Scrivere cinema

Kevin Conroy Scott

Intervista a Teresa Ciabatti

Teresa Ciabatti è una scrittrice e sceneggiatrice. Il suo primo romanzo, Adelmo torna da me (2002), è stato portato al cinema da Paolo Virzì con il film L’estate del mio primo bacio (2005). Inoltre ha collaborato al soggetto e ha scritto la sceneggiatura di Tre metri sopra il cielo (2004) e ha sceneggiato Ho voglia di te (2006). Nel 2007 ha scritto la sceneggiatura di Un gioco da ragazze. Il suo ultimo romanzo è I giorni felici (2008).

Quando è stata la prima volta che hai scritto delle parole pensate esclusivamente per lo schermo?
Il primo film che ho scritto è stato Tre metri sopra il cielo. E’ stato un lavoro molto importante per me, perché il punto di vista dell’autore del libro era diverso dal mio. A me piace raccontare l’adolescenza, i suoi fantasmi, le angosce, le sofferenze, le femmine grassocce, però mitomani e prepotenti (vedi L’estate del mio primo bacio) complessate ma combattive (vedi Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli, di prossima uscita). Insomma, la mia è una rappresentazione dell’adolescenza diversa da quella di Moccia. Ma credo che il mestiere dello sceneggiatore debba essere prima di tutto questo: sintonizzarsi con lo sguardo del regista. E poi proprio lavorando su un romanzo così lontano da me ho imparato metodo e disciplina che mi hanno aiutata anche nel mio lavoro di scrittrice. Non scrivo di getto, ho bisogno di tempo e riflessione.

Hai lavorato a molti adattamenti, da tuoi romanzi e da romanzi di altri: secondo te perché la maggior parte delle volte chi ama molto un libro non apprezza il film che ne viene tratto?
Perché la lettura (anche solo per un fatto temporale) lascia al lettore un grande spazio. Di un romanzo si hanno tante letture quante sono le persone che lo leggono. Ciascuno, leggendo, riscrive il suo libro. Credo che la delusione di un lettore di fronte a un film tratto da un libro che ha amato, sia tutta lì, in quello spazio personale che al cinema ritrova in qualche modo violato. Diciamo che il lettore come spettatore trova meno se stesso.

Hai mai paura che le tue parole scritte possano essere stravolte dal passaggio attraverso i registi, gli attori, la messa in scena in generale? Cosa fai per evitarlo?
No, non ho paura. Anzi, m’incuriosisce molto la lettura che un regista o uno sceneggiatore possono fare di un mio libro. Mi fa scoprire qualcosa in più di me, della mia scrittura e delle mie ossessioni. Insomma, un film tratto da un tuo libro è una specie di seduta di psicanalisi.

Cosa fai quando ti blocchi sulla pagina bianca?
Scrivo e butto. Scrivere per me è uno strumento di ricerca, di avvicinamento all’idea giusta. Prima di trovare una voce o una storia, faccio molti tentativi, scrivo centinai di pagine che poi cestino.

Se fossi costretta a scegliere solo una strada, cosa preferiresti? La narrativa o la scrittura per lo schermo?
Mi piacerebbe scrivere solo romanzi. Mi sento più libera. Sono naturalmente portata a prendere come protagonisti dei personaggi molto antipatici, spesso negativi. Non m’interessano i buoni, i simpatici e gli onesti. Non sopporto la critica sociale attraverso il punto di vista del candido. Preferisco farmi carico (direttamente sul mio protagonista) del “male”. Non credo che i cattivi siano gli altri: io sono cattiva.

C’è speranza per il cinema italiano?
Il cinema italiano – come la letteratura – in questi ultimi anni è rinato: ci sono autori importanti, che, secondo me, hanno oscurato completamente quelli della generazione precedente: penso a Saverio Costanzo, Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Daniele Vicari, Andrea Molaioli. Oppure ad alcuni giovanissimi come Susanna Nicchiarelli e Pippo Mezzapesa,. Parallelamente sono venuti fuori produttori giovani, che capiscono la novità: penso a Mario Gianani, Nicola Giuliano e Lorenzo Mieli (colui che sta rinnovando la televisione italiana). Sono intelligenti, non hanno pregiudizi, mischiano cultura “bassa” a cultura “alta”. Sono liberi e indipendenti da qualsiasi corrente di pensiero. In letteratura sta avvenendo la stessa cosa: Alessandro Piperno, Paolo Giordano, Roberto Saviano, Ottavio Cappellani, Leonardo Colombati, Mario Desiati, Chiara Valerio, Alessandro Zaccuri, Gaja Cenciarelli, Walter Siti (che è un discorso a parte: ha 61 anni, ma è il più innovativo di tutti) hanno seppellito la generazione precedente. Prima c’era solo Niccolò Ammaniti, lui ha cambiato veramente la letteratura italiana. Gli altri si rifacevano (si rifanno) troppo a Moravia, Pasolini, Morante, Calvino, Pavese. Non hanno portato una vera innovazione (basti pensare che sono tradotti molto poco all’estero, questi nuovi invece sono tradotti in trenta paesi, se non di più) Sembra che siano passati cento anni fra i nuovi e i loro predecessori. E sì, io spero di appartenere a questa nuova generazione.