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Isbn Edizioni intervista Francesco Targhetta

Abbiamo fatto qualche domanda a Francesco Targhetta, autore per Isbn di Perciò veniamo bene nelle fotografie.

Quanto sono rigide le regole metriche che ti dai quando scrivi, che peso hanno per te i vincoli formali e quanto incidono sul contenuto e viceversa?
L’unico grande vincolo, in realtà, nella scrittura del romanzo, è stato il ritmo. Prima di questo libro avevo scritto quasi solo poesia, che è per definizione densa e concentrata: richiede una presa costante da cui non si ha scampo. In uno spazio così diluito, invece, ho sentito fin dai primi tentativi che ci sarebbero stati cali di tensione e momenti di vuoto. Allora ho cercato di usare il ritmo come una specie di rete elastica di salvataggio, che respingesse in alto il lettore in caduta. Perciò è sempre tirato, come in trance. Poi, certo, ci sono modulazioni prosodiche diverse, per lo più influenzate dal contenuto (e non viceversa), per cui certi momenti ironici sono accompagnati da ritmi pari, martellanti e cantilenati, mentre alcuni slanci lirici sono in endecasillabi belli puliti. Ma c’è anche molta libertà, da questo punto di vista. La cosa importante era la cadenza. Che l’abito esteriore fosse in metrica classica era solo una sponda, anche ammiccante. «Perciò veniamo bene nelle fotografie», ad esempio, è un (brutto) doppio settenario. Quello del Gozzano de Le due strade. Ma non lo sembra affatto.

Sei tu il protagonista del tuo libro? Quanto c’è di vero e quanto di inventato?
Nel protagonista c’è molto di mio, dal singolo aneddoto al carattere, assieme sdegnato e rinunciatario, incazzoso e scazzato, pieno di dubbi paralizzanti. Che è il carattere, a pensarci, di molti amici nati tra ’70 e ‘80, educati dai padri a tenere a bada le proprie pur legittime indignazioni. Così le poche volte che esplodiamo ne escono aborti di rivolte già minate dal senso di colpa, e finisce che non facciamo più nulla. «Una volta il rimorso mi seguiva, ora mi precede», scriveva Flaiano. Ecco, potrebbe essere il tragicomico motto che mi unisce al protagonista. Nella seconda parte del libro, invece, la distanza tra me e lui aumenta, soprattutto nel finale. La descrizione del suo dolore, diventato per solitudine visionario e assieme fisico, è una sorta di esorcismo perché non accada davvero. Per il resto, ho preso spunto da qualche amico per quasi tutti i personaggi.

Che narrativa e poesia leggi? Quali sono i riferimenti letterari di questo romanzo e del tuo modo di scrivere?
Per il romanzo è contata molto la letteratura scritta dai provinciali che arrivavano a Milano tra anni ’50 e ’60: Bianciardi, Giudici, il Pagliarani delle prime raccolte e della Ragazza Carla. Prima ancora, il modello crepuscolare: Gozzano, ma anche certi minori. Tutti quelli, in poesia, che hanno cercato di allargare lo spettro lessicale, di mettere al centro le cose. Ecco, passando alla poesia contemporanea, quelli che si erano chiamati, una decina di anni fa, “poeti dell’A27” , credo che qualcosa mi abbiano lasciato, anche per la vicinanza di paesaggio (penso soprattutto a Giovanni Turra e Igor De Marchi). Di narrativa contemporanea ne leggo senza ordine. Alcuni prediletti, che però nulla hanno influito sulla scrittura, sono Eugenides, Houellebecq, McEwan, Roth. Pochi italiani, lo confesso. Ti direi Vasta.

In Perciò veniamo bene nelle fotografie c’è tanta musica, scritta, descritta, suonata: che colonna sonora consiglieresti ai lettori del tuo libro?
Di musica ne ascolto continuamente, in effetti. Gli artisti citati nel libro formano già una buona colonna sonora. Ne aggiungo qua un paio che sono stati tagliati dal romanzo: i Titus Andronicus di The Airing of Grievances per i momenti incazzati e alcolici molesti, le Organ di Grab That Gun per le cupezze post punk, il Bright Eyes di Fevers and Mirrors per l’adolescenza morbosa che non si schioda, tutta la scena hypnagogic e glo-fi per i momenti di amarcord anni ’80. In realtà, poi, quasi nulla del libro è stato scritto sopra della musica (non mi riesce proprio). Qualche verso è stato scritto sopra due soli dischi: The Virgin Suicides degli Air e Moors di Clara Kindle, entrambi dalla capacità evocativa spettacolare.

