La vita intensa
Massimo Bontempelli
Uno scritto di Alessandro Tinterri: “Il bruco e la farfalla”
Chi era Massimo Bontempelli? Si sarebbe tentati di rispondere, pirandellianamente, uno nessuno e centomila, tali e tante furono le sue metamorfosi o, meglio, le sue rigenerazioni nel corso della vita. Chi era, dunque, l’autore de La vita intensa? A questa domanda egli stesso ci aiuta a rispondere con maggiore approssimazione. Scrittore autobiografico, al punto che egli stesso diceva che ogni suo racconto valeva a ricordargli un istante preciso della sua vita, l’autore de La vita intensa ha disseminato lungo tutto il suo «romanzo dei romanzi» una serie di tasselli, che, opportunamentericomposti, ci offrono un autoritratto, datato tra il marzo e il dicembre 1919, arco di tempo durante il quale La vita intensa apparve a puntate sulla rivista “Ardita”. All’epoca Bontempelli veste ancora la divisa grigioverde e ha quarantuno anni. La sua età gli provoca una punta di rammarico: «Eppure preferirei averne un’altra: per esempio venti anni. – si legge ne La vita intensa – E una volta li avevo! Ma non lo sapevo. Al fronte ho avuto sempre per compagni d’arme ragazzi dai diciotto ai ventidue anni, e mi pareva una grande ingiustizia. Vagheggiavo un mondo che fosse come un gran tribunale, e sopra la testa del Presidente stesse scritto: L’Età è uguale per tutti».
In Mia vita morte e miracoli, libro del 1931, si trova un’affermazione altrettanto perentoria: «Io sono nato per un atto della mia volontà». Così stando le cose, risulta assai meno sorprendente e stravagante l’avvertenza rivolta al lettore de La vita intensa: «È bene tuttavia si sappia ch’io ho l’abitudine di cambiare ogni tanto di paese natìo [...]». Va da sé che chi è in grado di nascere per un atto di volontà può ripetere l’esperienza più di una volta, a piacimento e ciò è tanto più vero quando ci si riferisca a una rinascita letteraria, come nel caso del nostro autore, che nel momento in cui si accingeva a porre mano a La vita intensa, aveva già alle sue spalle un passato ragguardevole. Del resto, ancora in Mia vita morte e miracoli Bontempelli assevera: «Ogni uomo può fino all’ultimo giorno della sua vita ricominciare tutta la vita».
La Prima guerra mondiale fa da spartiacque nella vita e nella produzione letteraria dello scrittore. C’è un prima, che si prolunga sino al 1916, anno in cui vedono la luce un dramma, La piccola, e una raccolta di racconti, Teatrino, e un dopo, che vede Bontempelli, come molti altri, reduci dal fronte, gettarsi a capofitto in una modernità milanese screziata di futurismo, rifiutare quanto precedentemente pubblicato (eccezion fatta per un successivo recupero dei Sette savi) e affrontare una nuova vita, La vita intensa per l’appunto.
E al settimo romanzo, dal titolo emblematico, Mio zio non era futurista, si fa beffe di quel suo alter ego e del suo bagaglio passatista: zio letterato e nipote in odore di futurismo non sono che proiezioni dello stesso autore, che, come un Giano bifronte, con una faccia volge lo sguardo al passato e con l’altra scruta il futuro. Anche le citazioni, fondi di baule della memoria, appartengono al Bontempelli d’antan, un Bontempelli d’annata, per la precisione 1904: la prima è tratta dall’ultima delle Egloghe, intitolata Invito alla campagna, la seconda è costituita dalle terzine finali del sonetto Al Carducci, proveniente dalla raccolta di Settenari e Sonetti. Che spasso gettarsi alle spalle tutto l’armamentario di terze rime, sirventesi, settenari e sonetti, compresa una tragedia in endecasillabi, Costanza, per andare, baldanzosi e leggeri, incontro a un nuovo futuro!
