Articoli marcati con tag ‘novità’

La nuova agenda dei Supereroi

Foto da Dunechaser

Pronti a votare? Su, giocate di fantasia e scriveteci i vostri 5 Supereroi preferiti. Ma non tipo Batman, Superman etc. Cerchiamo altro.
Commenta votando i tuoi cinque eroi preferiti di tutti i tempi. I migliori finiranno sulla Nuova Agenda 2011 dei nuovi supereroi.

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I corpi neri su Rolling Stone

Veronica Raimo (Rolling Stone) su I corpi neri.

I corpi neri di Shannon Burke è stato spesso associato alla serie E.R. In realtà, Burke non ha la tv e gli è capitato solo una volta di vedere un episodio. "Irreprensibile da un punto di vista tecnico", commenta. "Dosaggi, trattamenti, tutto giusto… ma l’impatto non è niente in confronto a quello che ho provato a lavorare su un’ambulanza". Burke, come Ollie Cross, protagonista del suo romanzo e suo alter-ego, ha fatto il paramedico ad Harlem, a metà degli anni ‘90, prima che la "tolleranza zero" di Giuliani ripulisse il quartiere dalla criminalità. "Era un posto fuori dalla grazia di Dio. Lavorare per il pronto soccorso non deve essere facile da nessuna parte, ma a Harlem ci sentivamo in un territorio senza leggi e di conseguenza le nostre scelte diventavano estreme". Ollie, quando comincia la sua esperienza da paramedico, è un ragazzino idealista e sensibile, che si trova all’improvviso a fare i conti con una realtà dove violenza e disperazione sono all’ordine del giorno. I suoi solidi principi borghesi e la sua lucida aspirazione ad aiutare il prossimo si corrompono a poco a poco, fino a scivolare dietro una maschera di cinismo, l’unico modo per difendersi dall’atrocità quotidiana della morte. "Non si poteva fare altrimenti per sopravvivere, per non diventare pazzi. Per me, come per i miei colleghi, "fare i duri" era un tentativo di protezione". Per quanto I corpi neri sembri un libro senza speranza, e una dimostrazione quasi scientifica di come il contesto agisca sull’animo umano, per Burke esiste una forma di resistenza. "Se dentro di te non resta però almeno un briciolo di altruismo sei spacciato. Il tuo lavoro diventa intollerabile. Il cinismo è sempre una posa". Come è anche una posa il relativismo del bene e del male, l’idea che le due cose dipendano dalle circostanze: "In situazioni estreme le circostanze si appiattiscono e i conflitti della vita appaiono molto più chiari: sai cos’è il bene e sai cos’è il male". Scrivere questo libro è stata una specie di terapia, ammette Burke, con dei risvolti paradossali, perché era proprio la capacità di scrivere le scene più cruente e disturbanti a dargli un senso di soddisfazione euforica: "Credo che tutti noi abbiamo il bisogno di dire la verità, e quando ci riusciamo, anche se è una verità spietata, ci sentiamo bene".

Benvenuti su Marte sul Venerdì

Tommaso Pincio, sul Venerdì di Repubblica, parla del libro di Ken Hollings, Benvenuti su Marte.

 

 

Amedeo Romeo su Grazia

Amedeo Romeo su D

L’islam ai tempi dell’heavy metal

Valerio Venturi su Liberazione scrive di Rock the Casbah!

Siamo proprio sicuri che «allo sceriffo non piace che si suoni il rock nella Casbah»? Quando Joe Strummer cantava l’indimenticabile Rock in The Casbah con i suoi The Clash, fotografava una realtà vivissima: la musica del demonio, infangata da messaggi satanici più o meno subliminali, ai giovani mediorientali piace un sacco.
E pazienza se allo sceriffo barbuto, integralista islamico o cristiano o ebreo, la cosa non piace. «La musica boogie che faceva degenerare il fedele», magari bandita, risuona anche dove non deve. Sempre dal brano dei Clash: «I Beduini hanno tirato fuori la batteria elettrica-cammello, il chitarrista locale ha il pollice da chitarrista (…) Sopra quel tempio hanno proprio fatto il pienone. La folla ha detto che è figo scavare questa cosa incantevole. (…) La folla si fa uno sniffo di questo pazzo ritmo Casbah».
Il teorema dei Clash è ora confermato da Mark LeVine, che pubblica il testo Rock the Casbah per isbn edizioni – quelli “cool” che mettono il codice a barre in copertina. Nelle 256 pagine del suo lavoro (19 euro) c’è di tutto; si parla dei diciottenni marocchini che adorano i Black Sabbath, degli ascoltatissimi rapper della striscia di Gaza, dei libanesi che citano Bob Marley e canneggiano, di giovani arrrabbiati appassionati di musica proibita: heavy metal, reggae, punk, hip-hop… Generi che nella società islamica sono spesso considerati immorali, a volte illegali.
Ma non era così anche da noi? Non lo è ancora un po’ adesso, considerando che l’ormai mansueto Marilyn Manson ha funzionato da Bau Bau pervertitore per anni e anni e che al Festival trionfano ancora rassicuranti buoni sentimenti? Una cosa è certa; l’amore per la musica irrequieta è segno di irrequietezza e presenta possibilità di cambiamento politiche: basti pensare al significato che ha assunto il concertone di Woodstock per i giovani degli anni della contestazione.
Benvenuta allora l’originale inchiesta di LeVine: ricca di interviste a musicisti e fan, è un viaggio che indaga i frutti e le contraddizioni dell’incontro tra influenze occidentali e cultura mediorientale. Rock the Casbah è la cronaca della battaglia epica tra libertà e tradizione, tra religione e desiderio di cambiamento; del fermento anche così manifestato che pervade quella parte di mondo in cui tutto è politica e movimento.
Chitarrista e studioso dell’Islam, LeVine conosce ciò che scrive. Dopo aver girato il mondo con artisti del calibro di Mick Jagger, Chuck D, Michael Franti, si è dedicato all’insegnamento; ora è professore di Storia mediorientale alla University of California, Irvine, e sorprende i suoi studenti con racconti imprevedibili e non stereotipati su un mondo lontano-vicino.
Il vizietto di soprendere con oggetti pop-giovanili ce l’hanno anche alla Isbn: i recidivi già avevano pubblicato dvd sui Clash e i Sex Pistols, nonché Heavy Metal a Bagdad, documentario prodotto da Spike Jonze e Vice che racconta la storia dell’unica band heavy metal irachena, gli Acrassicauda (nome latino per “scorpione nero”). Ma se Paganini ripete non è mica male.
Leggere Rock the Casbah, in attesa del mieloso pop del Festival di Sanremo, rappresenta una buona occasione per inquinarsi l’anima: LeVine invita a ricercare le note e le parole dei rocker mediorientali; invita a riassaggiare qualcosa di quello spirito adolescenziale - sano e sacrosanto - che lodeaddìo pervade i giovani e che fa anche un po’ di bene a tutti.