Com’è fare la carriera universitaria in Italia? e fare l’insegnante? cosa cambieresti e cosa conserveresti di questi due mondi?
Per fare carriera universitaria in Italia ci vogliono soprattutto soldi (di famiglia) e una soglia di accettazione del compromesso piuttosto bassa. I primi sono necessari perché non tutti si possono permettere di aspettare i 40 anni (quando si diventa mediamente ricercatori in Italia, se non si è Michel Martone) attraversando senza problemi i numerosi periodi di mancata copertura economica. La seconda è indispensabile, ma non necessariamente nella sua declinazione più deleteria (il lecchinaggio). Della mia esperienza accademica salvo due cose: la didattica e un progetto di gruppo organizzato con alcuni amici e finanziato dal ministero nonostante il nostro peso politico minimo. Da cambiare c’è molto, a partire dalla limpidezza dei criteri valutativi, e certamente aver ‘precarizzato’ anche il ruolo di ricercatore non aiuta a rendere più umano l’ambiente.
Per quanto riguarda la scuola, l’assurdità è che attualmente una carriera, per i giovani, è impossibile. Da quando sono state chiuse le Ssis, cinque anni fa, non esiste più un modo per abilitarsi. Da allora quello dell’insegnante è un mestiere bloccato. Ora Profumo parla di un concorso (non se ne fanno dal 1999), ma dubito che questo governo riesca a organizzarlo avendo così poco tempo a disposizione. Intanto, sono fortunato a vivere in una provincia dove si può ancora insegnare senza l’abilitazione. Fare l’insegnante è un bel lavoro, nobile. Oggi è più difficile di un tempo, tra una burocrazia elefantiaca, genitori in pressing asfissiante, situazioni disciplinari spesso non facili. Ma sono proprio i ragazzi, alla fine, a redimere tutto. Certo, allungare i tempi della pensione e impedire di mettere in campo le proprie energie ai giovani insegnanti, più vicini e capaci di dialogare con le nuove generazioni, è criminale. Invecchia tutto, e crea una sfiducia generalizzata, che parlando con gli studenti purtroppo si avverte.

Hai vissuto in molti appartamenti? Qual è la tua casa ideale? (e quale il numero ideale di coinquilini?)
In realtà a Padova ho vissuto in un solo appartamento, in cui però si sono succedute un bel po’ di persone. Poi, ovviamente, si frequentavano un mucchio di altre case, una più disastrata e sovraffollata dell’altra. Ma durante l’università, o appena dopo, è una vita che è bello fare, purché la condivisione sia vitale. Perciò ti dico che la casa perfetta è quella con i coinquilini ideali, quelli con cui puoi fare due chiacchiere appassionate cenando, andare al cinema, suonare in una band, parlare di un libro, scambiarti un disco. Quelli, insomma, con cui c’è una condivisione culturale. Poco conta se il cesso è in comune con quattro persone, se manca l’ascensore o se le pareti sono di cartongesso. Poi, certo, dopo i 30 le cose cambiano, e senti il bisogno di maggiore autonomia. Lo scorso autunno ho vissuto qualche mese a Firenze, e l’appartamento (naturalmente condiviso) in cui stavo a un certo punto si è riempito di matricole straniere: è stato piuttosto folle…

Nel romanzo molti dei tuoi personaggi se ne vanno all’estero. Perché il protagonista non lo fa? Per inerzia o, invece, per forza di volontà?
Non lo fa per inerzia, che poi, con una tortuosità psicologica, trasforma in forza di volontà. Ci ho pensato anch’io, all’estero. Ci sono stato, anche se per poco, dopo la laurea, trovandomi bene. Ma poi ha prevalso la pigrizia. E, certo, alcune perplessità che si sono via via ingigantite. Mi chiedevo perché rinunciare agli affetti, al mio paesaggio, al posto che – pur con tutte le sue storture – mi fa stare a mio agio. Ci vuole fegato, ad andarsene. Non è di certo la soluzione più comoda. Nei Fiaschi c’è una poesia dal titolo La fuga dedicata proprio a questo tema. Molti tra i miei amici più cari vivono ora stabilmente all’estero. Lì dico loro: «vili». Ma hanno fatto bene a fuggire. Chi rimane dicendo «se scappiamo tutti, chi lo migliorerà questo paese?», in genere, sta solo cercando di nobilitare la propria mancata fuga. Se si ha lo spirito per andarsene, è giusto farlo.

