La grande baldoria
Seth Freedman
Un’intervista con Seth Freedman
Perché hai deciso di scrivere La grande baldoria? Qual è stata la scintilla iniziale?
Avevo già scritto diversi editoriali per il Guardian a proposito della nascente crisi economica e dai commenti dei lettori alle mie opinioni è risultato evidente che ci fosse un settore del pubblico disinformato in maniera spettacolare, felice solo di etichettare tutti i banchieri come "cattivi" e "avidi" senza sapere alcunché di quello che veramente era successo in Borsa. Sebbene fossi d’accordo che la City fosse da incolpare in parte per la stretta del credito, era mia convinzione che il settore finanziario dovesse essere innanzitutto compreso, prima che persone ad esso esterne lo giudicassero, e che quindi la City avesse diritto a un’udienza leale con la stampa e altri soggetti.
Quando la Penguin mi ha avvicinato per discutere di un potenziale libro, sono stato felice di avere l’opportunità di presentare una visione dall’interno della City, e di fare luce su un’area avvolta da un alone di mistero e incomprensione per molte persone. Valeva la pena, secondo me, di mettere nero su bianco le mie esperienze durante il tempo che ho trascorso in Borsa, insieme alle esperienze dei miei contatti e dei colleghi che ancora ci lavorano, così da fare comprendere meglio al pubblico le macchinazioni della City e le motivazioni di chi lavora nell’alta finanza.
Pensi che saresti stato in grado di scrivere il libro anche se avessi continuato a lavorare nella City o il distacco che ti ha dato il trasferimento in Israele è stato necessario per avere una migliore prospettiva?
Innanzitutto, se fossi stato ancora nella City mentre scrivevo il libro, sarei stato troppo preoccupato per la mia carriera per scrivere delle mie esperienze con alcuni elementi di quell’ambiente, specialmente le questioni di droga, alcol, l’edonismo generalizzato e alcune pratiche illegali. Questa stessa preoccupazione l’hanno avuta anche molti di quelli che ho intervistato durante la fase di ricerca, ed è questa la ragione per cui alcuni hanno voluto mantenere l’anonimato, quando sono stati citati nel libro.
In secondo luogo, la prospettiva che ho guadagnato lasciando la City è stata vitale per la mia capacità di scrivere il libro, perché mi ha permesso di riflettere meglio sull’assuefazione e la corrosione del lavoro di trader. Mentre ero conscio degli aspetti negativi della City dal primo giorno in cui ho iniziato a lavorarci, fino a che non l’ho lasciata non mi sono reso conto di quanto possente e potente fosse la morsa dei soldi su di me e i miei colleghi della City. Insomma, ecco perché credo di essere stato nella posizione perfetta per scrivere un libro del genere, visto che avevo il senno e la prospettiva che non avrei raggiunto così facilmente continuando a lavorare nel settore.
Una delle tesi principali del tuo libro è che è il sistema a costringere i "ragazzi della City" a comportarsi in un certo modo. Non credi che ci sia un’eccessiva auto-indulgenza? Non esiste un modo per migliorare le cose dall’interno?
Certamente nel campo c’è auto indulgenza, ma non ci si può aspettare che non ci sia, vista la natura bestiale della City. Trader, broker e banchieri sono condizionati a vedere i soldi come il fine primo e ultimo della loro esistenza, e in un clima del genere paga essere centrati su se stessi, adularsi e promuoversi da soli. Non succederà mai, e lo dico nel libro, che le cose migliorino dall’interno, almeno fino a che tutta la società nel suo insieme la smetta di venerare i soldi e a trattare i ricchi come semidei solo perché hanno accumulato benessere. La City reagisce libertamente alla società, da questo punto di vista: immaginare che il cambiamento arrivi nella City prima che nella società nel suo complesso è chiedere davvero troppo alla City, che è stata creata per fare soldi, non per essere il faro della moralità. Quando la società preferirà la morale al denaro, allora la City per definizione si piegherà ad accettare questa concezione, ma non accadrà il contrario.
Credi che il "prurito" che hai ancora nei confronti della City e dei suoi soldi sia qualcosa di pericoloso per te?
Ogni tipo di dipendenza è potenzialmente pericolosa se non è tenuta sotto stretto controllo, che siano le droghe, le scommesse, il fumo o altro. Ho combattuto con questa dipendenza allontanandomi dal mercato e trovando modi migliori e più profondi per occupare il tempo. Finché vivo in Israele e scrivo per il Guardian del conflitto in questa regione, non mi preoccupo di scivolare nel vizio, ma questo non vuol dire che il "prurito" se ne sia andato: diciamo che ho smesso di grattarmi. Potrebbe cambiare tutto in un momento: la Borsa mi affascina ancora, e mi manca il brivido di comprare e vendere enormi quantità di azioni. Ma spero sinceramente che questo non accada, e faccio davvero di tutto per stare alla larga da situazioni in cui le vecchie abitudini possano riaffiorare.
Che tipo di resistenze hai trovato nelle persone che hai intervistato, se ne hai trovate?
Le persone intervistate si sono aperte completamente a proposito dei loro sentimenti nei confronti del loro lavoro e sulle motivazioni per cui hanno faticato per avere le carriere che si erano prefissati. Come ho detto prima, alcuni hanno preferito rimanere anonimi, ma tutti sembravano sollevati per avere la possibilità di parlare apertamente dei lati buoni e cattivi della City. Molti di loro, come me, erano furiosi per la caccia alle streghe che la stampa nazionale aveva scatenato contro la City, e quindi il fatto che io fossi un "insider" è stato molto d’aiuto per mettere gli intervistati a loro agio, dal momento che credevano di poter avere un ascolto imparziale da qualcuno con la conoscenza e l’empatia da permettergli di comprendere precisamente la loro opinione.
Proprio alla fine del libro affermi che "Finché (…) non si affronta la questione in modo onesto, il fenomeno del mercato fuori controllo è destinato a proseguire senza freni, divorando chiunque, dentro e fuori dalle mura della City". Chi può controllare il mercato e come? E questa è una garanzia sufficiente perché le cose migliorino?
Per definizione il modello di libero mercato così com’è oggi non sarà mai completamente controllabile. Troppa regolamentazione in un mercato (New York, Londra, Milano) non farà altro che spostare i capitali altrove, in ambienti commerciali più indulgenti. Scegliendo un sistema capitalista, la società in pratica rigetta un intervento di strapotere dello Stato e una forte regolamentazione, e per come stanno le cose il mercato si dimostrerà sempre resistente a qualsiasi misura che venga introdotta. Anche se i "regolatori" dichiarano di volere fari i duri con la City, fanno questi discorsi da decenni, e non hanno mai fatto seguire delle azioni concrete alle loro parole: ecco perché il ciclo di esplosioni e implosioni continua ancora. Dopo lo scoppio della bolla "dot-com", la regolamentazione era sulla bocca di tutti, eppure meno di dieci anni dopo abbiamo avuto un collasso anche più feroce con la crisi dei crediti: di nuovo si dice che la regolamentazione sia la risposta, ma la maggior parte degli insider della City fa delle facili previsioni che neanche questa volta si farà nulla, e così sarà nel futuro.



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