Regole di famiglia

di Matteo Sartori

I personaggi

Pietro Keller

 

Il più piccolo fra i tre figli di Franco e Carla Keller, nasce a Milano nel 1962. Sognatore e idealista, lo si può incontrare mentre in solitudine esplora gli stagni e i campi in cerca di bisce, vipere, lucertole e api selvatiche. Capace con un guizzo dell’occhio di scovare i più oscuri libri della imponente biblioteca di famiglia, subisce per lo più con stoicismo le ingiurie dell’infanzia, cercando attraverso strenui sforzi di non perderci in grazia. Intimidito e attratto dal piglio aggressivo di sua sorella Sara e troppo distante dall’assenza di dubbi nella camminata e nei toni del fratello Eugenio, parla a pochi e con pudore dell’intimo smarrimento di fronte all’ostilità che ai suoi occhi largamente contrassegna la natura dell’umano. Sognatore perenne e studente di una certa diligenza, una mattina di cortei in cui, sul portone della sua scuola, un piede dentro uno fuori, ha rifiutato con calma determinata la spranga che un caporaletto teso gli aveva imposto tra le mani, Pietro ha sentito gli sguardi carichi di sdegno e commiserazione dell’universo giovanile. E ne ha sofferto un po’ prima di prendere posto al suo banco per la prima ora di italiano.

Dunque in minoranza si può dire per nascita e natura, ritrova nel pilota sconfitto Ronnie Peterson l’eroismo incongruo di Achab o del partigiano Johnny.

  


Carla Prandi Keller

Madre di slanci spesso innopportuni, Carla ciclicamente opera auto-seclusione in stanze buie, delusa da tutto ciò che la circonda, non ultimo dalla città di Milano, luogo che nel 1930 le ha dato i natali e che con discutibile coerenza sostiene di disprezzare. Molto impegnata sui temi della politica e della militanza, nel languore del molto vino bevuto presso il rifinito fienile alpino di famosi editori, una sera, con passo falso clamoroso, ha dichiarato senza troppo badarci la sua debolezza per i golf di cachemire; solo la sua nota e dichiarata equidistanza tra stato e terrorismo l’ha parzialmente preservata da una delle famose scomuniche del padrone di casa, trasfigurato dal sentore piccolo borghese di quella dichiarazione d’amore per il doppio filo. Inevitabile catalizzatore di sentimenti i più vari, su tutto la rabbia abbandonata a se stessa di sua figlia Sara, Carla è stata spesso sinceramente detestata; tuttavia l’indifferenza ostentata dai molti che hanno alzato un sopracciglio scettico di fronte al suo bel collo chiaro e all’alta cultura arrotata nelle erre di madre lingua francese, è sempre risultata sospetta, quando non una plateale finzione. 



Franco Keller

Milano, 1924. Padre dai silenzi assordanti e barone della psichiatria moderna, la grande mole elegante di Franco è un luogo di contrasti. Partigiano sciatore in gioventù, innamorato della montagna e delle sue ruvidezze, ha compiuto i suoi studi in Svizzera, dove si è poi stabilito per poi fondare la più esclusiva clinica psichiatrica d’Europa. Giovane brillante e idealista, il successo l’ha reso uomo estremamente popolare benché incapace di qualsiasi altruismo. Figura di padre ingombrante e nel medesimo tempo assente, con gravità e parsimonia esasperante distribuisce alla famiglia rari doni, che lui stesso tende a considerare, spesso con qualche ragione, talenti inestimabili. Coltiva pochi amici selezionati e una manifesta preferenza nei confronti del suo figlio più piccolo Pietro. Non sanabili e non negoziabili, in quanto connaturati a percezione estetica del mondo inconciliabile, i motivi di conflitto tra lui e il figlio maggiore Eugenio.

 

 

Sara Keller

Nata a Zurigo nel 1957, Sara riconduce al corpo tutte le inquietudini che si liberano prive di lacci nella sua testa di ragazza sola e curiosa, in un rimando costante alla figura tragica di sua zia Lea, che fu donna di straordinaria sensibilità votata all’annichilimento di se stessa. Divisa tra passioni volatili e ossessioni sfibranti, gli occhi verdi che dardeggiano nel taglio imprevedibile, Sara vive la sua adolescenza impigliata tra i solchi dei vinili, condizionata nel personale quotidiano da una troppo fervida immaginazione filmica. La sua voce cristallina circola nei licei milanesi su cassette sfinite da troppe duplicazioni e viaggia eterea nelle registrazioni fruscianti di almeno tre gruppi, generalmente ondivaghi, sospesi tra il rock e il folk. Creatura silvana dai molti spigoli, quando ispirata, cioè molto felice o molto triste, Sara porta nelle canzoni che canta le trasparenze del Mediterraneo e le piogge flagellanti dell’inverno inglese. Forma con gli inseparabili amici Luca e Beatrice un triangolo d’amore e complicità troppo sofisticato per reggere all’assenza di sfumature degli anni settanta. La giovinezza di Sara è un continuo guardare giù verso il precipizio, come attratta da un magnete.

