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Isbn Edizioni intervista Emanuele Tonon

Abbiamo fatto qualche domanda a Emanuele Tonon, autore per Isbn de Il Nemico e La luce prima

 
In La luce prima c’è un senso di urgenza e di potenza travolgente della scrittura, che ancora di più rispetto al tuo precedente lavoro sembra un fiume in piena, un romanzo scritto di getto. Quanto tempo hai impiegato per scrivere il libro?
Ho impiegato tredici mesi. L’incipit (”Mi hai chiamato, prima di continuare a morire”) l’ho appuntato sul taccuino il 23 giugno 2010, nella sala d’attesa di un Pronto Soccorso. Ho continuato ad appuntare frasi per tutti i nove giorni in cui mia madre è rimasta in coma, a elargirmi il suo magistero di silenzio. Quegli appunti mi hanno tenuto in vita, ora posso dirlo. Poi ho passato circa un mese di mutismo. Non riuscivo a parlare, a scrivere. Tutto è esploso, infine. Ho buttato giù, a partire dagli appunti, il grosso del libro, dividendolo idealmente in tre parti: infanzia, adolescenza, maturità e morte. Ho passato intere notti senza sonno. Mi sono ritrovato con un file di duecentoquarantadue pagine. Sono stato ospite in casa di amici per due settimane, nel dicembre 2010: lì ho rimosso le pagine di troppo. Ho dimezzato il libro, ho tolto il vomito, ho deciso di tacere alcune cose, ho addolcito verità altrimenti troppo amare, in un testo così, senza filtri. Ho cercato di restare nella misura del salmo, dell’epicedio, di “raccontare” il meno possibile. Son tornato a casa, ho passato il 31 dicembre 2010 da solo nella casa deserta, vociferando col fantasma di mia madre mentre scrivevo le ultime pagine, quelle dove il figlio invita la Madre a danzare. Nel mese di gennaio ho consegnato la prima stesura. Fino ad agosto 2011 è stato un continuo tornare sul testo, per sole minuzie, ripensamenti. Un tornare inesorabile, operato con implacabile determinazione. Sono arrivato a telefonare in casa editrice poche ore prima che il libro andasse in stampa, per far apportare l’ultima modifica.
 
La tua storia, così come quella del Nemico, è molto personale, eppure riesce ad essere universale toccando nel profondo l’animo di tutti i lettori. Come ci riesci?
Forse perché non ho scritto semplicemente “storie”. Ho attraversato paesaggi e ferite, archetipi, mostrato figure, spalancato porte che non si volevano più aprire. Forse perché ho perseguito un linguaggio oltre la maniera e l’epigonalità, un linguaggio capace di indicare l’allegoria senza volerla spiegare, senza le astuzie tipiche della forma romanzo di questi anni. Forse perché ho scritto di quel bisogno d’amore e consolazione che tutti ci accomuna senza rinunciare alla denuncia furiosa. Forse perché ho sempre e solo scritto per pura necessità.
 
Si è discusso molto sulla tua scrittura. Ma tu come definiresti il tuo stile?
Quello stile di cui mi domanda, dovrebbe palesarsi da sé, senza eccessi di auto-esegesi. È la pagina che dovrebbe rispondere per me. Posso rivendicare finché voglio un’estetica esplicita (o credere di farlo) ma alla fine scrivo quel che più mi piace, mettendo in pratica un’estetica implicita che può anche andare nella direzione opposta. Con Dante posso dire: “I’mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”.
 
