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Isbn Edizioni intervista Francesco Targhetta

Abbiamo fatto qualche domanda a Francesco Targhetta, autore per Isbn di Perciò veniamo bene nelle fotografie.

Quanto sono rigide le regole metriche che ti dai quando scrivi, che peso hanno per te i vincoli formali e quanto incidono sul contenuto e viceversa?
L’unico grande vincolo, in realtà, nella scrittura del romanzo, è stato il ritmo. Prima di questo libro avevo scritto quasi solo poesia, che è per definizione densa e concentrata: richiede una presa costante da cui non si ha scampo. In uno spazio così diluito, invece, ho sentito fin dai primi tentativi che ci sarebbero stati cali di tensione e momenti di vuoto. Allora ho cercato di usare il ritmo come una specie di rete elastica di salvataggio, che respingesse in alto il lettore in caduta. Perciò è sempre tirato, come in trance. Poi, certo, ci sono modulazioni prosodiche diverse, per lo più influenzate dal contenuto (e non viceversa), per cui certi momenti ironici sono accompagnati da ritmi pari, martellanti e cantilenati, mentre alcuni slanci lirici sono in endecasillabi belli puliti. Ma c’è anche molta libertà, da questo punto di vista. La cosa importante era la cadenza. Che l’abito esteriore fosse in metrica classica era solo una sponda, anche ammiccante. «Perciò veniamo bene nelle fotografie», ad esempio, è un (brutto) doppio settenario. Quello del Gozzano de Le due strade. Ma non lo sembra affatto.

Sei tu il protagonista del tuo libro? Quanto c’è di vero e quanto di inventato?
Nel protagonista c’è molto di mio, dal singolo aneddoto al carattere, assieme sdegnato e rinunciatario, incazzoso e scazzato, pieno di dubbi paralizzanti. Che è il carattere, a pensarci, di molti amici nati tra ’70 e ‘80, educati dai padri a tenere a bada le proprie pur legittime indignazioni. Così le poche volte che esplodiamo ne escono aborti di rivolte già minate dal senso di colpa, e finisce che non facciamo più nulla. «Una volta il rimorso mi seguiva, ora mi precede», scriveva Flaiano. Ecco, potrebbe essere il tragicomico motto che mi unisce al protagonista. Nella seconda parte del libro, invece, la distanza tra me e lui aumenta, soprattutto nel finale. La descrizione del suo dolore, diventato per solitudine visionario e assieme fisico, è una sorta di esorcismo perché non accada davvero. Per il resto, ho preso spunto da qualche amico per quasi tutti i personaggi.

Che narrativa e poesia leggi? Quali sono i riferimenti letterari di questo romanzo e del tuo modo di scrivere?
Per il romanzo è contata molto la letteratura scritta dai provinciali che arrivavano a Milano tra anni ’50 e ’60: Bianciardi, Giudici, il Pagliarani delle prime raccolte e della Ragazza Carla. Prima ancora, il modello crepuscolare: Gozzano, ma anche certi minori. Tutti quelli, in poesia, che hanno cercato di allargare lo spettro lessicale, di mettere al centro le cose. Ecco, passando alla poesia contemporanea, quelli che si erano chiamati, una decina di anni fa, “poeti dell’A27” , credo che qualcosa mi abbiano lasciato, anche per la vicinanza di paesaggio (penso soprattutto a Giovanni Turra e Igor De Marchi). Di narrativa contemporanea ne leggo senza ordine. Alcuni prediletti, che però nulla hanno influito sulla scrittura, sono Eugenides, Houellebecq, McEwan, Roth. Pochi italiani, lo confesso. Ti direi Vasta.

In Perciò veniamo bene nelle fotografie c’è tanta musica, scritta, descritta, suonata: che colonna sonora consiglieresti ai lettori del tuo libro?
Di musica ne ascolto continuamente, in effetti. Gli artisti citati nel libro formano già una buona colonna sonora. Ne aggiungo qua un paio che sono stati tagliati dal romanzo: i Titus Andronicus di The Airing of Grievances per i momenti incazzati e alcolici molesti, le Organ di Grab That Gun per le cupezze post punk, il Bright Eyes di Fevers and Mirrors per l’adolescenza morbosa che non si schioda, tutta la scena hypnagogic e glo-fi per i momenti di amarcord anni ’80. In realtà, poi, quasi nulla del libro è stato scritto sopra della musica (non mi riesce proprio). Qualche verso è stato scritto sopra due soli dischi: The Virgin Suicides degli Air e Moors di Clara Kindle, entrambi dalla capacità evocativa spettacolare.

Com’è fare la carriera universitaria in Italia? e fare l’insegnante? cosa cambieresti e cosa conserveresti di questi due mondi?
Per fare carriera universitaria in Italia ci vogliono soprattutto soldi (di famiglia) e una soglia di accettazione del compromesso piuttosto bassa. I primi sono necessari perché non tutti si possono permettere di aspettare i 40 anni (quando si diventa mediamente ricercatori in Italia, se non si è Michel Martone) attraversando senza problemi i numerosi periodi di mancata copertura economica. La seconda è indispensabile, ma non necessariamente nella sua declinazione più deleteria (il lecchinaggio). Della mia esperienza accademica salvo due cose: la didattica e un progetto di gruppo organizzato con alcuni amici e finanziato dal ministero nonostante il nostro peso politico minimo. Da cambiare c’è molto, a partire dalla limpidezza dei criteri valutativi, e certamente aver ‘precarizzato’ anche il ruolo di ricercatore non aiuta a rendere più umano l’ambiente.
Per quanto riguarda la scuola, l’assurdità è che attualmente una carriera, per i giovani, è impossibile. Da quando sono state chiuse le Ssis, cinque anni fa, non esiste più un modo per abilitarsi. Da allora quello dell’insegnante è un mestiere bloccato. Ora Profumo parla di un concorso (non se ne fanno dal 1999), ma dubito che questo governo riesca a organizzarlo avendo così poco tempo a disposizione. Intanto, sono fortunato a vivere in una provincia dove si può ancora insegnare senza l’abilitazione. Fare l’insegnante è un bel lavoro, nobile. Oggi è più difficile di un tempo, tra una burocrazia elefantiaca, genitori in pressing asfissiante, situazioni disciplinari spesso non facili. Ma sono proprio i ragazzi, alla fine, a redimere tutto. Certo, allungare i tempi della pensione e impedire di mettere in campo le proprie energie ai giovani insegnanti, più vicini e capaci di dialogare con le nuove generazioni, è criminale. Invecchia tutto, e crea una sfiducia generalizzata, che parlando con gli studenti purtroppo si avverte.