Compagno di strada, nella nuova ora, Alberto Savinio, fratello del pittore Giorgio de Chirico, figlio anche lui, come Bontempelli, di un ingegnere ferroviario, che, anziché in Italia, aveva peregrinato per tutta la Grecia. I due si conoscono a Milano nel 1919, dove anche Savinio, ventottenne, indossa ancora la divisa ed è addetto all’ufficio della censura militare. Due volte Savinio fa capolino tra le pagine de La vita intensa, la prima volta è nel quinto capitolo del IV romanzo, dal titolo Il dramma del 31 aprile ovvero Delitto e castigo, laddove l’autore si lancia in un’articolata dissertazione sull’arte di farsi le sigarette: «Io affermo che le sigarette si fanno arrotolando la carta all’insù e in dentro, verso il corpo dell’autore, Savinio invece sostiene che si fanno arrotolandole in giù e in fuori, con una vaga direzione verso il corpo dell’interlocutore». La seconda, una vera epifania, si trova nel terzo capitolo del «romanzo dei romanzi», laddove tutti i personaggi via via incontrati nelle pagine de La vita intensa, in numero ben più consistente dei sei di pirandelliana memoria, convergono nella casa dell’autore per dare vita a una vera e propria sarabanda, al centro della quale spicca l’amico seduto al pianoforte e il cane Kri-kri: «S’erano accese discussioni parziali, più o meno animate a seconda dei caratteri, soffocate tutte dal tumultuare ariostesco del pianoforte su cui Savinio aveva attaccato il primo atto del Perseo. D’un tratto, quando di sotto alle sue innumeri dita scaturì il tema magniloquente di Poseidon, Kri-kri, agitandosi come se si scrollasse ancora d’addosso l’acqua della vasca napoletana, si mise ad abbaiare furiosamente contro la musica».
A sua volta Bontempelli, insieme con il poeta Vincenzo Cardarelli, compare nel libro di Savinio dedicato a Milano, Ascolto il tuo cuore città, a conferma di un’amicizia e di un’intimità ormai strette: «Bontempelli e Cardarelli arrivarono a Bellagio nel pomeriggio, andammo tutt’e tre a far una passeggiata in barca. Doppiammo la punta Spartivento, vogammo un poco nel riflesso del monte boschivo che regge al sommo villa Serbelloni, e d’un tratto, nell’ombra glauca di un piccolo seno, un quadro ci si rivelò al vivo di Anders Zorn: due fanciulle dorate nelle carni e nei capelli si trastullavano nell’acqua credendosi sole, si dondolavano alle sporgenti rame degli alberi, battagliavano a spruzzi di smeraldo. Lo sciabordare della nostra imbarcazione le turbò, lanciarono gridi d’argento, tentarono fuggire; ma infine, un po’ con minacce e un po’ con lusinghe, pescammo dal lago quelle grondanti sirene, e presso Pescallo ci disalterammo con latte diaccio, in una fattoria costrutta con ben connessi tronchi d’abete. Era l’Arcadia, e, per una volta, Gian Giacomo non mentiva. Il giorno tuttavia non aveva dissipato al tutto le ombre della notte, passavo lo sguardo tra gli alberi folti, frugavo il fondo della foresta a sorprendere l’apparizione di un abito che cammina. In verità, le due lacustri sirene erano fotografe di professione, con laboratorio a Bellagio e grandi paesaggi sommariamente dipinti in grigio sugli schermi, e dal nostro mitologico incontro nacque una immagine di noi tre, che nel 1929 ebbe gli onori della riproduzione nella rivista “Variété”, di Bruxelles» (Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore città, Adelphi, Milano, 1984, p. 260).
Ne La vita intensa Bontempelli accenna a una personale «delusione matrimoniale», informandoci che nel 1919, dopo dieci anni di matrimonio, il suo rapporto con Meletta Della Pergola era in crisi. Tra Savinio e Meletta c’è simpatia, e, forse, qualcosa di più (in casa Savinio si ricorda un ritratto, divertito e confidenziale, di Meletta coi capelli ritti in testa, come la pubblicità delle matite Presbitero). Che si trattasse di qualcosa di più di una semplice amicizia s’intuisce da quanto scrive nelle sue memorie, sia pure con molta discrezione Maria Morino, nel 1926 da poco sposata con Savinio. Ci pare di poter cogliere un’ombra di allusione nelle parole della «Mamma» di Bettì (soprannome familiare di Savinio, mentre l’accigliata maman in casa era chiamata, non senza qualche ironia, «Madame la Baronne»): «Bettì e io andammo a stare in casa di mia madre, in via dei Crociferi [a Roma]. Una sera, prima di partire la Mamma disse a Bettì: “Domani viene Meletta Bontempelli, vieni anche tu, ma vieni da solo”. Io rimasi molto male ma non osai dir nulla. Bettì seppe prospettarmi le cose in modo così giusto che l’indomani alle cinque del pomeriggio andammo insieme. Fu una sorpresa per la Mamma e anche per la sua ospite. La signora era moglie di Massimo Bontempelli, e da molti anni amica dei de Chirico, di Bettì in particolare. Io, vedendola turbata, feci il possibile per rasserenarla. Andammo a prendere il tè alla Casina delle Rose. La signora Bontempelli mi dimostrò una grande simpatia, parlò a lungo con me e quando ci lasciammo, mi disse: “Maria, a Parigi magari in camera mobiliata, ma soli!”. E così fu» (Maria Morino, Con Savinio, a cura di Angelica Savinio, Sellerio, Palermo, 1987, p. 38). E a Parigi, dove presto si sarebbe trasferito anche Bontempelli con la sua nuova compagna, Paola Masino, la frequentazione sarebbe ripresa assidua.
