Abbiamo fatto qualche domanda a Emanuele Tonon, autore per Isbn de Il Nemico e La luce prima
In La luce prima c’è un senso di urgenza e di potenza travolgente della scrittura, che ancora di più rispetto al tuo precedente lavoro sembra un fiume in piena, un romanzo scritto di getto. Quanto tempo hai impiegato per scrivere il libro?
Ho impiegato tredici mesi. L’incipit (”Mi hai chiamato, prima di continuare a morire”) l’ho appuntato sul taccuino il 23 giugno 2010, nella sala d’attesa di un Pronto Soccorso. Ho continuato ad appuntare frasi per tutti i nove giorni in cui mia madre è rimasta in coma, a elargirmi il suo magistero di silenzio. Quegli appunti mi hanno tenuto in vita, ora posso dirlo. Poi ho passato circa un mese di mutismo. Non riuscivo a parlare, a scrivere. Tutto è esploso, infine. Ho buttato giù, a partire dagli appunti, il grosso del libro, dividendolo idealmente in tre parti: infanzia, adolescenza, maturità e morte. Ho passato intere notti senza sonno. Mi sono ritrovato con un file di duecentoquarantadue pagine. Sono stato ospite in casa di amici per due settimane, nel dicembre 2010: lì ho rimosso le pagine di troppo. Ho dimezzato il libro, ho tolto il vomito, ho deciso di tacere alcune cose, ho addolcito verità altrimenti troppo amare, in un testo così, senza filtri. Ho cercato di restare nella misura del salmo, dell’epicedio, di “raccontare” il meno possibile. Son tornato a casa, ho passato il 31 dicembre 2010 da solo nella casa deserta, vociferando col fantasma di mia madre mentre scrivevo le ultime pagine, quelle dove il figlio invita la Madre a danzare. Nel mese di gennaio ho consegnato la prima stesura. Fino ad agosto 2011 è stato un continuo tornare sul testo, per sole minuzie, ripensamenti. Un tornare inesorabile, operato con implacabile determinazione. Sono arrivato a telefonare in casa editrice poche ore prima che il libro andasse in stampa, per far apportare l’ultima modifica.
La tua storia, così come quella del Nemico, è molto personale, eppure riesce ad essere universale toccando nel profondo l’animo di tutti i lettori. Come ci riesci?
Forse perché non ho scritto semplicemente “storie”. Ho attraversato paesaggi e ferite, archetipi, mostrato figure, spalancato porte che non si volevano più aprire. Forse perché ho perseguito un linguaggio oltre la maniera e l’epigonalità, un linguaggio capace di indicare l’allegoria senza volerla spiegare, senza le astuzie tipiche della forma romanzo di questi anni. Forse perché ho scritto di quel bisogno d’amore e consolazione che tutti ci accomuna senza rinunciare alla denuncia furiosa. Forse perché ho sempre e solo scritto per pura necessità.
Si è discusso molto sulla tua scrittura. Ma tu come definiresti il tuo stile?
Quello stile di cui mi domanda, dovrebbe palesarsi da sé, senza eccessi di auto-esegesi. È la pagina che dovrebbe rispondere per me. Posso rivendicare finché voglio un’estetica esplicita (o credere di farlo) ma alla fine scrivo quel che più mi piace, mettendo in pratica un’estetica implicita che può anche andare nella direzione opposta. Con Dante posso dire: “I’mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”.
Cosa diresti a chi ti accusa di essere troppo ombelicale?
