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Isbn Edizioni intervista Francesco Targhetta

Abbiamo fatto qualche domanda a Francesco Targhetta, autore per Isbn di Perciò veniamo bene nelle fotografie.

Quanto sono rigide le regole metriche che ti dai quando scrivi, che peso hanno per te i vincoli formali e quanto incidono sul contenuto e viceversa?
L’unico grande vincolo, in realtà, nella scrittura del romanzo, è stato il ritmo. Prima di questo libro avevo scritto quasi solo poesia, che è per definizione densa e concentrata: richiede una presa costante da cui non si ha scampo. In uno spazio così diluito, invece, ho sentito fin dai primi tentativi che ci sarebbero stati cali di tensione e momenti di vuoto. Allora ho cercato di usare il ritmo come una specie di rete elastica di salvataggio, che respingesse in alto il lettore in caduta. Perciò è sempre tirato, come in trance. Poi, certo, ci sono modulazioni prosodiche diverse, per lo più influenzate dal contenuto (e non viceversa), per cui certi momenti ironici sono accompagnati da ritmi pari, martellanti e cantilenati, mentre alcuni slanci lirici sono in endecasillabi belli puliti. Ma c’è anche molta libertà, da questo punto di vista. La cosa importante era la cadenza. Che l’abito esteriore fosse in metrica classica era solo una sponda, anche ammiccante. «Perciò veniamo bene nelle fotografie», ad esempio, è un (brutto) doppio settenario. Quello del Gozzano de Le due strade. Ma non lo sembra affatto.

Sei tu il protagonista del tuo libro? Quanto c’è di vero e quanto di inventato?
Nel protagonista c’è molto di mio, dal singolo aneddoto al carattere, assieme sdegnato e rinunciatario, incazzoso e scazzato, pieno di dubbi paralizzanti. Che è il carattere, a pensarci, di molti amici nati tra ’70 e ‘80, educati dai padri a tenere a bada le proprie pur legittime indignazioni. Così le poche volte che esplodiamo ne escono aborti di rivolte già minate dal senso di colpa, e finisce che non facciamo più nulla. «Una volta il rimorso mi seguiva, ora mi precede», scriveva Flaiano. Ecco, potrebbe essere il tragicomico motto che mi unisce al protagonista. Nella seconda parte del libro, invece, la distanza tra me e lui aumenta, soprattutto nel finale. La descrizione del suo dolore, diventato per solitudine visionario e assieme fisico, è una sorta di esorcismo perché non accada davvero. Per il resto, ho preso spunto da qualche amico per quasi tutti i personaggi.

Che narrativa e poesia leggi? Quali sono i riferimenti letterari di questo romanzo e del tuo modo di scrivere?
Per il romanzo è contata molto la letteratura scritta dai provinciali che arrivavano a Milano tra anni ’50 e ’60: Bianciardi, Giudici, il Pagliarani delle prime raccolte e della Ragazza Carla. Prima ancora, il modello crepuscolare: Gozzano, ma anche certi minori. Tutti quelli, in poesia, che hanno cercato di allargare lo spettro lessicale, di mettere al centro le cose. Ecco, passando alla poesia contemporanea, quelli che si erano chiamati, una decina di anni fa, “poeti dell’A27” , credo che qualcosa mi abbiano lasciato, anche per la vicinanza di paesaggio (penso soprattutto a Giovanni Turra e Igor De Marchi). Di narrativa contemporanea ne leggo senza ordine. Alcuni prediletti, che però nulla hanno influito sulla scrittura, sono Eugenides, Houellebecq, McEwan, Roth. Pochi italiani, lo confesso. Ti direi Vasta.

