Postfazione di Marina Zancan
Marina Zancan insegna dal 1990 all’Università "La Sapienza" di Roma. Coordina il Dottorato internazionale in Studi di genere e fa parte del Consiglio didattico-scientifico del Master in Editoria, Giornalismo e Management culturali. E’ una delle più importanti studiose italiane della storia dell’intellettualità femminile e ha lavorato al recupero e all’interpretazione di testi di donne risalendo dal Novecento a fasi e figure del passato. Quella che segue è la postfazione al volume di Paola Masino, Nascita e morte della massaia.
“Vivevamo a Venezia, dove Bontempelli era stato mandato al confino. Io era diventata maniaca delle pulizie”, dice Masino in occasione della terza edizione del romanzo; “[...] Bontempelli mi disse di scrivere un libro per spiegare quella stranezza. Gli dissi: sarebbe come psicanalizzarmi. Lui insisté. Io scrissi il romanzo” (Silvia Giacomoni, Introduzione a Paola Masino, Nascita e morte della massaia, La Tartaruga, Milano, 1982, p. 10).
A quarant’anni dalla prima edizione del suo terzo (e ultimo) romanzo, Masino sembra, dunque, ricondurre la Massaia ad una esperienza, e ad un movente, di natura privata: l’insorgere di una nevrosi, a Venezia, nell’assunzione del ruolo, per lei nuovo, di padrona di casa; la scrittura come autoanalisi, suggerita dal Maestro-compagno.Una lettura della propria opera semplificata e riduttiva, paradossale e malinconica, forse suggerita dal nuovo pubblico (le lettrici de La Tartaruga, la generazione di donne cresciute nel femminismo) e insieme certamente memore della propria vicenda (quel progressivo silenzio creativo, così intrecciato alla elaborazione della Massaia, su cui Masino riflette da decenni, tra politico e privato): “Avrei dovuto morire allora”, commenta infatti, di seguito, con uno scarto improvviso, tipico della sua prosa, “perché non avevo più niente da dire”.
Il progetto del romanzo, secondo quanto documentano le lettere ai famigliari, è definito nei primi mesi del 1938 (tra febbraio e marzo), prima, dunque, del trasferimento a Venezia, realizzato a fine novembre. Paola ne scrive ai genitori da Firenze (3 febbraio) e da Venezia (29 marzo), in due lettere in cui, tra resoconti di vita quotidiana e prime annotazioni su Venezia (“Andandosene in gondola per queste vie d’acqua, s’ammucchiano sulle rive le ore e i giorni, il tempo ha un corpo molto più vasto e indifferente, la vita non è perentoria”), si raffigura conforme al suo mito della creazione, pronta per la scrittura: priva di “legami e pensieri materiali di nessun genere”, “libera di tutte le [sue] ore”.
In questi mesi, dopo la pausa che segue a Periferia e l’avvio di quella scrittura privata affidata ai quaderni di Appunti, Masino ritrova la propria vena creativa: ha concluso Racconto grosso e lavora a Figlio; ha elaborato il progetto del nuovo romanzo – che, commenta con la madre, “darà anche un colpettino nella schiena alle care consuetudini famigliari, e alla schiavitù della donna, al luogo comune della buona padrona di casa” (3 febbraio) – e ne avvia la scrittura: “Io, da domani”, scrive il 29 marzo, dopo aver descritto la propria scrivania alla pensione Calcina, “comincerò a scriverci la Massaia, e spero di averla finita prima di partire per Firenze”.