Con questa domanda, lei è come se mi portasse al banco degli imputati, quasi fossi tenuto, costretto a discolparmi, a dar conto dei miei peccati, come scrittore. Mentre così non è. Penso che questa domanda sia, molto semplicemente, mal posta. Per molti motivi. E qui mi costringe a essere spietato. Ma come? Si parla tanto di non-fictional novel! I teorici della letteratura, i critici militanti (di recente Daniele Giglioli, in Senza trauma, Quodlibet) hanno ormai consacrato definitivamente l’inclusione dell’auto-fiction e derivati nella sfera del non-fictional, di fatto legittimando sia il ritorno all’autofiction (che era un genere un po’ in declino) sia la sovranità, l’egemonia del non fictional novel nel NUOVO sistema dei generi post post post moderno. E a me vengono a rompere le balle con la storia dell’ombelicalità? E poi: intendono ombelicale o nombrilismo (narcisistico)? Perché anche lì ci sarebbe da distinguere…
Se mi considerano troppo ombelicale posso solo rispondere: bella scoperta. E come potrei non esserlo? Come avrei potuto fare a NON esserlo, data la materia? Lungi da me voler ridurre La luce prima al tema del rapporto ombelicale fra due esseri, ma, sant’iddio, si può pure dire che l’asse della struttura forse è proprio quello, e così DOVEVA essere. Prenda autori come Siti e Janeczek: sono autori di autofiction; l’autofiction è cosa profondamente diversa dal romanzo autobiografico. Prende la materia viva dalla vita realmente vissuta, dal bìos, e ne ricava il romanzo. Il romanzo viene FATTO con pezzi di vita dell’autore. Senza filtri. E questo è programmatico; adesso mi sembra che, come genere, sia tornata di moda. Perché i critici si sono accorti che nei “margini” del Letterario Fictional, ai confini col non-fictional c’è ANCHE l’autofiction; non c’è solo l’ibrido romanzo-reportage alla Saviano e tutta la galassia delle sue varianti. Dicevo: questa attenzione al non-fictional come forma legittima e quasi “migliore” delle altre, questa attenzione ha indotto alcuni a proiettare retroattivamente su autori classici questa lente interpretativa. Proust ovviamente non è sfuggito a un’analisi in questi termini. Dopo decenni a parlare della letteratura come menzogna e del mentire come unico modo per avvicinarsi alla verità, siamo punto e a capo. Manganelli, Girard, Lavagetto, e altri hanno fatto benissimo a insistere su questo paradosso, ma testi come il mio costringono il lettore e il critico a porsi la questione in modo sostanzialmente diverso. Un critico raffinatissimo, in un articolo del 1998 sull’atavismo in Proust (La razza estinta di Combray), dice una cosa semplicissima, su cui non si è mai insistito abbastanza: ci sono dei personaggi in Proust che molto semplicemente sfuggono alle maglie, alle contraintes della finzione romanzesca: sono la Nonna e la Mamma, Maman. Il critico si chiama Matteo Residori. Dice che quelle due figure erano semplicemente non trasfigurabili (le lascio solo immaginare dove potrebbero portarci le implicazioni del termine “figura”). Dovevano essere prese di peso e portate, trasportate, travasate nel romanzo: il romanzo è affollato di personaggi che sono il frutto di incroci e costruzioni complesse, ma - paradosso importante - tutto quel complesso sistema relazionale, tutta quella rete di rapporti fra i personaggi NON avrebbe potuto stare in piedi se Proust non avesse sentito la necessità di mettere al centro di quella galassia la Mamma-Nonna. Senza di loro, che sono due non-personaggi, tutto il resto non ha senso, non conta. Sono loro due l’ubi consistam, la pietra su cui è edificata la cattedrale. Edmund Wilson, ne Il castello di Axel, ha scritto che “la nonna, per Proust, ha la stessa importanza che per Einstein ha la velocità della luce essendo l’unico valore costante che rende possibile il resto del sistema”. Gli psicanalisti che si sono cimentati nell’analisi dell’opera di Proust sanno bene queste cose (e non a caso, c’è interesse nei confronti della mia opera da parte degli psicanalisti). Per me è stato necessario partire da un elemento. Non voglio dire solo biografico, auto-biografico, ché non vorrebbe dire niente, bensì: da un elemento biografico irriducibile, non trasformabile, non trasfigurabile. Ne La luce prima i voli della mente che tra-vede (come nei mistici) la madre ci sono eccome, ma alcune parti di lei, alcuni “moments” (Barthes li chiamava “moments de vérité”) sono là, non trasfigurati, non rielaborati, non integrati. Sono lì, messi lì, ritrovati e piazzati lì, imprescindibili, ineludibili, nella loro immediatezza, a costo di sembrare ingombranti. E non poteva essere altrimenti.
