Scrivere cinema
Kevin Conroy Scott
Intervista a Fabio Bonifacci
Fabio Bonifacci ha sceneggiato tra gli altri E allora Mambo! (1999) e Tandem (2000) diretti da Lucio Pellegrini, Ravanello Pallido (2001) di Gianni Costantino, Notturno Bus (2007) di Davide Marengo, Lezioni di cioccolato (2007) di Claudio Cupellini, Amore, bugie e calcetto (2008) di Luca Lucini, Si può fare (2008) di Giulio Manfredonia e Diverso da chi? (2009) di Umberto Carteni. Vive tra Roma e Bologna. Il suo sito è www.bonifacci.it.
Quando è stata la prima volta che hai scritto delle parole pensate esclusivamente per lo schermo?
Nel 1987, a 25 anni, l’età in cui si spera. Io speravo di fare il romanziere e un amico che sperava di fare il regista mi chiese se volevo scrivere un film con lui. Nessuno dei due era capace e il film non si è mai fatto. Ma l’esperienza mi ha catturato col trucco più antico: il piacere. Ho capito che provavo piacere a scrivere per lo schermo e non sono riuscito più a smettere. Anche se per 10 anni, non ho venduto niente, ho scritto almeno una sceneggiatura all’anno, perché mi piaceva. E continuavo a sperare…
Hai seguito scuole o corsi di sceneggiatura? Secondo te sono utili?
Per me servono ma devono essere brevi. Se l’insegnante è bravo, in pochi giorni riesce a dirti tutto quel che devi sapere. Se non è bravo, non ci riesce neanche in 10 anni. Il fatto è che in questo lavoro la teoria è fondamentale ma non è così complicata. Devi conoscere la teoria ma non basta perché la vera scuola scrivere, scrivere, scrivere. Come per i piloti, servono tante ore di volo. Io ho fatto un solo corso con Robert McKee e per me è stato fondamentale. Però durava 3 giorni, e sono bastati a darmi le basi per poi apprendere da solo, scrivendo tanto e studiando (ci sono decine di libri sulla scrittura che uno può leggersi benissimo anche se non c’è un insegnante che gli dice di farlo). Insomma, assolutamente sì ai corsi ma non ci perderei anni e anni. Quelli è meglio passarli a pigiare sui tasti.
Ascolti musica mentre scrivi? Quale?
Oggi no. In passato per anni l’ho fatto, in modo ipnotico. Ogni film era un solo cd, ascoltato in modo ossessivo per tutto il processo di scrittura (gli esempi sono banali come i miei gusti musicali: Pogues, U2, Bob Dylan). Quei film scritti con la musica sono più struggenti, credo che l’emozione delle note entri nella scrittura, a volte sin troppo. Infatti quei film, a parte uno, non li ho venduti. Però l’unico che ho venduto, Si può fare, è uno dei miei migliori. La sua colonna sonora era: 5 hit anni Ottanta, 3 canzoni struggenti di De Andre’, 4 di Moby. Questa compilation l’ho ascoltata in loop migliaia di volte, mentre scrivevo. E mi accorgo solo ora che alla fine il film ha dentro quella stessa, doppia atmosfera: l’energia allegra e vitale delle hit anni 80, e lo struggimento doloroso di Moby e De Andre’. Quindi, per una volta in modo non retorico, dico “grazie per la domanda”. Non avevo mai riflettuto razionalmente su questo aspetto del mio lavoro. Forse è ora che torni a scrivere film con musica!
Cosa fai quando ti blocchi sulla pagina bianca o quando hai un momento di crisi?
Il blocco non mi capita mai. Magari scrivo cose sbagliate ma un’idea in testa grazie al cielo ce l’ho sempre. Le crisi a volte sono di motivazione (l’eterna domanda: perché fare questo? Che senso ha?). Per questi casi, ho imparato da giovane un esercizio. La mattina, appena sveglio, scrivo i sogni della notte o, se non li ricordo, le prime sensazioni del mattino. Su di me ha un effetto miracoloso, ogni volta mi riporta in pochi giorni a confatto con la sorgente del mio desiderio di scrivere, mi passano tutti i dubbi e mi torna l’entusiasmo.
Segui un metodo particolare quando scrivi per lo schermo?
Sì, ma è troppo lungo da spiegare in una intervista. Però tra un po’ lo racconterò in un corso gratuito su Internet. Se a qualcuno interessa vada tra un mesetto sul mio sito www.bonifacci.it (ora non c’è nulla, ci sto lavorando).
Di solito vai sui set, interagisci con il cast e il regista durante le riprese del film?
Di solito no. Spesso prima del set faccio letture e prove con regista e attori: per me è l’occasione giusta per mettere a punto dialoghi e scene con la presenza viva degli attori ma senza la confusione e la fretta del set. Per me è difficile trovare la battuta giusta di dialogo o il miglior finale di scena, quando ci sono 40 persone che aspettano e due elettricisti che mi girano attorno coi cavi. Mi riesce meglio nella calma solitaria di una stanza. Ma se torno nella mia stanza dopo aver visto gli attori all’opera, viene sicuramente meglio. Aggiungo che in questi giorni sto smentendo la risposta, perché vado abbastanza spesso sul set di un film che ho scritto, Oggi sposi, regia di Luca Lucini. Ma è una eccezione.
C’è speranza per il cinema italiano?
La speranza c’è sempre, figurarsi. Ma in questi anni c’è anche qualcosa di più: un numero crescente di bei film italiani, e un numero crescente di film italiani di successo (non sempre sono gli stessi, ma non si può avere tutto dalla vita!). Il nostro cinema mostra ampi segni di risveglio. Il guaio è che nel frattempo la sua importanza nella società è molto diminuita. Oggi un bravo regista o un bravo attore di cinema, se non fanno anche televisione, rischiano di essere meno conosciuti di una velina, di un portavoce o di una riserva di serie A. Su questo noi possiamo fare poco, a scegliere è il pubblico (e chi ha il potere di indirizzarlo con la tivù). Quel che noi possiamo fare è realizzare film belli o comunque decorosi e interessanti. Questo credo stia avvenendo in misura maggiore che nel recente passato. Poi chi vivrà, vedrà.



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