscita nel 2008 per Covilarte edizioni.
Ciò che immediatamente colpisce alla lettura del romanzo di Cavani, Zebio Còtal, è la contrapposizione profonda fra la vicenda, aspra, dolorosa, drammatica, violenta, con protagonista il contadino cupo, rissoso, amaro, chiuso, rancoroso, incapace di affetti, e l’insistente lirismo delle descrizioni dei paesaggi collinari e di pianura emiliani, e soprattutto del mutare avventuroso e sempre esemplare di albe, tramonti, meriggi, notti, con l’accompagnamento dei venti, dei soli, delle lune, dei geli, delle arsure, che accompagnano le vicende del protagonista e della sua famiglia. Tanto duri, fino alla crudeltà e all’esasperazione dei comportamenti e delle situazioni, sono gli episodi narrati, quanto più armoniose e raffinate sono le descrizioni per una continuità attentissima di sguardo come sublimato e celeste degli aspetti della natura e dei tempi. C’è il senso dell’alternativa radicale fra i personaggi e il creato in sé, al di là e oltre (direi quasi altrove) di quanto fanno gli uomini e quali sono nella loro limitatezza, sordità, malignità, disperazione.
Il romanzo, per questo, denuncia subito il progetto non naturalistico della narrazione di Cavani: e la singolarità della vicenda di Zebio è data, fin dal principio della scrittura, dalla volontà di raffigurare l’infimo e il sublime del mondo proprio in un’ambientazione sperduta, ignota, mai da nessuno percorsa per quel che riguarda la letteratura, senza puntelli, se non i nomi di paesaggi, di borghi, di frazioni, di chiese, di colline, infinitamente stranieri, come suonano bizzarri e quasi impronunciabili quelli dei personaggi: Zebio, i figli Zuello, Pellegrino, Bianco, Tuna, Concetta, Glizia, Placida (la moglie di Zebio, questa, ed è il nome più accettabile secondo il canone onomastico della narrativa novecentesca). Di fronte a questo spazio contadino, misero, spietato, faticoso, gretto c’è l’altissimo livello delle descrizioni di paesaggio e di stagioni e di clima e di variare dell’inesorabile vicenda della natura, c’è la costante tensione al “fare grande”. Cavani intende gareggiare con gli effetti pensabili e contemplabili, nel ritratto ma anche nella vera e propria creazione fantastica e linguistica, del trasformarsi e del trasfigurarsi delle apparizioni del mondo indipendentemente dalla presenza degli uomini. Si potrebbe dire che le loro vicende, i loro aspetti, le loro azioni siano lo specchio degradato e penoso di una natura che costantemente offre gli esempi di dolcezza, di grazia, di purezza, di turbamento, di minaccia, di avvertimento: sole luminoso e tempesta, nebbia greve e cielo sgombro e limpidissimo, vento furioso e brezza leggera, nudi alberi brulli e tetri dell’inverno e purezza perfetta dell’aria, nuvole minacciose e cupe e rosei cirri, piogge crudeli e ritornata tepidezza del clima.
Cavani non usa la liricità del paesaggio e delle stagioni in direzione simbolista, ma, al contrario, racconta le vicende tumultuose e rabbiose di Zebio, nel trasfigurarsi e nelle variazioni della natura, come un giudizio, una condanna oppure un incoraggiamento, un invito alla speranza o alla sua pur fragilissima quiete dell’anima. È come se Cavani voglia offrire la lezione fondamentale della condizione umana dopo la cacciata dal giardino dell’eden; e così si spiega la drammatica religiosità della sua narrazione. Il mondo è ferito a fondo, e invano le immagini della natura sembrano ripetere indefinitamente la colpa d’origine, traducendosi nelle forme da sempre contraddittorie e alterne delle giornate e del tempo; ma ormai gli uomini sono legati alla mescolanza di male e di bene, che porta con sé anche le regole dell’economia, le leggi della comunità, i giudizi morali che suscitano o si inventano fino alla persecuzione per chi, come Zebio, non ne vuole essere partecipe. Zebio è un irregolare, un solitario, un miserabile incapace di cercare qualche riscatto oppure almeno chiedere compassione, umiliarsi, pazientare senza chiedersi la ragione dell’esistenza e di tutti i mali che gli accadono, rassegnarsi infine alla malora che lo ha fatto lì nascere e vivere e gli ha dato come unico “talento” la forza fisica per lavorare e come unico dono un campo misero da dissodare, magro e stento, che ben poco frutto può produrre.