Il nuovo romanzo, ideato, dunque, tra la fine del ’37 e l’inizio del ’38, ha tuttavia, sul piano tematico, un antecedente, il racconto Nozze di sangue, pubblicato nel 1947 (in «La fiera letteraria», II, 18. I quaderni d’appunti di Paola Masino, Edizione dell’Orso, Alessandria, 2001), ma, ci informa Beatrice Manetti (Una carriera à rebours, cit.), scritto tra la fine del ’33 e l’inizio del ’34 e trascritto, nel primo quaderno di Appunti, con il titolo Paesaggio: incentrato sulla figura di Caterina, una serva, il racconto mette in scena, sullo sfondo della cucina dei padroni, la “schiavitù” della donna, e i suoi riflessi, nella sfera fantastica della protagonista. Con la Massaia, la serva diventa padrona (una “buona padrona di casa”), una donna, come l’autrice, intellettuale e colta, dotata di ambizioni e di ironia: capace, dunque, nelle attese di Masino, di dominare l’indistinto, il caos della materia, qui ricondotto, e circoscritto, dalla natura alla storia, dal pianeta alle pareti domestiche. Negli stessi anni della prima stesura del racconto, tuttavia, gli Appunti registrano i primi abbozzi di una scrittura privata in cui Masino, mentre riflette sui risvolti profondi della propria poetica, individua, a tratti, il conflitto latente, e irrisolto, tra la propria ambizione di essere artista, e il suo destino di essere donna.
I due elementi – il tema da trattare: il femminile nella sua veste quotidiana di massaia; l’immagine inquieta di sé, donna e intellettuale – confluiscono nel progetto del nuovo romanzo, e ne intrigano la scrittura, che si protrae (ben oltre i termini ipotizzati da Masino), fino alla fine del gennaio 1940. Già nell’aprile del 1938, da Venezia (dove segue i lavori per la nuova casa, al terzo piano del palazzo Contarini delle Figure), scrive ai genitori: “La massaia ha subito un forte arresto dovuto non so a quali cause”; e il 9 maggio, da Firenze: “non so perché da tanto tempo non ho nessuna voglia di scrivere”. Interpretare il silenzio, le pause del non detto, è ogni volta un azzardo. Tuttavia, se al contesto della scrittura del romanzo – registrato nelle lettere ai famigliari, quasi un canovaccio delle peripezie della massaia – accostiamo le tracce, esili in quegli anni, di uno sguardo rivolto all’interno, è possibile dire che, nell’abbandono di Roma, città d’origine, e sullo sfondo, malinconico, di Venezia (città prescelta da Bontempelli), ciò che Masino elabora, con fatica, è il passaggio dall’infanzia (la nascita all’arte, sotto l’insegna della figura paterna), all’età adulta (il tempo della memoria, in cui prende corpo la figura materna). “Mi accorgo”, scrive nella lettera del 27 aprile 1938, riflettendo sulla necessità di darsi, nella città d’acqua, ‘una nuova natura’, “che ho ancora delle nostalgie e dell’affetto per la mia vecchia natura. Come Pinocchio fatto ragazzo per bene, per la spoglia del burattino”. Questo passaggio, che accompagna il “forte arresto” della Massaia, di cui Masino parla nella stessa lettera, precede l’assunzione, esorcizzata nella scrittura, del ruolo di “padrona di casa”, che Masino esercita, rabbiosamente e, progressivamente, in modo ossessivo, nella casa veneziana: se, infatti, il 3 dicembre 1938 (a pochi giorni, dunque, dal trasferimento) scrive alla sorella: “Non sarò mai, no, non sarò massaia felice. Sarò il Lucifero delle massaie [...] e tutta la mia vita quotidiana non sarà che il diluvio universale di polvere e tubi rotti”, il 14 marzo del 1939 scrive invece: “Ora tempo ne avrei, ma vivo troppo sotto l’incubo di quello che accade nell’appartamento di servizio”. Certo, leggendo queste lettere, ci si chiede quanto esse registrino della trama narrativa della Massaia, di cui Masino, a palazzo Contarini, ha ripreso la stesura: resoconto, quotidiano, di una nevrosi, alimentata dal dubbio di aver “rinunciato a una vita intelligente”, dal timore di non essere all’altezza delle attese del padre (che ritorna, nell’immagine tarda di Bontempelli, che la spinge a scrivere il libro) e delle proprie aspirazioni artistiche.