Hai vissuto in molti appartamenti? Qual è la tua casa ideale? (e quale il numero ideale di coinquilini?)
In realtà a Padova ho vissuto in un solo appartamento, in cui però si sono succedute un bel po’ di persone. Poi, ovviamente, si frequentavano un mucchio di altre case, una più disastrata e sovraffollata dell’altra. Ma durante l’università, o appena dopo, è una vita che è bello fare, purché la condivisione sia vitale. Perciò ti dico che la casa perfetta è quella con i coinquilini ideali, quelli con cui puoi fare due chiacchiere appassionate cenando, andare al cinema, suonare in una band, parlare di un libro, scambiarti un disco. Quelli, insomma, con cui c’è una condivisione culturale. Poco conta se il cesso è in comune con quattro persone, se manca l’ascensore o se le pareti sono di cartongesso. Poi, certo, dopo i 30 le cose cambiano, e senti il bisogno di maggiore autonomia. Lo scorso autunno ho vissuto qualche mese a Firenze, e l’appartamento (naturalmente condiviso) in cui stavo a un certo punto si è riempito di matricole straniere: è stato piuttosto folle…

Nel romanzo molti dei tuoi personaggi se ne vanno all’estero. Perché il protagonista non lo fa? Per inerzia o, invece, per forza di volontà?
Non lo fa per inerzia, che poi, con una tortuosità psicologica, trasforma in forza di volontà. Ci ho pensato anch’io, all’estero. Ci sono stato, anche se per poco, dopo la laurea, trovandomi bene. Ma poi ha prevalso la pigrizia. E, certo, alcune perplessità che si sono via via ingigantite. Mi chiedevo perché rinunciare agli affetti, al mio paesaggio, al posto che – pur con tutte le sue storture – mi fa stare a mio agio. Ci vuole fegato, ad andarsene. Non è di certo la soluzione più comoda. Nei Fiaschi c’è una poesia dal titolo La fuga dedicata proprio a questo tema. Molti tra i miei amici più cari vivono ora stabilmente all’estero. Lì dico loro: «vili». Ma hanno fatto bene a fuggire. Chi rimane dicendo «se scappiamo tutti, chi lo migliorerà questo paese?», in genere, sta solo cercando di nobilitare la propria mancata fuga. Se si ha lo spirito per andarsene, è giusto farlo.

In uno dei versi del libro rievochi le merendine e i dolciumi che, attraverso l’influenza della tv, hanno segnato la tua infanzia e la tua adolescenza. Che impatto credi che abbia avuto la televisione sulla tua generazione?
Purtroppo tremenda, sospetto. Il vostro Atlante Illustrato lo dimostra perfettamente. A rivedere quelle immagini viene un misto di terrore e di tenerezza. Poi, certo, con gli amici è bello intonare l’invocazione sciamanica «cento cento cento» in stile Ok, Il prezzo è giusto, canticchiare la sigla del Pranzo è servito o darci di gomito pensando alle tettone del Drive In. Ti diverti, ma assieme ti chiedi quanto quelle immagini ci abbiano formato nella visione delle cose. Temo non poco. Di certo non una percentuale definibile matematicamente. Il che rende la nostra educazione televisiva uno sfondo torbido, inquietante, pronto a ricattarci ancora.

Nel romanzo stabilisci un parallelismo tra fatti storici (la battaglia del Piave nella Prima guerra mondiale) e la storia dei protagonisti: è un esercizio "simbolico" che fai spesso, nella vita reale?
Beh, ho insegnato storia, e capita spesso, anche parlando con i ragazzi, di confrontare le generazioni. Credo che la mia abbia molto in comune con quella che l’ha preceduta di 100 anni e che combatté nella Grande Guerra, anche per quel senso di sconcerto che dà vivere la propria giovinezza mentre c’è un intero secolo (e quale secolo) che ti cade addosso. Poi, nel caso specifico, conta molto la mia passione per la Prima guerra mondiale, dovuta a ragioni geografiche e personali, ma soprattutto alla sensazione che in quell’evento si concentrò una quantità di verità enorme. Mentre nella nostra quotidiana guerra (pur, per fortuna, così diversa) tutto si gioca su ipocrisie e scorrettezze alle spalle piuttosto avvilenti.

Mai passato per la testa di scrivere in prosa?
Ho scritto qualche prosa brevissima. Giusto un paio. Tipo questa o questa, che peraltro, poi, ho ‘riusato’ nel romanzo. Mai cose di respiro maggiore.