Ma torniamo al 1919, all’anno in cui i due si conoscono. A favorire la nascita di una reciproca amicizia, c’è la curiosità dell’uno verso l’altro e un mutuo interesse. Hanno entrambi condiviso, come molti, del resto, l’esperienza della guerra, che per Savinio, arruolatosi volontario, è stata l’occasione di affermare la propria italianità. Bontempelli, però, è scrittore conosciuto e ben introdotto nell’italico mondo delle lettere, in cui Savinio è ansioso d’inserirsi. Del resto, la decisione di Bontempelli di ricominciare un nuovo corso contribuisce a colmare la differenza d’età tra i due: malgrado gli anni che li dividono, in fondo, sono due debuttanti. E se Bontempelli conosce l’Italia per averla percorsa in lungo e in largo sin dalla sua infanzia, Savinio conosce l’Europa, la Grecia, dove è nato, per poi trasferirsi adolescente in Germania, a Monaco, dove ha perfezionato la sua formazione musicale (e Bontempelli si diletta di musica), e, infine, Parigi, dove ha conosciuto Apollinaire: se per Savinio Bontempelli rappresenta una chiave per l’Italia, per quest’ultimo il giovane amico è il passe-partout per la Francia.
A un certo punto della Vita intensa fa la sua apparizione una curiosa figura di portinaio, lettore de “La Vraie Italie”, una rivista ideata da Papini con l’editore fiorentino Vallecchi, redatta in francese per diffondere all’estero il progetto culturale della nuova Italia. Rivista dalla vita breve, “La Vraie Italie” cessa di esistere nel maggio 1920, in tempo, tuttavia, perché Savinio, suo assiduo collaboratore, pubblichi un ritratto di Bontempelli per molti versi illuminante. Quella che appare su “La Vraie Italie” del novembre 1919, la si può dire un’istantanea dello scrittore, còlto nel momento stesso della Vita intensa, meglio ancora una radiografia del suo animo, che qui traduciamo dal francese per comodità del lettore: «[Massimo Bontempelli] Possiede due personalità pressoché opposte. Ciononostante non è un uomo dalla doppia faccia, come le stoffe di buona qualità o il dio Termine. [...] Non ha mai voluto confessare la sua età (che, palesemente, oscilla tra i diciotto e i quarant’anni) così come non ha mai voluto precisare il suo luogo di nascita – anche se, talvolta, gli capita di citare questo o quel paese, con l’emozione dettata dal ricordo della terra natale [...] Notazione importante: le sue due personalità non sono contemporanee, ma successive l’una all’altra. D’ora in avanti le chiameremo fasi».
La prima fase, inutile dirlo, comprende tutta la cospicua produzione letteraria del Bontempelli d’anteguerra, che Savinio enumera con puntiglioso compiacimento, quasi a voler soppesare nella sua giusta misura l’entità di un’abiura, che getta alle ortiche tante sudate carte. Il giudizio conclusivo, condiviso, se non dettato dallo stesso Bontempelli non lascia spazio a rimpianti: «Se Massimo Bontempelli avesse continuato su questa via, non avremmo motivo oggi di parlare di lui, salvo semplicemente iscrivere il suo nome nel novero di quei vaghi letterati che riducono l’arte a un semplice mestiere.
Ma, nel caso di Massimo Bontempelli, si registra un fenomeno piuttosto bizzarro: bizzarro soprattutto per il fatto che in lui questo fenomeno si verifica in quel periodo della vita in cui meno ci si aspetta di vedere un uomo variare, mutare, trasformarsi. Ancora troppo giovane per l’età critica sia pure letteraria, si tratta di un’autentica trasformazione spirituale, direi perfino di un rinnovamento».
