Zebio Còtal
Guido Cavani
Prefazione di Guido Davico Bonino
Guido Davico Bonino è il direttore della nuova collana di ISBN, Novecento italiano. Insegna Storia del Teatro all’Università di Torino. Ha curato numerosi volumi per la casa editrice Einaudi, è stato critico teatrale per La Stampa e collaboratore della RAI. Tra il 1994 e il 1997 è stato il direttore del Teatro Stabile di Torino. Quella che segue è l’introduzione pubblicata in Zebio Còtal.
Quanto sto per scrivere potrà sembrare a qualcuno enfatico, se non retorico: ma Zebio Còtal, opera che appartiene a tutti gli effetti alla narrativa, (non è infatti un documento o un saggio), ha il respiro dell’Epica antica e la tensione tragica dell’antico Teatro. Esso è un’epopea della miseria contadina ed una tragedia degli affetti familiari.
Nell’epica, sia essa greca o scaldica o indiana, il paesaggio gode di un’assoluta rilevanza ed è totalmente autonomo dai personaggi. È, anzi, personaggio esso stesso, e come tale è in condizione di svolgere una funzione di vero e proprio antagonista: si pensi, per limitarci ad un esempio canonico, al Mare color porpora dell’Odissea, almeno altrettanto rilevante che Ulisse, di cui condiziona pesantemente le vicissitudini.
Esattamente allo stesso modo l’Appennino collinare e montano dell’Emilia di Cavani s’accampa con tutta la sua aspra violenza sui Còtal (e su Zebio, in particolare), incombe minaccioso senza tregua su tutti loro, sempre assillandoli, dall’afa soffocante dell’estate piena al gelido nevischio dell’inverno. È lui che continua a condizionarne il destino col suo spietato corruccio: è stato per loro il grembo nativo, la Grande Madre che li ha, sia pure simbolicamente, partoriti: ma si direbbe che voglia di continuo estrometterli da sé. Basta leggere, per intendere appieno questo rapporto necessitante, le angosciose pagine riservate da Cavani al campo di Zebio, a quel «lembo tondeggiante di terreno incastrato fra i calanchi», «così ripido che non si poteva ararlo coi buoi, ma bisognava dissodarlo a colpi di zappa…». Poca terra, rubata sempre dalle pioggie, insidiata dal pietrame: «terraccia rossa», sorella del «fango attaccaticcio», in cui il grano stenta a crescere e persino le patate faticano ad allignare. Sarà difficile che riusciate a dimenticarvi di questa «apocalisse con figure», che s’apparenta nella sua desolazione a certe parabole testamentarie del Cristo discente. Ma là, che sia Marco o Matteo, Luca o Giovanni, a riferircene, dalla desolazione germina (per miracolo, appunto) la speranza. Qui – in questo romanzo epico-tragico tutto laico – alla speranza non è mai permesso d’allignare. Ed il fondale, pur mutando tratti e colori, secondo il ritmo della stagione da un lato, e sulle orme del frenetico zigzagare di Zebio dall’altro, resta sempre inclemente e spietato: non scende mai a patti con gli uomini. Anche quando Zebio, prima e dopo l’esperienza dell’assurda prigionia, s’inoltra nei poveri paesi del circondario, tra gli incongrui e provvisori assembramenti dei mercati o delle fiere, anche quando tenta, con la pavida sospettosità dell’animale ferito, un gramo rapporto con l’altro da sé, anche allora quel fondale non dismette la propria asprezza caparbia. Quelle larve d’uomini che lo popolano sono altrettanto ruvide, intrattabili, crudeli che Zebio: non c’è legame di parentela che tenga (si badi a quel mostro d’insensibilità che è il fratello-padrone); non c’è afflato di solidarietà che li pervada (è il caso del creditore spietato, di quel Diriego Grillo): questo perché anch’essi non sono altro che proiezioni di quell’immoto fondale, su cui non stenteremmo a vedere l’orma di una qualche Divinità punitrice, l’opposto insomma del Dio-Uomo, che atterra ma consola, dei quattro Evangelisti: una Nemesi, figlia della Notte, che, invece di Ramnunte nell’Attica, ha scelto a sua contrada prediletta le falde scoscese e brulle del dorsale appenninico.
