Archivio di Novembre 2011

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Paolo Sortino recensisce La luce prima di Emanuele Tonon

Paolo Sortino, autore di Elisabeth, recensisce La luce prima di Emanuele Tonon

IL CUORE SACRO E INDICIBILE DI TONON

Paolo Sortino
 
Non è un caso che pur trattando un evento necessariamente a sé contemporaneo qual è la morte della madre, Emanuele Tonon abbia creato tra i secoli un ponte di significati. In termini di pensiero, La luce prima (Isbn, pp. 130, euro 15,90), ci riporta agli albori della letteratura antica, ad autori come Archiloco o Empedocle, il quale scriveva: «Solo un cuore sacro e indicibile sussiste, che con pensieri veloci sfrecciandosi slancia attraverso il mondo intero». Prima che Hölderlin facesse di quest’ultimo un eroe romantico, per cui il gesto di gettarsi nell’Etna voleva significare concedersi all’assoluto in maniera definitiva, il cuore dell’uomo era ancora capace di stabilire una relazione tra il proprio spirito e lo spirito della terra. Il cuore con cui questo romanzo è stato composto è di questo tipo. Non è luogo di perdizione né di infinito naufragare, ma carne che interroga l’esperienza e concede a chi soffre almeno una possibilità di rimetterla avanti a sé nei giorni ancora da vivere.
È vero: il trauma specifico narrato non sembra «slanciare» l’autore nel mondo. La capacità di aggredire le cose e impossessarsi degli accanimenti è ostacolata dal vuoto dovuto alla perdita. Di fatto assistiamo a un’impasse, un momento che potrebbe durare quanto la vita in cui la vita resta esterrefatta, incapace di muoversi o far muovere altro. Attingendo al suo trascorso religioso, l’autore tenterebbe volentieri la vita cristiana, gridando soccorso al suo dio che però non risponde, non interviene. La rivoluzione che la fede in un dio che si è fatto uomo vede unificate la via del cielo con la via terrena, gira a vuoto, non basta più. Per staccare il piede da terra lo scrittore ha bisogno di sacrificare il suo cuore, renderlo sacro e indicibile, votarlo a un bene determinato. Allora un movimento prende vita e lo vediamo: i pensieri di Tonon sono veloci come li descrive Empedocle, lo consente la lingua con egli cui racconta la sua «piccola mamma». Una sinuosità linguistica senza precedenti, senza frasi a effetto, senza strizzate d’occhio al lettore, senza quegli artifici pure necessari alla persuasione narrativa. Non troveremo un solo vettore stilistico, neanche quelli “costruttivi” che dànno modo di scandagliare le opere dei più degni maestri. Un romanzo che sembra essersi scritto da sé, e che a leggerlo, viene da pensare, prende lo stesso poco tempo che è servito a scriverlo, perché queste pagine possiedono l’agilità e l’apparente semplicità di un gesto. La felicità espressiva che traspare rende questo libro una specie di Macchina di Antikythera, uno di quegli strani oggetti che vengono ritrovati nelle profondità marine, la cui origine risale a migliaia di anni fa e nel loro riaffiorare ci donano un’incongruenza storica, poiché la tecnologia che li ha creati è pari o superiore alla nostra. Il genere romanzo continua a essere una perfetta macchina di senso. Un motore impalpabile che genera significato in eccellenza.
C’è la regale possibilità che Tonon sia il solo scrittore italiano a non subire il divario tra lingua parlata e lingua scritta; tra lingua trovata in casa e lingua letteraria. Consapevoli che in ultima analisi sta in questo la vera prova di una corrispondenza tra vita e letteratura, si ha il dubbio se elogiarlo per l’una o per l’altra.
Da qui nasce il bene di questo libro e allo stesso tempo quanto di primo acchito disturba la narrazione, quel che di confessionale non vorremmo ci fosse perché intorbidisce la trasparenza delle immagini. Ma è quel poco di opacità dovuta al cuore trascinato sul piano di un’esistenza fragile come il vetro. Una traccia di sangue sufficiente a renderci visibili le ragioni del dolore.

