Articoli marcati con tag ‘saggistica’

Irvine Welsh su Mourinho

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La postfazione di Irvine Welh a L’alieno Mourinho di Sandro Modeo sul Corriere della Sera (traduzione di Mario Bonaldi)

Ho fatto la conoscenza di José Mourinho durante un programma televisivo trasmesso prima della finale di Coppa Uefa 2003 a Siviglia. Mourinho aveva reso il Porto una squadra davvero competitiva, trasformando una compagine un po’ in ombra in una rispettata forza europea. La differenza di comportamento tra lo «Special One» e Martin O’Neill, allora allenatore della squadra avversaria, il Celtic, non avrebbe potuto essere più netta.

O’Neill, uno dei più loquaci e appassionati personaggi sportivi,appare in genere come un incrocio tra un prete gesuita e un avvocato (ha studiato per diventarlo), ed è solito dare giudizi ponderati ed equilibrati, spesso inclusi in una cornice filosofica, anche alla più trita domanda a proposito della prestazione dei giocatori. In breve era, ed è tuttora, una grande risorsa televisiva. A ogni modo, in quell’occasione fu messo in ombra dal giovane, bello e stiloso allenatore latino del Porto. I capelli di Mourinho non erano ancora bianchi allora, e sembrava più giovane di molti dei giocatori di entrambe le squadre. Con i suoi occhi d’acciaio vagamente sfuggenti e la bocca stretta in un malcelato sorrisetto, il suo sguardo in camera rivolto alla comunità calcistica globale diceva: «Sì, ora mi prenderò parte dei vostri stipendi e anche la verginità delle vostre figlie. Tutto quello che chiedo è la vostra eterna devozione». Capii che a Siviglia ci sarebbe stato un solo vincitore.

 

 

Benvenuti su Marte sul Venerdì

Tommaso Pincio, sul Venerdì di Repubblica, parla del libro di Ken Hollings, Benvenuti su Marte.

 

 

Rock the Casbah! su MilanoX

È uscito da poco questo importante saggio, rititolato clashanamente (e con un po’ di furbizia) come la canzone omonima, rispetto al più puntuale originale, ovvero “Heavy Metal Islam, Rock, Resistance, and the Struggle for the Soul of Islam”. Si tratta di un saggio approfondito e rigoroso, dal punto di vista sia sociologico sia musicale. Mark LeVine, oltre a essere professore di Storia mediorientale alla University of California, è anche un ottimo chitarrista, che va spesso in Medio Oriente per tenere conferenze e incontrare musicisti, con cui a volte nascono grandiose jam interculturali.

Rock The Casbah su MilanoX. Recensione di Andrea Scarabelli.

L’islam ai tempi dell’heavy metal

Valerio Venturi su Liberazione scrive di Rock the Casbah!