In Perciò veniamo bene nelle fotografie c’è tanta musica, scritta, descritta, suonata: che colonna sonora consiglieresti ai lettori del tuo libro?
Di musica ne ascolto continuamente, in effetti. Gli artisti citati nel libro formano già una buona colonna sonora. Ne aggiungo qua un paio che sono stati tagliati dal romanzo: i Titus Andronicus di The Airing of Grievances per i momenti incazzati e alcolici molesti, le Organ di Grab That Gun per le cupezze post punk, il Bright Eyes di Fevers and Mirrors per l’adolescenza morbosa che non si schioda, tutta la scena hypnagogic e glo-fi per i momenti di amarcord anni ’80. In realtà, poi, quasi nulla del libro è stato scritto sopra della musica (non mi riesce proprio). Qualche verso è stato scritto sopra due soli dischi: The Virgin Suicides degli Air e Moors di Clara Kindle, entrambi dalla capacità evocativa spettacolare.

Com’è fare la carriera universitaria in Italia? e fare l’insegnante? cosa cambieresti e cosa conserveresti di questi due mondi?
Per fare carriera universitaria in Italia ci vogliono soprattutto soldi (di famiglia) e una soglia di accettazione del compromesso piuttosto bassa. I primi sono necessari perché non tutti si possono permettere di aspettare i 40 anni (quando si diventa mediamente ricercatori in Italia, se non si è Michel Martone) attraversando senza problemi i numerosi periodi di mancata copertura economica. La seconda è indispensabile, ma non necessariamente nella sua declinazione più deleteria (il lecchinaggio). Della mia esperienza accademica salvo due cose: la didattica e un progetto di gruppo organizzato con alcuni amici e finanziato dal ministero nonostante il nostro peso politico minimo. Da cambiare c’è molto, a partire dalla limpidezza dei criteri valutativi, e certamente aver ‘precarizzato’ anche il ruolo di ricercatore non aiuta a rendere più umano l’ambiente.
Per quanto riguarda la scuola, l’assurdità è che attualmente una carriera, per i giovani, è impossibile. Da quando sono state chiuse le Ssis, cinque anni fa, non esiste più un modo per abilitarsi. Da allora quello dell’insegnante è un mestiere bloccato. Ora Profumo parla di un concorso (non se ne fanno dal 1999), ma dubito che questo governo riesca a organizzarlo avendo così poco tempo a disposizione. Intanto, sono fortunato a vivere in una provincia dove si può ancora insegnare senza l’abilitazione. Fare l’insegnante è un bel lavoro, nobile. Oggi è più difficile di un tempo, tra una burocrazia elefantiaca, genitori in pressing asfissiante, situazioni disciplinari spesso non facili. Ma sono proprio i ragazzi, alla fine, a redimere tutto. Certo, allungare i tempi della pensione e impedire di mettere in campo le proprie energie ai giovani insegnanti, più vicini e capaci di dialogare con le nuove generazioni, è criminale. Invecchia tutto, e crea una sfiducia generalizzata, che parlando con gli studenti purtroppo si avverte.

Hai vissuto in molti appartamenti? Qual è la tua casa ideale? (e quale il numero ideale di coinquilini?)
In realtà a Padova ho vissuto in un solo appartamento, in cui però si sono succedute un bel po’ di persone. Poi, ovviamente, si frequentavano un mucchio di altre case, una più disastrata e sovraffollata dell’altra. Ma durante l’università, o appena dopo, è una vita che è bello fare, purché la condivisione sia vitale. Perciò ti dico che la casa perfetta è quella con i coinquilini ideali, quelli con cui puoi fare due chiacchiere appassionate cenando, andare al cinema, suonare in una band, parlare di un libro, scambiarti un disco. Quelli, insomma, con cui c’è una condivisione culturale. Poco conta se il cesso è in comune con quattro persone, se manca l’ascensore o se le pareti sono di cartongesso. Poi, certo, dopo i 30 le cose cambiano, e senti il bisogno di maggiore autonomia. Lo scorso autunno ho vissuto qualche mese a Firenze, e l’appartamento (naturalmente condiviso) in cui stavo a un certo punto si è riempito di matricole straniere: è stato piuttosto folle…