In uno dei versi del libro rievochi le merendine e i dolciumi che, attraverso l’influenza della tv, hanno segnato la tua infanzia e la tua adolescenza. Che impatto credi che abbia avuto la televisione sulla tua generazione?
Purtroppo tremenda, sospetto. Il vostro Atlante Illustrato lo dimostra perfettamente. A rivedere quelle immagini viene un misto di terrore e di tenerezza. Poi, certo, con gli amici è bello intonare l’invocazione sciamanica «cento cento cento» in stile Ok, Il prezzo è giusto, canticchiare la sigla del Pranzo è servito o darci di gomito pensando alle tettone del Drive In. Ti diverti, ma assieme ti chiedi quanto quelle immagini ci abbiano formato nella visione delle cose. Temo non poco. Di certo non una percentuale definibile matematicamente. Il che rende la nostra educazione televisiva uno sfondo torbido, inquietante, pronto a ricattarci ancora.

Nel romanzo stabilisci un parallelismo tra fatti storici (la battaglia del Piave nella Prima guerra mondiale) e la storia dei protagonisti: è un esercizio "simbolico" che fai spesso, nella vita reale?
Beh, ho insegnato storia, e capita spesso, anche parlando con i ragazzi, di confrontare le generazioni. Credo che la mia abbia molto in comune con quella che l’ha preceduta di 100 anni e che combatté nella Grande Guerra, anche per quel senso di sconcerto che dà vivere la propria giovinezza mentre c’è un intero secolo (e quale secolo) che ti cade addosso. Poi, nel caso specifico, conta molto la mia passione per la Prima guerra mondiale, dovuta a ragioni geografiche e personali, ma soprattutto alla sensazione che in quell’evento si concentrò una quantità di verità enorme. Mentre nella nostra quotidiana guerra (pur, per fortuna, così diversa) tutto si gioca su ipocrisie e scorrettezze alle spalle piuttosto avvilenti.

Mai passato per la testa di scrivere in prosa?
Ho scritto qualche prosa brevissima. Giusto un paio. Tipo questa o questa, che peraltro, poi, ho ‘riusato’ nel romanzo. Mai cose di respiro maggiore.

Hai già qualche idea per un prossimo romanzo?
Qualche idea inizia a frullare. È capitato facendo un giro a Mestre. Ma almeno per il prossimo anno lavorerò sul progetto di ricerca, cioè un’antologia della poesia simbolista italiana. Poi vedremo…

 

 

 

Isbn Edizioni intervista Emanuele Tonon

Abbiamo fatto qualche domanda a Emanuele Tonon, autore per Isbn de Il Nemico e La luce prima

 
In La luce prima c’è un senso di urgenza e di potenza travolgente della scrittura, che ancora di più rispetto al tuo precedente lavoro sembra un fiume in piena, un romanzo scritto di getto. Quanto tempo hai impiegato per scrivere il libro?
Ho impiegato tredici mesi. L’incipit (”Mi hai chiamato, prima di continuare a morire”) l’ho appuntato sul taccuino il 23 giugno 2010, nella sala d’attesa di un Pronto Soccorso. Ho continuato ad appuntare frasi per tutti i nove giorni in cui mia madre è rimasta in coma, a elargirmi il suo magistero di silenzio. Quegli appunti mi hanno tenuto in vita, ora posso dirlo. Poi ho passato circa un mese di mutismo. Non riuscivo a parlare, a scrivere. Tutto è esploso, infine. Ho buttato giù, a partire dagli appunti, il grosso del libro, dividendolo idealmente in tre parti: infanzia, adolescenza, maturità e morte. Ho passato intere notti senza sonno. Mi sono ritrovato con un file di duecentoquarantadue pagine. Sono stato ospite in casa di amici per due settimane, nel dicembre 2010: lì ho rimosso le pagine di troppo. Ho dimezzato il libro, ho tolto il vomito, ho deciso di tacere alcune cose, ho addolcito verità altrimenti troppo amare, in un testo così, senza filtri. Ho cercato di restare nella misura del salmo, dell’epicedio, di “raccontare” il meno possibile. Son tornato a casa, ho passato il 31 dicembre 2010 da solo nella casa deserta, vociferando col fantasma di mia madre mentre scrivevo le ultime pagine, quelle dove il figlio invita la Madre a danzare. Nel mese di gennaio ho consegnato la prima stesura. Fino ad agosto 2011 è stato un continuo tornare sul testo, per sole minuzie, ripensamenti. Un tornare inesorabile, operato con implacabile determinazione. Sono arrivato a telefonare in casa editrice poche ore prima che il libro andasse in stampa, per far apportare l’ultima modifica.
 