Cosa diresti a chi ti accusa di essere troppo ombelicale?
Con questa domanda, lei è come se mi portasse al banco degli imputati, quasi fossi tenuto, costretto a discolparmi, a dar conto dei miei peccati, come scrittore. Mentre così non è. Penso che questa domanda sia, molto semplicemente, mal posta. Per molti motivi. E qui mi costringe a essere spietato. Ma come? Si parla tanto di non-fictional novel! I teorici della letteratura, i critici militanti (di recente Daniele Giglioli, in Senza trauma, Quodlibet) hanno ormai consacrato definitivamente l’inclusione dell’auto-fiction e derivati nella sfera del non-fictional, di fatto legittimando sia il ritorno all’autofiction (che era un genere un po’ in declino) sia la sovranità, l’egemonia del non fictional novel nel NUOVO sistema dei generi post post post moderno. E a me vengono a rompere le balle con la storia dell’ombelicalità? E poi: intendono ombelicale o nombrilismo (narcisistico)? Perché anche lì ci sarebbe da distinguere…
Se mi considerano troppo ombelicale posso solo rispondere: bella scoperta. E come potrei non esserlo? Come avrei potuto fare a NON esserlo, data la materia? Lungi da me voler ridurre La luce prima al tema del rapporto ombelicale fra due esseri, ma, sant’iddio, si può pure dire che l’asse della struttura forse è proprio quello, e così DOVEVA essere. Prenda autori come Siti e Janeczek: sono autori di autofiction; l’autofiction è cosa profondamente diversa dal romanzo autobiografico. Prende la materia viva dalla vita realmente vissuta, dal bìos, e ne ricava il romanzo. Il romanzo viene FATTO con pezzi di vita dell’autore. Senza filtri. E questo è programmatico; adesso mi sembra che, come genere, sia tornata di moda. Perché i critici si sono accorti che nei “margini” del Letterario Fictional, ai confini col non-fictional c’è ANCHE l’autofiction; non c’è solo l’ibrido romanzo-reportage alla Saviano e tutta la galassia delle sue varianti. Dicevo: questa attenzione al non-fictional come forma legittima e quasi “migliore” delle altre, questa attenzione ha indotto alcuni a proiettare retroattivamente su autori classici questa lente interpretativa. Proust ovviamente non è sfuggito a un’analisi in questi termini. Dopo decenni a parlare della letteratura come menzogna e del mentire come unico modo per avvicinarsi alla verità, siamo punto e a capo. Manganelli, Girard, Lavagetto, e altri hanno fatto benissimo a insistere su questo paradosso, ma testi come il mio costringono il lettore e il critico a porsi la questione in modo sostanzialmente diverso. Un critico raffinatissimo, in un articolo del 1998 sull’atavismo in Proust (La razza estinta di Combray), dice una cosa semplicissima, su cui non si è mai insistito abbastanza: ci sono dei personaggi in Proust che molto semplicemente sfuggono alle maglie, alle contraintes della finzione romanzesca: sono la Nonna e la Mamma, Maman. Il critico si chiama Matteo Residori. Dice che quelle due figure erano semplicemente non trasfigurabili (le lascio solo immaginare dove potrebbero portarci le implicazioni del termine “figura”). Dovevano essere prese di peso e portate, trasportate, travasate nel romanzo: il romanzo è affollato di personaggi che sono il frutto di incroci e costruzioni complesse, ma - paradosso importante - tutto quel complesso sistema relazionale, tutta quella rete di rapporti fra i personaggi NON avrebbe potuto stare in piedi se Proust non avesse sentito la necessità di mettere al centro di quella galassia la Mamma-Nonna. Senza di loro, che sono due non-personaggi, tutto il resto non ha senso, non conta. Sono loro due l’ubi consistam, la pietra su cui è edificata la cattedrale.  Edmund Wilson, ne Il castello di Axel, ha scritto che “la nonna, per Proust, ha la stessa importanza che per Einstein ha la velocità della luce essendo l’unico valore costante che rende possibile il resto del sistema”. Gli psicanalisti che si sono cimentati nell’analisi dell’opera di Proust sanno bene queste cose (e non a caso, c’è interesse nei confronti della mia opera da parte degli psicanalisti). Per me è stato necessario partire da un elemento. Non voglio dire solo biografico, auto-biografico, ché non vorrebbe dire niente, bensì: da un elemento biografico irriducibile, non trasformabile, non trasfigurabile. Ne La luce prima i voli della mente che tra-vede (come nei mistici) la madre ci sono eccome, ma alcune parti di lei, alcuni “moments” (Barthes li chiamava “moments de vérité”) sono là, non trasfigurati, non rielaborati, non integrati. Sono lì, messi lì, ritrovati e piazzati lì, imprescindibili, ineludibili, nella loro immediatezza, a costo di sembrare ingombranti. E non poteva essere altrimenti.
 