La dura spina su Lankelot

Bella recensione di Gianfranco Franchi su Lankelot.

Seducente rappresaglia all’oltranzismo xenofilo, la collana Novecento Italiano (ISBN Edizioni, Milano) diretta dal professor Guido Davico Bonino, si propone di restituire alla loro sacrosanta centralità opere letterarie del secolo scorso, dimenticate o trascurate dagli editori e dalle ultime generazioni di lettori e scrittori italiani. Si tratta di una linea editoriale necessaria e nient’affatto romantica: va a stuzzicare la curiosità e l’orgoglio dei nostri letterati, scalfito ma non intaccato dalla prepotente presenza di narrativa straniera negli scaffali delle grandi librerie, e dimostra con intelligenza quanta grande cultura italiana potremmo e dovremmo ancora interiorizzare. Le prime uscite sono state spiazzanti e piene di personalità: si va dai racconti sperimentali di un giovanissimo Oreste Del Buono (“Facile da usare”) al divertissement para-futurista del grande Massimo Bontempelli (“La vita intensa”), dalla narrazione unica d’un campo di prigionia inglese ai piedi dell’Himalaya, pieno di nostri ufficiali, nel potente esordio d’antan di Sergio Antonielli (“Il Campo 29”), ai racconti partenopei d’un allora giovanissimo Domenico Rea (“Gesù, fate luce”). E adesso riscopriamo il secondo romanzo di uno degli ultimi, grandi letterati triestini: Renzo Rosso, morto pochi mesi fa nella Tivoli cara a Carlo Mazzantini, dimenticato dai grandi gruppi editoriali ma non dalla piccola editoria; tutte le sue ultime pubblicazioni, tendenzialmente autobiografiche, erano apparse infatti per la romanissima Azimut di Guido Farneti. Onore al merito.

Originariamente apparso per Feltrinelli nel 1963, nella “Biblioteca di Letteratura” diretta da Giorgio Bassani, “

La dura spina

” (titolo che omaggia versi di Saba) torna a disposizione a vent’anni esatti dall’ultima edizione (Garzanti, 1989) accompagnato da una notevole postfazione di Anco Marzio Mutterle. 1945. Ermanno Cornelis, pianista sessantenne, uomo pieno di donne, per dirla con Drieu, sta per tornare in Italia, dopo tanti anni passati a Vienna. È alto, asciutto, elegante; parla correttamente tedesco – come tanti triestini dell’epoca, restituiti all’Italia soltanto nel 1918 – e non sa bene cosa aspettarsi, al di là della rovina della città.

Heavy Metal in Baghdad su Internazionale

Heavy Metal in Baghdad su Internazionale.

Heavy Metal in Baghdad è un documentario che racconta la storia della band heavy metal irachena Acrassicauda dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003 a oggi. Suonare musica metal in un paese musulmano non è la cosa più facile del mondo, ma dopo la caduta del regime di Saddam alla band era sembrato che qualcosa fosse cambiato.
Questa speranza è svanita velocemente quando il paese è sprofondato nel caos. Gli Acrassicauda cercano di rimanere insieme e di non far svanire il sogno di suonare la loro musica, anche mentre assistono alla distruzione del loro paese.

Liberaci dagli sbirri su Lankelot

Gianfranco Franchi, su sul portale letterario Lankelot, recensisce l’ultimo libro di narrativa italiana Isbn, "Liberaci dagli sbirri", di Gabriele Reggi.

Ventitre anni, giovane professore fresco di nomina, settentrionale. Una scuola sottoterra, dentro un precipizio, i pilastri come punte d’iceberg. Una scuola di paese, d’un paese che sembra vergognarsi che la scuola esista. Forse non è un caso che quella scuola sia sprofondata. E poi quella scuola è il viatico a una scuola peggiore, quella a cui il professore è stato assegnato, località San Francesco da Stimmate. Profondo sud – quello che le cronache si rifiutano di raccontare. [...] “Liberaci dagli sbirri”, opera prima di Gabriele Reggi, classe 1961, è un romanzo di (de)formazione d’un individuo, e d’una comunità; è una narrazione fredda, tinta di nero, della decadenza, della povertà, del disperato tentativo di alzare la testa e di cambiare la propria sorte, e quella di un’altra persona almeno, di un’altra persona soltanto. Tecnicamente, Reggi gioca su un periodare breve, fitto, spezzato; i dialoghi sono estremamente asciutti, in cerca d’una esattezza chirurgica.

Rock the Casbah! su VF