Nel romanzo molti dei tuoi personaggi se ne vanno all’estero. Perché il protagonista non lo fa? Per inerzia o, invece, per forza di volontà?
Non lo fa per inerzia, che poi, con una tortuosità psicologica, trasforma in forza di volontà. Ci ho pensato anch’io, all’estero. Ci sono stato, anche se per poco, dopo la laurea, trovandomi bene. Ma poi ha prevalso la pigrizia. E, certo, alcune perplessità che si sono via via ingigantite. Mi chiedevo perché rinunciare agli affetti, al mio paesaggio, al posto che – pur con tutte le sue storture – mi fa stare a mio agio. Ci vuole fegato, ad andarsene. Non è di certo la soluzione più comoda. Nei Fiaschi c’è una poesia dal titolo La fuga dedicata proprio a questo tema. Molti tra i miei amici più cari vivono ora stabilmente all’estero. Lì dico loro: «vili». Ma hanno fatto bene a fuggire. Chi rimane dicendo «se scappiamo tutti, chi lo migliorerà questo paese?», in genere, sta solo cercando di nobilitare la propria mancata fuga. Se si ha lo spirito per andarsene, è giusto farlo.

In uno dei versi del libro rievochi le merendine e i dolciumi che, attraverso l’influenza della tv, hanno segnato la tua infanzia e la tua adolescenza. Che impatto credi che abbia avuto la televisione sulla tua generazione?
Purtroppo tremenda, sospetto. Il vostro Atlante Illustrato lo dimostra perfettamente. A rivedere quelle immagini viene un misto di terrore e di tenerezza. Poi, certo, con gli amici è bello intonare l’invocazione sciamanica «cento cento cento» in stile Ok, Il prezzo è giusto, canticchiare la sigla del Pranzo è servito o darci di gomito pensando alle tettone del Drive In. Ti diverti, ma assieme ti chiedi quanto quelle immagini ci abbiano formato nella visione delle cose. Temo non poco. Di certo non una percentuale definibile matematicamente. Il che rende la nostra educazione televisiva uno sfondo torbido, inquietante, pronto a ricattarci ancora.

Nel romanzo stabilisci un parallelismo tra fatti storici (la battaglia del Piave nella Prima guerra mondiale) e la storia dei protagonisti: è un esercizio "simbolico" che fai spesso, nella vita reale?
Beh, ho insegnato storia, e capita spesso, anche parlando con i ragazzi, di confrontare le generazioni. Credo che la mia abbia molto in comune con quella che l’ha preceduta di 100 anni e che combatté nella Grande Guerra, anche per quel senso di sconcerto che dà vivere la propria giovinezza mentre c’è un intero secolo (e quale secolo) che ti cade addosso. Poi, nel caso specifico, conta molto la mia passione per la Prima guerra mondiale, dovuta a ragioni geografiche e personali, ma soprattutto alla sensazione che in quell’evento si concentrò una quantità di verità enorme. Mentre nella nostra quotidiana guerra (pur, per fortuna, così diversa) tutto si gioca su ipocrisie e scorrettezze alle spalle piuttosto avvilenti.

Mai passato per la testa di scrivere in prosa?
Ho scritto qualche prosa brevissima. Giusto un paio. Tipo questa o questa, che peraltro, poi, ho ‘riusato’ nel romanzo. Mai cose di respiro maggiore.

Hai già qualche idea per un prossimo romanzo?
Qualche idea inizia a frullare. È capitato facendo un giro a Mestre. Ma almeno per il prossimo anno lavorerò sul progetto di ricerca, cioè un’antologia della poesia simbolista italiana. Poi vedremo…

 

 

 

Recensioni: Cynan Jones - La lunga siccità

Gianfranco Franchi, su Lankelot, recensisce il libro di Cynan Jones.