Oltre a Moresco, quali sono altri tuoi punti di riferimento letterari?
Tante volte ho detto che prima di essere uno scrittore sono un lettore. E che sono uno scrittore perché sono un lettore onnivoro. Un elenco parziale, quindi, solo qualche punto della mia costellazione di riferimenti: i mistici. Dante. Leopardi. Kafka. Svevo. Bufalino. Gadda. Volponi. Pasolini. Blanchot. Mia madre che mi ha comunicato l’amore per la parola scritta e non ha mai scritto una riga in vita sua, escluse le lettere che mi scriveva quando stavo in convento.
 
Cosa ne pensi della letteratura italiana degli ultimi anni? Trovi che ci sia qualcuno di estremamente sopravvalutato o ingiustamente dimenticato? E cosa significa essere scrittori in Italia, oggi?
Il mondo letterario è cambiato, dobbiamo rendercene conto. Internet e i social network hanno stravolto definitivamente la letteratura, già provata dalle coltellate ricevute dall’intrattenimento televisivo. Visto che l’alfabetizzazione è data per ovvia, tutti credono di saper scrivere. Non c’è più consapevolezza della forma, del fare letterario. È come se per il solo fatto di possedere una moto, mi considerassi migliore di Valentino Rossi. Tutti poeti perché è possibile andare a capo. Tutti scrittori perché “se pubblicano tizio, devono pubblicare anche me”, tutti col cuore gonfio d’amore e disperazione spiaccicato in bacheca, in un blog. Non immagina quante volte mi son sentito chiedere “Quanto hai pagato per pubblicare i tuoi libri? Se non costa troppo vorrei pubblicare anche io per la tua casa editrice”, come se fosse normale e giusto pagare per pubblicare un libro ed essere annoverato nella gloriosa categoria degli scrittori. Come se fosse un diritto fare gli scrittori. Allo scrittore resta solo la possibilità di reinventare, resuscitare il linguaggio ed essere fedele alla propria opera. Nella consapevolezza che il prezzo da pagare potrebbe essere la marginalità. La letteratura che considero, che perseguo, sta solo nelle voci irate, irriducibili. E non ne faccio solo una questione di stile, ma anche di sangue, di materia narrativa viva. Fare nomi non ha senso. Lo sappiamo tutti chi è sopravvalutato e chi marginalizzato. Come tutti conosciamo perfettamente le dinamiche del mondo editoriale, che in nulla differiscono dalle ordinarie ingiustizie operate in un capannone di fabbrica, in un ufficio, in una scuola, in una facoltà universitaria, in una redazione di giornale o televisiva. Basterebbe andare a leggersi Lettere a nessuno di Antonio Moresco: in quelle pagine è già stato detto tutto. Uno scrittore deve continuare a scrivere come chi tenta una tecnica di primo soccorso, un supporto di base alle funzioni vitali, con la disperata consapevolezza che quel tentativo potrà risultare vano. Uno scrittore deve continuare a scrivere in quella incertezza, accettando il rischio delle lacrime e del silenzio.
 