Hai già qualche idea per un prossimo romanzo?
Qualche idea inizia a frullare. È capitato facendo un giro a Mestre. Ma almeno per il prossimo anno lavorerò sul progetto di ricerca, cioè un’antologia della poesia simbolista italiana. Poi vedremo…

 

 

 

Isbn Edizioni intervista Emanuele Tonon

Abbiamo fatto qualche domanda a Emanuele Tonon, autore per Isbn de Il Nemico e La luce prima

 
In La luce prima c’è un senso di urgenza e di potenza travolgente della scrittura, che ancora di più rispetto al tuo precedente lavoro sembra un fiume in piena, un romanzo scritto di getto. Quanto tempo hai impiegato per scrivere il libro?
Ho impiegato tredici mesi. L’incipit (”Mi hai chiamato, prima di continuare a morire”) l’ho appuntato sul taccuino il 23 giugno 2010, nella sala d’attesa di un Pronto Soccorso. Ho continuato ad appuntare frasi per tutti i nove giorni in cui mia madre è rimasta in coma, a elargirmi il suo magistero di silenzio. Quegli appunti mi hanno tenuto in vita, ora posso dirlo. Poi ho passato circa un mese di mutismo. Non riuscivo a parlare, a scrivere. Tutto è esploso, infine. Ho buttato giù, a partire dagli appunti, il grosso del libro, dividendolo idealmente in tre parti: infanzia, adolescenza, maturità e morte. Ho passato intere notti senza sonno. Mi sono ritrovato con un file di duecentoquarantadue pagine. Sono stato ospite in casa di amici per due settimane, nel dicembre 2010: lì ho rimosso le pagine di troppo. Ho dimezzato il libro, ho tolto il vomito, ho deciso di tacere alcune cose, ho addolcito verità altrimenti troppo amare, in un testo così, senza filtri. Ho cercato di restare nella misura del salmo, dell’epicedio, di “raccontare” il meno possibile. Son tornato a casa, ho passato il 31 dicembre 2010 da solo nella casa deserta, vociferando col fantasma di mia madre mentre scrivevo le ultime pagine, quelle dove il figlio invita la Madre a danzare. Nel mese di gennaio ho consegnato la prima stesura. Fino ad agosto 2011 è stato un continuo tornare sul testo, per sole minuzie, ripensamenti. Un tornare inesorabile, operato con implacabile determinazione. Sono arrivato a telefonare in casa editrice poche ore prima che il libro andasse in stampa, per far apportare l’ultima modifica.
 
La tua storia, così come quella del Nemico, è molto personale, eppure riesce ad essere universale toccando nel profondo l’animo di tutti i lettori. Come ci riesci?
Forse perché non ho scritto semplicemente “storie”. Ho attraversato paesaggi e ferite, archetipi, mostrato figure, spalancato porte che non si volevano più aprire. Forse perché ho perseguito un linguaggio oltre la maniera e l’epigonalità, un linguaggio capace di indicare l’allegoria senza volerla spiegare, senza le astuzie tipiche della forma romanzo di questi anni. Forse perché ho scritto di quel bisogno d’amore e consolazione che tutti ci accomuna senza rinunciare alla denuncia furiosa. Forse perché ho sempre e solo scritto per pura necessità.
 
Si è discusso molto sulla tua scrittura. Ma tu come definiresti il tuo stile?
Quello stile di cui mi domanda, dovrebbe palesarsi da sé, senza eccessi di auto-esegesi. È la pagina che dovrebbe rispondere per me. Posso rivendicare finché voglio un’estetica esplicita (o credere di farlo) ma alla fine scrivo quel che più mi piace, mettendo in pratica un’estetica implicita che può anche andare nella direzione opposta. Con Dante posso dire: “I’mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”.
 