Il 30 gennaio 1940, il romanzo è concluso: “Oggi ho finalmente spedito l’intera Massaia a Mondadori”, scrive ai genitori, “dopo aver accomodato censure politiche e morali”. Ulteriori revisioni, tagli e censure, in parte richiesti da Alberto Mondadori, occupano tuttavia, per l’intero 1940, Masino che, da Venezia, il 27 gennaio 1941, scrive nuovamente: “Finalmente la Massaia è finita! Sono 197 cartelle mie vuol dire più di 300 nel volume”. Degli interventi della censura, Masino scrive nella Nota di chiusura della prima edizione: “Questo libro [...] presentato in bozze alla censura di quel tempo, fu da essa giudicato disfattista e cinico. Non se ne proibiva la pubblicazione, ma s’impose che ne fossero soppressi alcuni episodi, nonché tutte le citazioni dell’Antico testamento; si dovevano anche bandirne le parole “Maresciallo”, “Prefetto”, “Patria”, “Nazione”, che parevano contaminate dal tono genericamente irrispettoso del racconto”. Più volte, dunque, rivisto, il romanzo esce in quindici puntate settimanali sulla rivista mondadoriana «Tempo» tra il 16 ottobre 1941 e il 22 gennaio 1942; predisposto per la pubblicazione in volume da Bompiani, nel 1944, ma andato distrutto, senza raggiungere la distribuzione, nei bombardamenti di Milano di quell’anno, arriverà alla prima edizione nel gennaio 1946, almeno in parte riportato, come scrive l’autrice, alla sua prima lezione.
Quando il volume esce, Masino è, con Bontempelli, a Milano, partecipe del fervore della città, nel clima della ricostruzione: “A parte il lavoro, che pure sono molto contenta di fare”, scrive alla madre il 22 marzo 1946, “la nostra vita mi piace moltissimo. Mi ricorda quella di Parigi, senza nessun legame”. Da questa prospettiva, il ritratto di donna impersonato dalla massaia, con le sue, numerose, “assurdità”, appare a lei stessa, come si legge nella Nota alla prima edizione, “ormai tanto lontano, che appena lo riconosco”. Nel 1946, in clima neorealista, il romanzo passa praticamente inosservato (ne scrivono Bigiaretti, Morini, Bo): lo riproporranno, nel 1970, ancora Bompiani (con introduzione di Cesare Garboli) e nel 1982, La Tartaruga, con introduzione di Silvia Giacomoni; sarà tradotto in tedesco nel 1983: Die Geburtder Hausfrau und ihr Tod,München, Frauenbuchverlag.
“È un libro maledetto” scrive Paola alla madre il 18 aprile 1946, commentando la fortuna della Massaia, “di cui tutti fanno tanti elogi, ma di cui nessuno si sente il coraggio di parlare perché, dicono, è molto difficile parlarne”. Masino, in fondo, aveva ragione: la critica, anche nel tempo, si è mantenuta, in sostanza, alla superficie del testo (parentele e prestiti, nell’ambito della tradizione europea: Pirandello e De Chirico, Ibsen, Gadda e Bontemepelli, tra surrealismo, decadentismo e realismo magico), mentre il romanzo, pur leggibile, allora come ora, a livelli diversi, non è semplice da interpretare, anche al di là delle attese della sua autrice.
Articolato in nove capitoli, e chiuso da un Epiologo, il romanzo – in cui al racconto (in terza, o in prima persona) si intrecciano pezzi teatrali e pagine di diario, fiaba, sogno o visione – racconta, come preannuncia il titolo, la parabola esistenziale della massaia, una figura astratta (e dunque priva di nome proprio), a cui dà corpo una fanciulla, anch’essa senza nome. La funzione della parola, per Masino Verbo, è quella di estrarre, dall’indifferenziato, l’idea, come si legge in uno dei numerosi inserti, autoriali, del romanzo: “lei [la fanciulla, in cui si dispone il punto di vista dell’io narrante] da gran tempo pensava agli avvenimenti della materia come ad altrettante attuazioni di idee e subito si metteva alla ricerca di quelle appena il fenomeno lirico le si palesava” (p. 25. Tutte le citazioni sono dall’edizione del 1982).
I capitoli I e II – entrambi brevi, in terza persona, nei tempi del passato – introducono alla vicenda, raccontandone l’antefatto: “Da bambina”, recita l’incipit, “la massaia era polverosa e sonnolenta” e la madre “gliene serbava rancore” (p. 13). L’idea che guida la prima origine della massaia (il personaggio protagonista del romanzo) è quella della nascita: la bambina, “un grumo di pensiero” (p. 14), che “distesa in un baule” [...] va catalogando pensieri di morte” (p. 13), nulla sa della nascita. E si rivolge alla madre.