Cosa stai scrivendo, ora?
Sto scrivendo alcune cose, sto diversificando la mia scrittura, tra un lavoro impossibile e un altro per arrivare a fine mese. E sono tornato dove ero stato costretto a fermarmi per scrivere La luce prima. Sono tornato a quel romanzo che doveva dare compimento alla mia idea iniziale di trinità e che ora è diventato l’alba di un nuovo cammino da sciancato. Non so dove mi porterà. Nella chiusa de Il nemico i personaggi andavano ad affogare nell’acqua marina, a parlare “la lingua degli annegati” che già avevano parlato, approssimativamente, nella vita immaginata dalla parola scritta; ne La luce prima i non-personaggi parlano “la lingua degli angeli”. In questo nuovo romanzo i personaggi e i non-personaggi cammineranno sulle acque marine, invece, come risorti capaci di domare le acque a piedi nudi, senza bisogno di tavole da windsurfer col piercing al sopracciglio. Scivoleranno sulle acque con furioso prodigio, si cercheranno come non è dato, ordinariamente, cercarsi. Parleranno una lingua che, come scrittore, sto ancora, nella meraviglia, imparando a balbettare.
 

 

 

Paolo Sortino recensisce La luce prima di Emanuele Tonon

Paolo Sortino, autore di Elisabeth, recensisce La luce prima di Emanuele Tonon

IL CUORE SACRO E INDICIBILE DI TONON

Paolo Sortino
 
Non è un caso che pur trattando un evento necessariamente a sé contemporaneo qual è la morte della madre, Emanuele Tonon abbia creato tra i secoli un ponte di significati. In termini di pensiero, La luce prima (Isbn, pp. 130, euro 15,90), ci riporta agli albori della letteratura antica, ad autori come Archiloco o Empedocle, il quale scriveva: «Solo un cuore sacro e indicibile sussiste, che con pensieri veloci sfrecciandosi slancia attraverso il mondo intero». Prima che Hölderlin facesse di quest’ultimo un eroe romantico, per cui il gesto di gettarsi nell’Etna voleva significare concedersi all’assoluto in maniera definitiva, il cuore dell’uomo era ancora capace di stabilire una relazione tra il proprio spirito e lo spirito della terra. Il cuore con cui questo romanzo è stato composto è di questo tipo. Non è luogo di perdizione né di infinito naufragare, ma carne che interroga l’esperienza e concede a chi soffre almeno una possibilità di rimetterla avanti a sé nei giorni ancora da vivere.
È vero: il trauma specifico narrato non sembra «slanciare» l’autore nel mondo. La capacità di aggredire le cose e impossessarsi degli accanimenti è ostacolata dal vuoto dovuto alla perdita. Di fatto assistiamo a un’impasse, un momento che potrebbe durare quanto la vita in cui la vita resta esterrefatta, incapace di muoversi o far muovere altro. Attingendo al suo trascorso religioso, l’autore tenterebbe volentieri la vita cristiana, gridando soccorso al suo dio che però non risponde, non interviene. La rivoluzione che la fede in un dio che si è fatto uomo vede unificate la via del cielo con la via terrena, gira a vuoto, non basta più. Per staccare il piede da terra lo scrittore ha bisogno di sacrificare il suo cuore, renderlo sacro e indicibile, votarlo a un bene determinato. Allora un movimento prende vita e lo vediamo: i pensieri di Tonon sono veloci come li descrive Empedocle, lo consente la lingua con egli cui racconta la sua «piccola mamma». Una sinuosità linguistica senza precedenti, senza frasi a effetto, senza strizzate d’occhio al lettore, senza quegli artifici pure necessari alla persuasione narrativa. Non troveremo un solo vettore stilistico, neanche quelli “costruttivi” che dànno modo di scandagliare le opere dei più degni maestri. Un romanzo che sembra essersi scritto da sé, e che a leggerlo, viene da pensare, prende lo stesso poco tempo che è servito a scriverlo, perché queste pagine possiedono l’agilità e l’apparente semplicità di un gesto. La felicità espressiva che traspare rende questo libro una specie di Macchina di Antikythera, uno di quegli strani oggetti che vengono ritrovati nelle profondità marine, la cui origine risale a migliaia di anni fa e nel loro riaffiorare ci donano un’incongruenza storica, poiché la tecnologia che li ha creati è pari o superiore alla nostra. Il genere romanzo continua a essere una perfetta macchina di senso. Un motore impalpabile che genera significato in eccellenza.
C’è la regale possibilità che Tonon sia il solo scrittore italiano a non subire il divario tra lingua parlata e lingua scritta; tra lingua trovata in casa e lingua letteraria. Consapevoli che in ultima analisi sta in questo la vera prova di una corrispondenza tra vita e letteratura, si ha il dubbio se elogiarlo per l’una o per l’altra.
Da qui nasce il bene di questo libro e allo stesso tempo quanto di primo acchito disturba la narrazione, quel che di confessionale non vorremmo ci fosse perché intorbidisce la trasparenza delle immagini. Ma è quel poco di opacità dovuta al cuore trascinato sul piano di un’esistenza fragile come il vetro. Una traccia di sangue sufficiente a renderci visibili le ragioni del dolore.

