Zebio Còtal
Guido Cavani
Prefazione alla prima edizione di Pier Paolo Pasolini
Zebio Còtal esce per la Feltrinelli nel 1961, e trova tra i suoi più appassionati sostenitori Pier Paolo Pasolini. Pubblichiamo qui, per gentile concessione dell’editore, la prefazione a quell’edizione.

È un vecchio debito che ho con Guido Cavani. Ho letto i suoi primi versi, pubblicati in un’edizioncina privata, presso un tipografo, il Ferraguti di Modena, nel ’53 o ’54. Gli ho scritto, abbiamo avuto una breve corrispondenza: la sua calligrafia era quella di un vecchio-bambino, malata e diligente. Ha continuato a ricevere, con puntualità, quasi ogni anno, quei libricini anacronistici stampati dal Ferraguti: di uno di questi ho anche parlato, sulla rivista Paragone, ma forse non col dovuto entusiasmo. È che il vero lavoro che dovrei fare per sdebitarmi con questo poeta che mi si fa così misteriosamente amare, sarebbe quello di preparare un’antologietta: neanche tanto smilza, poi. Perché è difficile che una poesia di Cavani non sia buona, non abbia qualcosa di necessario, sempre, anche nelle sue incertezze o nelle sue approssimazioni. Tutta l’opera poetica di Cavani si direbbe scritta nel ’39 o ’40, al tramonto dell’ermetismo, che, stingendo, pareva dare in questo ignoto poeta i suoi più dolci bagliori, e ritrovare le matrici leopardiane, troppo proclamate dai critici degli anni trenta, e svisate, in realtà. Il Cavani fa del suo paesello emiliano preappenninico una specie di Recanati: ma, malgrado l’uso imperterrito dell’endecasillabo e del settenario, in una specie di metrica «ininterrotta», non c’è niente in lui di classicheggiante, neanche in senso cardarelliano. Ci sarebbe un altro nome da fare, piuttosto. Quello di Machado, del grande poeta della monotonia, che sta sempre tra lo scolastico e il folle: per essere poi misurato e sobrio fino al sublime. In realtà le copiosissime poesie di Cavani sono forme ripetute di una stessa poesia: ora allungata fino a neutre prolificazioni, ora ridotta al minimo del «frammento», ora stesa di fronte, ora di scorcio: ma non ricordo libro ideale di versi, in cui la tinta tipica sia distesa in modo così uguale e senza sfumature. L’idea che Cavani deve avere della poesia è l’ossessione a dire «una cosa» che resta eternamente dentro di lui, ma che nessuna poesia singola e particolare è in grado di esprimere, se non nel primo presentarsi alle soglie dell’espressione. Tale espressione è dunque come condizionata: si approssima troppo, con disperata speranza, ai luoghi dell’inesprimibile. C’è qualcosa di mitico e mistico che tende a calcificare le facoltà linguistiche del Cavani: ma in questo consiste proprio la sua forza. Non sto a ripetere con quanto sospetto e diffidenza io generalmente mi ponga di fronte agli sfacciati irrazionalismi della poesia ermetica e post-ermetica: alla mistica e al mito. Eppure il Cavani – come prodotto marginale e ritardatario di una cultura che nei centri o è arrivata a una ben più squisita estenuazione e a una ben più diabolica angoscia, o è stata superata da un nuovo tipo di cultura – conserva caratteri fossili di estrema freschezza. La stantia lingua ermetica ha in lui l’interiore convinzione di una lingua «per poesia», giovane e vergine per definizione. La sua lingua ha nel tempo stesso qualcosa di scialbamente provinciale e qualcosa di prodigiosamente extra-temporale. È un fatto, direi, per definizione italiano: se in Italia la società non abbraccia una rilevante zona media, e i dislivelli sono continui e drammatici. In provincia di Modena un uomo colto è con un piede nella melma piccolo-borghese e con l’altro nei regni della morte. È così divaricato che pare vivere il Cavani. Pare quasi impossibile poterlo un giorno percepire fisicamente: e, in realtà, egli vive in un’altra epoca storica – la quale, d’altronde, ci è ancora profondamente contemporanea. L’Italia è il paese dei «petits maîtres» ritardatari. Cavani è uno di questi. Solo che l’assolutezza che si usa attribuire ai piccoli maestri, ai minori in genere – l’assolutezza artigianale, o infantile, o angelica – non è poi reperibile, in Cavani, perché egli, benché ai margini – e ai confini dei regni della morte emiliana – è ancora uno di noi: la sua assolutezza non è del tipo canonico: è fatta anche di debolezza, di errore, di approssimazione, di miseria, di coscienza estetica, di aprioristica poeticità. Tutto questo che ho detto a proposito delle poesie di Cavani vale perfettamente anche per questo suo piccolo capolavoro che è il romanzo rustico Zebio Còtal. Esso è estremamente letterario: è addirittura, al limite, una variante del poema pastorale: ed è, nel tempo stesso, un estremo, sfinito prodotto del verismo verghiano, filtrato magari attraverso le dannunziane Novelle della Pescara, e, ancora, l’ideale del romanzo ermetico – che non è mai stato scritto – tutto «poetico». Malgrado questi vizi che ce lo fanno così vicino e riconoscibile, in realtà Zebio Còtal resta misteriosissimo. Quale sia la forza colloidale e sfumante che presiede a questa lingua, a queste pagine, è difficile dire: essa appartiene in gran parte agli strati dell’ineffabilità. Quest’uomo mezzo contadino e mezzo piccolo-borghese, che passa la sua vita in quel di Modena, con i caratteri, vorrei dire, della grafomania, e che in realtà è tutto anima, si potrà forse lasciar definire da un lungo esame stilistico: non è in questa sede che è il caso di affrontare tanto lavoro entro i ravvicinati e angusti limiti di quest’opera così fonda. Fonda nel senso tommaseiano. La sede prefatoria mi consenta di dire che ho letto questo manoscritto del mio vecchio amico lontano e sconosciuto con lo stesso incanto con cui ho assistito ai films giapponesi di Mizoguchi: cioè a opere struggenti nella loro evidente classicità, ma dettate in una lingua diversa: e quindi tutte rivolte ai sensi, e a quella cosa, che, ai sensi, è legata, ma è cieca, muta, sorda – povera, terribile lastra in cui s’imprimono, malgrado noi, malgrado il tempo, le linee, le tinte, le figure, i paesaggi, le cose, insomma, che competono l’anima.
Risulta chiaro, da quanto ho detto, come la materia con cui Cavani lavora, è estremamente tenera, labile, dolce: una specie di cera, tutta sensuale chiarezza, trasparenza e malleabilità. Eppure, una volta modellata, questa cera viene come fissata, dentro, da una potente e quasi diabolica forza di coesione. Sarà la profonda e mal diagnosticabile angoscia di Cavani che, in extremis, da disgregatrice, per un caparbio, ostinato, disperato bisogno di vita (di memoria pascoliana) si fa costruttrice: quasi per una rivincita sulle forme pure della vita, che l’angoscia ha posto giorno per giorno sotto la luce di una particolare esperienza, dolorosa e mortale. Fatto sta che sono pronto a scommettere che figure come quella di Zebio, della vecchia moglie, della figlia, del bambino che muore e certe primavere, certe nevicate dell’Appennino, sono tra le cose più solide e durature della narrativa contemporanea (da porre forse accanto a quelle dei due «outsiders», Silvio D’Arzo e il Lampedusa).


