The Simpsons
John Ortved
Una chat con John Ortved
Nel pomeriggio del 20 ottobre 2009 abbiamo fatto questa chiacchierata con John Ortved, che trascriviamo (traducendola) qua.
Come ti è venuta l’idea di scrivere questa storia "sconosciuta"?
Be’, diciamo che è insieme "sconosciuta" e "non autorizzata". La decisione di scriverla così è stata in qualche modo una scelta obbligata, perché la Fox e James L. Brooks, il produttore esecutivo del programma, avevano deciso di non collaborare.
Qual è stata la scintilla iniziale?
La scintilla iniziale è stata che ero un collaboratore ventiseienne di Vanity Fair e stavo cercando disperatamente qualcosa da pubblicare. Quando sono venuto a conoscenza che, nel luglio 2007, stava per uscire un film dei Simpson, mi è venuta in mente l’idea di una "storia orale". Sono stato molto fortunato che gli editori abbiano deciso che potevo essere io a scriverla. Molto. Fortunato.
Quando hai iniziato a trovare i primi ostacoli, le prime persone che si rifiutavano di rispondere alle tue domande, eccetera?
Da subito. James L. Brooks ha ritirato la sua collaborazione non appena è venuto a sapere che facevo domande su Sam Simon [l'altro "padre", insieme a Brooks e Groening, del programma, che ha abbandonato lo show per contrasti interni, n.d.r.].
Hai provato, per così dire, a forzare la mano?
Non era un’opzione, sai. Dipendeva tutto dal giornale che allora mi aveva assunto. Loro hanno fatto del loro meglio per averlo a bordo, ma non puoi obbligare qualcuno a parlarti. A meno che tu non sia Dick Cheney: in tal caso puoi usare la tecnica del waterboard.
Secondo te tutti gli intrighi, i licenziamenti, gli accadimenti non piacevoli che racconti nel libro sono propri del mondo produttivo dei Simpson, della Fox, o "è lo showbiz, bellezza"?
Intrighi del genere succedono quasi obbligatoriamente con qualsiasi cosa che ha un successo tale, e che è un lavoro di squadra. Ciò che rende queste cose interessanti è che fanno parte dello show business, quindi le personalità coinvolte tendono ad essere "più grandi della vita stessa", e ci si interessa di più a cose del genere perché ti senti parte di ciò che questa gente sta producendo. Ho la sensazione che accadimenti del genere avvengano ogni giorno nel mondo, per dire, degli investimenti bancari, ma non gliene importa a nessuno… fino a che il sistema economico crolla. Allora iniziamo a preoccuparcene.
Quando hai intervistato qualcuno che se n’è andato dalla produzione dei Simpson sbattendo la porta, hai mai avuto la sensazione che volessero rigurgitare l’orribile verità, o le orribili verità, sul processo produttivo e le cose tremende che hanno affrontato negli anni?
Sì e no. Io non credo esista una "orribile verità". Penso che quello che si trova nel libro è quello che ci si aspetta in un processo intriso di personalità difficili, e un sacco di soldi in ballo. Ognuno aveva le sue priorità da portare avanti, il che è parte del motivo per cui ho deciso di usare il formato della "storia orale": credo che si presti alle versioni discordanti degli eventi.
E viceversa, sei stato sospettoso nei confronti delle persone che hai intervistato e che lavorano tuttora alla serie? O loro lo erano nei tuoi confronti, come se volessi carpire dei segreti?
Sospettoso, non direi: diciamo che ho usato un salutare scetticismo. Ho cercato di essere un giornalista. Comunque, ho parlato con tutto sommato poche persone che sono ancora coinvolte nella produzione, poiché James L. Brooks ha chiesto a tutti di non parlarmi.
Chi sono le eccezioni? E secondo te perché hanno deciso di farsi intervistare lo stesso?