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Moresco|Tonon

Su Affaritaliani.it la lettera di Antonio Moresco a Emanuele Tonon

Caro Emanuele,

ho appena finito di leggere “La luce prima”, che mi ha completamente conquistato. Mi è stato chiesto se volevo scrivere qualcosa su questo tuo secondo libro. Lo faccio volentieri. Ma questa non è una recensione, è una lettera. Perché questo non è un libro che, a mio parere, si possa e si debba recensire. Non perché non abbia forza letteraria, perché anzi ne ha molta:
Ma questa è la mia lingua degli angeli, prima del silenzio in cui potrò ritrovarti e stringerti, eternamente. Io non so se c’è altra letteratura possibile e non mi interessa nemmeno più saperlo. Voglio soltanto una lingua di fuoco sulla testa, essere pieno di Spirito Santo come tu, quarant’anni fa, sei stata piena di me.

Ma perché - per quanto mi riguarda - sono altre le cose che, leggendo il tuo libro, mi hanno fatto insorgere. Immagino che un libro così, con tutto il suo carico di dolore e di sbilanciamento emotivo e di incontrollabilità confessionale, possa apparire imbarazzante ad alcuni dei suoi lettori, che possa sembrare troppo “esibito”, troppo “sdolcinato”, mentre altri -puoi starne certo- ne faranno un lacrimevole libro-melassa edificante, per portare acqua al proprio orribile mulino religioso istituzionale. Io non sono di questi. Ti dirò anzi che mi sembra superiore al tuo primo libro. Hai scritto quello che dovevi scrivere e non te ne è fregato niente di tutto il resto, che è poi l’unico modo di scrivere i libri che vale la pena di leggere, di qualunque tipo essi siano. Così, anche in queste mie poche righe, voglio andare subito all’osso, a un rapporto ravvicinato e stretto, e non parlerò di nient’altro. Come sai, nelle nostre vite ci sono cose che ci rendono fratelli. Ma -ora lo capisco bene- ce ne sono altre che ci proiettano lontano l’uno dall’altro. Una, soprattutto, che è il centro ustorio e il buco nero del tuo indimenticabile libro: la madre. Ecco, io di fronte a tutta questa tua dolcezza (che pure mi arriva completamente, che è tutta dentro di me) rimango muto, impietrito. Tu porti sulle tue spalle il fardello e il trauma di un’accettazione totale. Io porto sulle mie spalle il fardello e il trauma di un abbandono. Tu hai cercato di fuggire da questo terribile vincolo, da questo buco nero e da questo destino. Io non ne ho avuto bisogno perché sono stato scacciato e abbandonato nel bosco. Tu sei stato amato. Io no. Avrei preferito il contrario? Che cosa è meglio? Qual è la madre migliore? Quella infinitamente buona o quella folle e feroce? Forse, tra noi due, sono stato io ad avere il dono più grande.