Cosa diresti a chi ti accusa di essere troppo ombelicale?
Con questa domanda, lei è come se mi portasse al banco degli imputati, quasi fossi tenuto, costretto a discolparmi, a dar conto dei miei peccati, come scrittore. Mentre così non è. Penso che questa domanda sia, molto semplicemente, mal posta. Per molti motivi. E qui mi costringe a essere spietato. Ma come? Si parla tanto di non-fictional novel! I teorici della letteratura, i critici militanti (di recente Daniele Giglioli, in Senza trauma, Quodlibet) hanno ormai consacrato definitivamente l’inclusione dell’auto-fiction e derivati nella sfera del non-fictional, di fatto legittimando sia il ritorno all’autofiction (che era un genere un po’ in declino) sia la sovranità, l’egemonia del non fictional novel nel NUOVO sistema dei generi post post post moderno. E a me vengono a rompere le balle con la storia dell’ombelicalità? E poi: intendono ombelicale o nombrilismo (narcisistico)? Perché anche lì ci sarebbe da distinguere…
Se mi considerano troppo ombelicale posso solo rispondere: bella scoperta. E come potrei non esserlo? Come avrei potuto fare a NON esserlo, data la materia? Lungi da me voler ridurre La luce prima al tema del rapporto ombelicale fra due esseri, ma, sant’iddio, si può pure dire che l’asse della struttura forse è proprio quello, e così DOVEVA essere. Prenda autori come Siti e Janeczek: sono autori di autofiction; l’autofiction è cosa profondamente diversa dal romanzo autobiografico. Prende la materia viva dalla vita realmente vissuta, dal bìos, e ne ricava il romanzo. Il romanzo viene FATTO con pezzi di vita dell’autore. Senza filtri. E questo è programmatico; adesso mi sembra che, come genere, sia tornata di moda. Perché i critici si sono accorti che nei “margini” del Letterario Fictional, ai confini col non-fictional c’è ANCHE l’autofiction; non c’è solo l’ibrido romanzo-reportage alla Saviano e tutta la galassia delle sue varianti. Dicevo: questa attenzione al non-fictional come forma legittima e quasi “migliore” delle altre, questa attenzione ha indotto alcuni a proiettare retroattivamente su autori classici questa lente interpretativa. Proust ovviamente non è sfuggito a un’analisi in questi termini. Dopo decenni a parlare della letteratura come menzogna e del mentire come unico modo per avvicinarsi alla verità, siamo punto e a capo. Manganelli, Girard, Lavagetto, e altri hanno fatto benissimo a insistere su questo paradosso, ma testi come il mio costringono il lettore e il critico a porsi la questione in modo sostanzialmente diverso. Un critico raffinatissimo, in un articolo del 1998 sull’atavismo in Proust (La razza estinta di Combray), dice una cosa semplicissima, su cui non si è mai insistito abbastanza: ci sono dei personaggi in Proust che molto semplicemente sfuggono alle maglie, alle contraintes della finzione romanzesca: sono la Nonna e la Mamma, Maman. Il critico si chiama Matteo Residori. Dice che quelle due figure erano semplicemente non trasfigurabili (le lascio solo immaginare dove potrebbero portarci le implicazioni del termine “figura”). Dovevano essere prese di peso e portate, trasportate, travasate nel romanzo: il romanzo è affollato di personaggi che sono il frutto di incroci e costruzioni complesse, ma - paradosso importante - tutto quel complesso sistema relazionale, tutta quella rete di rapporti fra i personaggi NON avrebbe potuto stare in piedi se Proust non avesse sentito la necessità di mettere al centro di quella galassia la Mamma-Nonna. Senza di loro, che sono due non-personaggi, tutto il resto non ha senso, non conta. Sono loro due l’ubi consistam, la pietra su cui è edificata la cattedrale.  Edmund Wilson, ne Il castello di Axel, ha scritto che “la nonna, per Proust, ha la stessa importanza che per Einstein ha la velocità della luce essendo l’unico valore costante che rende possibile il resto del sistema”. Gli psicanalisti che si sono cimentati nell’analisi dell’opera di Proust sanno bene queste cose (e non a caso, c’è interesse nei confronti della mia opera da parte degli psicanalisti). Per me è stato necessario partire da un elemento. Non voglio dire solo biografico, auto-biografico, ché non vorrebbe dire niente, bensì: da un elemento biografico irriducibile, non trasformabile, non trasfigurabile. Ne La luce prima i voli della mente che tra-vede (come nei mistici) la madre ci sono eccome, ma alcune parti di lei, alcuni “moments” (Barthes li chiamava “moments de vérité”) sono là, non trasfigurati, non rielaborati, non integrati. Sono lì, messi lì, ritrovati e piazzati lì, imprescindibili, ineludibili, nella loro immediatezza, a costo di sembrare ingombranti. E non poteva essere altrimenti.
 
Oltre a Moresco, quali sono altri tuoi punti di riferimento letterari?
Tante volte ho detto che prima di essere uno scrittore sono un lettore. E che sono uno scrittore perché sono un lettore onnivoro. Un elenco parziale, quindi, solo qualche punto della mia costellazione di riferimenti: i mistici. Dante. Leopardi. Kafka. Svevo. Bufalino. Gadda. Volponi. Pasolini. Blanchot. Mia madre che mi ha comunicato l’amore per la parola scritta e non ha mai scritto una riga in vita sua, escluse le lettere che mi scriveva quando stavo in convento.
 
Cosa ne pensi della letteratura italiana degli ultimi anni? Trovi che ci sia qualcuno di estremamente sopravvalutato o ingiustamente dimenticato? E cosa significa essere scrittori in Italia, oggi?
Il mondo letterario è cambiato, dobbiamo rendercene conto. Internet e i social network hanno stravolto definitivamente la letteratura, già provata dalle coltellate ricevute dall’intrattenimento televisivo. Visto che l’alfabetizzazione è data per ovvia, tutti credono di saper scrivere. Non c’è più consapevolezza della forma, del fare letterario. È come se per il solo fatto di possedere una moto, mi considerassi migliore di Valentino Rossi. Tutti poeti perché è possibile andare a capo. Tutti scrittori perché “se pubblicano tizio, devono pubblicare anche me”, tutti col cuore gonfio d’amore e disperazione spiaccicato in bacheca, in un blog. Non immagina quante volte mi son sentito chiedere “Quanto hai pagato per pubblicare i tuoi libri? Se non costa troppo vorrei pubblicare anche io per la tua casa editrice”, come se fosse normale e giusto pagare per pubblicare un libro ed essere annoverato nella gloriosa categoria degli scrittori. Come se fosse un diritto fare gli scrittori. Allo scrittore resta solo la possibilità di reinventare, resuscitare il linguaggio ed essere fedele alla propria opera. Nella consapevolezza che il prezzo da pagare potrebbe essere la marginalità. La letteratura che considero, che perseguo, sta solo nelle voci irate, irriducibili. E non ne faccio solo una questione di stile, ma anche di sangue, di materia narrativa viva. Fare nomi non ha senso. Lo sappiamo tutti chi è sopravvalutato e chi marginalizzato. Come tutti conosciamo perfettamente le dinamiche del mondo editoriale, che in nulla differiscono dalle ordinarie ingiustizie operate in un capannone di fabbrica, in un ufficio, in una scuola, in una facoltà universitaria, in una redazione di giornale o televisiva. Basterebbe andare a leggersi Lettere a nessuno di Antonio Moresco: in quelle pagine è già stato detto tutto. Uno scrittore deve continuare a scrivere come chi tenta una tecnica di primo soccorso, un supporto di base alle funzioni vitali, con la disperata consapevolezza che quel tentativo potrà risultare vano. Uno scrittore deve continuare a scrivere in quella incertezza, accettando il rischio delle lacrime e del silenzio.
 
