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Contest - L’alba di Talulla: in anteprima il libro autografato con il 10% di sconto

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Sta arrivando il secondo volume della trilogia horror-letteraria di Glen Duncan, L’alba di Talulla. Qui trovate la scheda del libro, la pagina ufficiale su facebook e twitter. Il libro sarà disponibile dal 10 maggio in libreria. L’autore sarà a Milano il 3 maggio, per partecipare al cocktail party che abbiamo organizzato in suo onore.

Vuoi conoscere Glen Duncan e acquistare in anteprima una copia autografata del libro L’alba di Talulla con il 10% di sconto? Bastano pochi semplici gesti!

 

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Qui troverai i dettagli del Cocktail party esclusivo che si terrà il 3 maggio in via Corsico, nel nuovissimo spazio Nastro Say Yes. Buon divertimento!

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Bruce Springsteen - La nota giusta

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Bruce Springsteen continua a incantare intere generazioni di fan non solo con la sua musica, ma anche con le sue parole. Come nel caso del keynote speech dell’edizione 2012 del «South by SouthWest» che si è tenuto a Austin qualche settimana fa.

Davanti al pubblico che stipava l’Austin Convention Center, Il Boss ha tenuto banco per più di 50 minuti, con un discorso sulla vita, sul rock, sulle influenze che la musica di alcuni musicisti e alcune band ha avuto sulla sua, di musica. Tanti gli artisti citati, da Woody Guthrie a Elvis Presley, dagli Animals a James Brown. E tanta la musica suonata, accompagnato dalla sua fedele chitarra. 

Sul sito della NPR potete guardare il video del discorso, mentre noi qui a Isbn siamo rimasti talmente impressionati dall’intervento che ne abbiamo fatto un ebook gratuito con la prefazione di Luca De Gennaro (traduzione di Lorenzo Bertolucci).

Lo trovate cliccando sul banner qui sotto. 

Buona lettura e, come dice Bruce, «restate tosti, restate affamati, restate vivi».

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Isbn Edizioni intervista Francesco Targhetta

Abbiamo fatto qualche domanda a Francesco Targhetta, autore per Isbn di Perciò veniamo bene nelle fotografie.

Quanto sono rigide le regole metriche che ti dai quando scrivi, che peso hanno per te i vincoli formali e quanto incidono sul contenuto e viceversa?
L’unico grande vincolo, in realtà, nella scrittura del romanzo, è stato il ritmo. Prima di questo libro avevo scritto quasi solo poesia, che è per definizione densa e concentrata: richiede una presa costante da cui non si ha scampo. In uno spazio così diluito, invece, ho sentito fin dai primi tentativi che ci sarebbero stati cali di tensione e momenti di vuoto. Allora ho cercato di usare il ritmo come una specie di rete elastica di salvataggio, che respingesse in alto il lettore in caduta. Perciò è sempre tirato, come in trance. Poi, certo, ci sono modulazioni prosodiche diverse, per lo più influenzate dal contenuto (e non viceversa), per cui certi momenti ironici sono accompagnati da ritmi pari, martellanti e cantilenati, mentre alcuni slanci lirici sono in endecasillabi belli puliti. Ma c’è anche molta libertà, da questo punto di vista. La cosa importante era la cadenza. Che l’abito esteriore fosse in metrica classica era solo una sponda, anche ammiccante. «Perciò veniamo bene nelle fotografie», ad esempio, è un (brutto) doppio settenario. Quello del Gozzano de Le due strade. Ma non lo sembra affatto.