Ma abbiamo parlato poco sopra di Tragedia antica. Dove s’abbatte infatti, dove scatena la propria hybris questa silente dea della Vendetta, che non è altro che una delle tante simboliche incarnazioni di un Destino tutto e soltanto negativo? La Moira di Cavani non può che colpire in quella protocellula della socialità contadina che è la famiglia, su cui il padre per millenaria tradizione ha autorità assoluta. Nel disegnare il microclan dei Còtal dimostra per esperienza diretta la sapienza di un esperto antropologo: mentre dentro di lui vigila la coscienza etica di un severo moralista. I maschi del clan hanno da essere sottomessi o espulsi. L’espulsione si consuma non appena si avverte, a torto o a ragione, che il figlio primogenito potrebbe in un prossimo futuro sostituirsi al padre nella gestione del potere domestico. Prima che codesta usurpazione possa realizzarsi, Zuello a nove anni appena viene «condotto in pianura»: dovrà lavorare in un altro clan, quello violento dello zio Adrio, per sei lunghi anni, soggetto a vessazioni d’ogni genere, finchè la ribellione non farà gorgo in lui e se ne fuggirà per un altro destino di duro lavoro e di stenti, «umile e silenzioso come le ombre che gli venivano incontro». Gli altri figli maschi, i due piccini in particolare, la loro ribellione la sfogano nei vagabondaggi inquieti tra balze e macchie, a caccia di merli e gazze: finché il più debole, il gracile e ansante Bianco, cede ai maltrattamenti del padre e muore sotto le sferzate di una cinghia di cuoio piena di borchie. La sequenza della sua «punizione esemplare», da vera e propria vittima sacrificale (come l’Ifigenia del mito) che viene soppressa senza nulla aver commesso, è d’una pietà sconvolgente, pur nella brutalità di una violenza cieca: «…Bianco continuò a camminare sotto le cinturinate fino nell’aia, poi, scaricatosi dalla legna, si gettò a terra coprendosi con le mani il viso. ”No, babbo, no! No!” gridava contorcentosi, rotolandosi sotto i colpi…».
Ci sono in questo clan, nel loro (mentale oltreché reale) gineceo, anche due donne, una madre e una figlia, Placida e Glizia (ci sarebbero da fare accurate indagini – sia detto per inciso – sull’onomastica di questo romanzo: a me piace pensare che Glizia sia una variante dialettale di Clizia, la fanciulla trasformata in eliotropio, il fiore che si volge sempre al sole…). Placida è veramente il doppio di Zebio: quanto il marito, nel suo disperato (e tragico) mutismo affettivo, è incapace di amare e per una furiosa reazione converte in violenza la sua conclamata aridità, tanto Placida è memorabile figura dell’Amore e del Dolore Materno. Cavani sa efficacemente riservarle due trepide scene. La prima è quella dell’incontro segreto con Zuello, intonata ad una nobiltà di gesti da arte vasaria («Il ragazzo riversò la testa sulle ginocchia della madre, ed ella gli accarezzò lentamente i capelli con la mano ossuta…») e improntata ad una rara finezza d’accenti: «“Ti sei sempre ricordata di me?“, chiese la madre». La seconda è quella della morte per esaurimento e quasi per volontario annientamento: c’è un risveglio presago dell’esito imminente («La trovò distesa sul letto vestita, coi piedi scalzi e le mani congiunte sul petto: faceva fatica a respirare e aveva la fronte bagnata di sudore…»); c’è il fermo rifiuto di qualunque assistenza («Non ho niente», disse, «sono soltanto stanca, puoi andare tranquilla, tra poco vengo anch’io…»); c’è una sorta di eremitica solitudine dinnanzi al trapasso: «Improvvisamente l’uscio della camera si aprì da solo come se dall’interno una mano l’avesse spinto. Anche questa volta Glizia incontrò subito gli occhi della madre; sembrava proprio che in quel momento avesse voltato il capo per guardarla, ma erano due occhi fermi, vitrei, senza sguardo…».