Nel dialogo, surreale, tra la figlia e la madre (che, priva di pensiero, non riconoscendo il valore delle parole, non capisce il discorso dell’altra), la nascita ha due definizioni. Per la figlia, “Nascere è passare traverso un dolore ostile e altrui che ci conservava, per andare dove il nostro proprio dolore ci attrae, che ci consumerà (p. 24).
Per la madre, invece, “la nascita è l’amore, anzi no: il matrimonio” (p. 25).
Con queste premesse - che delineano, nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, la prima parte dell’itinerario della fanciulla-massaia – alla richiesta della madre (tentare, almeno, di “apparire una donna normale”: p. 27), la fanciulla, pur persuasa della sua “verità”, risponde: “ Ecco: allora dirò così: poiché io sono più forte di te, cedo” (p. 29).
I capitoli III, IV, V raccontano, in un fitto intreccio di tipologie narrative, la seconda nascita della fanciulla, quella “vera”, nella prospettiva della madre: l’entrata nel suo “mondo di donna” (p. 38), scandita dal ballo (che introduce la fanciulla in società); dal matrimonio (che la rende padrona di casa) e dal pranzo offerto alle autorità (che introduce in società la massaia).
Dopo il bagno, rito di purificazione, con risvolti sacrificali, che fa emergere, in uno splendido autoritratto (dell’autrice), il corpo (“Il corpo, finalmente rivelato, era di una bellezza morbida, non comune”, p. 34), nel capitolo III, il primo passaggio della fanciulla verso la vita adulta si snoda tra il suo ingresso, teatrale, nella scena del ballo (all’insegna della figura materna), e l’addio al baule, la tana dell’infanzia, all’insegna della figura paterna. L’immagine della fanciulla che, “dritta come una statua davanti a tutti” (p. 42), si registra (in un discorso indiretto libero in prima persona) come parte della scena che osserva e giudica (interrogandosi, tuttavia, sul perché dell’abbandono della sua “verità”), fa da pendant all’immagine della bambina, che si congeda dalla propria infanzia. Introdotta e commentata da cori (gli invitati, i padri, le madri), la visita al baule, da cui la fanciulla, come lei stessa dice, è uscita come Pinocchio dal corpo del burattino, celebra, dunque, il rito di congedo dall’infanzia (il regno della “verità” abbandonata), la “vecchia natura” di cui Masino scrive, da Venezia, ai genitori, nell’aprile del 1938, con nostalgia e affetto “Rimasero solo quelle due creature [il padre e la bambina] e si guardarono”, si legge in chiusura della scena. “Si amavano tanto e non sapevano che cosa dirsi”. (p. 47).
Nel capitolo IV, sposa di uno zio anziano che la rende padrona della sua casa (“La casa è la famiglia [...] E’ dovere della buona sposa farla prosperare”, p. 60) la notte, domati “i desideri e i fremiti” della carne, la sposa (ora abbandonata dal pensiero in cui era stata avvolta la fanciulla) sposta l’immaginario, le pulsioni e i desideri sugli oggetti della casa: “Ecco nascere in lei una specie di malposto affetto materno; impulsi di tenerezza nel toccare le parti della sua casa quasi fossero parti del corpo di un figlio” (pp. 67–68). In un crescendo, ossessivo, della tensione - sono le pagine, in cui ogni libro della biblioteca di casa le rimanda attese di cure domestiche – prende corpo la figura della massaia, che si dispone tra le “nove pagine di quaderno”, la voce segreta della massaia (i quaderni di Appunti di Masino?), che “furono il suo modo di dire a Dio: “Non più” (p. 86), e l’apoteosi del pranzo offerto, per volontà dello sposo, alle autorità del paese, nel giorno dell’Epifania del primo anno di nozze, tema del capitolo V. La nascita della massaia, narrata, nei primi cinque capitoli del romanzo, è accompagnata da una sequenza di sogni che registrano, in parallelo all’adeguamento della fanciulla ai propri ruoli, le modificazioni grottesche del suo inconscio. Così, se nel capitolo I il sogno (“tele di ragno intorno e sopra e sotto di lei”), la lasciava immersa “in una bava gelata” (pp. 15-16 ), dopo il ballo, alla fine del capitolo III, il sogno che turba il suo sonno improvviso (“Respira come uno che attende la condanna”, pensavano gli invitati guardandola, p. 51), si scioglie con il dileguarsi delle ragnatele: “Davvero tutto della sua infanzia era finito”, commenta la voce narrante, “Messo a posto anche l’incubo, catalogato” (p. 52).