Incapace di compromesso, la sua vocazione al dramma risiede in traumi famigliari vicini e lontani.

 

 

Giovanni Prandi

Quando nell’inverno del 1928 Giovanni Prandi è venuto al mondo, nella luce dell’ala meridionale di una villa di Montreux, il padre Luigi, assordato dagli strilli del robusto neonato, ne ha studiato per un attimo i polsi spessi e i capelli folti, decretando senza tema di smentita la smania di vita e guai del figliolo. E in effetti Giovanni ha passato la sua infanzia di giochi perennemente graffiato, coperto d’erba e terra, affondando la notte sotto le coperte, il naso ficcato dentro agli atlanti e alle mappe della vecchia biblioteca di casa. Appena ne ha avuto modo è diventato il genuino cittadino del mondo che aveva sempre avuto in animo di essere, galoppando i continenti senza tregua, fino a quando, durante la stagione delle piogge del 1953, il morso profondo di un colubro oltremodo velenoso lo ha costretto a mesi di delirio e riposo presso la capanna sciamanica di un capo pigmeo. Geologo, lettore mai sazio, alpinista e bevitore di whisky, da Mayfair a Kabul, dall’Egeo a New Orleans, ai comandi di veicoli veloci, lo zio Giovanni ha attraversato il suo tempo con stupore e ironia, amando più di trecento donne.

 

 

Eugenio Keller

Fratello maggiore di Pietro e Sara, Eugenio è nato a Milano nel 1952. Determinato studente cum laude e motociclista, Eugenio è un semplificatore lungimirante, per natura destinato a primeggiare. Lo raccontano la postura aggressiva, il tono di voce stentoreo, il senso del mercato. Giovane dal carattere ombroso, ha vissuto gli anni del liceo senza troppo credere a quello che urlava nei megafoni. Non di meno quest’esercizio di leadership lo ha preparato per il  mondo dell’impresa, affrontato con piglio da soldato appena conseguita la laurea. A 18 anni è partito contento per il servizio militare sotto l’occhio sprezzante di sua sorella Sara. Nelle caserme del Friuli, per 15 mesi di vetri rotti e fango, ha occultato pieno di imbarazzo i pacchi con marmellate, calze di lana vergine e cioccolato svizzero che in assoluto segreto gli spediva la madre Carla. In caserma Eugenio ha stretto le uniche amicizie della sua vita ed è diventato per sempre nemico della leggerezza eccentrica della sua famiglia. 



Luca Vailati

Estate 1957, sera. Nel cortile di un vecchio palazzo dell’Isola, quartiere al cuore della Milano più aperta e benevola, il Sig. Vailati ha tirato fuori la fisarmonica. Suona tranquillo e a tempo, allegro di vino celebra la nascita di suo figlio Luca mentre le signore del condominio ballano a coppie. Quando Luca ha messo per la prima volta piede in classe al Beccaria, il primo giorno di quarta ginnasio, gli occhi di Sara Keller si sono innamorati nel tempo di un respiro dei jeans chiari e dello sguardo tranquillo di Luca. Nell’estate del 1972 hanno girato le colline dell’Oltrepò e le valli ripide della Liguria a piedi, suonando e cantando in classica formazione da duo folk per settimane. Con la tenda affacciata al precipizio della scogliera, una mattina hanno fatto l’amore sopra Portovenere, prima timidi, poi come dei pazzi. Nel 1977 Luca ha preso la sua strada di studi molto seriamente, senza rinunciare a quel suo modo di protestare fermo e pacifico. Da grande, senza Sara, si è sentito spesso solo e così ha finito con il fare musica per due, per sé e per lei. Il suo primo disco è uscito per un’oscura etichetta di Amburgo a due settimane dal giorno sua laurea in Storia Contemporanea. Le radio non lo hanno capito.

 

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