Siamo proprio sicuri che «allo sceriffo non piace che si suoni il rock nella Casbah»? Quando Joe Strummer cantava l’indimenticabile Rock in The Casbah con i suoi The Clash, fotografava una realtà vivissima: la musica del demonio, infangata da messaggi satanici più o meno subliminali, ai giovani mediorientali piace un sacco.
E pazienza se allo sceriffo barbuto, integralista islamico o cristiano o ebreo, la cosa non piace. «La musica boogie che faceva degenerare il fedele», magari bandita, risuona anche dove non deve. Sempre dal brano dei Clash: «I Beduini hanno tirato fuori la batteria elettrica-cammello, il chitarrista locale ha il pollice da chitarrista (…) Sopra quel tempio hanno proprio fatto il pienone. La folla ha detto che è figo scavare questa cosa incantevole. (…) La folla si fa uno sniffo di questo pazzo ritmo Casbah».
Il teorema dei Clash è ora confermato da Mark LeVine, che pubblica il testo Rock the Casbah per isbn edizioni – quelli “cool” che mettono il codice a barre in copertina. Nelle 256 pagine del suo lavoro (19 euro) c’è di tutto; si parla dei diciottenni marocchini che adorano i Black Sabbath, degli ascoltatissimi rapper della striscia di Gaza, dei libanesi che citano Bob Marley e canneggiano, di giovani arrrabbiati appassionati di musica proibita: heavy metal, reggae, punk, hip-hop… Generi che nella società islamica sono spesso considerati immorali, a volte illegali.
Ma non era così anche da noi? Non lo è ancora un po’ adesso, considerando che l’ormai mansueto Marilyn Manson ha funzionato da Bau Bau pervertitore per anni e anni e che al Festival trionfano ancora rassicuranti buoni sentimenti? Una cosa è certa; l’amore per la musica irrequieta è segno di irrequietezza e presenta possibilità di cambiamento politiche: basti pensare al significato che ha assunto il concertone di Woodstock per i giovani degli anni della contestazione.
Benvenuta allora l’originale inchiesta di LeVine: ricca di interviste a musicisti e fan, è un viaggio che indaga i frutti e le contraddizioni dell’incontro tra influenze occidentali e cultura mediorientale. Rock the Casbah è la cronaca della battaglia epica tra libertà e tradizione, tra religione e desiderio di cambiamento; del fermento anche così manifestato che pervade quella parte di mondo in cui tutto è politica e movimento.
Chitarrista e studioso dell’Islam, LeVine conosce ciò che scrive. Dopo aver girato il mondo con artisti del calibro di Mick Jagger, Chuck D, Michael Franti, si è dedicato all’insegnamento; ora è professore di Storia mediorientale alla University of California, Irvine, e sorprende i suoi studenti con racconti imprevedibili e non stereotipati su un mondo lontano-vicino.
Il vizietto di soprendere con oggetti pop-giovanili ce l’hanno anche alla Isbn: i recidivi già avevano pubblicato dvd sui Clash e i Sex Pistols, nonché Heavy Metal a Bagdad, documentario prodotto da Spike Jonze e Vice che racconta la storia dell’unica band heavy metal irachena, gli Acrassicauda (nome latino per “scorpione nero”). Ma se Paganini ripete non è mica male.
Leggere Rock the Casbah, in attesa del mieloso pop del Festival di Sanremo, rappresenta una buona occasione per inquinarsi l’anima: LeVine invita a ricercare le note e le parole dei rocker mediorientali; invita a riassaggiare qualcosa di quello spirito adolescenziale - sano e sacrosanto - che lodeaddìo pervade i giovani e che fa anche un po’ di bene a tutti.

Rock the Casbah! su VF

Rock the Casbah! su XL

Sul sito di XL una anticipazione e alcuni video sul libro di Mark LeVine. 

Gli Anni Zero

Su personalreport un bell’articolo di Pier Mauro su Gli Anni Zero:

Edito da ISBN Edizioni e curato dal direttore di Rolling Stone Carlo Antonelli, Gli anni zero — Almanacco del decennio condensato ha un’ambizione ambiziosa: raccontare l’ultimo decennio in 330 pagine di saggi, interviste e brevi contenuti a carattere più strettamente informativo/giornalistico. La missione non può ovviamente considerarsi interamente compiuta, ma è evidente come non fosse e non potesse essere questo l’obiettivo. L’obiettivo mirato e centrato è invece quello d’aver costruito un percorso — diviso in quattro parti: Armageddon, Risiko, Shopping, Storytelling — di letture (più o meno) interessanti, dense di spunti che riescono a portare il lettore a imparare e riflettere osservando da lontano fenomeni nebbiosi o frammentati come il decennio in cui hanno avuto luogo.

Se il Novecento è stato il Secolo Breve, questa raccolta definisce gli Anni Zero il Decennio Breve, fissandone l’inizio l’11 settembre 2001 e la fine il 4 novembre 2008, con l’elezione di Obama. Gli argomenti dei saggi, come potete immaginare, spaziano a tutto campo, dalla politica alla musica, dal calcio alla letteratura, e così via.

Io, appena avuto in mano il libro, mi sono fiondato sull’ultimo saggio della raccolta, un testo biografico su David Foster Wallace, lo scrittore che nella sua postfazione Massimo Coppola, il fondatore di ISBN, indica come l’unica cosa che vale genuinamente la pena di portarsi dietro negli Anni Dieci. In caso non condividiate la mia passione per Wallace, vi assicuro comunque come sia parecchio improbabile che non riusciate e trovare almeno cinque o più saggi che vi interessino. Più che citarveli tutti, ché sono tanti, la prossima volta che passate in libreria cercate il libro e sfogliatelo un po’, capirete da soli se è cosa fa per voi. Costa 19 euro, quindi parecchio, ma il lavoro di redazione non è stato poco. E le edizioni ISBN sono sempre un bell’oggetto.