Glizia, che abbiamo appena visto in una scena, è di certo tra le figure più espressivamente compiute del romanzo: insieme a quelle di Zuello e di Zebio, ben s’intende. Questa ragazza «piccola e massiccia», dalle «gambe tozze», «i piedi malfatti», la «fronte bassa», il «naso rincagnato», le «labbra carnose», questo prototipo d’una sgraziata bruttezza è non solo una gelosa custode della propria dignità femminile (indelebile nel lettore l’immagine di lei, che continua «a pulirsi le labbra per cancellare l’impressione» di un bacio rubato dal postino bellimbusto), ma è anche la sola che abbia il coraggio di opporsi – in una disperata lotta, quasi tra maschi – al padre oppressore («Pensate a quello che fate, …guardate che non sono mica mia madre»…, e prima che il padre potesse raccoglierne un’altra, gli si avventò contro e con un urtone nel petto lo gettò a gambe levate in mezzo alla terra zappata…»). Ed è la sola che riesce ad autodeterminarsi, sottraendosi con un’ostinazione tenace a quella prigione di disperazione, odio e miseria cronica: «a me importa solo andarmene di qui…». Eppure proprio lei, che ha ben chiara in mente la condizione ferina del padre («I lupi si avvicinano ai paesi quando comincia l’inverno, e quell’uomo è della razza dei lupi…»), si rivelerà in preda allo sgomento, quando se lo vedrà ricomparire all’improvviso dinnanzi in quella «antica trattoria di Pavullo», in cui ha infine trovato lavoro, pace e sostentamento: «Bisogna» balbettò «che non mi veda, bisogna che non sappia che sono qui: se lo impara non potrei più vivere». Siamo tra le pagine più alte e toccanti del romanzo: in quella giovane, «brutta come il diavolo», serpeggia certo la paura che tutto il male patito ricominci: ma c’è anche in lei una soffocata pietà per la sventura, che quel padre-lupo ha travolto: «…pagherò io, ma non lo scacci, fa pietà, è stracciato e coperto di neve; è un povero vecchio ormai…».
Il (mancato) incontro tra Glizia e Zebio, situato nelle propaggini dell’epilogo della fabula, è preceduto e fa il paio con quello tra Zebio e Zuello, tra padre e figlio, tra contadino e pastore: anch’essa una sequenza memorabile, per solennità e pathos, si sarebbe tentati di scrivere, sofocleo. L’intelligenza di Cavani è di non cedere alla tentazione del doppio riconoscimento. Lassù, «sulle montagne dove il vento non ha requie», in «una nebbia gelida e opaca», Zebio «il bavero del pastrano alzato, il tascapane e l’ombrello a tracolla» – s’imbatte in «un giovane alto, forte, con un viso da fanciullo», che guida le sue pecore, maneggiando «un grosso bastone di robinia». È – come il lettore avvertito subito intuisce – suo figlio Zuello. Il dialogo che si sviluppa tra i due, s’articola tra battute grevi come macigni: «– Figli, vino, miseria, ecco il ritratto di mio padre – continuò il giovane implacabile… – E a sedici anni – continuò Zebio – ti credi in diritto di giudicare tuo padre?… – Un vero padre non fa soffrire la famiglia… – Secondo te – chiese – una famiglia, quando soffre, soffre solo per colpa del padre?». La battuta con cui il colloquio-diverbio si conclude («Ditegli anche: ciascuno per la sua strada») potrebbe essere assunta ad insegna – quasi una mise en abîme – della discesa agli Inferi di Zebio.
A quest’esito, a questa soluzione finale il protagonista è destinato sin dalle prime pagine del romanzo. Zebio ci è infatti proposto sin da allora come figura della separatezza: è il «vecchio faggio contorto e rosicchiato dal vento; con tre rami in croce», che domina il suo terreno arido. E arido è lui stesso come già si è detto, perché è convinto da sempre che «la cattiveria umana…non ha limiti», che «sono i poveri che uccidono i poveri».
Certo egli sente «anche di meritare pietà, perché la colpa di quanto era avvenuto non era soltanto sua». Ma la pietà degli altri la si conquista umiliandosi: «Bisogna essere più buoni al mondo, caro il mio uomo – disse la padrona – E con chi? – chiese Zebio. – E perché?…». Nella sua alterità raucosa c’è in Zebio una mai sopita superbia: «Fanno la carità non a me, ma ai miei cenci… non sono io come uomo che parlo al loro cuore, sono questi stracci che porto in giro…». Pur senza ammetterlo, neppure dinnanzi a Dio egli si sente in dovere di piegarsi: «In questo maledetto paese – disse – sono più quelli che mi vogliono male che quelli che mi vogliono bene, ma vincerò lo stesso… Aspettò di oltrepassare la chiesa del Padrone, alta sul poggio sassoso, e tutta illuminata dalla luna, poi cominciò a cantare disperatamente destando echi lontani e accompagnando il suo canto con gesti violenti delle braccia come se volesse farlo salire fino a Dio…».