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Isbn intervista Simon Reynolds # Seconda parte


 

La seconda parte dell’intervista che abbiamo fatto a Simon Reynolds.
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Quale sarà il prossimo passo del “riciclo musicale” nella nostra cultura?
Non lo so. La gente parla degli anni novanta come della next big zone, ma cosa ci troveranno da copiare, mi chiedo? Proprio in questo periodo il Goth, la Cold Wave e la Electronic Body Music dei tardi anni ottanta sembrano fonti piuttosto calde. Forse il “baggy” sound di Manchester (Happy Monday, Stone Roses) verrà riscoperto. 

Recentemente è stata ripubblicata la kindle version del tuo primo libro, Blissed out. È buffo scoprire che già nell’87 parlavi di una specie di legame con il passato (continue riedizioni e revisioni, “un’altra biografia di Bob Dylan” e via dicendo). Quali sono le differenze fondamentali tra la “nuova” retromania e le “vecchie” retromanie? 

La differenza principale sta nella scala, nell’intensità e nella dimensione del problema, che ha a che fare con la componente della cultura digitale della nostra epoca e con il dilagante fenomeno dell’archivismo della memoria pop su internet. È lì che si crea la “mania”.

Ovviamente il problema non è nato dal nulla, è andato crescendo per anni, anzi per decenni. Vedo un’analogia con il film su Al Gore Una scomoda verità. La gente, compreso Gore stesso, ha parlato del surriscaldamento globale e delle sue conseguenze per anni, per decenni. Ma questo non ha impedito al film di essere un contributo vitale e tempestivo al riguardo. Né significa che Gore avrebbe dovuto star zitto sulla questione, dopo essersi espresso abbondantemente al riguardo nel film. Allo stesso modo, il rétro ha una storia e un’evoluzione che comincia decenni fa, ma non ho dubbi sul fatto che il fenomeno sia aumentato drasticamente negli ultimi dieci o dodici anni, e che sia qualcosa di cui ci dobbiamo occupare. Bisogna farsi delle domande! 

Nel regno iper-statico della cultura digitale – in cui il tempo è orizzontale e quasi ogni suono creato nel passato può essere facilmente riascoltato e la possibilità del cambiamento lineare sta svanendo – ha ancora un senso l’idea del potere trasformativo della musica? È ancora possibile essere sorpresi da qualcosa? 

Immagino che possiamo solo scoprire se qualcuno fa musica trasformativa, e capire se possiamo reagire alla sua sfida. Riguardo all’essere sorpresi, naturalmente spero di sì. Penso che potrebbe ancora succedermi di essere sorpreso. Sono pronto, volenteroso e in desideroso di esserlo! 

L’immenso archivio di YouTube è un’enorme risorsa per gli ascoltatori. Scaricare – legalmente o meno – ci permette di avere molta più musica di quella che possiamo realisticamente ascoltare. Si possono ascoltare file mp3 di tutti i tipi, provenienti da tutto il mondo. Tutta questa musica potrebbe costituire un problema per la nostra limitata capacità di ascolto? Stiamo diventando musicalmente onnivori ma allo stesso tempo anche un po’ superficiali? 

Sì. Questo è uno degli argomenti che tratto di più nel libro. Una delle mie preoccupazioni è l’assottigliarsi dell’esperienza musicale, una sorta di fruizione satura, distratta e dispersiva. 

Cosa pensi della musica italiana? C’è qualche gruppo o cantante italiano che ti piace, contemporaneo o dei decenni scorsi? 

Non so un granché della scena contemporanea, però ho visto una band di grande effetto all’Arca Puccini festival a Pistoia, si chiama Topsy the Great, è rock strumentale high energy intenso, tra l’hardcore, il metal e il math rock, con la batteria come strumento principale.

Dagli scorsi decenni, mi è piaciuto un po’ di progressive rock italiano che ho sentito e ovviamente giganti del soundtrack come Morricone e Goblin. E anche mostri della disco music come Moroder e Daniele Baldelli. Ho sentito alcuni bravi artisti techno italiani come Lory D e Leo Anibaldi. Ah, poi sono un grande fan dei vostri compositori di avanguardia come Nono, Berio e Maderna. 