Trasformazione preceduta da qualche tentativo anacronistico, secondo la severa visione critica di Savinio: La guardia alla luna, prossima a essere rappresentato dalla primaria Compagnia diretta da Virgilio Talli (lavoro teatrale che nel 1919 già non convinceva più il suo autore) e il volume di versi Il purosangue, strampalato nel suo infantile futurismo. Sintomi di una crisi, alla quale lo scrittore ha cercato di reagire appoggiandosi ancora alle scuole, «mezzo deplorevole e vizioso», ma crisi pur sempre salutare, perché, liberato da tanta zavorra («retorica, estetismo, mediocrità borghese, cultura scolastica, ecc.»), finalmente alleggerito lo scrittore ha potuto rivelare il suo vero talento, scoprire la sua vera natura, dando vita a una nuova produzione letteraria, che nulla ha a che spartire con la sua precedente. Per questo Savinio sostiene trattarsi di un caso dei più singolari, perché arrivato all’età che per i più coincide con la piena maturità e per molti inizia un cammino involutivo, se non la fase discendente, Bontempelli, al contrario, entra in una fase adolescenziale, approda a un «esordio ritardato».
Si tratta di un debutto affidato soprattutto al teatro, due i titoli, Siepe a nordovest e Eva ultima (poi trasformata in romanzo), mentre sul côté del romanziere: «Da un anno, mensilmente, pubblica sulla rivista “L’Ardita” dei romanzi umoristici assai brevi. Ci ha dato così dodici [sic] romanzi lillipuziani su dodici differenti soggetti. È dunque un umorista!». Forse non si tratta di vero umorismo, prosegue Savinio, nel senso in cui può essere inteso in America, Inghilterra, Francia, essendo gli italiani fondamentalmente privi di umorismo, si tratta piuttosto di quello spirito diffuso in Italia nelle sue varianti regionali: «Ma questo spirito Massimo Bontempelli ha saputo limarlo nei suoi piccoli romanzi fino a dargli una delicatezza mai prima raggiunta. Raramente è paradossale e non fa mai ricorso al calembour. Tratteggia delle scene di vita quotidiana, deformandole appena. Ma, attraverso questo velo di leggerezza, avvertiamo una vera umanità – passioni, sentimenti, drammaticità di situazioni – in breve ritroviamo tutti quegli elementi che informano il miglior autentico romanzo. Potremmo dire che Massimo Bontempelli, nella sua serie di romanzi in miniature fa, con grazia e disinvoltura, ciò che Balzac fece, con ampiezza e gravità, nei suoi romanzi ciclici. Così, nel primo, lo scrittore si lascia andare a un tale abbandono, che ne risultano situazioni tali in cui la fatalità della vita si mostra nei suoi aspetti più sorprendenti. Con tutto ciò, i piccoli romanzi di Bontempelli sono divertenti all’eccesso e costituiscono una formula letteraria mai tentata prima in Italia».
Nella Prefazione a La vita intensa Bontempelli fa tabula rasa di un secolo di tradizione letteraria, si accosta a Dumas per parodiarne l’inizio dei Tre moschettieri, cita il romanzo psicologico di Bourget, per lanciare subito dopo programmaticamente la sua sfida di «rinnovare il romanzo europeo». Si direbbe di avvertire un afflato futurista in tanto slancio programmatico, così come è un tratto tipicamente futurista l’attitudine alla beffa del protagonista del primo dei dieci micro-romanzi, di cui La vita intensa si compone, non fosse che il futurismo per lo scrittore è ormai alle spalle o, meglio, sarebbe dire il marinettismo, a voler distinguere il variegato movimento avanguardista dal suo fondatore, che nel «romanzo dei romanzi» viene evocato in un «pellegrinaggio» all’abitazione milanese di Marinetti, che maliziosamente indugia sull’arredo, curiosa miscela di futurismo ed estetismo dannunziano: «Sul principio mi fe’ specie il pianoforte e l’armonium, che, come ognun sa, Marinetti tiene in quel suo salotto ultrafuturista; ma osservando come, in mezzo a quel dinamismo, i due vieti strumenti si trovassero mogi e mortificati, capii che il maestro li tiene là per umiliarli e umiliare in loro tutte le smorte e morte armonie del passato».