La tua storia, così come quella del Nemico, è molto personale, eppure riesce ad essere universale toccando nel profondo l’animo di tutti i lettori. Come ci riesci?
Forse perché non ho scritto semplicemente “storie”. Ho attraversato paesaggi e ferite, archetipi, mostrato figure, spalancato porte che non si volevano più aprire. Forse perché ho perseguito un linguaggio oltre la maniera e l’epigonalità, un linguaggio capace di indicare l’allegoria senza volerla spiegare, senza le astuzie tipiche della forma romanzo di questi anni. Forse perché ho scritto di quel bisogno d’amore e consolazione che tutti ci accomuna senza rinunciare alla denuncia furiosa. Forse perché ho sempre e solo scritto per pura necessità.
 
Si è discusso molto sulla tua scrittura. Ma tu come definiresti il tuo stile?
Quello stile di cui mi domanda, dovrebbe palesarsi da sé, senza eccessi di auto-esegesi. È la pagina che dovrebbe rispondere per me. Posso rivendicare finché voglio un’estetica esplicita (o credere di farlo) ma alla fine scrivo quel che più mi piace, mettendo in pratica un’estetica implicita che può anche andare nella direzione opposta. Con Dante posso dire: “I’mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”.
 
Cosa diresti a chi ti accusa di essere troppo ombelicale?
Con questa domanda, lei è come se mi portasse al banco degli imputati, quasi fossi tenuto, costretto a discolparmi, a dar conto dei miei peccati, come scrittore. Mentre così non è. Penso che questa domanda sia, molto semplicemente, mal posta. Per molti motivi. E qui mi costringe a essere spietato. Ma come? Si parla tanto di non-fictional novel! I teorici della letteratura, i critici militanti (di recente Daniele Giglioli, in Senza trauma, Quodlibet) hanno ormai consacrato definitivamente l’inclusione dell’auto-fiction e derivati nella sfera del non-fictional, di fatto legittimando sia il ritorno all’autofiction (che era un genere un po’ in declino) sia la sovranità, l’egemonia del non fictional novel nel NUOVO sistema dei generi post post post moderno. E a me vengono a rompere le balle con la storia dell’ombelicalità? E poi: intendono ombelicale o nombrilismo (narcisistico)? Perché anche lì ci sarebbe da distinguere…
Se mi considerano troppo ombelicale posso solo rispondere: bella scoperta. E come potrei non esserlo? Come avrei potuto fare a NON esserlo, data la materia? Lungi da me voler ridurre La luce prima al tema del rapporto ombelicale fra due esseri, ma, sant’iddio, si può pure dire che l’asse della struttura forse è proprio quello, e così DOVEVA essere. Prenda autori come Siti e Janeczek: sono autori di autofiction; l’autofiction è cosa profondamente diversa dal romanzo autobiografico. Prende la materia viva dalla vita realmente vissuta, dal bìos, e ne ricava il romanzo. Il romanzo viene FATTO con pezzi di vita dell’autore. Senza filtri. E questo è programmatico; adesso mi sembra che, come genere, sia tornata di moda. Perché i critici si sono accorti che nei “margini” del Letterario Fictional, ai confini col non-fictional c’è ANCHE l’autofiction; non c’è solo l’ibrido romanzo-reportage alla Saviano e tutta la galassia delle sue varianti. Dicevo: questa attenzione al non-fictional come forma legittima e quasi “migliore” delle altre, questa attenzione ha indotto alcuni a proiettare retroattivamente su autori classici questa lente interpretativa. Proust ovviamente non è sfuggito a un’analisi in questi termini. Dopo decenni a parlare della letteratura come menzogna e del mentire come unico modo per avvicinarsi alla verità, siamo punto e a capo. Manganelli, Girard, Lavagetto, e altri hanno fatto benissimo a insistere su questo paradosso, ma testi come il mio costringono il lettore e il critico a porsi la questione in modo sostanzialmente diverso. Un critico raffinatissimo, in un articolo del 1998 sull’atavismo in Proust (La razza estinta di Combray), dice una cosa semplicissima, su cui non si è mai insistito abbastanza: ci sono dei personaggi in Proust che molto semplicemente sfuggono alle maglie, alle contraintes della finzione romanzesca: sono la Nonna e la Mamma, Maman. Il critico si chiama Matteo Residori. Dice che quelle due figure erano semplicemente non trasfigurabili (le lascio solo immaginare dove potrebbero portarci le implicazioni del termine “figura”). Dovevano essere prese di peso e portate, trasportate, travasate nel romanzo: il romanzo è affollato di personaggi che sono il frutto di incroci e costruzioni complesse, ma - paradosso importante - tutto quel complesso sistema relazionale, tutta quella rete di rapporti fra i personaggi NON avrebbe potuto stare in piedi se Proust non avesse sentito la necessità di mettere al centro di quella galassia la Mamma-Nonna. Senza di loro, che sono due non-personaggi, tutto il resto non ha senso, non conta. Sono loro due l’ubi consistam, la pietra su cui è edificata la cattedrale.  Edmund Wilson, ne Il castello di Axel, ha scritto che “la nonna, per Proust, ha la stessa importanza che per Einstein ha la velocità della luce essendo l’unico valore costante che rende possibile il resto del sistema”. Gli psicanalisti che si sono cimentati nell’analisi dell’opera di Proust sanno bene queste cose (e non a caso, c’è interesse nei confronti della mia opera da parte degli psicanalisti). Per me è stato necessario partire da un elemento. Non voglio dire solo biografico, auto-biografico, ché non vorrebbe dire niente, bensì: da un elemento biografico irriducibile, non trasformabile, non trasfigurabile. Ne La luce prima i voli della mente che tra-vede (come nei mistici) la madre ci sono eccome, ma alcune parti di lei, alcuni “moments” (Barthes li chiamava “moments de vérité”) sono là, non trasfigurati, non rielaborati, non integrati. Sono lì, messi lì, ritrovati e piazzati lì, imprescindibili, ineludibili, nella loro immediatezza, a costo di sembrare ingombranti. E non poteva essere altrimenti.
 