Sei tu il protagonista del tuo libro? Quanto c’è di vero e quanto di inventato?
Nel protagonista c’è molto di mio, dal singolo aneddoto al carattere, assieme sdegnato e rinunciatario, incazzoso e scazzato, pieno di dubbi paralizzanti. Che è il carattere, a pensarci, di molti amici nati tra ’70 e ‘80, educati dai padri a tenere a bada le proprie pur legittime indignazioni. Così le poche volte che esplodiamo ne escono aborti di rivolte già minate dal senso di colpa, e finisce che non facciamo più nulla. «Una volta il rimorso mi seguiva, ora mi precede», scriveva Flaiano. Ecco, potrebbe essere il tragicomico motto che mi unisce al protagonista. Nella seconda parte del libro, invece, la distanza tra me e lui aumenta, soprattutto nel finale. La descrizione del suo dolore, diventato per solitudine visionario e assieme fisico, è una sorta di esorcismo perché non accada davvero. Per il resto, ho preso spunto da qualche amico per quasi tutti i personaggi.

Che narrativa e poesia leggi? Quali sono i riferimenti letterari di questo romanzo e del tuo modo di scrivere?
Per il romanzo è contata molto la letteratura scritta dai provinciali che arrivavano a Milano tra anni ’50 e ’60: Bianciardi, Giudici, il Pagliarani delle prime raccolte e della Ragazza Carla. Prima ancora, il modello crepuscolare: Gozzano, ma anche certi minori. Tutti quelli, in poesia, che hanno cercato di allargare lo spettro lessicale, di mettere al centro le cose. Ecco, passando alla poesia contemporanea, quelli che si erano chiamati, una decina di anni fa, “poeti dell’A27” , credo che qualcosa mi abbiano lasciato, anche per la vicinanza di paesaggio (penso soprattutto a Giovanni Turra e Igor De Marchi). Di narrativa contemporanea ne leggo senza ordine. Alcuni prediletti, che però nulla hanno influito sulla scrittura, sono Eugenides, Houellebecq, McEwan, Roth. Pochi italiani, lo confesso. Ti direi Vasta.

In Perciò veniamo bene nelle fotografie c’è tanta musica, scritta, descritta, suonata: che colonna sonora consiglieresti ai lettori del tuo libro?
Di musica ne ascolto continuamente, in effetti. Gli artisti citati nel libro formano già una buona colonna sonora. Ne aggiungo qua un paio che sono stati tagliati dal romanzo: i Titus Andronicus di The Airing of Grievances per i momenti incazzati e alcolici molesti, le Organ di Grab That Gun per le cupezze post punk, il Bright Eyes di Fevers and Mirrors per l’adolescenza morbosa che non si schioda, tutta la scena hypnagogic e glo-fi per i momenti di amarcord anni ’80. In realtà, poi, quasi nulla del libro è stato scritto sopra della musica (non mi riesce proprio). Qualche verso è stato scritto sopra due soli dischi: The Virgin Suicides degli Air e Moors di Clara Kindle, entrambi dalla capacità evocativa spettacolare.

Com’è fare la carriera universitaria in Italia? e fare l’insegnante? cosa cambieresti e cosa conserveresti di questi due mondi?
Per fare carriera universitaria in Italia ci vogliono soprattutto soldi (di famiglia) e una soglia di accettazione del compromesso piuttosto bassa. I primi sono necessari perché non tutti si possono permettere di aspettare i 40 anni (quando si diventa mediamente ricercatori in Italia, se non si è Michel Martone) attraversando senza problemi i numerosi periodi di mancata copertura economica. La seconda è indispensabile, ma non necessariamente nella sua declinazione più deleteria (il lecchinaggio). Della mia esperienza accademica salvo due cose: la didattica e un progetto di gruppo organizzato con alcuni amici e finanziato dal ministero nonostante il nostro peso politico minimo. Da cambiare c’è molto, a partire dalla limpidezza dei criteri valutativi, e certamente aver ‘precarizzato’ anche il ruolo di ricercatore non aiuta a rendere più umano l’ambiente.
Per quanto riguarda la scuola, l’assurdità è che attualmente una carriera, per i giovani, è impossibile. Da quando sono state chiuse le Ssis, cinque anni fa, non esiste più un modo per abilitarsi. Da allora quello dell’insegnante è un mestiere bloccato. Ora Profumo parla di un concorso (non se ne fanno dal 1999), ma dubito che questo governo riesca a organizzarlo avendo così poco tempo a disposizione. Intanto, sono fortunato a vivere in una provincia dove si può ancora insegnare senza l’abilitazione. Fare l’insegnante è un bel lavoro, nobile. Oggi è più difficile di un tempo, tra una burocrazia elefantiaca, genitori in pressing asfissiante, situazioni disciplinari spesso non facili. Ma sono proprio i ragazzi, alla fine, a redimere tutto. Certo, allungare i tempi della pensione e impedire di mettere in campo le proprie energie ai giovani insegnanti, più vicini e capaci di dialogare con le nuove generazioni, è criminale. Invecchia tutto, e crea una sfiducia generalizzata, che parlando con gli studenti purtroppo si avverte.