Be’, Tim Long, che è tuttora produttore, mi ha concesso una lunga intervista ben prima che James L. Brooks diffondesse la voce che non avrebbe collaborato. Long aveva lavorato per diversi editor a Vanity Fair nel passato, e non avevamo idea, in quel momento, che I Simpson non avrebbero collaborato. Hank Azaria mi ha concesso l’intervista perché gli attori sono abbastanza potenti da non considerare i dictat di James L. Brooks. Tutti gli altri sono "off the record".
Cos’hai provato quando ti sei reso conto che ti stavi scontrando con un gigante come James L. Brooks?
Mentre scrivevo l’articolo per Vanity Fair, ho continuato a sperare che alla fine si sarebbero presentati per una chiacchierata, visto che sempre più persone mi davano la loro disponibilità. Solo quando ho iniziato a scrivere il libro mi sono reso conto che non c’era alcuna dannata possibilità.
Hai mai pensato con terrore all’idea di avere un giorno una chance di lavorare con James L. Brooks o uno dei suoi uomini, o di arrivarci vicino, e di essere respinto per via del libro?
No. Ho scritto un articolo, recentemente, per il Daily Beast, in cui dico che non m’importa se non piaccio a James L. Brooks. Non mi importa se la mia sceneggiatura su una coppia di newyorkesi di mezza età che adottano una tigre per salvare la loro burrascosa relazione non viene prodotta. Mi piace fare il giornalista.
Ci sono dei momenti in cui la tua abilità di scrittore emerge con prepotenza: la scena in cui Sam Simon riceve un assegno per la sua parte di compensi sul merchandising e lo getta a terra con rabbia, perché la cifra è troppo bassa, secondo lui. Gli scrittori nella stanza fissano sgomenti questo assegno da trentamila dollari che, a quanto pare, è rimasto sul pavimento per secoli…
Ah, grazie. Mi piacerebbe prendere il merito di quella scena, ma l’ho scritta così come mi è stata raccontata.
Non pensi che sia una sequenza da cinema? Ogni tanto, leggendo il libro, anche se si tratta di giornalismo e non di narrativa, uno riesce a immaginarsi gli eventi raccontati in maniera particolareggiata…
Be’, di nuovo, sono lusingato, ma penso che il materiale migliore sia nelle interviste. Io mi sono limitato a metterle insieme, con un grande aiuto da parte degli editor.
C’è stato un momento in cui il fan-dei-Simpson John Ortved è venuto fuori?
Probabilmente un migliaio di volte. Ti mentirei se ti dicessi che non ero enormemente emozionato di parlare con le persone che avevano creato, scritto e prodotto il mio programma preferito. Sono un fan.
E quale credi che possa essere l’effetto del libro sullo zoccolo duro (e magari ingenuo) dei fan dei Simpson?
Credo che lo ameranno. Questo è un libro per nerd dei Simpson e della comicità come me. E poi è divertente. Se i fan duri e puri ameranno il libro, mi farà molto piacere.
Non c’è il rischio di disillusione?
Non credo. I fan sfegatati, o la maggior parte di quelli con cui ho parlato, sono stati disillusi dallo show anni fa.
Pensi che il successo calante dei Simpson, in termini di critica e pubblico, abbia a che fare con un naturale decadimento del prodotto o, per così dire, sia legato ai meccanismi produttivi di cui hai parlato?
Entrambe le cose. I Rolling Stones portano in giro lo stesso show di trent’anni fa - vabbè, con scenografie e giochi di luce più elaborati - ma a chi importa davvero, anche se sono la più grande rock band ancora in circolazione? C’è così tanto da fare con un programma, con una voce, non importa quanto contenuto nuovo si possa produrre, o quanto le luci siano brillanti.



VORREI CHE CI SIA IL GIOCO CHE GLI SPARANOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! GRAZIEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!!!!!!!!!!!!!
Devo ammettere che il libro è interessantissimo per addetti ai lavori o semplici amanti della serie TV animata più amata di sempre.
Io l’ho acquistato sabato scorso e trovo che sia davvero splendido sotto ogni punto di vista!
Complimenti a John Ortved e a Isbn Edizioni che se l’ha accaparrato.
A presto
Daniele Manga-Man Lucinato