Ho letto nelle righe di biografia che ci sono all’interno del libro che tu sei nato nel 1970. Che cosa strana e inconcepibile è questa illusione che abbiamo chiamato “il tempo”! ho pensato. Tu in quell’anno stavi venendo fuori a capofitto dalla pancia della tua madre Madonna e martire, io avevo 23 anni e mi spostavo da una città all’altra come un’esaltata anima in pena inseguendo cupe illusioni, dando quest’altra forma al mio dolore di essere al mondo. Io ero già fatto, la mia scatola nera era pronta, tu stavi venendo fuori con la tua scatolina nera appena formata in una mano, tutti e due su questo piano inclinato che abbiamo chiamato “tempo”, su cui non ci si incontra mai con chi ci si dovrebbe incontrare. Noi non vediamo niente, vediamo solo questo grandinare di proiettili di carne che vengono giù al buio e con gli occhi chiusi, da tutte le parti.

Che cosa farai d’ora in poi? Che libri scriverai? E’ da un anno che devo venire a trovarti e che non riesco a trovare i pochi giorni necessari per farlo, perché la mia vita è tutta attraversata da illusioni o pazzie che si mangiano tutto il mio tempo. Il nostro programma era che io arrivavo da te col treno, dormivo in casa tua e poi andavamo insieme a Trieste, che io -a quasi 64 anni- non ho ancora visto. Però è già un paio di volte che sono costretto a rimandare. Anche questa volta è così. Pensavo di poter venire proprio in questi giorni, invece sono ancora in balia di altre cose. Quando ci riuscirò? Questo autunno? Questo inverno? La primavera prossima? Chi lo sa! Però vedrai che, in un modo o nell’altro, prima di crepare ce la farò a venire da te.

Un forte abbraccio,
Antonio

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La luce prima - Emanuele Tonon

Antonio Prudenzano recensisce La luce prima, nuovo romanzo di Emanuele Tonon, in libreria da domani. Un libro che farà sicuramente discutere, per uno scrittore che già con la sua prima prova, Il nemico, è diventato un caso letterario nel 2009.

Il suo romanzo d’esordio, l’eretico "Il nemico" (un testo diviso in due parti), pubblicato da Isbn edizioni nel 2009, ha fatto molto parlare. Emanuele Tonon, che ha esordito a 39 anni dopo aver vissuto esperienze molto dure (compresa quella monastica), torna con "La luce prima", un altro romanzo breve - un atto unico -, che anche questa volta "disturberà" e dividerà critica e lettori.

In attesa di chiudere la trilogia (che l’autore preferisce definire "trinità") iniziata con "Il nemico", in questo nuovo libro, un monologo stilisticamente meno sperimentale del primo, lo scrittore friulano ha scelto di raccontare senza mediazioni la morte improvvisa della propria madre. Un attraversamento privo di filtri della tragedia in cui l’io dello scrittore si contorce e piange mentre i ricordi più struggenti riaffiorano. Una lettera d’amore disperata, quella di Tonon, che ambisce all’universalità, anche se è difficile staccarsi dall’unicità della storia dolorosissima che racconta (di cui non risparmia i particolari più macabri).

