Archivio di Dicembre 2011

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Michael Breen, All’ombra del dittatore grasso

La Corea del Nord e il peso di Kim Jong-iI

 

Prefazione
 
Nell’estate del 2002, gli Stati Uniti giunsero alla conclusione che la Corea del Nord stava conducendo un programma segreto di riarmo nucleare in violazione degli obblighi internazionali. Le tensioni si aggravarono quando all’inizio del 2003 la Corea del Nord fu il primo paese a uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare.
Gli Stati Uniti guardarono a questa mossa con grande apprensione. Nel corso della loro lunga alleanza, Stati Uniti e Corea del Sud hanno destinato truppe per la formazione di una forza congiunta in Corea del Sud come deterrente contro un’aggressione da parte delNord comunista. Le cose sembravano essere migliorate dopo il 2000, anno del primo storico incontro tra il presidente sudcoreano Kim Dae-jung e il leader nordcoreano Kim Jong-il, e della visita a Pyongyang del Segretario di stato americano Madeleine Albright. L’orizzonte di una riconciliazione non era mai apparso così vicino. Ma le ultime rivelazioni riportarono indietro le lancette. In quei mesi le truppe americane avevano spodestato il regime in Afghanistan e presto si sarebbero impegnate sul fronte iracheno. Uscita dalla prospettiva della guerra fredda, Washington non guardava più alla Corea del Nord come a una “minaccia comunista” ma come a un potenziale alleato degli stati canaglia e dei gruppi terroristici: la guerra al terrore era arrivata nella Corea della guerra fredda portando con sé possibilità di conflitto.
I coreani sono abituati a questa alternanza di destini. Il loro è stato a lungo un paese di drammi e contraddizioni: la spaccatura del 1945 tra un Nord filosovietico e un Sud filoamericano è stata la più severa tra le separazioni di stati della storia contemporanea. Il conflitto tra le due parti causò la morte di tre milioni di coreani; il Sud ospita una popolazione cristiana tra le più ferventi d’Asia, mentre il Nord ha sviluppato un culto comunista della personalità che è stato – e rimane – più fanatico perfino di quelli di Mao o Stalin; alle soglie del XXI secolo il Nord è stremato dalle carestie e dal declino economico mentre il Sud è la dodicesima potenza economica del mondo. Proprio a causa del suo bizzarro fanatismo, la Corea del Nord non è stata tenuta in grande considerazione dalla comunità internazionale.
Dopo la guerra di Corea (1950-1953), solo occasionalmente è uscita dal suo isolamento volontario per tornare al centro dell’attenzione e sempre in circostanze spiacevoli: attentati ai presidenti sudcoreani; arresti dei suoi diplomatici per traffico di droga; addestramento di terroristi; il sequestro nel 1968 della nave spia americana Pueblo e del suo equipaggio; la decapitazione nel 1976 di due ufficiali americani all’interno della zona smilitarizzata (DMZ); la morte di Kim Il-sung nel 1994; la carestia; le diserzioni. L’unico episodio positivo che io ricordi risale a quando la Corea del Nord stupì il mondo battendo la nazionale italiana di calcio ed entrò nei quarti di finale dei mondiali del 1966. Gli abitanti di Middlesborough, la città inglese che ospitò l’incontro, divennero subito tifosi della Corea del Nord, la cui tattica di gioco consisteva nel correre
all’impazzata per tutto l’incontro; uno stile che in seguito fu ribattezzato “calcio totale”.
Negli ultimi anni, la Corea del Nord è balzata nuovamente agli onori della cronaca. In realtà, avevar iconquistato il centro della scena internazionale prima che riesplodesse la questione nucleare in seguito a quello che in principio fu un ripensamento. Quando la Casa Bianca stava preparando il discorso del 2002 sullo stato dell’Unione, la Corea del Nord fu infilata nell’ormai famoso “asse del Male” accanto a Iraq e Iran, a quanto pare all’ultimo minuto e molto probabilmente più che per ragioni politiche, per una questione di stile e di political correctness,1 come se l’asse non potesse comprendere solo due stati islamici.