Hai vissuto in molti appartamenti? Qual è la tua casa ideale? (e quale il numero ideale di coinquilini?)
In realtà a Padova ho vissuto in un solo appartamento, in cui però si sono succedute un bel po’ di persone. Poi, ovviamente, si frequentavano un mucchio di altre case, una più disastrata e sovraffollata dell’altra. Ma durante l’università, o appena dopo, è una vita che è bello fare, purché la condivisione sia vitale. Perciò ti dico che la casa perfetta è quella con i coinquilini ideali, quelli con cui puoi fare due chiacchiere appassionate cenando, andare al cinema, suonare in una band, parlare di un libro, scambiarti un disco. Quelli, insomma, con cui c’è una condivisione culturale. Poco conta se il cesso è in comune con quattro persone, se manca l’ascensore o se le pareti sono di cartongesso. Poi, certo, dopo i 30 le cose cambiano, e senti il bisogno di maggiore autonomia. Lo scorso autunno ho vissuto qualche mese a Firenze, e l’appartamento (naturalmente condiviso) in cui stavo a un certo punto si è riempito di matricole straniere: è stato piuttosto folle…

Nel romanzo molti dei tuoi personaggi se ne vanno all’estero. Perché il protagonista non lo fa? Per inerzia o, invece, per forza di volontà?
Non lo fa per inerzia, che poi, con una tortuosità psicologica, trasforma in forza di volontà. Ci ho pensato anch’io, all’estero. Ci sono stato, anche se per poco, dopo la laurea, trovandomi bene. Ma poi ha prevalso la pigrizia. E, certo, alcune perplessità che si sono via via ingigantite. Mi chiedevo perché rinunciare agli affetti, al mio paesaggio, al posto che – pur con tutte le sue storture – mi fa stare a mio agio. Ci vuole fegato, ad andarsene. Non è di certo la soluzione più comoda. Nei Fiaschi c’è una poesia dal titolo La fuga dedicata proprio a questo tema. Molti tra i miei amici più cari vivono ora stabilmente all’estero. Lì dico loro: «vili». Ma hanno fatto bene a fuggire. Chi rimane dicendo «se scappiamo tutti, chi lo migliorerà questo paese?», in genere, sta solo cercando di nobilitare la propria mancata fuga. Se si ha lo spirito per andarsene, è giusto farlo.

In uno dei versi del libro rievochi le merendine e i dolciumi che, attraverso l’influenza della tv, hanno segnato la tua infanzia e la tua adolescenza. Che impatto credi che abbia avuto la televisione sulla tua generazione?
Purtroppo tremenda, sospetto. Il vostro Atlante Illustrato lo dimostra perfettamente. A rivedere quelle immagini viene un misto di terrore e di tenerezza. Poi, certo, con gli amici è bello intonare l’invocazione sciamanica «cento cento cento» in stile Ok, Il prezzo è giusto, canticchiare la sigla del Pranzo è servito o darci di gomito pensando alle tettone del Drive In. Ti diverti, ma assieme ti chiedi quanto quelle immagini ci abbiano formato nella visione delle cose. Temo non poco. Di certo non una percentuale definibile matematicamente. Il che rende la nostra educazione televisiva uno sfondo torbido, inquietante, pronto a ricattarci ancora.