Il libro ha una forte connotazione autobiografica. È pieno di ricordi e storie personali: la caccia alle mappe degli autobus che ha assorbito tuo figlio e te a New York; strani incontri con maniaci del rétro durante gli anni universitari, la sensazione straniante di avere un figlio cresciuto in America con cui non puoi condividere l’atmosfera culturale in cui sei cresciuto tu. Retromania è un ritratto del critico musicale di mezz’età? 

Tutti i miei libri sono personali, nel senso che non esisterebbero senza la mia passione e ossessivo interesse per la scena musicale e senza li mio coinvolgimento sul campo, come per i rave negli anni novanta o per il post-punk quand’ero ragazzo. Ma sicuramente in Retromania c’è più memoria emotiva e più aneddotica, pesca dalla mia storia personale più dei libri precedenti ed è inseparabile dal mio punto di vista, quello di chi c’era durante tutti i periodi di cui parlo. Perciò in quel senso è il libro di un uomo di mezza età. Credo che le mie considerazioni siano accessibili a lettori di tutte le età, ma non tutti le sentirebbero con la stessa di chi ha trenta, quaranta, cinquant’anni oggi: quelli che hanno vissuto negli anni sessanta o nell’epoca del post-punk, o in quella dei techno-rave dei novanta. Il libro ha un elemento immediato ed esperienziale che aggiunge un carico emozionale a Retromania sia per chi scrive che per chi legge.
 

Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? Quale sarà l’argomento del libro? 

Non dico nulla per scaramanzia perché il libro non è ancora stato ufficialmente proposto. Ma se il libro si farà, sarà un grande passo per me: parla sempre di musica, ma esplora aspetti che non ho mai esplorato prima. La mia speranza per i prossimi libri è riuscire a fare cose che mi mettano alla prova e mi portino in direzioni diverse ogni volta.

 

Isbn intervista Simon Reynolds # Prima parte


 
Abbiamo fatto qualche domanda a Simon Reynolds a proposito di Retromania, delle tesi contenute nel suo libro e delle sue preferenze musicali.
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Qual è stato l’evento – se ce n’è stato uno – che ti ha fatto decidere di scrivere un libro come Retromania?
La scintilla ha iniziato a scattarmi dentro durante gli anni 2000: la sensazione che la musica pop fosse ormai del tutto succube di un’attrazione fatale nei confronti della sua stessa storia, accumulata nel corso degli anni. Questa tendenza poteva essere arginata? mi chiedevo. Oppure ci stavamo inesorabilmente dirigendo verso una sorta di buco nero del pop? Non è facile segnalare il momento della svolta, anche se l’album dei Beatles Love – un remix mash-up dei più grandi successi del gruppo, realizzato da George Martin e suo figlio Giles – mi è sembrato l’esempio emblematico del nostro desiderio collettivo di riconsumare e rivisitare senza sosta gli anni d’oro del rock.
 