In un’intervista pubblicata a maggio, Tonon a proposito del nuovo romanzo ci ha spiegato che "nelle intenzioni vorrebbe essere solo una dichiarazione d’amore definitiva, un’invocazione al fantasma di mia madre, una evocazione, un lamento dolcissimo e straziato. Non so cosa sia, ora. So solo che ho inteso stare fuori dalla letteratura per stare solo con ‘la mia mamma piccola’…". Se "Il nemico" era una bestemmia urlata, "La luce prima" ha più le sembianze della preghiera lacerante e ossessiva (a volte troppo). E mentre ne "Il nemico" la lingua era muriatica e delirante, qui si fa decisamente meno aspra. Ma il senso d’inquetudine resta. E va anche detto che "La luce prima" non mancano poi le riflessioni autobiografiche sulla letteratura: "Ero andato a firmare il contratto di edizione come il ragazzino che ero sempre stato, tutto farcito di paura. Mi tremavano le ginocchia, era una cosa troppo grande. Invece, non era niente, come tu ben sapevi. Il tuo primogenito stava diventando uno scrittore e te lo diceva. Ma la nostra vita non sarebbe cambiata in nulla, non per quel libro dove scrivevo del Padre e del Figlio, verso lo Spirito Santo che tu stai ora diventando, mentre ti scrivo. Tu sei la conclusione della mia trinità cattolica, sei tu lo Spirito Santo consolatore che non consola, vita mia. Quando, il giorno di Pentecoste, come è narrato negli Atti degli apostoli, lo Spirito Santo scese con un rombo dal cielo sugli apostoli impauriti e disperati per la morte di Gesù, essi cominciarono a parlare in lingue sconosciute e la gente, ascoltandoli, diceva: si sono ubriacati di mosto. Quello che ti sto scrivendo vorrebbe essere la lingua incomprensibile che però miracolosamente tutti capiscono, amore, vorrei che tutti capissero, ma so che alcuni diranno che sono ubriaco. Ma questa è la mia lingua degli angeli, prima del silenzio in cui potrò ritrovarti e stringerti, eternamente. Io non so se c’è altra letteratura possibile e non mi interessa nemmeno più saperlo. Voglio soltanto una lingua di fuoco sulla testa, essere pieno di Spirito Santo come tu, quarant’anni fa, sei stata piena di me", scrive Tonon nel finale.

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Il nemico

Scrive Mario De Santis su Il Nemico: "Il libro di Emanuele Tonon è un libro davvero potente, di grande impatto stilistico che tuttavia non è dispositivo vuoto o meta referenziale (o nella “tradizione bellettrista italiana” scrive Giusepe Genna)  ma è misura di un tormento e di una lotta semmai di svuotamento, di annientamento, intimo e autoriale.  Accade di rado che le scelte linguistiche formali siano tenute dentro il cerchio della necessità, e qui lo sono. Sono effettivamente due parti (di una trilogia sacra dedicata alle figure della Trinità, qui solo del Padre e del Figlio) che stanno una contro l’altra, la prima è l’annullamento ma anche la causa, anzi: lo sbrego da cui fuorisesce la seconda."
Qui l’intera recensione.

Intervista a Emanuele Tonon su Blow-Up

 

Emanuele Tonon Premio della critica a Esor-dire

Emanuele Tonon, con Il Nemico, ha vinto il premio della critica a Esor-dire.
Un bel successo per il nostro scrittore, con il suo romanzo che è un feroce atto d’accusa di un uomo contro Dio: quel Dio assoluto e fallace che, se anche esistesse, dovrebbe rispondere del crimine odioso di consentire il dolore, la morte, il tradimento.
Vi ricordiamo anche che sul minisito del Nemico è possibile leggere gratis un capitolo del libro. Buona lettura.

Chi trova il nemico trova un tesoro - Domenico Valeriano Durante

Volgete lo sguardo alla fossa, imparate dai cadaveri l’ obbedienza
Il nemico - Emanuele Tonon