Oltre a Moresco, quali sono altri tuoi punti di riferimento letterari?
Tante volte ho detto che prima di essere uno scrittore sono un lettore. E che sono uno scrittore perché sono un lettore onnivoro. Un elenco parziale, quindi, solo qualche punto della mia costellazione di riferimenti: i mistici. Dante. Leopardi. Kafka. Svevo. Bufalino. Gadda. Volponi. Pasolini. Blanchot. Mia madre che mi ha comunicato l’amore per la parola scritta e non ha mai scritto una riga in vita sua, escluse le lettere che mi scriveva quando stavo in convento.
 
Cosa ne pensi della letteratura italiana degli ultimi anni? Trovi che ci sia qualcuno di estremamente sopravvalutato o ingiustamente dimenticato? E cosa significa essere scrittori in Italia, oggi?
Il mondo letterario è cambiato, dobbiamo rendercene conto. Internet e i social network hanno stravolto definitivamente la letteratura, già provata dalle coltellate ricevute dall’intrattenimento televisivo. Visto che l’alfabetizzazione è data per ovvia, tutti credono di saper scrivere. Non c’è più consapevolezza della forma, del fare letterario. È come se per il solo fatto di possedere una moto, mi considerassi migliore di Valentino Rossi. Tutti poeti perché è possibile andare a capo. Tutti scrittori perché “se pubblicano tizio, devono pubblicare anche me”, tutti col cuore gonfio d’amore e disperazione spiaccicato in bacheca, in un blog. Non immagina quante volte mi son sentito chiedere “Quanto hai pagato per pubblicare i tuoi libri? Se non costa troppo vorrei pubblicare anche io per la tua casa editrice”, come se fosse normale e giusto pagare per pubblicare un libro ed essere annoverato nella gloriosa categoria degli scrittori. Come se fosse un diritto fare gli scrittori. Allo scrittore resta solo la possibilità di reinventare, resuscitare il linguaggio ed essere fedele alla propria opera. Nella consapevolezza che il prezzo da pagare potrebbe essere la marginalità. La letteratura che considero, che perseguo, sta solo nelle voci irate, irriducibili. E non ne faccio solo una questione di stile, ma anche di sangue, di materia narrativa viva. Fare nomi non ha senso. Lo sappiamo tutti chi è sopravvalutato e chi marginalizzato. Come tutti conosciamo perfettamente le dinamiche del mondo editoriale, che in nulla differiscono dalle ordinarie ingiustizie operate in un capannone di fabbrica, in un ufficio, in una scuola, in una facoltà universitaria, in una redazione di giornale o televisiva. Basterebbe andare a leggersi Lettere a nessuno di Antonio Moresco: in quelle pagine è già stato detto tutto. Uno scrittore deve continuare a scrivere come chi tenta una tecnica di primo soccorso, un supporto di base alle funzioni vitali, con la disperata consapevolezza che quel tentativo potrà risultare vano. Uno scrittore deve continuare a scrivere in quella incertezza, accettando il rischio delle lacrime e del silenzio.
 