La descrizione del campo è accanitamente emblematica:
Il campo di Zebio Còtal [...] era un lembo tondeggiante di terreno incastrato fra i calanchi, che scendeva fino al fiume; così ripido che non si poteva ararlo coi buoi, ma bisognava dissodarlo a colpi di zappa. La terra era poca e le piogge ne portavano sempre via, nonostante che il contadino dalla parte della brughiera avesse sbarrato il margine con un muro a secco di sassi. Le rocce in molti punti affioravano come le ossa sotto la pelle dei vecchi. Zebio lo seminava per tre quarti a grano e l’altro quarto lo coltivava a patate. Il grano ci veniva su a stento, disuguale; la pioggia lo spiantava, il vento lo piegava e lo torceva in tutti i sensi, il sole lo strinava, senza lasciarlo maturare. (p. 15)
È l’eccesso ben rilevato ed esasperato della condizione peggiore che ci possa essere di un campo: è come una punizione preventiva che misteriosamente Zebio abbia avuto nel momento stesso della nascita e dell’essere contadino, ma nella situazione peggiore, là dove più maligna e ostile è la natura. È come se Zebio fosse stato mandato lì, con quel campo miserevole e nemico, perché Dio potesse vedere come se la cavi, in tanta difficoltà e disperazione. Il campo sassoso, ingrato, dove il seme del grano non può allignare se non a stento, senza dare quasi nessun frutto in cambio di tanta fatica. Il grano seminato sembra offrire, nel momento della maturazione, come una parodia di frutto e di soddisfazione per la fatica. La natura si è fatta matrigna nel modo estremo proprio sul piccolo campo di Zebio.
L’altra allusione evangelica è quella della terra di Zebio, che per le piogge e il vento e le arsure sempre più si impoverisce ed è in pericolo di franare definitivamente fino al fiume, come la casa costruita sulla sabbia. Per il suo destino e per la sua misteriosa colpa d’origine Zebio si trova a lavorare sulla sabbia, e, se c’è roccia entro il suo campo, è quella non della solidità e della sicurezza, ma della nudità disastrosa della terra da dissodare per seminare, dove nulla può nascere e fruttificare.
La descrizione del campo di Zebio prosegue con l’ulteriore sequenza di ostilità della natura e di vane seminagioni e lavori:
Anche le patate allignavano alla meglio. Quella terraccia rossa, che quando pioveva diventava fango attaccaticcio e che quando si seccava diventava cemento, non permetteva alla pianta di radicare prima e di crescere poi. (p. 15)
Per coltivare il campo e salvarlo dalle frane, c’è un muro, ma anch’esso è precario: “Zebio, e sua moglie Placida, stavano ricostruendo un tratto di muro crollato per cedimento”. Non c’è difesa che tenga contro l’ostilità radicale della natura in quel piccolo campo: non c’è nessuna pietra d’angolo come difesa di fronte a piogge, venti, soli feroci (ed è un’altra citazione evangelica). Sembra concretarsi in quel campo tutta la malignità della natura caduta. Da questo punto iniziale di descrizione e vicenda nasce fondamentalmente tutta la storia di Zebio e della sua famiglia. L’ultima descrizione del campo di Zebio corona mirabilmente l’assoluta negatività della condizione umana del contadino, della moglie e dei figli:
Il campo aveva un solo albero in cresta dove il terreno era più arido; un vecchio faggio contorto e rosicchiato dal vento, con tre rami in croce, su cui le foglie si contavano. (p. 15)
Cavani rende sempre più esemplare la descrizione del campo di Zebio: sì la Bibbia (i Vangeli), ma anche il piccolo campo di Dio di Caldwell, la fonte che si sta disseccando come similitudine, che rimanda a quella dannunziana de La fiaccola sotto il moggio, perché uguale sarà il destino della famiglia di Zebio a quella dei Sangro; l’albero è come quello della croce a cui sono appesi i crocefissi; le foglie misere e scarsissime, come ulteriore simbolo della corsa verso la morte di Zebio e della famiglia (l’albero della famiglia Còtal che si sta disseccando); il vento della morte “rosicchia” l’albero della vita.
Leggi per intero lo scritto di Giorgio Bárberi Squarotti sul sito di Bartolomeo di Monaco



[...] Paolo Pasolini scrisse come prefazione alla prima edizione del romanzo, nel 1961 e una parte di uno scritto critico di Giorgio Bárberi Squarotti che conferma ancora una volta l’importanza e la grandezza [...]