"Il nemico" è il romanzo d’esordio di Emanuele Tonon, scrittore friulano "non proprio di primo pelo" come lui stesso si è definito durante l’intervista a Radio 3 per la trasmissione Fahrenheit, teologo-operaio come è scritto sulla prima pagina del suo libro. Teologo-operaio, definizione che puntualmente riappare in ogni intervista sostenuta da Emanuele, per via della sua formazione: operaio già a quindici anni, frate francescano da diciannove a ventisei anni, e poi ancora operaio. La fabbrica e il seminario, nell’una il rumore nell’altro il silenzio, eppure è quasi un endiadi per indicare metaforicamente un luogo di obbedienza con tempi e spazi ben definiti. Data l’esperienza lavorativa di Tonon, visto il sottotitolo del libro (romanzo eretico) e considerato l’abbandono del seminario, verrebbe subito da pensare alla Teologia della Liberazione. Invece no: quale riferimento teologico principale Tonon cita il teologo giapponese Kazoh Kitamori e il suo libro Theology of the pain of God, a detta dello scrittore vertice di pensiero della Teologia del dolore di Dio, di cui fino a qualche settimana fa ignoravo l’esistenza. Nell’intervista a Radio 3 Tonon si dice scrittore tra virgolette cattolico e pone la sua fede al confine con l’eresia; eresia che nell’intervista per Culturapop definisce "feto nato morto da troppo amore" e ancora: "è eretico, sì, questo romanzo, ma lo è per troppo amore, non per troppo poco". Troppo amore, aspettando la resurrezione dei morti e la vita nel nuovo mondo che verrà ma niente amen, ché da troppo tempo la promessa dell’ Apocalisse è disattesa, Dio è muto e gli uomini sono stanchi di invocarlo inutilmente. "Dove gli uomini non riescono a vivere gli dèi non se la cavano certo meglio", e se sono riuscito a infilarci una citazione di Cormac McCarthy sento di aver fatto il mio porco dovere. Tonon si lamenta del silenzio della Chiesa sull’unica speranza dei cattolici, la Parusia, e del tormentoso discorrere attorno a questioni secondarie: "cosa fare dei propri organi genitali, è materia che schizza fuori, ingestibile, per esempio. Al cuore devastato di Cristo so che non interessa in quale buco infilo il mio cazzo, e ci mancherebbe". Diretto e coinciso e insospettabilmente in accordo con l’erotomane e ratzingeriano Camillo Langone, che sul Foglio temo sia stato poco accorto nel liquidare "Il nemico" come opera di poco valore prodotta da un "seminarista deluso alla Antonio Moresco" (!), quando nel suo articolo dedicato alla concupiscenza scrisse "è svilente, insultante pensare che Gesù si sia fatto inchiodare a una croce per impedirci di rubare la marmellata o di toccarci il pisello".
"Il nemico" è un romanzo spietato, senza speranza, respinge la luce e accoglie il buio quale acconto sulla morte tanto desiderata. Il romanzo parla dell’ amore che non c’è, affogato nel dolore per un figlio mai nato; parla di un padre che non c’è, morto soffocato per la segatura che aveva nei polmoni; parla di un figlio che non c’è e soprattutto di Dio che non c’è, ritirato in qualche recesso e sordo alle preghiere. Non c’è niente a parte la sofferenza degli uomini stramazzati, la quale si palesa ad ogni pagina, fedele, ammorbante. La Sacra Scrittura è mancata alle proprie promesse di salvezza ed ha mantenuto quelle di dannazione in Terra e allora il protagonista si appresta a compilarne una nuova, che sia vera, secondo l’esperienza che ha fatto della vita. Nuove parabole sbronze e tragiche per dire la morte in vita all’unico discepolo, la sposa muta.
Maria Saporito ha recensito questo romanzo su Il Domenicale scrivendo: "quelli tracciati ne “Il nemico” sono i confini spaventosi del regno sconsolato della spiritualità tradita che trova ristoro solo nel vino e nell’attesa spasmodica del silenzio finale. Non un delirio scomposto, piuttosto una preghiera incendiata, una bestemmia struggente che conduce alla considerazione finale: «Sarà Dio a doverci chiedere perdono, non noi scimmie casuali che siamo»."
Prendete e leggetene tutti.

Domenico Valeriano Durante

Tonon a Fahrenheit

Emanuele Tonon, con il suo romanzo "Il Nemico", è tra i candidati a libro del mese di Fahrenheit.
Qui l’audio dell’intervista.
Se vi è piaciuto, votatelo.

Il Nemico su XL

Filippo La Porta parla de Il Nemico di Emanuele Tonon su XL.

"Leggetevi Tonon, teologo operaio quarantenne, napoletano di nascita, friulano di adozione. Racconta il puro orrore della fabbrica e rivolge a Dio un grido blasfemo-amoroso di protesta"