Nel romanzo stabilisci un parallelismo tra fatti storici (la battaglia del Piave nella Prima guerra mondiale) e la storia dei protagonisti: è un esercizio "simbolico" che fai spesso, nella vita reale?
Beh, ho insegnato storia, e capita spesso, anche parlando con i ragazzi, di confrontare le generazioni. Credo che la mia abbia molto in comune con quella che l’ha preceduta di 100 anni e che combatté nella Grande Guerra, anche per quel senso di sconcerto che dà vivere la propria giovinezza mentre c’è un intero secolo (e quale secolo) che ti cade addosso. Poi, nel caso specifico, conta molto la mia passione per la Prima guerra mondiale, dovuta a ragioni geografiche e personali, ma soprattutto alla sensazione che in quell’evento si concentrò una quantità di verità enorme. Mentre nella nostra quotidiana guerra (pur, per fortuna, così diversa) tutto si gioca su ipocrisie e scorrettezze alle spalle piuttosto avvilenti.

Mai passato per la testa di scrivere in prosa?
Ho scritto qualche prosa brevissima. Giusto un paio. Tipo questa o questa, che peraltro, poi, ho ‘riusato’ nel romanzo. Mai cose di respiro maggiore.

Hai già qualche idea per un prossimo romanzo?
Qualche idea inizia a frullare. È capitato facendo un giro a Mestre. Ma almeno per il prossimo anno lavorerò sul progetto di ricerca, cioè un’antologia della poesia simbolista italiana. Poi vedremo…

 

 

 

Racconta la tua “dipendenza dai videogiochi” e vinci con ISBN e Indie Up

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Sei anche tu pazzo di videogiochi e trascorri le notti attaccato alla console per portare a termine una missione di Call of Duty?
Parli di più con i personaggi di Final Fantasy che con i tuoi amici? Nella vita sei un bravissimo ragazzo, ma quando giochi a GTA ti diverti da matti a rubare auto e annientare le gang rivali?
Arrivi a lavoro con le occhiaie e la tua compagna minaccia ogni giorno di lasciarti ma non riesci proprio a mollare il joypad?

Non preoccuparti: sappiamo bene che giocare ai videogiochi può creare dipendenza. Un’adorabile, frustrante dipendenza. Raccontaci la tua passione per i videogiochi sulla pagina Facebook dedicata. Fallo come preferisci: postando una foto, un video o un testo breve… Le storie più divertenti (scelte da ISBN e da Indie Up) e quelle che otterranno più "Mi piace" potranno vincere un sacco di premi!!

Contest valido dal 15 al 29 febbraio 2012.

PREMI IN PALIO:

5 copie omaggio di

Voglia di vincere di Tom Bissell (Isbn Edizioni), dal 9 febbraio in libreria, il libro più interessante e divertente sulla dipendenza dai videogiochi.
Traduzione Stefano Formiconi
Scopri il libro

10 coupon da 10 euro

buono

da usare sul sito 
e-commerce 
www.indieup.com
*

*per acquisti di almeno 39 euro.

1 Felpa con cappuccio

felpa

realizzata da BORED, un piccolo 
marchio indie italiano.
Scopri la felpa BORED.

1 orologio Space Invaders

orol

realizzato da Disc’o'clock, 
fatto a mano!
Scopri l’orologio Space Invaders.

Modalità di assegnazione dei premi:
3 copie del libro, la felpa, l’orologio e i 10 buoni sconto verranno assegnati da ISBN Edizioni e da Indie Up.

Le rimanenti 2 copie omaggio saranno aggiudicate alle storie che otterranno più "Mi piace" dagli altri utenti.

