Neanche i cani
L’opera struggente di un autore che ha raccolto del fango e lo ha trasformato in oro
Jon McGregor racconta il libro
“Nel gennaio del 2003, quando il mio primo romanzo era appena stato pubblicato e io mi trovavo in un vicolo cieco con il secondo, ho ricevuto “in dono” l’idea di scrivere di un uomo che veniva trovato morto nel suo appartamento. Ricevuto “in dono” non in senso mistico: intendo dire che mia moglie è tornata a casa dal lavoro e mi ha detto che il corpo di un uomo al quale per lavoro stava prestando assistenza era stato rinvenuto nel suo appartamento, un paio di settimane dopo la sua morte.
Una cosa del genere non è insolita. È quanto succede, oggi, nelle nostre città. Ci sono procedure ben collaudate per fronteggiarne le conseguenze; ci sono ditte che si specializzano nella pulizia dei luoghi in cui vengono rinvenuti i corpi.
Ma qualcosa in quell’evento – il fatto che fosse successo durante le vacanze di Natale, o che fosse una situazione così ordinaria – ha fatto sì che non mi si scollasse più di dosso. Ho cominciato a immaginarmi chi poteva essere quell’uomo, come poteva essere composto l’appartamento, chi erano i suoi amici o le persone che frequentava e perché non erano lì nel momento in cui è morto. Quale è stata l’ultima conversazione che ha fatto? Chi ha trovato il suo corpo? Chi lo conosceva? Come hanno capito che era morto e cosa hanno fatto dopo?
Ho cominciato a figurarmi un appartamento, la casa in cui quest’uomo aveva vissuto e in cui ora giaceva morto sul pavimento. Ho immaginato una stanza senza mobili, piena d’immondizia. Ho immaginato le finestre tutte rotte o sbarrate, e una porta chiusa dall’interno. Ho immaginato l’esterno dell’appartamento, in pieno inverno, con dentro questo cadavere, tutti quei giorni prima che qualcuno chiami la polizia e che arrivino a sfondare la porta; quella sensazione di attesa, quella tensione.
E quando mi sono messo a scrivere l’incipit, ho scritto “Ci accalchiamo davanti alla porta chiusa, e aspettiamo”.
Non so perché ho scritto così. Sta di fatto che un attimo dopo ho cominciato a pensare a chi si riferisse quel “noi”. Devono essere gli amici morti dell’uomo, ho deciso, o comunque quelli del suo giro. Mi sono immaginato l’ultima volta che si sono trovati tutti in quell’appartamento dalle stanze vuote e dalle finestre rotte, e ho capito – o, per meglio dire ho deciso – che erano tutti consumatori di droghe, alcolisti, persone senza una casa o un posto dove stare, degli emarginati, persone relegate ai confini invisibili della società.
Ho iniziato a descrivere la scena, la polizia che arriva, e quando ho scritto la frase “Entriamo in massa nella stanza e guardiamo il corpo”, dando per scontato che la polizia non sapeva che loro fossero lì, ho realizzato che stavo facendo qualcosa di vagamente strano. Ho capito che quello in cui mi ero infilato non era esattamente un punto di vista naturalistico; che le persone che stavano descrivendo la scena, quel “noi”, non erano realmente lì in quel momento.
Non mi rendevo bene conto di cosa volesse dire questo. Erano forse morti? Stavano sognando? Stavano immaginando la scena? Forse il lettore stava guardando un documentario televisivo? Non lo sapevo, e c’è voluto molto tempo prima che prendessi una decisione, ma nel frattempo quell’ambiguità sottilmente ossessiva mi ha suggerito la chiave per descrivere il corpo steso per terra nel suo appartamento in rovina.
Dopo aver scritto la scena iniziale, il rinvenimento del corpo di un uomo, ho desistito. Sono tornato sul libro che stavo scrivendo, e l’ho finito. Non volevo scrivere un romanzo sull’eroina, o un romanzo con dei cadaveri, o un romanzo che prevedesse un gruppo di narratori, vivi o morti che fossero. Mi sembrava un’idea terribile.
Ma quell’idea non voleva proprio scrollarmisi di dosso. (Tendono a fare così, a quanto pare.) Continuavo a pensare a quell’uomo morto, e a come era stata la sua vita. Continuavo a pensare ai suoi amici, e a quello che stavano facendo prima che lui morisse; a quello che facevano adesso, ora che lui era morto. Ho iniziato a chiedere in giro sull’eroina, e a imparare il più possibile su come la dipendenza dall’eroina può impossessarsi di una vita intera.