Cosa stai scrivendo, ora?
Sto scrivendo alcune cose, sto diversificando la mia scrittura, tra un lavoro impossibile e un altro per arrivare a fine mese. E sono tornato dove ero stato costretto a fermarmi per scrivere La luce prima. Sono tornato a quel romanzo che doveva dare compimento alla mia idea iniziale di trinità e che ora è diventato l’alba di un nuovo cammino da sciancato. Non so dove mi porterà. Nella chiusa de Il nemico i personaggi andavano ad affogare nell’acqua marina, a parlare “la lingua degli annegati” che già avevano parlato, approssimativamente, nella vita immaginata dalla parola scritta; ne La luce prima i non-personaggi parlano “la lingua degli angeli”. In questo nuovo romanzo i personaggi e i non-personaggi cammineranno sulle acque marine, invece, come risorti capaci di domare le acque a piedi nudi, senza bisogno di tavole da windsurfer col piercing al sopracciglio. Scivoleranno sulle acque con furioso prodigio, si cercheranno come non è dato, ordinariamente, cercarsi. Parleranno una lingua che, come scrittore, sto ancora, nella meraviglia, imparando a balbettare.
 

 

 

Festa Isbn

Grazie a tutti per aver partecipato!

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I regali di natale è meglio farli per tempo!

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Cazzo ridi?

Le vignette più cattive che avete mai letto.

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Il Barça di Sandro Modeo

Dopo il bestseller L’Alieno Mourinho, Sandro Modeo ci regala un altro libro di calcio in cui, ovviamente, non parla solo di calcio. Nel saggio Il Barça c’è davvero di tutto, dalla biologia alla fisica, dalla storia all’antropologia, fino ad arrivare alla musica classica. Buona lettura.

La notte del 28 maggio 2011, a Wembley, il Barcellona ha vinto la Champions League battendo il Manchester United. Non è stato un semplice successo sportivo, ma l’irrompere di un’altra dimensione calcistica. Mai come quella notte, il Barcellona ha dimostrato di essere «més que un club». Ed è stato anche il punto culminante di una parabola dalle radici remote, quella del «calcio totale»: un universo vastissimo, che parte da Rinus Michels e Johan Cruijff e passa per pionieri e variantisti, ortodossi ed eretici, tutti accomunati dalla tensione utopica verso un calcio costruttivo e offensivo. Per capire a fondo le caratteristiche di questa galassia, Modeo ci parla delle origini storiche e culturali del totaalvoetbal, ma spazia anche tra discipline in apparenza lontane da quelle sportive, dalla biologia evoluzionistica alla fisica, approdando ad analogie sorprendenti tra il calcio e il comportamento di batteri e anticorpi, o tra la meccanica quantistica e l’avveniristico Barcellona di Guardiola.

 

Restyling www.isbnedizioni.it

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Isbn è alla ricerca di un web developer o di un’agenzia di comunicazione a cui affidare il restyling del sito web www.isbnedizioni.it
e la creazione di un progetto parallelo, multimediale e interattivo, su un diverso dominio web.

Vogliamo entrare in contatto con una realtà giovane e dinamica, che conosca il nostro progetto editoriale e possa rapidamente proporre soluzioni creative adatte alla nostra immagine.

 

Se siete interessati al progetto, scaricate pure il pdf nel quale spieghiamo quello che stiamo cercando. E se avete bisogno di ulteriori informazioni, scrivete pure a redazione [at] isbnedizioni.it. 

Le nostre Luci

Da giovedì in libreria il libro di Ben Brooks, giovane inglese nato nel 1992 e già al suo quarto romanzo. Droga, amore e piccole morti. Quando manca poco per diventare grandi è il sottotitolo che abbiamo scelto per racchiudere in poche parole il tenero e folle universo adolescenziale contenuto in questo libro. L’autore è il ragazzo ritratto in queste foto, ha un sacco di tatuaggi interessanti - tra cui un aquilone, fatto dopo aver letto Io sono Febbraio di Shane Jones - e siamo sicuri che con questa storia vi conquisterà.

***

Jasper ha diciassette anni e sta cercando di essere promosso. Allo stesso tempo, è anche impegnato a fare sesso, andare su chat erotiche, ubriacarsi e prendere droghe con gli amici, evitare ragazze incinte (forse per merito suo), raggirare la psicologa e capire come far incriminare il patrigno per omicidio. In mezzo a tutto questo, forse riesce anche a innamorarsi, e a diventare un po’ più grande. Le nostre luci è il manifesto degli adolescenti 2.0, una storia tenera e divertente di ragazzi un po’ sbandati e un po’ saggi, giovani adulti molto più complessi di quanto ci si aspetterebbe. Un romanzo all’incrocio tra Meno di zero e Il giovane Holden, da una voce giovane e scanzonata, ma già capace di aperture da scrittore vero.