Cosa stai scrivendo, ora?
Sto scrivendo alcune cose, sto diversificando la mia scrittura, tra un lavoro impossibile e un altro per arrivare a fine mese. E sono tornato dove ero stato costretto a fermarmi per scrivere La luce prima. Sono tornato a quel romanzo che doveva dare compimento alla mia idea iniziale di trinità e che ora è diventato l’alba di un nuovo cammino da sciancato. Non so dove mi porterà. Nella chiusa de Il nemico i personaggi andavano ad affogare nell’acqua marina, a parlare “la lingua degli annegati” che già avevano parlato, approssimativamente, nella vita immaginata dalla parola scritta; ne La luce prima i non-personaggi parlano “la lingua degli angeli”. In questo nuovo romanzo i personaggi e i non-personaggi cammineranno sulle acque marine, invece, come risorti capaci di domare le acque a piedi nudi, senza bisogno di tavole da windsurfer col piercing al sopracciglio. Scivoleranno sulle acque con furioso prodigio, si cercheranno come non è dato, ordinariamente, cercarsi. Parleranno una lingua che, come scrittore, sto ancora, nella meraviglia, imparando a balbettare.
 

 

 

Isbn intervista Simon Reynolds # Seconda parte


 

La seconda parte dell’intervista che abbiamo fatto a Simon Reynolds.
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Quale sarà il prossimo passo del “riciclo musicale” nella nostra cultura?
Non lo so. La gente parla degli anni novanta come della next big zone, ma cosa ci troveranno da copiare, mi chiedo? Proprio in questo periodo il Goth, la Cold Wave e la Electronic Body Music dei tardi anni ottanta sembrano fonti piuttosto calde. Forse il “baggy” sound di Manchester (Happy Monday, Stone Roses) verrà riscoperto. 

Recentemente è stata ripubblicata la kindle version del tuo primo libro, Blissed out. È buffo scoprire che già nell’87 parlavi di una specie di legame con il passato (continue riedizioni e revisioni, “un’altra biografia di Bob Dylan” e via dicendo). Quali sono le differenze fondamentali tra la “nuova” retromania e le “vecchie” retromanie? 

La differenza principale sta nella scala, nell’intensità e nella dimensione del problema, che ha a che fare con la componente della cultura digitale della nostra epoca e con il dilagante fenomeno dell’archivismo della memoria pop su internet. È lì che si crea la “mania”.

Ovviamente il problema non è nato dal nulla, è andato crescendo per anni, anzi per decenni. Vedo un’analogia con il film su Al Gore Una scomoda verità. La gente, compreso Gore stesso, ha parlato del surriscaldamento globale e delle sue conseguenze per anni, per decenni. Ma questo non ha impedito al film di essere un contributo vitale e tempestivo al riguardo. Né significa che Gore avrebbe dovuto star zitto sulla questione, dopo essersi espresso abbondantemente al riguardo nel film. Allo stesso modo, il rétro ha una storia e un’evoluzione che comincia decenni fa, ma non ho dubbi sul fatto che il fenomeno sia aumentato drasticamente negli ultimi dieci o dodici anni, e che sia qualcosa di cui ci dobbiamo occupare. Bisogna farsi delle domande! 

Nel regno iper-statico della cultura digitale – in cui il tempo è orizzontale e quasi ogni suono creato nel passato può essere facilmente riascoltato e la possibilità del cambiamento lineare sta svanendo – ha ancora un senso l’idea del potere trasformativo della musica? È ancora possibile essere sorpresi da qualcosa? 

Immagino che possiamo solo scoprire se qualcuno fa musica trasformativa, e capire se possiamo reagire alla sua sfida. Riguardo all’essere sorpresi, naturalmente spero di sì. Penso che potrebbe ancora succedermi di essere sorpreso. Sono pronto, volenteroso e in desideroso di esserlo! 

L’immenso archivio di YouTube è un’enorme risorsa per gli ascoltatori. Scaricare – legalmente o meno – ci permette di avere molta più musica di quella che possiamo realisticamente ascoltare. Si possono ascoltare file mp3 di tutti i tipi, provenienti da tutto il mondo. Tutta questa musica potrebbe costituire un problema per la nostra limitata capacità di ascolto? Stiamo diventando musicalmente onnivori ma allo stesso tempo anche un po’ superficiali? 

Sì. Questo è uno degli argomenti che tratto di più nel libro. Una delle mie preoccupazioni è l’assottigliarsi dell’esperienza musicale, una sorta di fruizione satura, distratta e dispersiva. 

Cosa pensi della musica italiana? C’è qualche gruppo o cantante italiano che ti piace, contemporaneo o dei decenni scorsi? 

Non so un granché della scena contemporanea, però ho visto una band di grande effetto all’Arca Puccini festival a Pistoia, si chiama Topsy the Great, è rock strumentale high energy intenso, tra l’hardcore, il metal e il math rock, con la batteria come strumento principale.

Dagli scorsi decenni, mi è piaciuto un po’ di progressive rock italiano che ho sentito e ovviamente giganti del soundtrack come Morricone e Goblin. E anche mostri della disco music come Moroder e Daniele Baldelli. Ho sentito alcuni bravi artisti techno italiani come Lory D e Leo Anibaldi. Ah, poi sono un grande fan dei vostri compositori di avanguardia come Nono, Berio e Maderna. 