Il suo primo sogno di “donna”, la notte delle nozze, fu invece “Un bucato di tele di ragno da fare (p. 61), mentre il sonno in cui la massaia si immerge in attesa degli ospiti, nel capitolo V, ne separa la breve parte introduttiva, narrata, dalla messa in scena del pranzo: un sogno? La parte si presenta come un copione, con i personaggi, le didascalie e le battute di dialogo, il testo di una rappresentazione teatrale, grottesca e surreale, che mette in scena la materia del mondo: «In che angolo, su un divano di raso bianco, scalzo, dorme La Massaia. Sogna e nel sogno ride. Si sveglia di soprassalto. Con il filtro, dunque, di una doppia distanza (il sogno, la finzione) le pagine mettono in scena il caos della materia trattata: l’amore ideale (il Giovane Bruno, la figura fantasmatica che compare nella narrazione all’atto del congedo dal baule), il marito, la servitù; le relazioni familiari (Coro delle signore di una certa età, Coro dei signori mariti, Coro delle madri, Coro delle fanciulle) la cucina e l’allestimento del pranzo, un teatro nel teatro sognato nel sonno. La massaia, rivolta (dentro di sé) al Giovane Bruno, gli dice : «Perdonami, ma quello che possono dirmi o posso dire stanotte non deve importarti. Lo sai: è come se fossi in maschera» (p, 109). La Massaia, dunque, è nata, ma è scissa tra la realtà del suo pensiero e la ineluttabilità del suo destino, come conferma, in chiusura del dramma (e del capitolo), la Massaia tornata Signora.
Ma qual è, dal punto vista tematico, il fulcro della nascita della massaia?
Nella lettera ai genitori del 27 marzo 1941, commentando i tagli al testo richiesti da Mondadori (“tutte le frasi contro o quasi contro la maternità”), Masino scrive: “tutta la Massaia è imperniata sul fatto che la maternità non è una virtù ma una condanna, almeno dalla Bibbia in poi. Naturalmente questo, se ognuno si mette a [...] pensare alla propria madre, può dare fastidio, ma io vorrei che si capisse che la madre qui è presa in blocco [...] fatto materiale che porta con sé i figli e la società, come diminuzione dell’individualità personale d’ogni creatura”. Il materno, dunque, è la materialità della vita, il “destino” della donna, segnato dal suo stesso corpo.
Dice il Cardinale, nel capitolo V: “Figliola mia, ma la condanna biblica alla maternità non è che la condanna alla materialità della vita. Bisogna accettare con riconoscenza le punizioni divine e dunque fare della vita la cosa più materiale possibile” (p. 114).
I capitoli VI, VII, VIII, IX che, dopo la nascita (un passaggio, come dice la fanciulla alla madre, da un dolore altrui al nostro dolore), declinano la decadenza della Massaia, e la accompagnano alla morte, raccontano questo destino, la verità della madre, che contrasta il “grumo di pensiero” della bambina, la sua tensione all’assoluto.