Per maggiori informazioni, scrivere a
contact at indieup.com

www.indieup.com | www.isbnedizioni.it

 

 

Voglia di vincere di Tom Bissell

Il 9 febbraio in libreria arriva Voglia di vincere di Tom Bissell.
Secondo il New York Times "Il miglior racconto esistente su cosa significhi oggi giocare ai videogiochi".

 

Le ultime 5 ore - Douglas Coupland

Luke accarezza il suo scotch e si domanda per quale motivo avere dei soldi faccia sentire bene, cioè bene in senso medico, scientifico, clinico. Quali composti chimici rilascia nell’organismo? Quali neuroni blocca? E come mai è un dato di fatto assoluto che avere dei soldi, un po’ di soldi, una cifra qualsiasi, fa invariabilmente sentire meglio che non averne per niente? C’era una citazione in calce all’email spocchiosa che gli hanno spedito ieri dal Comitato per l’Infornata di Beneficenza, uno di quegli aforismi che vengono allegati automaticamente ai messaggi da qualche programma su internet, ed essendo una frase di Oscar Wilde probabilmente il solerte membro del comitato non l’aveva neanche letta. Diceva: «Il guaio di essere poveri è che ti impegna per tutta la giornata». Quanto è vero. Ma Luke è il pastore di una chiesa nota nel circondario come «Chiesa dell’Uscita Autostradale» più che con la sua denominazione ufficiale, la Chiesa della Nuova Fede, e quindi ha la propria interpretazione personale dei soldi. Sa che a rendere gli esseri umani diversi da qualsiasi altra cosa sul pianeta, o da qualsiasi altra cosa in tutto l’universo, è il fatto che hanno la capacità di sperimentare lo scorrere del tempo e possiedono il libero arbitrio necessario per usare al meglio quel tempo. I delfini e i corvi e i labrador ci arrivano vicino, ma gli manca il tempo futuro nel cervello. Comprendono i principi di causa ed effetto, ma non sono in grado di procedere per sequenza. Vivono in un eterno presente, cosa che gli esseri umani non sono in grado di fare, per quanto possano provarci. E il motivo per cui Luke sta pensando al tempo e al libero arbitrio è che secondo lui il denaro rappresenta il modo più preciso in cui gli esseri umani siano mai riusciti a cristallizzare tempo e libero arbitrio in una forma fisica concreta. Il contante. Il contante è un cristallo temporale. Il contante permette di moltiplicare la volontà e accelerare il tempo. È il contante a definirci in quanto specie. Nient’altro in tutto l’universo ha i soldi.

Le ultime 5 ore: Dopo il successo di Generazione A, Douglas Coupland torna con un romanzo catastrofico, profetico, ricco di azione.

ATTENZIONE: Da oggi fino al 3 gennaio spedizioni ferme sul nostro shop.

Se acquistate i nostri libri dovrete aspettare i primi giorni del 2012 per riceverli comodamente a casa vostra. Grazie per la collaborazione.

 

Michael Breen, All’ombra del dittatore grasso

La Corea del Nord e il peso di Kim Jong-iI

 