Un tono alquanto sbarazzino, sotto l’apparente reverenza, che nulla toglie al giudizio sul futurismo formulato da Bontempelli in sede critica, inteso a riconoscerne i meriti storici, ribadito ne L’avventura novecentista (Firenze, Vallecchi, 1938): «Noi professiamo una grande ammirazione per il futurismo, che nettamente e senza riguardi ha tagliato i ponti tra Ottocento e Novecento. Senza i suoi principii e le sue audacie lo spirito del vecchio secolo, che prolungò la propria agonia fino allo scoppio della guerra, anche oggi ci ingombrerebbe: nessuno di noi novecentisti, se non fosse passato attraverso le persuasioni e le passioni del futurismo, potrebbe oggi dire le parole che aprono il nuovo secolo».
Ma con La vita intensa Bontempelli è rinato a una nuova vita di scrittore: viene in mente il palazzeschiano «lasciatemi divertire», lui pure, infatti, si diverte a prendersi gioco dei luoghi comuni, dei meccanismi narrativi usurati. Come dice Marinella Mascia Galateria (Tattica della sorpresa e romanzo comico di Massimo Bontempelli, Roma, Bulzoni, 1977), mette in atto una tattica basata sull’utilizzo consapevole di tutta una serie di procedimenti stilistici di sorpresa e di straniamento. Le varie avventure che si succedono nel corso dei dieci fulminei romanzi, di cui La vita intensa si compone, ruotano intorno a un nucleo ideologico centrale: la rappresentazione ironica della società borghese del primo dopoguerra, dipinta nella sua quotidianità, con la sua logica, i suoi ritmi, i nuovi idoli della modernità.
Tutto questo avviene con perizia, ma senza sicumera, con una felicità e una facilità di scrittura, che contribuiscono a dare al lettore quella sensazione di leggerezza, rafforzata dagli esiti comici delle spesso stravaganti peripezie. E, tuttavia, c’è del metodo nella dissacratoria dissoluzione del romanzo di tradizione messa in opera da Bontempelli. Se proviamo a elencare i bersagli dello scrittore, come ha fatto in uno studio recente Ugo Piscopo (Massimo Bontempelli. Per una modernità dalle pareti lisce, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2001), ne emerge un vero catalogo: il primo romanzo, si è detto, è contro la ricetta alla Bourget, dove a una mezz’ora di vita dei personaggi corrispondono «almeno venticinque movimenti psicologici principali e un centinaio di vibrazioni psichiche accessorie»; il secondo è contro il romanzo ciclico alla Zola e i suoi epigoni italiani, come Salvator Gotta, dove «c’è tutto; c’è il nero e il rosso, lo strozzino e l’usignolo, il porco e il garofano screziato»; il terzo è contro «il romanzo a intreccio drammatico», con obiettivo polemico specifico il dannunzianesimo, ovvero la fantasia erotica gratuita; il quarto è contro il polpettone sentimentale alla Carolina Invernizio, anche se pomposamente nel titolo si richiama a Dostoevskij; nel quinto, contro il memorialismo, «viene ricostruito – scrive Piscopo – un fitto reticolo di eventi e dialoghi minuti, che ambiscono a un decoro di storicità memorabile e che invece si sovrappongono e si neutralizzano su una pista di accadimenti ordinari e banali», è il controcanto parodistico alla memoralistica d’autore («Quando leggevo le Memorie di Casanova, la cosa che più mi maravigliava era come l’autore già vecchio riuscisse a ricordare i menomi particolari dei dialoghi e degli atti più insignificanti di ognuna delle rapide comparse che tanti e tanti anni prima avevano servito da sfondo alla tragicommedia della sua vita»); il sesto è contro il Bildungsroman, dove una sigaretta, assurta a dignità filosofica, può diventare misura di vita; il settimo è «contro le ritualità sciamaniche del futurismo»; l’ottavo, «contro la letteratura dell’incomunicabilità e dell’assurdo», sembra un’anticipazione del miglior Campanile; il nono, oltre a rispecchiare la passione dello scrittore per il gioco delle carte (memorabili le lunghe sedute di scopone con Pirandello a Castiglioncello, del resto, il figlio dello scrittore, Mino, sarebbe diventato un professionista del gioco a carte) è contro il voyeurismo e il sadismo del lettore, al quale, altrettanto sadicamente, viene negato lo scioglimento finale; infine, il decimo e ultimo, il «romanzo dei romanzi», è una sorta di «storia di tutte le storie», per dirla con Rodari, una mise en abyme di sapore pirandelliano (vale la pena di osservare al riguardo che se i Sei personaggi in cerca d’autore sono del 1921, la novella Colloquii coi personaggi risale al 1915).
