Scrivere cinema
Kevin Conroy Scott
Intervista a Ivan Cotroneo
Ivan Cotroneo si è diplomato in sceenggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1992. Ha scritto, tra le altre, le sceneggiature per un episodio de I Vesuviani (1997) e per Chimera (1999), entrambi diretti da Pappi Corsicato, quella di In principio erano le mutande di Anna Negri (1999) e di Paz!, di Renato De Maria (2002). Recentemente ha collaborato alla sceneggiatura di Piano, solo, di Riccardo Milani (2007), L’uomo che ama, di Maria Sole Tognazzi (2008), Questo piccolo grande amore, di Riccardo Donna (2009). Ha al suo attivo tre romanzi (Il piccolo libro della rabbia, Il re del mondo, Cronaca di un disamore, La kryptonite nella borsa), la sceneggiatura di numerose fiction, serie e spettacoli televisivi, oltre che a un’intensa attività di traduttore e di autore teatrale. Da qualche anno tiene dei seminari di sceneggiatura al DAMS dellì’Università di Roma 3. Il suo sito è www.ivancotroneo.it.
Nella tua famiglia sei stato incoraggiato alla lettura e alla scrittura?
Sì, molto. Specialmente mia madre, era ed è appassionata di lettura, e mi ha spinto fin da piccolo a considerare la lettura, specialmente la lettura di narrativa, come uno dei grandi piaceri della vita. Mi ricordo quando i miei genitori mi portavano da piccolo a scegliere un libro, una volta ogni due settimane, in libreria. Da adolescente ero un lettore onnivoro, e mi hanno sempre sostenuto.
Hai seguito i corsi di sceneggiatura al CSC: con il senno di poi, credi che sia possibile insegnare a scrivere per lo schermo? Cosa riesci a insegnare davvero ai tuoi studenti del DAMS di Roma?
I corsi di sceneggiatura al CSC per me sono stati importantissimi. Arrivavo da Napoli, nessuno nella mia famiglia si è mai occupato di cinema, e se non avessi avuto professori appassionati, che oltre a spiegarmi la tecnica sono stati lettori attenti delle mie prime prove, credo che sarei riuscito a fare poco. Quanto a quello che riesco a insegnare ai miei studenti del DAMS, bisognerebbe chiederlo a loro. Io credo che i laboratori di scrittura siano delle occasioni importanti di incontro, dove si ha la possibilità di farsi leggere, di confrontarsi con gli altri, di apprendere qualche trucco del mestiere. Dove soprattutto si impara a mettersi in discussione. Certo, il talento non si insegna. Ma non è lo stesso per i corsi di musica, per quelli di pittura, per quelli di canto?
Fino a questo momento, se non sbaglio, hai tenuto separate le tue attività di romanziere e di sceneggiatore: vorresti adattare un tuo libro per lo schermo? Lo lasceresti fare ad altri?
Succederà con la sceneggiatura tratta dal mio terzo romanzo, La kryptonite nella borsa, i cui diritti cinematografici sono stati acquistati. Parteciperò alla scrittura del copione, insieme a due sceneggiatrici, Monica Rametta e Ludovica Rampoldi, che stimo molto. Sono contento di potermi confrontare con loro, anzi credo che sia indispensabile, che arricchirà il lavoro. Io credo molto alla sceneggiatura come momento di incontro di un gruppo di lavoro. Si lavora per un progetto comune, che è quello del film.
Cosa cambia nel tuo metodo quando scrivi sceneggiature per la televisione o per il cinema?
Nel metodo, e nell’impegno, nulla. Ma so di lavorare per un mezzo diverso. Questo non significa in nessun modo che lavorare per la televisione sia più facile, ma è diverso il pubblico, diverso il formato, diverso tutto il mondo con cui ti confronti. E anche all’interno della scrittura televisiva, ad esempio, è diverso scrivere per una rete generalista, o per una pay tv satellitare. In ogni caso, uno degli obiettivi resta sempre quello di cercare di fare qualcosa di nuovo, di sorprendente, che sposti il confine un po’ più in là. Qualcosa che vorresti vedere come spettatore, qualcosa di cui essere contento.
Ascolti musica mentre scrivi?
Sempre. Quando lavoro su un progetto spesso mi creo delle playlist che ascolto dal computer e che sono dedicate a quel lavoro. E la musica cambia molto se sto scrivendo una commedia, un film drammatico, un romanzo. Per Tutti pazzi per amore, per esempio, ascolto successi pop, per lo più italiani, che a volte poi entrano nel copione. Per La kryptonite avevo delle selezioni anni ‘70. Per Cronaca di un disamore ho ascoltato molto Antony e Joe Isahishi.
Cosa fai quando ti blocchi, nei momenti di crisi della scrittura?
Di tutto. Vado a nuotare, metto a posto la libreria, esco a mangiarmi un gelato, vado a comprare delle piante e le metto in terrazzo. Oppure leggo, o guardo tre film di seguito. A volte, se mi blocco su un progetto, un buon metodo per me è aprire un nuovo documento sul computer e scrivere qualcosa di completamente diverso.
C’è speranza per il cinema italiano?
Beh, molto di più. Ci sono certezze. Negli ultimi due anni abbiamo visto film italiani importanti, che hanno vinto festival internazionali e hanno riempio le sale. Io incontro studenti e colleghi che lavorano appassionatamente nel tentativo di creare delle opere belle, interessanti, nuove. Certo, viviamo in un paese che ha fatto dei tagli alla cultura, e al cinema in particolare, una delle sue tendenze più agghiaccianti. L’industria cinematografica ha bisogno di nuove leggi, di maggiore attenzione, di sostegno non solo in fase produttiva, ma anche in quella distributiva e promozionale. Basta guardare quello che succede in Francia, dove l’industria cinematografica nazionale viene rispettata e sostenuta, per capire che è possibile e doveroso, olre che estremamente fruttuoso.