Il libro ha una forte connotazione autobiografica. È pieno di ricordi e storie personali: la caccia alle mappe degli autobus che ha assorbito tuo figlio e te a New York; strani incontri con maniaci del rétro durante gli anni universitari, la sensazione straniante di avere un figlio cresciuto in America con cui non puoi condividere l’atmosfera culturale in cui sei cresciuto tu. Retromania è un ritratto del critico musicale di mezz’età? 

Tutti i miei libri sono personali, nel senso che non esisterebbero senza la mia passione e ossessivo interesse per la scena musicale e senza li mio coinvolgimento sul campo, come per i rave negli anni novanta o per il post-punk quand’ero ragazzo. Ma sicuramente in Retromania c’è più memoria emotiva e più aneddotica, pesca dalla mia storia personale più dei libri precedenti ed è inseparabile dal mio punto di vista, quello di chi c’era durante tutti i periodi di cui parlo. Perciò in quel senso è il libro di un uomo di mezza età. Credo che le mie considerazioni siano accessibili a lettori di tutte le età, ma non tutti le sentirebbero con la stessa di chi ha trenta, quaranta, cinquant’anni oggi: quelli che hanno vissuto negli anni sessanta o nell’epoca del post-punk, o in quella dei techno-rave dei novanta. Il libro ha un elemento immediato ed esperienziale che aggiunge un carico emozionale a Retromania sia per chi scrive che per chi legge.
 

Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? Quale sarà l’argomento del libro? 

Non dico nulla per scaramanzia perché il libro non è ancora stato ufficialmente proposto. Ma se il libro si farà, sarà un grande passo per me: parla sempre di musica, ma esplora aspetti che non ho mai esplorato prima. La mia speranza per i prossimi libri è riuscire a fare cose che mi mettano alla prova e mi portino in direzioni diverse ogni volta.

 

Isbn intervista Simon Reynolds # Prima parte


 
Abbiamo fatto qualche domanda a Simon Reynolds a proposito di Retromania, delle tesi contenute nel suo libro e delle sue preferenze musicali.
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Qual è stato l’evento – se ce n’è stato uno – che ti ha fatto decidere di scrivere un libro come Retromania?
La scintilla ha iniziato a scattarmi dentro durante gli anni 2000: la sensazione che la musica pop fosse ormai del tutto succube di un’attrazione fatale nei confronti della sua stessa storia, accumulata nel corso degli anni. Questa tendenza poteva essere arginata? mi chiedevo. Oppure ci stavamo inesorabilmente dirigendo verso una sorta di buco nero del pop? Non è facile segnalare il momento della svolta, anche se l’album dei Beatles Love – un remix mash-up dei più grandi successi del gruppo, realizzato da George Martin e suo figlio Giles – mi è sembrato l’esempio emblematico del nostro desiderio collettivo di riconsumare e rivisitare senza sosta gli anni d’oro del rock.
 
In Retromania ci sono tesi forti e originali – in alcuni casi impopolari – molta sociologia e filosofia; d’altra parte, sembra esserci meno storia e critica musicale rispetto ai tuoi ultimi libri. Come pensi che i lettori italiani reagiranno a tutto ciò?
Credo ci sia, come sempre, tanta storia e critica musicale – in un certo senso il libro è una specie di “storia del presente”, del significato del pop e del rock nei primi undici anni del Ventunesimo secolo. Di certo c’è molta critica musicale, solo che si tratta quasi sempre di critica dai toni negativi. Di sicuro è il mio primo libro che non sia stato scritto sotto la spinta principale dell’entusiasmo. E c’è anche meno descrizione diretta e meno evocazione della musica intesa come suono. Stando a quelle che sono state le reazioni negli Usa e in Inghilterra, credo che i fan e i lettori italiani avranno modo di divertirsi molto. Per me essere uno scrittore di musica significa ragionare in termini di odio/amore, e questa volta il concetto di base del libro tende maggiormente verso l’odio. Ma solo perché amo davvero tanto la musica e ho sempre grandi aspettative in proposito! In realtà uno degli obiettivi del libro è l’erosione della mentalità dell’odio/amore, quella che io chiamo gusto dell’o/o. È stata rimpiazzata da una sorta di debole eclettismo, la modalità shuffle tipica dell’iPod per cui ci piacciono un sacco di cose ma nessuna ci provoca una vera ossessione o fanatismo.
Il nucleo centrale del tuo libro è il fatto che la nostra era musicale – così come la cultura pop – sia caratterizzata dalla costante e continua esplorazione del passato. Negli ultimi 15 anni, più o meno, non ci sono stati artisti o band in grado di realizzare qualcosa di veramente nuovo. Ma non pensi che gente come Arcade Fire, Arctic Monkeys, Bon Iver o Kanye West stiano costruendo un suono nuovo e innovativo, senza guardare tanto al passato?
Non ho detto che negli ultimi 15 anni non ci sono state band che abbiano fatto qualcosa di innovativo. Ma, di sicuro, nel Ventunesimo secolo non ci sono stati movimenti musicali paragonabili, in termini di rilevanza o di effettiva novità, al rap o al rave, al punk o al metal. Molte band attive al giorno d’oggi o contribuiscono a una lunga e stabile tradizione, alla quale aggiungono piccole e impercettibili modifiche, oppure mettono insieme due o più tradizioni esistenti, per crearne una relativamente nuova. I Vampire Weekend ne sono un buon esempio. Così come molti gruppi dell’area dubstep. Per quel che riguarda gli esempi specifici:
Gli Arcade Fire, per me, suonano come la “grande musica” degli anni 80, come poi è stata definita – l’epico postpunk-da-stadio dei Waterboys, Echo & the Bunnymen, e così via. Ammetto che si tratta di un gruppo di una certa importanza, ma non riesco a capire cosa renda la loro musica davvero innovativa.
Gli Arctic Monkeys sono una grande band, il loro primo disco è stato uno dei miei preferiti del decennio. Ma loro agiscono in una zona ben definita, sia dal punto di vista dei testi che della musica: la tradizione del pop-rock inglese che include Smiths, Pulp, Libertines, e così via. Nei loro dischi c’è poco che non sia stato già realizzato, da un punto di vista musicale, negli anni 80.
Bon Iver: non credo ci sia nulla nei suoi dischi che non sia stato già fatto negli anni 80, forse anche nei 70. Il suo ultimo disco è apertamente in debito con il soft-rock Americano dei 70-80.
Kanye West ha fatto della grande musica, ma la maggior parte dei suoi lavori si basa sul sampling. Spesso si tratta di grossi pezzi di musica già esistente. Qualche volta è fatto in modo particolarmente brillante (“Through the Fire”, basato su “Through the Wire” di Chakha Khan) ma qualche altra volta non tanto (le canzoni che si basano in modo più evidente sulle tracce di Daft Punk e Curtis Mayfield).  La maggior parte delle innovazioni di Kanye sono nelle liriche e nel flow, e anche nel suo “personaggio” e nella sperimentazione del gestire la celebrità attraverso I media digitali, come per esempio twitter.
Qual è il gruppo retromaniaco contemporaneo che ami ascoltare? In altre parole, chi pensi realizzi al meglio la musica senza fare nulla di nuovo?
Ovviamente adoro Ariel Pink, e in un certo senso è lui l’eroe di Retromania. E insieme a lui ci sono un sacco di altri gruppi che mi piacciono che non stanno realmente aggiungendo nulla di nuovo al linguaggio musicale già esistente. Ma sono ugualmente molto bravi e divertenti da ascoltare. Qualche tempo fa mi è piaciuto l’album Kaputt di Destroyer, che è basato in modo molto consapevole e meticoloso sul sound patinato del pop di metà anni 80, come quello dei Prefab Sprout, dei Blue Nile, Roxy Music e Avalon. Non so perché proprio questo disco, nella sua grande produzione, suoni così vicino a quell’era musicale specifica, ma provo un piacere particolare nell’ascoltarlo, perché ai tempi ho amato sia i Prefab che i Blue Nile. (CONTINUA…)