Prefazione
 
Nell’estate del 2002, gli Stati Uniti giunsero alla conclusione che la Corea del Nord stava conducendo un programma segreto di riarmo nucleare in violazione degli obblighi internazionali. Le tensioni si aggravarono quando all’inizio del 2003 la Corea del Nord fu il primo paese a uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare.
Gli Stati Uniti guardarono a questa mossa con grande apprensione. Nel corso della loro lunga alleanza, Stati Uniti e Corea del Sud hanno destinato truppe per la formazione di una forza congiunta in Corea del Sud come deterrente contro un’aggressione da parte delNord comunista. Le cose sembravano essere migliorate dopo il 2000, anno del primo storico incontro tra il presidente sudcoreano Kim Dae-jung e il leader nordcoreano Kim Jong-il, e della visita a Pyongyang del Segretario di stato americano Madeleine Albright. L’orizzonte di una riconciliazione non era mai apparso così vicino. Ma le ultime rivelazioni riportarono indietro le lancette. In quei mesi le truppe americane avevano spodestato il regime in Afghanistan e presto si sarebbero impegnate sul fronte iracheno. Uscita dalla prospettiva della guerra fredda, Washington non guardava più alla Corea del Nord come a una “minaccia comunista” ma come a un potenziale alleato degli stati canaglia e dei gruppi terroristici: la guerra al terrore era arrivata nella Corea della guerra fredda portando con sé possibilità di conflitto.
I coreani sono abituati a questa alternanza di destini. Il loro è stato a lungo un paese di drammi e contraddizioni: la spaccatura del 1945 tra un Nord filosovietico e un Sud filoamericano è stata la più severa tra le separazioni di stati della storia contemporanea. Il conflitto tra le due parti causò la morte di tre milioni di coreani; il Sud ospita una popolazione cristiana tra le più ferventi d’Asia, mentre il Nord ha sviluppato un culto comunista della personalità che è stato – e rimane – più fanatico perfino di quelli di Mao o Stalin; alle soglie del XXI secolo il Nord è stremato dalle carestie e dal declino economico mentre il Sud è la dodicesima potenza economica del mondo. Proprio a causa del suo bizzarro fanatismo, la Corea del Nord non è stata tenuta in grande considerazione dalla comunità internazionale.
Dopo la guerra di Corea (1950-1953), solo occasionalmente è uscita dal suo isolamento volontario per tornare al centro dell’attenzione e sempre in circostanze spiacevoli: attentati ai presidenti sudcoreani; arresti dei suoi diplomatici per traffico di droga; addestramento di terroristi; il sequestro nel 1968 della nave spia americana Pueblo e del suo equipaggio; la decapitazione nel 1976 di due ufficiali americani all’interno della zona smilitarizzata (DMZ); la morte di Kim Il-sung nel 1994; la carestia; le diserzioni. L’unico episodio positivo che io ricordi risale a quando la Corea del Nord stupì il mondo battendo la nazionale italiana di calcio ed entrò nei quarti di finale dei mondiali del 1966. Gli abitanti di Middlesborough, la città inglese che ospitò l’incontro, divennero subito tifosi della Corea del Nord, la cui tattica di gioco consisteva nel correre
all’impazzata per tutto l’incontro; uno stile che in seguito fu ribattezzato “calcio totale”.
Negli ultimi anni, la Corea del Nord è balzata nuovamente agli onori della cronaca. In realtà, avevar iconquistato il centro della scena internazionale prima che riesplodesse la questione nucleare in seguito a quello che in principio fu un ripensamento. Quando la Casa Bianca stava preparando il discorso del 2002 sullo stato dell’Unione, la Corea del Nord fu infilata nell’ormai famoso “asse del Male” accanto a Iraq e Iran, a quanto pare all’ultimo minuto e molto probabilmente più che per ragioni politiche, per una questione di stile e di political correctness,1 come se l’asse non potesse comprendere solo due stati islamici.