L’identificazione della Massaia con il proprio ruolo, o meglio, il momento in cui «la donna si è convinta a fare la parte che le è stata assegnata» (p. 209), si situa nel capitolo VIII, preceduto da due percorsi, entrambi volti a dominare, o a sublimare, il caos, la materia sottesa ai ruoli delle donne. Il primo, elaborato nel capitolo VI, mette a fuoco il tema, già introdotto nel capitolo IV, della scrittura di sé, o per sé, come strumento per trovare una ragione che rendesse anche a lei (come a tutte le altre donne) accettabile quel «martirio». Introdotte da un breve racconto in terza persona, le scritture del privato - le Memorie prime (espressione del pensiero) e le Memorie seconde (annotazione diaristica di eventi esteriori), entrambe in prima persona - non portano a nessuna soluzione, e sono abbandonate. In un discorso metanarrativo allusivo e indiretto, Masino ci dice, dunque, che il romanzo che sta scrivendo, per quanto contiguo alla propria esistenza, nulla ha a che fare con l’autobiografia (un genere tipicamente “femminile”, come più volte ha scritto, estraneo alla sua poetica). Eppure, nel 1982, come si è detto, presentando il proprio romanzo, allude, ma attraverso l’immagine di Bontempelli, ad una scrittura come autoanalisi («sarebbe come psicanalizzarmi»): una rilettura, dunque, che tiene conto della sua scrittura privata (già avviata negli anni in cui scrive il romanzo), i suoi Appunti, che, dopo la morte di Bontempelli, Masino aveva rivolto a interrogare se stessa, ovvero la propria scrittura.
L’interruzione delle Memorie, introduce al secondo percorso che, avviato nel capitolo VI, è elaborato nel VII: un ritorno alla memoria dell’infanzia in cui al Giovane Bruno, che riemerge da un paesaggio totalmente surreale, si accosta una ragazza esile (come una «bambina» p. 161), il suo doppio, che riconduce la Massaia alla sua casa, la segue nei suoi percorsi domestici e poi sparisce.
La Massaia, dunque, assume la propria parte. Disciplinati e poi banditi i sogni, diminuiti la servitù e ogni consumo superfluo (siamo in tempo di guerra), assunte su di sé tutte le funzioni domestiche, la sposa attua, quindi, la sua ultima trasformazione: da Massaia a Madre dell’umanità.
L’ultimo passaggio è argomentato, in una scrittura che assume la tipologia del saggio, dalla Massaia stessa che, in un dialogo con lo sposo, ripercorre, dall’infanzia all’età adulta, il suo desiderio di maternità. Se nell’adolescenza, il suo «cuore» (p. 232) aveva atteso, e invocato, i figli – a lei negati, come si legge nel pezzo teatrale del Capitolo V, dal Giovane Bruno («ti ho lasciata libera», le dice, perché tu possa essere intera» (p. 114) – fatta donna, la maternità le è apparsa come il più grave dei soprusi. Il castigo del peccato, dice, non è il dolore del parto, ma il «dirompersi dell’individuo»che, smemorandosi, trova scopo nella ragione di un altro essere, e non «di tutti gli esseri egualmente» (p. 233). La rinuncia alla maternità biologica, consente dunque, di farsi madre di tutti. Estese, allora, le cure domestiche dal nucleo familiare all’intero contesto sociale, ed investito, in questo, il patrimonio della famiglia (“Per me”, commenta “il baule e qualche gronciolo mi bastano”, p. 237), la Massaia, ora una macchina da lavoro, una “immensa azienda” (p. 226), preso congedo dai relitti della sua infanzia, e dalle figure della propria vita da sposa, muore, mentre la Madre “urlava come quand’ella era nata” (p. 278)
L’Epilogo, in cui la voce narrante si dispone molti anni dopo le vicende narrate, chiude, all’insegna dell’umorismo, il romanzo, ma insieme ripropone il dubbio, rimasto irrisolto, della Fanciulla che, alla fine del capitolo II, aveva chiesto alla madre:”Sei sicura che esiste, per me, un’altra forma migliore? […] Non temi che il ricordo del pensiero che io abbandono mi si insinui poi nella vita […]? Mentre se io continuo in quello […] sarò nella mia verità?” (p. 28). Il romanzo, infatti, è il racconto di una sconfitta, come sembra dire l’immagine della Massaia, intenta a pulire la tomba della propria famiglia. Ma c’è ancora qualcuno, una parte di lei, che ne ascolta il pensiero, e la racconta; che, a distanza di anni, dice che, anche lei, sarebbe dovuta morire allora, perché non aveva più niente da dire. Aggiungendo però, in un continuo gioco delle parti: «Ma sono sopravvissuta per ragioni femminili: un uomo e una madre da accudire».
[...] nella lettura del romanzo, raccontandocelo a voce. Infine, abbiamo riportato qua per intero la postfazione al volume scritta da Marina [...]