A questa notizia molti trasalirono e non perché pensassero che la Corea del Nord non rientrasse nella schiera del Male. Sapevano bene che non aveva alcun legame con il terrorismo islamico – di certo non al punto da giustificarne l’appartenenza all’asse – e ritenevano che questo nuovo ruolo avrebbe vanificato gli sforzi della Corea del Sud per convincere il Nord a uscire dal suo inesorabile isolamento. Accadde così che quello che era sempre stato uno stato canaglia di serie B ottenne il privilegio di essere iscritto nell’agenda della presidenza degli Stati Uniti.
Il mio interesse personale nei riguardi di Kim Jong-il e della Corea del Nord risale al 1982, anno in cui mi trasferii da New York a Seul per lavorare come giornalista free-lance. All’epoca il leader era Kim Il-sung, il padre di Kim Jong-il. E nel Sud lo temevamo tutti. Alla fine degli anni ottanta, la Corea del Nord si aprì al turismo occidentale e così decisi di andare a dare un’occhiata. Ma prima passai a trovare l’ambasciatore di un paese amico per quello che poi si rivelò un informale addestramento per spie.
«Non ti diranno niente» disse (o ti diranno bugie, scoprii più tardi.
La mia prima guida continuava a dirmi che in Corea del Nord la criminalità non esisteva). «Dovrai riuscire a capire tutto solo in base a ciò che vedi.» Cercai di scoprire la verità guardando dalla finestra. Dopo le prime impressioni (i buoi nei campi, l’assenza di commercio, gli strampalati slogan politici, i bambini che vanno a scuola cantando inni rivoluzionari, le industrie fatiscenti) mi chiesi come mai quel misero paese ci facesse tanta paura. «Conta i fili tra i pali del telegrafo» mi aveva suggerito l’ambasciatore (non ricordo a cosa servisse questo calcolo, ma la maggior parte dei pali aveva solo un cavo). «Guarda che materiale rotabile si trova nelle stazioni.»
Feci tutto questo scoprendo lo Sherlock Holmes che era in me.
«Perché ci sono così tante bottiglie rotte davanti alla macchina turabottiglie?» chiesi novello Watson a un collega durante una visita a una fabbrica di bibite alla periferia della capitale. «Queste bottiglie non stanno perfettamente dritte» mi rispose e ne afferrò una per esaminarla.
«Sul fondo hanno delle bolle d’aria sporgenti; restano inclinate e quando la macchina spinge il tappo le rompe.» Scopriamo di essere vivi quando persino l’industria del vetro riesce ad affascinarci. Il passo tra queste osservazioni e la soluzione è breve (perché non perfezionare la tecnica di fabbricazione delle bottiglie?) e il visitatore si sente già un esperto di nation building. È così che gli stranieri si attaccano alla Corea del Nord. Tutti, persino coloro che si dicono suoi sostenitori, sanno che questo paese è nella morsa di una disgustosa dittatura; ma al sicuro nella loro posizione di stranieri, si tengono caro questo legame proprio perché ne ricavano una gratificazione personale. A quel punto, scopri di poter provare simpatia per queste persone anche se sai che è come se ti avessero messo una benda sugli occhi e ti facessero girare su te stesso. Una volta, verso la metà degli anni novanta, mentre la stampa parlava della penuria di riso, all’hotel Koryo di Pyongyang ne servivano due ciotole a pasto per dimostrare, pensavo, che la notizia era falsa. «E invece questo comportamento non faceva che confermarla» mi spiegò in seguito un amico sudcoreano prima che mandassi in stampa questa mia scoperta.
«Sanno bene che nessuno lo mangerebbe tutto. Gli avanzi se li portano a casa.»
Benvenuti in Corea del Nord, un paese misterioso con una singolare capacità di primeggiare sul resto del mondo, un paese in cui le informazioni e la mobilità sono così controllate che la popolazione non sa cosa succede all’esterno e nessuno sa cosa succede all’interno.
Da anni la Corea del Nord è quello che un diplomatico americano ha definito una volta il “buco nero dei servizi segreti”.