The Simpsons su Terra

Sara Picardo, su Terra, scrive del libro di John Ortved.

Hanno compiuto vent’anni di vita questo dicembre e, sebbene non li dimostrino affatto, di strada ne hanno fatta tanta dai loro esordi a oggi. Ovvero da quando Matt Groening, uno squattrinato fumettista underground di San Francisco, li ha creati su un tovagliolo di carta nella sala d’attesa degli studi della Fox, a quando hanno risposto in diretta tv, in prima serata, niente di meno che a George Bush senior, che li aveva accusati di essere «l’antifamiglia ». Ma i Simpson, più che “anti”, sono a tutti gli effetti la rappresentazione della famiglia media americana, in cui tutti, almeno una volta, si sono immedesimati. Il loro successo planetario si spiega proprio così: fanno ridere su noi stessi, sui nostri difetti portati all’esasperazione, incarnando nella parodia i valori e le contraddizioni della nostra società.
 
Altrimenti non sarebbero mai sopravvissuti a ben quattro presidenti americani; conquistato le prime copertine di tutti i giornali del Continente; dato vita a corsi universitari ad hoc e libri di filosofia; lasciato le loro impronte sul Walk of fame di Hollywood; cambiato “colore” per sbarcare in Africa. Senza contare che Bart è anche stato inserito nella lista dei 40 uomini più influenti al mondo, dopo aver conquistato con il suo «non farti infartare» mezzo mondo. John Ortved ne ha ricostruito la storia in The Simpsons (Isbn edizioni, euro 18,50, pp. 312), uscito da meno di un mese anche in Italia. Il giovane giornalista ha scelto la storia “orale”, ovvero far parlare in prima persona quelli che hanno contribuito alla nascita della famiglia «in giallo», per uscire fuori dalle dispute tra creatori, sceneggiatori e produttori, e mostrare la conflittualità che si è venuta a creare con gli anni all’interno del cast.

Anni zero su la Repubblica

Questo l’articolo di Giorgio Falco apparso su la Repubblica del 24 novembre.