"Lo stile è spezzettato, frammentato – come quando la poesia incontra la prosa, e ne deriva questo stravagante e seducente ibrido, intenso, fatto di scrittura levigata e scolpita, disossata. Il respiro è minimalista, umanissimo, gentile. La sensazione è che potrà derivarne, un giorno, un bel momento di cinema intimista e allegorico, con una fotografia tutta fondata sull’espressione della bellezza selvatica e scontrosa del Galles. Per adesso, teniamo per noi questo romanzo che va sorseggiato come un buon vino artigianale, scoperto in una cantina poco più che amatoriale, patrimonio – sino all’altroieri – di una ristretta cerchia di aficionado, gelosi della loro scoperta e sospettosi dei neofiti. Come sempre accade. “La lunga siccità” infine potrà terminare, come in un disco dei Cure, quando si comincia a pregare perché possa piovere".

La fortuna degli zingari

Ilja Mitrofanov (1948-1994), secondo alcuni, è uno degli ultimi grandi talenti della letteratura russa.
Sicuramente, è un gran narratore, ed è capace come pochi altri della sua generazione di parlarci della Russia e del suo popolo con uno stile che alterna facilmente delicatezza e violenza, estrema cupezza e incredibile solarità.
La fortuna degli zingari, è il secondo libro di Ilja Mitrofanov pubblicato da Isbn, dopo Il Testimone.
Racconta la storia di Sabina, una zingara dal cuore pieno d’amore per Bogdan, pittore dalle mani d’oro, ma incapace di riemergere dal baratro dell’alcol e della pazzia.
Nel 2010, Isbn pubblicherà anche il terzo libro di Mitrofanov, La fontana di Odessa.

Novecento Italiano su Fahrenheit

Oggi alle 17.30 su Radio Rai 3 a Fahrenheit Guido Davico Bonino e Marina Zancan presentano Novecento italiano, in particolare Nascita e morte della massaia di Paola Masino

http://www.radio.rai.it/RADIO3/fahrenheit/

Tornado Pratt - Paul Ableman

Tornado Pratt è forte, spavaldo, ama le donne. Nella sua vita ha avuto tutto ciò che voleva, trionfando in ogni campo.
Ora però è giunto al capolinea: sdraiato per terra in una stanza d’albergo, ha voglia di raccontare la sua vita, tutta donne, successo e  soldi.
La storia dell’ultimo tycoon americano, raccontata con un linguaggio avvincente e ricco di colpi di scena, per un  romanzo che tratteggia una figura che ricorda molto da vicino il Barney Panofsky di Mordecai Richler.
 

La scheda di Paul Ableman, l’autore, su Wikipedia.
Il necrologio di Ableman sul CulturaPop 3.

Il Nemico

 

 

Il libro di Emanuele Tonon, Il Nemico, uscirà il 10 settembre per Isbn. E’ il suo primo romanzo, un intenso e sconvolgente romanzo eretico.
Questo è l’incipit:

Arrivava zampettando, senza accorgersi nemmeno di essere vivo, arrivava tutto sbregato, tagliato dappertutto - le cicatrici partivano dallo stinco destro e salivano, aprendosi maestosamente come una piazza, sul petto, poi si ricongiungevano e, attraverso lo svuotamento sottomandibolare, andavano a raggiungere l’orecchio sinistro mozzato per via di un basalioma-, arrivava a raccontarmi il suo mondo con parole piccole, parole quasi inudibili, incespicando cadeva in terra, si sbregava ulteriormente, potava i fiori, concimava il suo piccolissimo giardino, faceva crescere una vita mentre stava morendo, piantava gelsomini, lui che era proprio una piccola anima di gelsomino, faceva crescere rose, faceva i conti del mese con una calcolatrice pagata tre euro al Mercatone, percepiva seicentoventitre euro il mese di pensione, spingeva i tasti della calcolatrice uno ad uno, con l’indice destro, era vivo e stava morendo pianissimo. Si era fatto trentaquattro anni in fabbrica di sedie, trentaquattro anni e cinque mesi di puro orrore.
Quell’orrore ha stabilito la sua santità, ha stabilito il nuovo, definitivo canone della santità. Quell’orrore non si presta ad essere raccontato. Nel cuore di questo nuovo, definitivo canone, lui è vissuto lasciandosi divorare i polpastrelli da nastro di carta vetrata su cui lui, per dieci ore il giorno, con una perizia di gesti che lo avvicinavano alla perfezione degli artisti, di un Michelangelo inconsapevole, un Michelangelo seriale, perfetto nella ripetizione del gesto, nello stessissima ripetizione del gesto di posare la gamba della sedia pre-lavorata sul nastro di carta vetrata, con un girare da maestro del polso destro, con un accompagnare da maestro della mano sinistra stretta ad anello
sulla stessa gamba, tutti questi movimenti ripetuti per trentaquattro anni, con la precisione di chi deve infilare cibo nella bocca di un qualche figlio avuto non si sa come ma avuto, ebbene tutto questo fa un canone. Tutta questa santità, questo estro da artista che si sveglia alle cinque del mattino e sale sopra di un Benelli col carburatore sporco e, in groppa a tale destriero, affronta i mostri della fabbrica, sostiene l’urlo della sirena per quattro volte il giorno, si cinge i polsi di nastro adesivo color diarrea, e con lo stesso nastro adesivo cerca di salvare qualche polpastrello completamente piallato dalla carta vetrata, sanguinate fino alla cessazione del sanguinamento, un tale uomo, santo per predestinazione, condannato di conseguenza al combattimento contro l’eterno con Dio, Lucifero, colui che bestemmia e tenta notte e giorno Dio, un tale uomo non può che morire soffocato, trovandosi i polmoni intasati di polvere di legno, quella stessa che ha inalato per trentaquattro anni.

Com’è Abdellah Taïa

Abdellah Taïa è un autore sorridente e disponibile.
Quando è arrivato in redazione, con i suoi modi delicati, gli occhi luminosi e un piccolo dono per ognuno di noi, ci ha immediatamente conquistato.
Durante il pranzo ha parlato a lungo, con tutti e di tutto.
Letteratura, arte, cinema, Parigi, Marocco. Aveva tanta voglia di comunicare le sue passioni, il suo amore per la cultura e per la vita.
Ha presentato il suo libro a Milano e a Torino, in due serate/dibattito che hanno raccolto numerosi fan, giornalisti e curiosi.
L’esercito della salvezza è il suo romanzo di formazione, la storia della sua infanzia in Marocco, l’adolescenza a Ginevra, il suo arrivo a Parigi. Una storia a tratti incredibilmente delicata, a tratti cruda e intensa.

Ecco l’incipit del suo libro.

Lei dormiva sempre insieme a noi, in mezzo a noi, tra mio fratello più piccolo Mustafà e mia sorella Rabiaa.
Si addormentava molto rapidamente e russando dava ritmo, notte dopo notte e in modo naturale, quasi armonioso, al suo sonno. All’inizio ci disturbava, ci impediva di entrare con tranquillità nei sogni. Nel tempo, quella musica notturna, per non dire quei rumori, era diventata un soffio benevolo che accompagnava le nostre notti e ci rassicurava perfino quando gli incubi s’impadronivano di noi lasciandoci esausti, stremati.
Per lungo tempo la nostra casa a Hay Salam, a Salé, è stataun pianterreno di tre stanze, una per mio padre, un’altra per mio fratello maggiore Abdelkébir e l’ultima per noi, il resto della famiglia: le mie sei sorelle, Mustafa, mia madre ed io. In quella stanza non c’erano letti, solo tre panchine che servivano di giorno come divani per la sala. Vivevamo uno sull’altro, sempre là dentro, con un vecchio armadio gigantesco, mostruoso: in quella stanza mangiavamo, preparavamo a volte il té alla menta, correggevamo i compiti, ricevevamo i vicini e ci raccontavamo storie che non finivano mai, e naturalmente litigavamo, con discrezione o violentemente, a seconda dei giorni, del nostro stato d’animo e soprattutto dal modo in cui mia madre reagiva.

L’esercito della salvezza, in libreria e sullo shop Isbn.