Abbiamo ragione di credere, ma non ne abbiamo la certezza, che ben tre milioni di persone potrebbero essere morte a causa della carestia e che altre centinaia di migliaia sono fuggite in Cina dove vivono nascoste con il terrore di essere deportate e condannate. Come si spiega una crisi umanitaria di queste dimensioni nel bel mezzo del boom economico del Nord-est asiatico? La risposta è nell’unico uomo grasso di tutto il paese: Kim Jong-il. Questo libro si propone di presentarlo, di raccontarne per quanto possibile la storia, e di spiegare come possa conciliare la sua personale passione per il buon vino francese con il fatto che i suoi concittadini rischino di finire nei gulag se sorpresi a leggere Le Monde.
Nel farlo dobbiamo affrontare anche la spinosa questione di come faccia a restare al potere. Per quale motivo i coreani non sono riusciti a gettare tra le macerie della storia la loro versione del comunismo,
soprattutto quando, per farla breve, il prospero e libero Sud offre loro un modo migliore di essere coreani? Forse perché conservano uno spirito nazionalistico? Oppure perché il regime è così spaventosamente
repressivo che la popolazione non è in grado di abbatterlo? O, al contrario, semplicemente perché i nordcoreani amano il loro leader?
Ma soprattutto dobbiamo capire perché il terrificante regime di odiocrazia instaurato da Kim riesca a spaventare il mondo civilizzato servendosi delle armi di distruzione di massa. Quest’ultimo quesito
ci riguarda direttamente. Infatti per quanto la crisi umanitaria e le violazioni dei diritti umani in atto in Corea del Nord ci coinvolgano, è soprattutto la sua volontà di scatenare uno spaventoso conflitto che ci rende ansiosi.
Il programma nucleare di Kim Jong-il pone la Corea del Nord in rotta di collisione con gli Stati Uniti e i loro alleati. Europa, Russia, Cina, Corea del Sud e Giappone sono concordi nell’affermare che la formula Corea del Nord + nucleare sia un’equazione disastrosa anche se non riescono a trovare un accordo su come risolverla. Per quanto sia difficile da credere osservando i viali alla moda di Seul, Tokio e Pechino, ci sono molte possibilità che questa situazione sfoci in una guerra. Per crederlo è sufficiente pensare che il governo statunitense del dopo 11 settembre e l’isolato governo di Pyongyang vivono su pianeti diversi e nessuno dei due sa cosa voglia l’altro. Improvvisamente conoscere la realtà nordcoreana non è più solo una questione da specialisti. Ormai il mondo intero ha interesse a capire il più possibile su quest’uomo e questo paese.
Ma lo dovrà capire a fondo se vorrà riuscire a elaborare delle strategie per affrontare Kim Jong-il. La notizia del suo programma di riarmo nucleare ha contribuito ben presto a demonizzarlo. Nel gennaio del 2003, nella stessa settimana si è guadagnato le copertine dell’Economist, del Times e di Newsweek che lo ha chiamato Dr Evil, Dottor Male. Benché comprensibile – visto che il mondo ha paura di lui – la demonizzazione di quest’uomo rende ancora più difficile la ricerca di una strategia di intervento e finisce con l’autoalimentarsi.
È possibile giungere a conclusioni chiare (per esempio che Kim dovrebbe lasciare il potere o che non dovrebbe lasciarlo perché un regime post-Kim potrebbe essere ancora peggio); ma per farlo occorre seguire una logica sensata. Infatti, se è inaccettabile rimanere neutrali di fronte a un cattivo leader, per definirlo tale è opportuno essere obiettivi. Dico questo perché in occasione di quel primo viaggio il mio amico ambasciatore (vi rivelo che era australiano se state morendo dalla curiosità di saperlo) mi chiese anche: «Riesci a essere obiettivo?». Ne dubitava perché fino ad allora avevo vissuto per sette anni nella Corea del Sud anticomunista che dipingeva Kim Jong-il come un folle Caligola. (Quello che è incredibile oggi è che mentre il mondo pensa che sia un diavolo, la Corea del Sud ha cambiato opinione e lo ritiene un uomo con cui è possibile fare affari.)
 
Michael Breen, All’ombra del dittatore grasso, Isbn Edizioni
http://isbnedizioni.it/catalogo/saggistica/all-ombra-del-dittatore-grasso/

 

 

Festa Isbn

Grazie a tutti per aver partecipato!

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