 

Mario Bonaldi intervistato da Affari Italiani

Mario Bonaldi, editor della narrativa italiana a Isbn, ha rilasciato un’intervista ad Affari Italiani. Eccola.

Michela Murgia ("Il mondo deve sapere"), Ilaria Bernardini ("La fine dell’amore"), Omar Di Monopoli ("Uomini e cani", "Ferro e fuoco" e il romanzo che chiuderà la trilogia in arrivo entro l’estate), Michele Vaccari ("Italian fiction"), Biagio Autieri ("L’insolita rumba"), Emanuele Tonon ("Il nemico"), Paolo Caredda ("Altri giorni, altri alberi"), Gabriele Reggi ("Liberaci dagli sbirri"). Sono, in rigoroso ordine cronologico di sbarco in libreria, gli ‘italiani’ di Isbn. E, tra poche settimane, a questo gruppo si aggiungeranno anche Amedeo Romeo con "Non piangere coglione" (di cui si dice un gran bene) e Matteo Sartori con "Gli inerti".

Mario Bonaldi, giovanissimo editor Isbn classe ‘79 (dal 2005 in casa editrice, inizialmente come redattore), ha il compito (affascinante, rischioso, ingrato e conturbante allo stesso tempo) di selezionare le decine di manoscritti che ogni giorno arrivano via mail o via posta. E’ lui (e non ha frequentato scuole o master di editoria in passato) a occuparsi e ad aver scelto, in particolare a partire dall’ultimo periodo,  gli italiani di Isbn prima citati. Ed è lui, quindi, ad avere poche pagine e pochi minuti a disposizione per rendersi conto se il testo dello sconosciuto aspirante esordiente che ha davanti merita il cestino (reale o virtuale) o una maggiore attenzione, una rilettura o, addirittura (ma prima passeranno molto tempo e molte meditazioni), la pubblicazione. Insomma, c’è da non dormirci la notte…

Bonaldi, quanti manoscritti di aspiranti esordienti italiani riceve al giorno?
"Dipende. In media cinque o sei. Poi ci sono periodi dell’anno, e penso all’estate e al Natale, in cui a quanto pare gli italiani hanno più voglia di pubblicare…".

Non l’è ancora venuta la ‘nausea’?
"No, è comunque sempre interessante. Certo, un po’ fa specie questa mancanza di pudore. Quasi tutti dicono di scrivere solo per se stessi, ma la realtà è che la maggior parte delle persone che scrive ha in mente la pubblicazione".

Quante pagine le servono per giudicare il testo che ha davanti?
"A volte può bastarmi anche il titolo. In genere, chiediamo sempre una sinossi, e già quella dice molto. Visto che, per comodità ed ecologia, preferisco ricevere i manoscritti via mail, quando le prime righe mi incuriosiscono stampo la prima parte del libro. Ma dipende. Spesso arrivo anche alla fine. Nella selezione, in ogni caso, devo tenere conto della linea editoriale. Qualche volta capita anche qualche bel manoscritto che però non è adatto a Isbn".

