Neanche i cani
L’opera struggente di un autore che ha raccolto del fango e lo ha trasformato in oro
Una recensione del Guardian
Una recensione di Christopher Tayler uscita sul Guardian il 23 gennaio 2010.
«Sfondano la porta a fine dicembre e portano via il corpo.» Così inizia il terzo romanzo di Jon McGregor, ambientato in una città inglese non identificata, forse nell’East Midlands, più o meno ai giorni nostri. È una brusca, programmatica frase d’apertura, ma via via che i successivi paragrafi iniziano a disporre la scena – un quartiere di case popolari, di fronte a un campo giochi ghiacciato – le certezze del lettore iniziano a vacillare. Quello che emerge è che la voce del narratore appartiene a un «noi»; siamo «noi» che ci accalchiamo nel corridoio e guardiamo il via vai delle persone. Quando due poliziotti si presentano per perquisire l’appartamento, noi li seguiamo all’interno, e a questo punto sembra che la visuale assomigli alle annotazioni di una sceneggiatura. Nel corso della scoperta del cadavere, comunque, appare chiaro come il «noi» sia un qualche tipo di presenza invisibile. Veniamo anche a sapere il nome dell’uomo morto, Robert, e quando il suo corpo viene trasportato su un furgone, saliamo insieme a lui.
Il passato di Robert viene alla luce, in parte grazie al «nostro» speciale punto di vista del suo appartamento, in cui – ancora come in una sceneggiatura – osserviamo il tempo riavvolgersi e quindi andare in fast forward. Vediamo lui e Yvonne, la sua compagna, entrambi molto più giovani, sistemare l’abitazione quando si sono trasferiti la prima volta; li vediamo fare il bagno a una bambina pochi anni dopo, e vediamo Robert prendere di nascosto una bottiglia di whisky da sotto il lavello della cucina. Yvonne se ne va via insieme alla figlia, e Robert rimane lì, nascosto, inizia a bere e a lasciarsi andare. Mentre gli anni diventano decadi, altre persone ferite simili a lui – tossici, alcolisti, vagabondi – iniziano a usare il suo appartamento per farsi o per passare la notte, ripagandolo in alcolici o cibo. Alcuni di noi, o alcune persone che conosciamo, sono state le ultime a vederlo prima che le forze dell’ordine buttassero giù la porta. «Perché ci hanno messo così tanto» chiediamo o accusiamo. «Dove diavolo erano.»
Mentre le spoglie di Robert viaggiano verso l’obitorio, alcuni personaggi emergono da questo coro caotico, e una volta che il lettore si è sintonizzato sulla lingua del romanzo, le preoccupazioni rispetto alla prospettiva della voce narrante iniziano a sparire. Forse non fa differenza se il «noi» appartiene a fantasmi o ad allucinazioni, ai vivi o ai morti: il genere di persone che McGregor fa parlare è, parimenti, visibile al mondo normale solo a intermittenza. Il libro non fa distinzioni precise, tuttavia, e se al suo interno qualcuno può essere chiamato fantasma, è proprio la gente comune, la cui presenza all’interno del romanzo è a malapena registrata dai personaggi.
Questi personaggi, gli ospiti di Robert, sono simili nel loro aspetto deprimente, ma anche fortemente caratterizzati. Danny, che trova il corpo di Robert prima della polizia e corre via in preda al panico, è un eroinomane di Londra, ridicolo e inesperto. Per questo è spesso «tassato» (picchiato e derubato). Il suo socio Mike, anche lui eroinomane ma di Liverpool, ha un talento maggiore per la sopravvivenza ma ovviamente è più tormentato, e usa l’eroina per tamponare la schizofrenia. Heather (crack ed eroina, ex groupie) fa finta di non stare così poi male; Steve (alcolista, ex soldato) ricorda sempre di stendere i calzini ad asciugare prima di svenire. Poi, «sulla scena», per come la rappresenta Heather, ci sono un ragazzino sfuggente di nome Ben, un veterano dell’Afghanistan di nome Ant e una ragazza di nome Laura, che risulta essere la figlia ormai cresciuta di Robert.
In cinque lunghe parti, ognuna costruita intorno a una fase del viaggio del cadavere verso l’obitorio e la cremazione, McGregor mette insieme un frammentario ritratto corale di queste figure. Mostra al lettore cosa accade quando dell’eroina purissima arriva in città dopo una carestia di droga, e allo stesso modo ricostruisce gli eventi principali che portano alla morte di Robert. Ci sono sprazzi di umorismo amaro, in genere destinato alle autorità (un giro di vite del governo viene attribuito a «uno stronzo che aveva guardato troppi film e diceva roba del tipo Verrà una specie di pioggia a lavare via tutta la merda dalle strade ma nel frattempo ci arrangiamo proibendo le coperte ed emanando qualche ordinanza sulla quiete pubblica»). Ma in generale il tono è inesorabilmente sinistro, sebbene non in modo moralistico: ci si trova semplicemente immersi nel cerimoniale dell’essere senza fissa dimora e della tossicodipendenza. Alla fine il libro offre diverse spiegazioni sia della natura delle voci sia della morte di Robert, abbassando il sipario con un tocco leggero e senza scappatoie.
Sul suo sito McGregor, conosciuto soprattutto per il suo primo romanzo finalista al Booker Se nessuno parla di cose meravigliose (2002), cita James Kelman e William Faulkner come i modelli letterari del suo ultimo libro. Attraverso il loro aiuto, riesce con un equilibrio perfetto a tratteggiare un paesaggio semi-astratto di sofferenza e insieme ad ancorare le esperienze dei suoi personaggi alla storia. Il suo uso occasionale del linguaggio della salvezza e della dannazione non lo fa cadere in pose alla Beckett, mentre il profondo retroterra dei problemi di alcuni personaggi – la guerra delle Falkland, la disoccupazione dell’era Thatcher e, in un passaggio memorabile, l’Afghanistan – non si dispiega nella forma di rivelazioni conclusive o di grandi temi. McGregor mostra anche buon orecchio per le numerose parlate regionali, ed esercita un controllo serrato ma non ossessivo su una storia che inizialmente sembra non avere forma. Il suo profondo interesse da reporter per il mondo dei suoi personaggi, con la sua gamma ristretta di toni ed episodi, rende questo potente romanzo ancora più ingegnoso.



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