Un tentativo di decifrare quest’epoca sfuggente benché apparentemente notiziabile in ogni sua forma scritta, visiva, sonora. Anni zero 2001 – 2009 Almanacco del decennio condensato è un’antologia di articoli e saggi scritti negli ultimi otto anni. Mi sono chiesto se fosse più adeguata la definizione decennio condensato o piuttosto decennio concentrato, ma concentrato oltre a qualcosa di ristretto e soprattutto assorto, prevede l’eliminazione – come nel caso delle conserve alimentari – dell’acqua. Condensato, benché simile nel processo, pare più morbido e asettico, quasi materno e alieno latte condensato, e questi anni violenti e tragici ci hanno abituato – almeno nella parte di pianeta che consideriamo essere il mondo – all’occultazione, all’evanescenza. Condensato dà l’idea di trasformazione e non di eliminazione, trasformazione continua per una vita allestita sotto una grande cappa, che alterna il vapore alla liquidità, al sole beige accecante. Gli anni zero nell’antologia iniziano con l’assassinio di Carlo Giuliani e – passando attraverso l’11 settembre, guerre, disastri ambientali, crisi economiche ed emergenze sanitarie – terminano con la morte di Michael Jackson.
Pur con alcuni esiti disuguali, il merito del libro – e della sequenza che diviene linguaggio interno all’opera – è quello di far coesistere autori e argomenti molto diversi tra loro senza creare l’effetto per cui tutto è equivalente, in un mondo triste e gioioso, intervallo ininterrotto di segni e messaggi, di verità labili, intercambiabili. Contro l’ingenuità opportunistica e ironica del cinismo, senza cedere a moralismi condivisibili e ricattatori, è bene ricordare che tra la cassa da morto di Michael Jackson e lo spazio concesso a un rifugiato politico o a un apolide, c’è differenza; tra il maiale nell’allevamento intensivo – magari il virus è partito proprio da quell’anonimo maiale (le stelle sono tante/milioni di milioni/ diceva un jingle profetico anni fa) – e un terzino coreano allenato (o allevato?) dall’olandese Gus Hiddink, c’è differenza; tra il sistema di controllo finanziario e la visita di un otorino dopo gli attentati dell’11 settembre, c’è differenza; così come tra un villaggio per pensionati scandinavi in Tailandia e un centro di permanenza temporanea. Il nostro compito è intercettare quei punti di contatto nei quali si cela la struttura dell’intero fluire, l’illimitata circonferenza senza centro, bordo sul quale viviamo. Ogni ferita – per quanto suturata da infiniti eventi – porta la voglia di fare una cernita dei fatti più significativi, la lista da cui partire per un’analisi, evitando il compiacimento e la suggestione del ricordo ninna nanna. L’Italia di questi anni è stato un luogo potente, una nazione faticosa, sfinente e stimolante in cui vivere. Gli anni zero lasciano la vertiginosa oscillazione collettiva tra indifferenza e indignazione, due stati d’animo che a prima vista sembrano opposti, ma in verità quasi coincidono, perché entrambi delegano l’azione a qualcun altro, soprattutto quando l’indignazione si esprime in sterili campagne web, surrogati delle nostre voci, quelle vere. Almeno nella segretezza dei nostri pensieri indifferenti, si combatte, a volte, qualcosa, mentre l’indignazione è oscena, si risolve tutta in se stessa, platealmente, e quasi mai porta ad agire, attende da dio, dal poliziotto, dal giudice, dal caporeparto, dal numero di contatti la risoluzione di quel sentimento. Sono stati gli anni in cui abbiamo accettato una pellicola tra i fatti e la narrazione dei fatti, e quella pellicola è diventata tutto, il camuffamento visibile del reale, grazie al quale abbiamo creduto di raggiungere – con la continua messa in onda di immagini, parole e suoni – una vicinanza maggiore; anni zero in cui l’archivio – visivo, scritto, sonoro – ha cercato di fagocitare ogni cosa, per diventare, pur nella frammentazione, una sola, immensa immagine e parola, sincronizzata e replicabile, un unico infinito suono; e al tempo stesso, ogni singola immagine e parola, ogni piccolo suono, ha cercato di diventare autorevole, per il solo fatto di esistere all’interno dell’archivio: anche questo spiega il successo di YouTube e la diffusione definitiva del web. Sono stati gli anni zero – italiani – in cui si è consolidata l’abitudine di chiamare per nome persone coinvolte in fatti pubblici, cruenti, tragici, futili, docili, forse un prolungamento del reality, delle sue logiche di eliminazione e falsa condivisione confidenziale: Erika, Chiara, Alberto, Belen, Eluana, Meredith, Raffaele, il piccolo Tommy, il piccolo Samuele, Amanda, Olindo, Silvio, Rosa, Mike. Il corpo sociale distrutto è diventato un insieme illimitato di nomi, di pelle valicabile inserita nella sparizione, come se tutti questi nomi fossero l’unico grande corpo rimasto, senza testa, senza organi, come Giorgio, che adesso sta finendo questo pezzo.

 

Beppe Grillo e La grande baldoria

Beppe Grillo, sul suo blog, ha linkato il book trailer de La grande baldoria.

A tempi della cosiddetta «bolla» delle dotcom, tra i primi segnali della nascita dell’economia di carta, Seth Freedman è stato uno dei broker d’assalto che hanno trasformato la Borsa di Londra da club per gentiluomini in una specie di enorme sala giochi. Il racconto da insider di quegli anni ruggenti, il senso di onnipotenza dei ragazzi che muovevano milioni di sterline passando le giornate davanti allo schermo di un computer come se stessero continuando a giocare a un videogame, e si concedevano lunghe nottate di lusso, sesso, cocaina, è soltanto la premessa a questo lavoro. Vent’anni dopo, nel pieno della crisi globale, Freedman ritorna sul luogo del delitto. Incontra vecchi colleghi e nuovi squali che, spesso nascosti dietro nomi di finzione, compongono una sorprendente narrazione etnografica degli uomini che hanno rischiato di far esplodere il capitalismo planetario. Loro malgrado.

Seth Freedman, giornalista e scrittore, vive a Gerusalemme. Collabora con il Guardian, dove i suoi articoli hanno suscitato il record di risposte da parte dei lettori. Prima di trasferirsi in Israele ha lavorato come agente di borsa nella City per sei anni. Il suo primo libro, Can I bring my own gun? è uscito nel gennaio 2009.

Qui il minisito del libro.