A proposito di linea editoriale, come definirebbe quella di Isbn?
"Noi cerchiamo testi in grado di sorprenderci, con un punto di vista e una lingua originali. In realtà non abbiamo grandi paletti, le nostra linea editoriale è abbastanza eclettica. Sarà una banalità, ma pubblichiamo quello che ci piace. In generale, preferiamo autori esordienti e giovani. Scrittori come Di Monopoli, Autieri, Reggi, lo stesso Romeo, a loro volta, sono accumunati da una sensibilità cinematografica che ci interessa molto, ma questo è solo un esempio".

Isbn si affida alla prima scrematura delle agenzie letterarie o preferisce scegliersi da sè gli autori, senza mediazioni?
"All’inizio preferivamo evitare le agenzie letterarie perché avevamo la sensazione che proponessero libri in fondo tutti uguali. Poi ci siamo in parte ricreduti. Dipende da cosa ci propongono. Reggi, l’ultimo autore pubblicato, e Romeo, il prossimo (in arrivo a inizio marzo, ndr), ci sono stati entrambi proposti da un’agenzia. Continuiamo comunque a preferire le proposte spontanee".

Qual è la scoperta di cui va più orgoglioso?
"Per motivi diversi sono orgoglioso di tutti. Però, forse sarà anche perché è l’ultimo, ‘Non piangere coglione’ di Romeo è qualcosa di diverso. Finora abbiamo quasi sempre pubblicato testi ricercati, sguardi letterari particolari, complessi, destinati forse inevitabilmente a un pubblico di lettori ristretto. Penso allo stesso Tonon, ad esempio. Romeo, invece, è sì raffinato e originale, ma allo stesso tempo anche popolare. Potenzialmente ‘Non piangere coglione’ può aspirare a un pubblico ampio".".

Immaginiamo che non farà nomi. Ci basta un sì o un no. Si è pentito di uno degli autori che ha contribuito a far esordire?
"Sinceramente no. Certo, ci sono stati libri che hanno rivevuto meno attenzione di quanto ci aspettassimo, ma non mi sono nè ci siamo mai ricreduti".

Ma scrittori italiani bravi in giro ce ne sono molti?
"Ieri sono andato in libreria in cerca di qualche romanzo di autori italiani contemporanei da comprare, ma non ne ho trovato neppure uno che mi convincesse. La situazione è desolante. In Italia non trovo una ‘potenza’ della scrittura. L’ultima cosa potente che mi ricordo di aver letto è stata ‘Rondini sul filo’ di Michele Mari. La verità è che noi di Isbn pubblichiamo pochi italiani semplicemente perché facciamo fatica a trovare autori meritevoli, in grado di rappresentare una novità. E non è un caso che preferiamo gente fuori dal giro dei salotti, come Tonon o Reggi tanto per intenderci, perché con tutti questi scrittori che si incontrano e parlano dei libri che stanno scrivendo si finisce per trovare in libreria sempre gli stessi romanzi".

In questo panorama ‘desolante’, quali case editrici lavorano bene sugli italiani?
"Le oasi felici sono poche. Apprezzo molto le edizioni Coniglio, come pure Transeuropa. Ovviamente anche la collana Nichel di Minimum Fax (curata da Nicola Lagioia, ndr), che ha il merito di fare scouting e che ogni tanto tira fuori qualcosa di interessante".

E Fandango?
"La loro collana I Quindici, quello voluta da Baricco e tanto pubblicizzata, non mi convince, manca di originalità.

Con tutti i manoscritti che legge o sfoglia, si sarà fatta un’idea delle direzioni che sta prendendo la nuova narrativa italiana. Premesso che ogni voce letteraria è diversa dalle altre, alla maniera di Pier Vittorio Tondelli nelle imperdibili prefazioni alle antologie di culto da lui curate negli anni ‘80, se la sente di provare a ‘classificare’ gli aspiranti scrittori di oggi? Ci sono dei temi e delle tendenze stilistiche ricorrenti?

"Parlerei di due grandi gruppi. Gli aspiranti scrittori ‘fan’ del cosiddetto New Italian Epic, che propongono storie ambientate negli anni ‘70 o ‘80 o saghe che coprono più decenni. Si tratta di grandi narrazioni quasi mai convincenti. Leggermente meglio va con chi punta sul cosiddetto New Italian Realism. Storie contemporanee sul lavoro, sulle nevrosi della quotidianità, sulle morti sul lavoro o sull’immigrazione. Peccato che anche in questi casi molto raramente l’autore di turno faccia il salto di qualità necessario. L’impasse tragica in cui naviga l’Italia si ritrova anche in questi manoscritti. Non si riesce a immaginare un futuro, si ricade nelle banalità, manca la fantasia, non si resta quasi mai sorpresi. E poi è lampante e risaputo che gli aspiranti scrittori italiani non sanno quasi mai raccontare bene una storia, che dovrebbe essere in ogni caso la premessa necessaria".

Luc Dardenne, videointervista

Su Cinefestival la videointervista a Luc Dardenne in occasione del Torino Film Festival.
Nel nostro catalogo, da poco pubblicato, "Dietro i nostri occhi".

 

Intervista a Sergej Samsonov

Prendendo spunto dal passaggio di Zlatan Ibrahimovic dall’Inter al Barcellona, ecco l’intervista a Sergej Samsonov sul Corriere della Sera, firmata da Tommaso Pellizzari.

 

Chi è Torsten Krol

Torsten Krol è uno scrittore australiano dall’identità misteriosa. Nessuno l’ha mai visto, nessuno sa chi sia.
È autore di due romanzi, Gli uomini delfino (The Dolphin People) e Callisto (Callisto), entrambi pubblicati da ISBN edizioni.
Sul nostro sito è possibile trovare una intervista molto interessante all’autore (che non è Salinger, e nemmeno Stephen King).