Oltre a Moresco, quali sono altri tuoi punti di riferimento letterari?
Tante volte ho detto che prima di essere uno scrittore sono un lettore. E che sono uno scrittore perché sono un lettore onnivoro. Un elenco parziale, quindi, solo qualche punto della mia costellazione di riferimenti: i mistici. Dante. Leopardi. Kafka. Svevo. Bufalino. Gadda. Volponi. Pasolini. Blanchot. Mia madre che mi ha comunicato l’amore per la parola scritta e non ha mai scritto una riga in vita sua, escluse le lettere che mi scriveva quando stavo in convento.
Cosa ne pensi della letteratura italiana degli ultimi anni? Trovi che ci sia qualcuno di estremamente sopravvalutato o ingiustamente dimenticato? E cosa significa essere scrittori in Italia, oggi?
Il mondo letterario è cambiato, dobbiamo rendercene conto. Internet e i social network hanno stravolto definitivamente la letteratura, già provata dalle coltellate ricevute dall’intrattenimento televisivo. Visto che l’alfabetizzazione è data per ovvia, tutti credono di saper scrivere. Non c’è più consapevolezza della forma, del fare letterario. È come se per il solo fatto di possedere una moto, mi considerassi migliore di Valentino Rossi. Tutti poeti perché è possibile andare a capo. Tutti scrittori perché “se pubblicano tizio, devono pubblicare anche me”, tutti col cuore gonfio d’amore e disperazione spiaccicato in bacheca, in un blog. Non immagina quante volte mi son sentito chiedere “Quanto hai pagato per pubblicare i tuoi libri? Se non costa troppo vorrei pubblicare anche io per la tua casa editrice”, come se fosse normale e giusto pagare per pubblicare un libro ed essere annoverato nella gloriosa categoria degli scrittori. Come se fosse un diritto fare gli scrittori. Allo scrittore resta solo la possibilità di reinventare, resuscitare il linguaggio ed essere fedele alla propria opera. Nella consapevolezza che il prezzo da pagare potrebbe essere la marginalità. La letteratura che considero, che perseguo, sta solo nelle voci irate, irriducibili. E non ne faccio solo una questione di stile, ma anche di sangue, di materia narrativa viva. Fare nomi non ha senso. Lo sappiamo tutti chi è sopravvalutato e chi marginalizzato. Come tutti conosciamo perfettamente le dinamiche del mondo editoriale, che in nulla differiscono dalle ordinarie ingiustizie operate in un capannone di fabbrica, in un ufficio, in una scuola, in una facoltà universitaria, in una redazione di giornale o televisiva. Basterebbe andare a leggersi Lettere a nessuno di Antonio Moresco: in quelle pagine è già stato detto tutto. Uno scrittore deve continuare a scrivere come chi tenta una tecnica di primo soccorso, un supporto di base alle funzioni vitali, con la disperata consapevolezza che quel tentativo potrà risultare vano. Uno scrittore deve continuare a scrivere in quella incertezza, accettando il rischio delle lacrime e del silenzio.
Cosa stai scrivendo, ora?
Sto scrivendo alcune cose, sto diversificando la mia scrittura, tra un lavoro impossibile e un altro per arrivare a fine mese. E sono tornato dove ero stato costretto a fermarmi per scrivere La luce prima. Sono tornato a quel romanzo che doveva dare compimento alla mia idea iniziale di trinità e che ora è diventato l’alba di un nuovo cammino da sciancato. Non so dove mi porterà. Nella chiusa de Il nemico i personaggi andavano ad affogare nell’acqua marina, a parlare “la lingua degli annegati” che già avevano parlato, approssimativamente, nella vita immaginata dalla parola scritta; ne La luce prima i non-personaggi parlano “la lingua degli angeli”. In questo nuovo romanzo i personaggi e i non-personaggi cammineranno sulle acque marine, invece, come risorti capaci di domare le acque a piedi nudi, senza bisogno di tavole da windsurfer col piercing al sopracciglio. Scivoleranno sulle acque con furioso prodigio, si cercheranno come non è dato, ordinariamente, cercarsi. Parleranno una lingua che, come scrittore, sto ancora, nella meraviglia, imparando a balbettare.