Né poteva mancare in tanta frenesia innovativa una commistione di generi, l’innesto di un dialogo scritto sotto forma di teatro, quale si trova al capitolo quinto del terzo romanzo, per l’appunto «scritto in forma di dialogo per aumentare il movimento drammatico». Solo un’anticipazione di quanto in misura assai più rilevante si ripeterà con Eva ultima, la cui definitiva redazione romanzesca conserva tracce cospicue di un’originale ispirazione teatrale, testimoniata da Savinio nell’articolo che abbiamo riportato.
A partire dalla pagina di apertura de La vita intensa, in cui lo scrittore, quasi in obbedienza a un appuntamento con il lettore («una mattina, tra le 12 e le 12,30»), sembra volerlo prendere per mano e condurre «da via San Paolo alla Galleria», per poi, nelle puntate successive, introdurlo in un percorso viario toponomasticamente dettagliato, tra Milano e Roma, Bontempelli traccia itinerari spazio-temporali, che contribuiscono, insieme con i mezzi di locomozione adoperati, dal «tranvai» all’automobile, a creare il paesaggio urbano della metropoli moderna, in perpetuo e frenetico movimento. E la cattedrale di tanta modernità, la sede per eccellenza della «vita intensa», non poteva che essere la stazione di Milano, in tutta la sua monumentalità e con il suo eccesso di decorativismo, un gigante, al pari del Duomo (da Alberto Cecchi apparentato al panettone), che rappresenta la milanesità. Alla stazione di Milano è, infatti, ambientato l’ottavo romanzo, Florestano e le chiavi, un inno al viaggio, ma anche un manuale d’istruzioni per il viaggiatore moderno, per il protagonista anonimo della rivoluzione di massa nel campo dei trasporti: qualcosa sospeso, cinematograficamente parlando, tra L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Lumière e la Grand Central Station di New York, pullulante di folla, di Intrigo internazionale di Hitchcock. È qui che il lettore s’imbatte ne «l’urlato inno della vita intensa degli uomini verso lo stellato cadente d’agosto» (lo stesso mese, sia detto en passant, di Quando la moglie è in vacanza, il film di Billy Wilder, che inizia con le sequenze girate alla Grand Central Station). Ma la descrizione di tanta umanità dilagante assume a momenti gli accenti di un girone dantesco: «l’amalgama viscido saliva ribollendo su dalle profondità delle scalee, gorgogliava presso i cancelli, vi filtrava attraverso, e di qua si rinfittiva per fare impeto contro le alte porte delle uscite; sboccando all’aperto cominciava a dilagare, tragico pastone umano sputacchiato qua e là di luci erratiche dalle lampade che non riuscivano a tener buia la piazza, postiglione macabro rimescolato dai lunghi bastoni d’ombra che si protendevano dai lampioni». Ma la modernità, complice la promiscuità del «tranvai», può essere anche occasione di fugaci avventure, quale l’incontro con la sconosciuta del secondo romanzo, che offre il destro allo scrittore per un esercizio di stile sulla seduzione femminile, il cui apice si registra nella descrizione delle calze di seta trasparente, che consentivano allo sguardo di spingersi liberamente lungo un percorso «non inferiore a venticinque centimetri».
Luigi Baldacci è lo studioso che più assiduamente si è occupato di Bontempelli, divenendo il più acuto esegeta della sua opera, ed è stato lui a curare per i Meridiani Mondadori il volume delle Opere scelte dello scrittore. Nel saggio introduttivo Baldacci esordisce con un’affermazione, non esservi autore più refrattario a essere inscritto in quelle formule interpretative tanto gradite ai critici: «Ben lungi dall’essere costante e fedele a se stesso o ad altri (al proprio Dàimone, com’egli dice nella Vita operosa, o alla propria ideologia di classe), Bontempelli è uno scrittore che cambia e si contraddice» (Massimo Bontempelli, Opere scelte, a cura di Luigi Baldacci, Mondadori, Milano, 1978).