A questa notizia molti trasalirono e non perché pensassero che la Corea del Nord non rientrasse nella schiera del Male. Sapevano bene che non aveva alcun legame con il terrorismo islamico – di certo non al punto da giustificarne l’appartenenza all’asse – e ritenevano che questo nuovo ruolo avrebbe vanificato gli sforzi della Corea del Sud per convincere il Nord a uscire dal suo inesorabile isolamento. Accadde così che quello che era sempre stato uno stato canaglia di serie B ottenne il privilegio di essere iscritto nell’agenda della presidenza degli Stati Uniti.
Il mio interesse personale nei riguardi di Kim Jong-il e della Corea del Nord risale al 1982, anno in cui mi trasferii da New York a Seul per lavorare come giornalista free-lance. All’epoca il leader era Kim Il-sung, il padre di Kim Jong-il. E nel Sud lo temevamo tutti. Alla fine degli anni ottanta, la Corea del Nord si aprì al turismo occidentale e così decisi di andare a dare un’occhiata. Ma prima passai a trovare l’ambasciatore di un paese amico per quello che poi si rivelò un informale addestramento per spie.
«Non ti diranno niente» disse (o ti diranno bugie, scoprii più tardi.
La mia prima guida continuava a dirmi che in Corea del Nord la criminalità non esisteva). «Dovrai riuscire a capire tutto solo in base a ciò che vedi.» Cercai di scoprire la verità guardando dalla finestra. Dopo le prime impressioni (i buoi nei campi, l’assenza di commercio, gli strampalati slogan politici, i bambini che vanno a scuola cantando inni rivoluzionari, le industrie fatiscenti) mi chiesi come mai quel misero paese ci facesse tanta paura. «Conta i fili tra i pali del telegrafo» mi aveva suggerito l’ambasciatore (non ricordo a cosa servisse questo calcolo, ma la maggior parte dei pali aveva solo un cavo). «Guarda che materiale rotabile si trova nelle stazioni.»
Feci tutto questo scoprendo lo Sherlock Holmes che era in me.
«Perché ci sono così tante bottiglie rotte davanti alla macchina turabottiglie?» chiesi novello Watson a un collega durante una visita a una fabbrica di bibite alla periferia della capitale. «Queste bottiglie non stanno perfettamente dritte» mi rispose e ne afferrò una per esaminarla.
«Sul fondo hanno delle bolle d’aria sporgenti; restano inclinate e quando la macchina spinge il tappo le rompe.» Scopriamo di essere vivi quando persino l’industria del vetro riesce ad affascinarci. Il passo tra queste osservazioni e la soluzione è breve (perché non perfezionare la tecnica di fabbricazione delle bottiglie?) e il visitatore si sente già un esperto di nation building. È così che gli stranieri si attaccano alla Corea del Nord. Tutti, persino coloro che si dicono suoi sostenitori, sanno che questo paese è nella morsa di una disgustosa dittatura; ma al sicuro nella loro posizione di stranieri, si tengono caro questo legame proprio perché ne ricavano una gratificazione personale. A quel punto, scopri di poter provare simpatia per queste persone anche se sai che è come se ti avessero messo una benda sugli occhi e ti facessero girare su te stesso. Una volta, verso la metà degli anni novanta, mentre la stampa parlava della penuria di riso, all’hotel Koryo di Pyongyang ne servivano due ciotole a pasto per dimostrare, pensavo, che la notizia era falsa. «E invece questo comportamento non faceva che confermarla» mi spiegò in seguito un amico sudcoreano prima che mandassi in stampa questa mia scoperta.
«Sanno bene che nessuno lo mangerebbe tutto. Gli avanzi se li portano a casa.»
Benvenuti in Corea del Nord, un paese misterioso con una singolare capacità di primeggiare sul resto del mondo, un paese in cui le informazioni e la mobilità sono così controllate che la popolazione non sa cosa succede all’esterno e nessuno sa cosa succede all’interno.
Da anni la Corea del Nord è quello che un diplomatico americano ha definito una volta il “buco nero dei servizi segreti”.