In Retromania ci sono tesi forti e originali – in alcuni casi impopolari – molta sociologia e filosofia; d’altra parte, sembra esserci meno storia e critica musicale rispetto ai tuoi ultimi libri. Come pensi che i lettori italiani reagiranno a tutto ciò?
Credo ci sia, come sempre, tanta storia e critica musicale – in un certo senso il libro è una specie di “storia del presente”, del significato del pop e del rock nei primi undici anni del Ventunesimo secolo. Di certo c’è molta critica musicale, solo che si tratta quasi sempre di critica dai toni negativi. Di sicuro è il mio primo libro che non sia stato scritto sotto la spinta principale dell’entusiasmo. E c’è anche meno descrizione diretta e meno evocazione della musica intesa come suono. Stando a quelle che sono state le reazioni negli Usa e in Inghilterra, credo che i fan e i lettori italiani avranno modo di divertirsi molto. Per me essere uno scrittore di musica significa ragionare in termini di odio/amore, e questa volta il concetto di base del libro tende maggiormente verso l’odio. Ma solo perché amo davvero tanto la musica e ho sempre grandi aspettative in proposito! In realtà uno degli obiettivi del libro è l’erosione della mentalità dell’odio/amore, quella che io chiamo gusto dell’o/o. È stata rimpiazzata da una sorta di debole eclettismo, la modalità shuffle tipica dell’iPod per cui ci piacciono un sacco di cose ma nessuna ci provoca una vera ossessione o fanatismo.
Il nucleo centrale del tuo libro è il fatto che la nostra era musicale – così come la cultura pop – sia caratterizzata dalla costante e continua esplorazione del passato. Negli ultimi 15 anni, più o meno, non ci sono stati artisti o band in grado di realizzare qualcosa di veramente nuovo. Ma non pensi che gente come Arcade Fire, Arctic Monkeys, Bon Iver o Kanye West stiano costruendo un suono nuovo e innovativo, senza guardare tanto al passato?
Non ho detto che negli ultimi 15 anni non ci sono state band che abbiano fatto qualcosa di innovativo. Ma, di sicuro, nel Ventunesimo secolo non ci sono stati movimenti musicali paragonabili, in termini di rilevanza o di effettiva novità, al rap o al rave, al punk o al metal. Molte band attive al giorno d’oggi o contribuiscono a una lunga e stabile tradizione, alla quale aggiungono piccole e impercettibili modifiche, oppure mettono insieme due o più tradizioni esistenti, per crearne una relativamente nuova. I Vampire Weekend ne sono un buon esempio. Così come molti gruppi dell’area dubstep. Per quel che riguarda gli esempi specifici:
Gli Arcade Fire, per me, suonano come la “grande musica” degli anni 80, come poi è stata definita – l’epico postpunk-da-stadio dei Waterboys, Echo & the Bunnymen, e così via. Ammetto che si tratta di un gruppo di una certa importanza, ma non riesco a capire cosa renda la loro musica davvero innovativa.
Gli Arctic Monkeys sono una grande band, il loro primo disco è stato uno dei miei preferiti del decennio. Ma loro agiscono in una zona ben definita, sia dal punto di vista dei testi che della musica: la tradizione del pop-rock inglese che include Smiths, Pulp, Libertines, e così via. Nei loro dischi c’è poco che non sia stato già realizzato, da un punto di vista musicale, negli anni 80.
Bon Iver: non credo ci sia nulla nei suoi dischi che non sia stato già fatto negli anni 80, forse anche nei 70. Il suo ultimo disco è apertamente in debito con il soft-rock Americano dei 70-80.
Kanye West ha fatto della grande musica, ma la maggior parte dei suoi lavori si basa sul sampling. Spesso si tratta di grossi pezzi di musica già esistente. Qualche volta è fatto in modo particolarmente brillante (“Through the Fire”, basato su “Through the Wire” di Chakha Khan) ma qualche altra volta non tanto (le canzoni che si basano in modo più evidente sulle tracce di Daft Punk e Curtis Mayfield).  La maggior parte delle innovazioni di Kanye sono nelle liriche e nel flow, e anche nel suo “personaggio” e nella sperimentazione del gestire la celebrità attraverso I media digitali, come per esempio twitter.
Qual è il gruppo retromaniaco contemporaneo che ami ascoltare? In altre parole, chi pensi realizzi al meglio la musica senza fare nulla di nuovo?
Ovviamente adoro Ariel Pink, e in un certo senso è lui l’eroe di Retromania. E insieme a lui ci sono un sacco di altri gruppi che mi piacciono che non stanno realmente aggiungendo nulla di nuovo al linguaggio musicale già esistente. Ma sono ugualmente molto bravi e divertenti da ascoltare. Qualche tempo fa mi è piaciuto l’album Kaputt di Destroyer, che è basato in modo molto consapevole e meticoloso sul sound patinato del pop di metà anni 80, come quello dei Prefab Sprout, dei Blue Nile, Roxy Music e Avalon. Non so perché proprio questo disco, nella sua grande produzione, suoni così vicino a quell’era musicale specifica, ma provo un piacere particolare nell’ascoltarlo, perché ai tempi ho amato sia i Prefab che i Blue Nile. (CONTINUA…)

 

Cazzo ridi?

Le vignette più cattive che avete mai letto.

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