Ben Brooks è nato nel 1992 e vive a Londra. Ha pubblicato quattro romanzi, è stato nominato per il prestigioso Pushcart Prize e i suoi racconti sono apparsi in numerose antologie. Le nostre luci, scritto a diciassette anni, è appena uscito in Inghilterra e sarà pubblicato in nove paesi.

208 pag. PAGINE | 15.90 EURO
Data di uscita: 29 settembre 2011
Traduzione: Anna Mioni
ISBN: 9788876382611
 
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Moresco|Tonon

Su Affaritaliani.it la lettera di Antonio Moresco a Emanuele Tonon

Caro Emanuele,

ho appena finito di leggere “La luce prima”, che mi ha completamente conquistato. Mi è stato chiesto se volevo scrivere qualcosa su questo tuo secondo libro. Lo faccio volentieri. Ma questa non è una recensione, è una lettera. Perché questo non è un libro che, a mio parere, si possa e si debba recensire. Non perché non abbia forza letteraria, perché anzi ne ha molta:
Ma questa è la mia lingua degli angeli, prima del silenzio in cui potrò ritrovarti e stringerti, eternamente. Io non so se c’è altra letteratura possibile e non mi interessa nemmeno più saperlo. Voglio soltanto una lingua di fuoco sulla testa, essere pieno di Spirito Santo come tu, quarant’anni fa, sei stata piena di me.

Ma perché - per quanto mi riguarda - sono altre le cose che, leggendo il tuo libro, mi hanno fatto insorgere. Immagino che un libro così, con tutto il suo carico di dolore e di sbilanciamento emotivo e di incontrollabilità confessionale, possa apparire imbarazzante ad alcuni dei suoi lettori, che possa sembrare troppo “esibito”, troppo “sdolcinato”, mentre altri -puoi starne certo- ne faranno un lacrimevole libro-melassa edificante, per portare acqua al proprio orribile mulino religioso istituzionale. Io non sono di questi. Ti dirò anzi che mi sembra superiore al tuo primo libro. Hai scritto quello che dovevi scrivere e non te ne è fregato niente di tutto il resto, che è poi l’unico modo di scrivere i libri che vale la pena di leggere, di qualunque tipo essi siano. Così, anche in queste mie poche righe, voglio andare subito all’osso, a un rapporto ravvicinato e stretto, e non parlerò di nient’altro. Come sai, nelle nostre vite ci sono cose che ci rendono fratelli. Ma -ora lo capisco bene- ce ne sono altre che ci proiettano lontano l’uno dall’altro. Una, soprattutto, che è il centro ustorio e il buco nero del tuo indimenticabile libro: la madre. Ecco, io di fronte a tutta questa tua dolcezza (che pure mi arriva completamente, che è tutta dentro di me) rimango muto, impietrito. Tu porti sulle tue spalle il fardello e il trauma di un’accettazione totale. Io porto sulle mie spalle il fardello e il trauma di un abbandono. Tu hai cercato di fuggire da questo terribile vincolo, da questo buco nero e da questo destino. Io non ne ho avuto bisogno perché sono stato scacciato e abbandonato nel bosco. Tu sei stato amato. Io no. Avrei preferito il contrario? Che cosa è meglio? Qual è la madre migliore? Quella infinitamente buona o quella folle e feroce? Forse, tra noi due, sono stato io ad avere il dono più grande.

Ho letto nelle righe di biografia che ci sono all’interno del libro che tu sei nato nel 1970. Che cosa strana e inconcepibile è questa illusione che abbiamo chiamato “il tempo”! ho pensato. Tu in quell’anno stavi venendo fuori a capofitto dalla pancia della tua madre Madonna e martire, io avevo 23 anni e mi spostavo da una città all’altra come un’esaltata anima in pena inseguendo cupe illusioni, dando quest’altra forma al mio dolore di essere al mondo. Io ero già fatto, la mia scatola nera era pronta, tu stavi venendo fuori con la tua scatolina nera appena formata in una mano, tutti e due su questo piano inclinato che abbiamo chiamato “tempo”, su cui non ci si incontra mai con chi ci si dovrebbe incontrare. Noi non vediamo niente, vediamo solo questo grandinare di proiettili di carne che vengono giù al buio e con gli occhi chiusi, da tutte le parti.