Abbiamo ragione di credere, ma non ne abbiamo la certezza, che ben tre milioni di persone potrebbero essere morte a causa della carestia e che altre centinaia di migliaia sono fuggite in Cina dove vivono nascoste con il terrore di essere deportate e condannate. Come si spiega una crisi umanitaria di queste dimensioni nel bel mezzo del boom economico del Nord-est asiatico? La risposta è nell’unico uomo grasso di tutto il paese: Kim Jong-il. Questo libro si propone di presentarlo, di raccontarne per quanto possibile la storia, e di spiegare come possa conciliare la sua personale passione per il buon vino francese con il fatto che i suoi concittadini rischino di finire nei gulag se sorpresi a leggere Le Monde.
Nel farlo dobbiamo affrontare anche la spinosa questione di come faccia a restare al potere. Per quale motivo i coreani non sono riusciti a gettare tra le macerie della storia la loro versione del comunismo,
soprattutto quando, per farla breve, il prospero e libero Sud offre loro un modo migliore di essere coreani? Forse perché conservano uno spirito nazionalistico? Oppure perché il regime è così spaventosamente
repressivo che la popolazione non è in grado di abbatterlo? O, al contrario, semplicemente perché i nordcoreani amano il loro leader?
Ma soprattutto dobbiamo capire perché il terrificante regime di odiocrazia instaurato da Kim riesca a spaventare il mondo civilizzato servendosi delle armi di distruzione di massa. Quest’ultimo quesito
ci riguarda direttamente. Infatti per quanto la crisi umanitaria e le violazioni dei diritti umani in atto in Corea del Nord ci coinvolgano, è soprattutto la sua volontà di scatenare uno spaventoso conflitto che ci rende ansiosi.
Il programma nucleare di Kim Jong-il pone la Corea del Nord in rotta di collisione con gli Stati Uniti e i loro alleati. Europa, Russia, Cina, Corea del Sud e Giappone sono concordi nell’affermare che la formula Corea del Nord + nucleare sia un’equazione disastrosa anche se non riescono a trovare un accordo su come risolverla. Per quanto sia difficile da credere osservando i viali alla moda di Seul, Tokio e Pechino, ci sono molte possibilità che questa situazione sfoci in una guerra. Per crederlo è sufficiente pensare che il governo statunitense del dopo 11 settembre e l’isolato governo di Pyongyang vivono su pianeti diversi e nessuno dei due sa cosa voglia l’altro. Improvvisamente conoscere la realtà nordcoreana non è più solo una questione da specialisti. Ormai il mondo intero ha interesse a capire il più possibile su quest’uomo e questo paese.
Ma lo dovrà capire a fondo se vorrà riuscire a elaborare delle strategie per affrontare Kim Jong-il. La notizia del suo programma di riarmo nucleare ha contribuito ben presto a demonizzarlo. Nel gennaio del 2003, nella stessa settimana si è guadagnato le copertine dell’Economist, del Times e di Newsweek che lo ha chiamato Dr Evil, Dottor Male. Benché comprensibile – visto che il mondo ha paura di lui – la demonizzazione di quest’uomo rende ancora più difficile la ricerca di una strategia di intervento e finisce con l’autoalimentarsi.
È possibile giungere a conclusioni chiare (per esempio che Kim dovrebbe lasciare il potere o che non dovrebbe lasciarlo perché un regime post-Kim potrebbe essere ancora peggio); ma per farlo occorre seguire una logica sensata. Infatti, se è inaccettabile rimanere neutrali di fronte a un cattivo leader, per definirlo tale è opportuno essere obiettivi. Dico questo perché in occasione di quel primo viaggio il mio amico ambasciatore (vi rivelo che era australiano se state morendo dalla curiosità di saperlo) mi chiese anche: «Riesci a essere obiettivo?». Ne dubitava perché fino ad allora avevo vissuto per sette anni nella Corea del Sud anticomunista che dipingeva Kim Jong-il come un folle Caligola. (Quello che è incredibile oggi è che mentre il mondo pensa che sia un diavolo, la Corea del Sud ha cambiato opinione e lo ritiene un uomo con cui è possibile fare affari.)
 
Michael Breen, All’ombra del dittatore grasso, Isbn Edizioni
http://isbnedizioni.it/catalogo/saggistica/all-ombra-del-dittatore-grasso/

 

 

Festa Isbn

Grazie a tutti per aver partecipato!

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I regali di natale è meglio farli per tempo!

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