Per questo il vagheggiato ritorno – il nóstos di un Odisseo lacero e scalzo, al livello più degradato dell’umano comportamento – si tramuta nell’ultima fatica di un Eracle dispettoso, le cui sovrane energie tendono a scemare giorno dopo giorno, passo dopo passo: «Ricordati, Zebio, che non hai più né terra, né casa, né moglie, né figli, e sei ora un viandante, solo un viandante, così come hai voluto, così come è avvenuto…». Aveva esordito nel suo peregrinare con una rabbiosa affermazione di orgoglio: «A me va bene questo tempo,… sì, a me va bene e a dispetto di tutti. Nevichi per tutta l’eternità; la neve coprirà le montagne, coprirà le case, coprirà gli alberi, ma non riuscirà a coprirmi: il freddo che ha ucciso le erbe, gli uccelli, non riuscirà ad uccidermi. Sono duro di scorza; per me morire è difficile come vivere…». Ma, lentamente, le forze, seppure inavvertitamente, prendono a cedergli («L’avvilimento lo prese; si sedette al riparo del vento sul gradino del portale e si lasciò vincere dal torpore della stanchezza. Gli sembrava a tratti di sprofondare in un abisso…») e il desiderio d’annullarsi in quel caos di neve e vento lo prende: «La neve gli si scioglieva sui panni formando tanti rivoletti e ben presto bagnò il pavimento intorno alla sedia. – Fossi tutto di neve e mi potessi sciogliere – brontolò Zebio – invece la neve se ne va ed io resto…». Non tarderà molto a palesarglisi, in tutta la sua sovrumana energia, Thánatos: è «una massa nera», null’altro che un camion malandato, guidato da due altri poveri come lui, tra «il turbinio dei fiocchi», nel vento gelido. Il trapasso di Zebio, tra la legna coperta di neve, «con le spalle voltate al motore», è davvero il suo ultimo, eroico ma disperato, confronto con il Destino vìndice: «Il vento tagliava la faccia: le case e la gente fuggivano ai lati, fra il turbinio sempre più fitto dei fiocchi. Zebio provò l’impressione di esser nudo e sentì alle mani afferrate alle corde un dolore acuto…». Il viandante della Morte ha ormai avvertito che la sua nera Visitatrice viaggia «con lui su quel carico di legna, su quel camion che correva per una strada che non era la sua»: ed ha, per la prima e l’ultima volta, «coscienza della fine». Precipiterà di lì a poco «come un sacco di cenci sulla strada»: «Zebio è scomparso e anche questo evento – osserva Giorgio Bàrberi Squarotti quasi al termine di una recente (2008) e, come sempre, argomentatissima lettura del capolavoro di Cavani – appartiene al canone dell’epica e del tragico (e del sacro, come Elia sul carro di fuoco all’opposto del camion di neve di Zebio)… ».
Viene da pensare, per contrasto, al «transito», quieto e per la piccola comunità collinare catartico, di Placida, tra «le donne col capo ravvolto nel piccolo fazzoletto nero e la corona del rosario fra le dita» e gli «uomini scalzi col cappello in mano»: e alla stessa morte, quasi da martire protocristiano, dell’inerme Bianco: «colle braccia tese andò verso la cappella, si afferrò disperatamente alle spranghe del cancello e rantolando, come se due mani l’avessero improvvisamente afferrato alla gola per strozzarlo, cadde in ginocchio. Ad un tratto sentì che il cuore si fermava…». La morte, all’opposto, di Zebio lo reifica, lo riduce allo stato immoto di lui oggetto smarrito («Fila, l’abbiamo perduto per la strada»), nella glaciale indifferenza della Natura e degli uomini: «…lassù la neve era alta e il vento faceva paura; il paese era cancellato dal nevischio…».
Ma Cavani, com’è dei grandi scrittori, sfodera nell’epilogo del romanzo una clausola, che ne riafferma sul piano strutturale la perfetta circolarità e su quello etico l’assoluta negatività del Destino all’interno dell’umana parabola. A Serra, a quella che avrebbe dovuto dunque essere la meta di Zebio, mentre il camion riparte fragorosamente, «un ubriaco uscì in quel momento da un’osteria, con la giacca su di una spalla e si mise a rincorrerlo, poi, si fermò di colpo, e, levando un braccio in alto, cominciò a cantare disperatamente in mezzo alla tempesta…». Come il lettore avvertito ricorderà, nelle prime pagine del romanzo non un ubriaco, ma un povero vecchio appare all’improvviso «dalla contrada» a Zuello: «Aveva la faccia e le mani color di terra secca: il suo corpo era come perduto nei cenci che lo coprivano: i suoi piedi scalzi erano bianchi di polvere: camminava adagio, come le ombre, appoggiandosi con una mano al bastone…». L’ubriaco della chiusa, il vecchio dell’apertura della vicenda sono, l’un e l’altro, il «doppio» di Zebio: a riaffermare che non c’è pietà per l’uomo su questa terra.



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