Archiviata la fase neoclassicista, in attesa di una compiuta elaborazione di quel «realismo magico», secondo la definizione che meglio compendia la produzione della sua nuova maturità narrativa (per intenderci da Il figlio di due madri a Vita e morte di Adria e dei suoi figli, a Gente nel tempo), Bontempelli attraversò una fase di ricerca, di sperimentazione, se vogliamo. E non vi è dubbio che Avventure (1919-1921) de La vita intensa e del suo pendant immediatamente successivo, La vita operosa, siano da ascrivere tra i frutti migliori di quel periodo: «Nei primi romanzi d’Avventure (1919- 1921) egli è assolutamente candido e neutrale; non ha valori da difendere o messaggi da trasmettere; non parla in nome di qualcuno, né di una classe né di un partito politico: per meglio dire, egli appartiene a una certa classe, che – è inutile dirlo – è la borghesia, ed ha anche certe idee politiche d’ordine pratico, ma, come scrittore, semmai, ci rappresenta la crisi di quella classe e di quelle idee, e non già i loro obiettivi o il loro patrimonio di certezze».
È un Bontempelli alla ricerca di sé, del suo nuovo sé, che nella sua palingenesi si appoggia ai più giovani amici (è il caso di Savinio), ne condivide i progetti di rinnovamento artistico, se ne serve, a volte, ai fini della sua personale rigenerazione. Malgrado il suo negazionismo è, tuttavia e letterariamente parlando, una fase costruttiva, durante la quale «anziché contestare le cose o i sistemi di cose, egli si limita a dichiarare la propria impossibilità a capirli». Viene poi un Bontempelli «che capisce, che penetra nel cuore segreto del reale, che riconosce il mistero».
Sarà quello il Bontempelli della seconda maturità cui alludevamo prima, ma per Baldacci non c’è alcuna esitazione: «Si dica subito che noi preferiamo il Bontempelli che non capisce, e non capendo porta nella scrittura il suo trauma di nevrosi, mentre poi quella scrittura si placa e si leviga e si rimodella sulle strutture nuove, e antiche, della mente che ha ritrovato il suo ordine e ha riscoperto l’ordine obiettivo del mondo».
Paola Masino, la giovane compagna dello scrittore, che ne condivise una lunga parte dell’avventura terrena, amava ripetere che Pirandello era un genio, mentre Bontempelli era un intelligente, e, a volte, l’eccesso di intelligenza può essere d’impaccio, specie nel processo della creazione artistica. Baldacci sembra concordare, laddove scrive nella conclusione del saggio citato: «Bontempelli ha pagato un grosso prezzo alla propria intelligenza e nella sua storia di scrittore c’è un dramma non fittizio. Ha capito tre cose, difficili da capire nella loro dialettica articolazione (e che pertanto pochissimi scrittori del Novecento hanno capito): che l’avanguardia degli anni Dieci, e in particolare il futurismo, non era una malattia infantile del nostro secolo, ma un fatto irreversibile; che l’avanguardia non può essere istituzionalizzata o, più semplicemente, protratta e continuata nel tempo (l’avanguardia è in guerra col tempo); e che tuttavia era necessario andare avanti, e non riprendere il vecchio discorso, come se niente fosse stato».
Nell’Introduzione ai due volumi di Racconti e romanzi, curati da Paola Masino nel 1961, anno successivo alla morte di Bontempelli, per la collana dei Classici Mondadori, Carlo Bo si rivolge direttamente al lettore per prepararne l’animo al piacere di una scoperta: «Chi apra per la prima volta il libro del Bontempelli narratore ha il privilegio di ripercorrere ingenuamente una strada eccezionale e, nello stesso tempo, ha anche quello di assistere a una soluzione miracolosa. Infatti l’opera di Bontempelli sembra uscita dalla lunga lotta contro il tempo intatta, sembra per natura un lavoro della grazia di invenzione stilistica ma bisogna stare attenti a non dare un accento particolare a una preparazione che per la verità è stata portata in profondità ed è costata sacrifici».
Ad attestare il cammino percorso e testimoniare i sacrifici occorsi, il primo volume si apre con i Sette savi, cui seguono, in un dislargo subitaneo d’orizzonte, i «romanzi di avventure» de La vita intensa, che ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, comunicano al lettore una sensazione di libertà ritrovata, la gioiosa leggerezza del bruco che, con suo grande stupore, si scopre farfalla.



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