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Jim Holt
Intervista a Stefano Bartezzaghi
Stefano Bartezzaghi è uno degli studiosi di enigmistica e giochi di parole più famosi e importanti d’Italia. Ha pubblicato una decina di libri sulla ludolinguistica, l’ultimo dei quali è L’Orizzonte Verticale (2007). Tra le sue varie collaborazioni, ricordiamo quella con "La Repubblica", nella rubrica "Lessico e Nuvole".
Lei ama raccontare o ascoltare barzellette?
Molto moderatamente. Sono un narratore modesto, mi produco solo quando ne conosco una che considero veramente eccezionale, e solo con un uditorio veramente intimo. Come ascoltatore, mi spazientisco presto; ma, certo, quando incontro un narratore sapiente non mi stanco quasi più. Molti anni fa ho sentito a teatro l’esordiente Claudio Bisio raccontare barzellette e mi è parso più o meno il non plus ultra.
Lavorando da anni sulle parole e sui giochi di parole, le è mai capitato di inventare qualcosa di simile a una barzelletta? Ma una barzelletta si può davvero "inventare"? O è normale "scivolare" verso l’umorismo quando si gioca con le parole?
Da ragazzo avevo inventato una barzelletta che recentemente mi sono sentito ripetere, e vi prego di credere che è davvero passato molto tempo. In realtà era basata su un modo di dire e su un gioco di parole, quindi è più che probabile che sia stata reinventata (sono sicuro che all’epoca non l’avevo mai sentita). Nei vent’anni e passa che ho impiegato scrivendo rubriche di giochi di parole è capitato spesso di sceneggiarli in forma di barzelletta, perché indubbiamente fra il gioco e l’umorismo c’è una vicinanza e anzi una mescolanza. Però la barzelletta vera e propria per me è orale e senza autore.
In Italia, da Poggio Bracciolini in poi, abbiamo una grande tradizione di barzellette, ma tutto sommato, rispetto ai Paesi anglosassoni, il nostro patrimonio è stato poco studiato e categorizzato. Perché, secondo lei?
Penso che tutto dipenda dal fatto che è un genere abbastanza imprendibile: origine buia, trasmissione orale, possibilità di adattamenti personali rendono arduo se non impossibile lavorare su repertori attendibili. E’ un destino che hanno tutte le forme linguistiche del comico e dell’umoristico. A scrivere un Trattato delle barzellette mi pare abbia pensato solo Achille Campanile, che però voleva scrivere uno dei suoi libri (e secondo la maggior parte dei critici e degli appassionati fra i suoi è uno dei meno divertenti). Non è un vero trattato, insomma: anche se qualcosa sui processi mentali dell’umorista lo insegna.
Perché Berlusconi si ostina a raccontare barzellette?
Fa parte di un ruolo, tradizionale, di entertainer: ogni "comenda" lombardo ha sempre raccontato barzellette grassocce ai convivi aziendali. Comunque la gente continua a riderne e questo giustifica ampiamente il narratore. Il motivo per cui la gente ride è più interessante.
La tecnologia ha talvolta cambiato i modi del racconto: l’ha fatto anche con la barzelletta?
Forse ho solo cambiato giri di amicizie, ma ho notato che la serata a barzellette si è fatta rarissima, è anzi estinta o quasi: socialmente va più la battuta, il tormentone, l’allusione, l’imitazione di comici tv. Anche nelle barzellette, come in quasi tutti gli altri generi, pare essersi definitivamente affermata la concisione. Anche nelle barzellette c’è stato un ritorno alla scrittura: una volta erano scritte solo in libri come quelli di Gino Bramieri, sul "DiarioVitt" o in certe temibili rubriche della "Settimana Enigmistica". Ora circolano tramite Internet, e.mail e, in forma particolarmente fulminea, sms.



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