Che cosa farai d’ora in poi? Che libri scriverai? E’ da un anno che devo venire a trovarti e che non riesco a trovare i pochi giorni necessari per farlo, perché la mia vita è tutta attraversata da illusioni o pazzie che si mangiano tutto il mio tempo. Il nostro programma era che io arrivavo da te col treno, dormivo in casa tua e poi andavamo insieme a Trieste, che io -a quasi 64 anni- non ho ancora visto. Però è già un paio di volte che sono costretto a rimandare. Anche questa volta è così. Pensavo di poter venire proprio in questi giorni, invece sono ancora in balia di altre cose. Quando ci riuscirò? Questo autunno? Questo inverno? La primavera prossima? Chi lo sa! Però vedrai che, in un modo o nell’altro, prima di crepare ce la farò a venire da te.

Un forte abbraccio,
Antonio

morescotonon

La luce prima - Emanuele Tonon

Antonio Prudenzano recensisce La luce prima, nuovo romanzo di Emanuele Tonon, in libreria da domani. Un libro che farà sicuramente discutere, per uno scrittore che già con la sua prima prova, Il nemico, è diventato un caso letterario nel 2009.

Il suo romanzo d’esordio, l’eretico "Il nemico" (un testo diviso in due parti), pubblicato da Isbn edizioni nel 2009, ha fatto molto parlare. Emanuele Tonon, che ha esordito a 39 anni dopo aver vissuto esperienze molto dure (compresa quella monastica), torna con "La luce prima", un altro romanzo breve - un atto unico -, che anche questa volta "disturberà" e dividerà critica e lettori.

In attesa di chiudere la trilogia (che l’autore preferisce definire "trinità") iniziata con "Il nemico", in questo nuovo libro, un monologo stilisticamente meno sperimentale del primo, lo scrittore friulano ha scelto di raccontare senza mediazioni la morte improvvisa della propria madre. Un attraversamento privo di filtri della tragedia in cui l’io dello scrittore si contorce e piange mentre i ricordi più struggenti riaffiorano. Una lettera d’amore disperata, quella di Tonon, che ambisce all’universalità, anche se è difficile staccarsi dall’unicità della storia dolorosissima che racconta (di cui non risparmia i particolari più macabri).

In un’intervista pubblicata a maggio, Tonon a proposito del nuovo romanzo ci ha spiegato che "nelle intenzioni vorrebbe essere solo una dichiarazione d’amore definitiva, un’invocazione al fantasma di mia madre, una evocazione, un lamento dolcissimo e straziato. Non so cosa sia, ora. So solo che ho inteso stare fuori dalla letteratura per stare solo con ‘la mia mamma piccola’…". Se "Il nemico" era una bestemmia urlata, "La luce prima" ha più le sembianze della preghiera lacerante e ossessiva (a volte troppo). E mentre ne "Il nemico" la lingua era muriatica e delirante, qui si fa decisamente meno aspra. Ma il senso d’inquetudine resta. E va anche detto che "La luce prima" non mancano poi le riflessioni autobiografiche sulla letteratura: "Ero andato a firmare il contratto di edizione come il ragazzino che ero sempre stato, tutto farcito di paura. Mi tremavano le ginocchia, era una cosa troppo grande. Invece, non era niente, come tu ben sapevi. Il tuo primogenito stava diventando uno scrittore e te lo diceva. Ma la nostra vita non sarebbe cambiata in nulla, non per quel libro dove scrivevo del Padre e del Figlio, verso lo Spirito Santo che tu stai ora diventando, mentre ti scrivo. Tu sei la conclusione della mia trinità cattolica, sei tu lo Spirito Santo consolatore che non consola, vita mia. Quando, il giorno di Pentecoste, come è narrato negli Atti degli apostoli, lo Spirito Santo scese con un rombo dal cielo sugli apostoli impauriti e disperati per la morte di Gesù, essi cominciarono a parlare in lingue sconosciute e la gente, ascoltandoli, diceva: si sono ubriacati di mosto. Quello che ti sto scrivendo vorrebbe essere la lingua incomprensibile che però miracolosamente tutti capiscono, amore, vorrei che tutti capissero, ma so che alcuni diranno che sono ubriaco. Ma questa è la mia lingua degli angeli, prima del silenzio in cui potrò ritrovarti e stringerti, eternamente. Io non so se c’è altra letteratura possibile e non mi interessa nemmeno più saperlo. Voglio soltanto una lingua di fuoco sulla testa, essere pieno di Spirito Santo come tu, quarant’anni fa, sei stata piena di me", scrive Tonon nel finale.

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