Ho imparato qualcosa sul cameratismo e sulle rivalità tra gruppi di persone che vivono per strada e trascorrono le loro giornate in cerca dei soldi per comprare le droghe. Gli episodi, i personaggi e le trame iniziarono a prendere forma nella mia testa. Ma non avevo ancora intenzione di scrivere questo libro.
Ho parlato con un’infermiera che lavora con i senzatetto e lei mi ha spiegato che un eroinomane fa dell’eroina la priorità assoluta; mi ha parlato di un uomo con una gamba in cancrena che ha lasciato l’ospedale per aiutare la sua fidanzata a trovare una dose.
Una donna che collabora con un programma di disintossicazione mi ha detto che nel momento in cui riesce a convincere una persona che fa uso di eroina anche solo a pensare di prepararsi una tazza di tè la mattina appena sveglia, sa che quella persona sta facendo progressi. Questa cosa sembrava importante. Le tazze di tè possono significare tante cose in una narrazione, ma come immagine del ritorno alla vita mi sembravano particolarmente evocative.
Ho parlato con un tossicodipendente e ha detto che le prime volte l’eroina lo faceva vomitare, ma che non gli importava perché lo faceva stare così bene e poi era un vomito “di quelli buoni”.
Per caso sono capitato dall’altra parte della strada, in un ufficio all’interno di una palazzina di alloggi sovvenzionati, dove trova asilo chi lascia gli ostelli o la vita di strada, e ho visto alcune persone fare su e giù per andare a lavorare o fare colloqui di lavoro mentre altre persone si affacciavano alle finestre prendendo accordi ad alta voce con gli amici di sotto che avevano in mano sacchetti pieni di sidro.
Ho visto ragazzi che si improvvisavano spacciatori entrare e uscire dalla porta principale. Ho visto uomini gridare disperata verso le finestre dell’edificio, quando era già chiaro da un pezzo che nessuno li avrebbe fatti entrare.
Un’infermiera del reparto psichiatrico mi ha detto che una volta un paziente le aveva detto che non avrebbe avuto problemi psichici se le voci non fossero state così cattive con lui.
Non potevo più tenere questa cosa dentro il cassetto. Ho iniziato a scrivere il libro.
Pochi anni prima di morire, mio nonno aveva letto il mio primo romanzo. Non aveva detto molto in proposito, ma avevo sentito dire, tempo dopo, che lui aveva avvertito, nel romanzo, la forte mancanza della costruzione di un vero e proprio inizio, di una parte centrale e di un finale.
Bene; l’avevo deluso un’altra volta.
Neanche i cani ha molti finali, e solo un – possibile – inizio.
Comincia con una fine (il corpo steso sul pavimento) e lo segue per tutto il percorso, fino alla fine della fine (la cremazione del corpo steso sul pavimento).
Ci sono cinque capitoli. Ogni capitolo è un’immagine della fine: il rinvenimento del corpo, il trasporto della salma, il corpo steso all’obitorio, l’autopsia, l’inchiesta e la cremazione. (I capitoli dovevano essere sei, ma quando ho finito il quinto capitolo mi sono reso conto che avevo scritto l’ultima riga. Sono cose che capitano.) La forma di ciascun capitolo è modellata sul suo stesso tema, dunque il capitolo della scoperta ha un tono rivelatorio, il capitolo del trasporto è un tour precipitoso della città, il capitolo del corpo steso all’obitorio gravita intorno al concetto di sale d’attesa e dell’attesa in generale, il capitolo dell’autopsia ruota intorno ai corpi e alla carne, e il capitolo dell’inchiesta è pieno di domande. Tutto questo può anche sfuggire ai lettori, ma ha aiutato me nella scrittura.
Non volevo scrivere un libro sulle droghe, o sui senzatetto, o sull’essere o il non essere morti. Non credo di averlo fatto, in fin dei conti. Ho scritto un libro che parla di tutte queste persone: di Robert, l’uomo morto sul pavimento, e di Laura, sua figlia, e di Heather, Danny, Ant, Steve, Ben, Jamesie e Maggie, i suoi amici. Ho scritto un libro che parla di quello che succede quando le persone perdono di vista la stima di sé, o quando una piacevole abitudine si impossessa delle loro vite, e ho scritto un libro che parla di quanto può essere potente la forza e il desiderio che hanno alcuni di sopravvivere.
E si parla anche di cani, almeno un po’”.


