Sentimenti sovversivi è stato pubblicato prima in Francia e poi in Italia. Quali pensi siano le differenze tra lettori francesi e lettori italiani nella ricezione della tua opera?
Le differenze ci sono e sono evidenti. Lo dico in generale, e non riguardo al mio libro. Il lettore francese ha molti più strumenti, dimestichezza, ha capacità interpretative molto più ampie. Una scrittura come la mia, molto più attenta al "come" raccontare piuttosto che al "cosa", in Francia viene assorbita come se niente fosse, mentre qui spiazza e, spesso, non viene capita. Ma non si tratta per nulla di un pregio dei lettori francesi e di un difetto degli italiani. Il fatto è legato a una tradizione e a un modello educativo completamente differenti. Qui la lettura è vista quando va bene come un passatempo, quando va male come qualcosa di inutile, superfluo. A scuola si legge pochissimo, università compresa. Poca narrativa, intendo. E il passatempo ha bisogno allora dell’intrattenimento, ha bisogno di storie e di strutture facilmente riconoscibili. Vale anche per certa critica, questo. Il lettore francese impara fin da bambino ad avere a che fare con la lettura. È anche una questione di "paesaggio". Quando in métro, in autobus, in treno, vedi dei tuoi coetanei - e non solo - leggere un libro, va da sé che il gesto venga interpretato come qualcosa di naturale. E poi lì il libro è considerato una ricchezza, una patrimonio da preservare, da parte soprattutto dello Stato. Di conseguenza la vita letteraria ha una vivacità a noi sconosciuta. Ci sono comunità di lettori, ovunque. I libri li trovi facilmente nei caffè, ogni più piccolo villaggio ha la sua libreria e una biblioteca pubblica ben fornita. Insomma, lì il lettore è preso per mano fin da bambino, qui è abbandonato a se stesso. Termino con due esempi: provate a chiedere a dei lettori (italiani) se si ricordano autore, titolo, editore degli ultimi libri letti. Oppure: salite in tram, in autobus, in treno e guardate quanti maschi stiano leggendo un romanzo. Provate, Contateli. Vi basteranno le dita di una mano e forse nemmeno.
Parlaci un po’ dei tuoi modelli narrativi, delle letture che più ti hanno ispirato per la scrittura di Sentimenti sovversivi.
Non ci sono modelli né letture che mi abbiano spinto a scrivere Sentimenti sovversivi. È stato piuttosto un sentimento. O più d’uno. Ciò che ho sentito quando sono arrivato a Saint-Nazaire per la prima volta, l’Italia che guardo da lì durante i miei soggiorni più o meno lunghi, il desiderio di raccontare una storia d’amore, quella fra l’io narrante e Teresa, che alla fine è diventata anche una storia d’amore per l’Italia di oggi, nonostante tutto.
Però ci sono autori che oggi, dopo anni e anni di scrittura e pubblicazioni, posso dire che mi hanno spinto a scrivere. Sono nomi ovvi, scontati, Kafka, Svevo, Calvino, Conrad, Samuel Beckett, il Nouveau Roman francese (cui rendo in qualche modo omaggio nel primo capitolo di Sentimenti sovversivi dove il protagonista rievoca una improbabile e maldestra visita alle Éditions de Minuit compiuta quando aveva vent’anni) e poi Antonio Tabucchi e Daniele Del Giudice. A Daniele devo la consapevolezza, l’avermi fatto capire, con delicatezza, che continuare, quando ancora ero studente, non sarebbe stato né un abuso né un azzardo. Ad Antonio, invece, più di recente, il riconoscimento che sta nella prefazione all’edizione francese di Cosa cambia. Poi ho avuto la fortuna di crescere insieme a un gruppo di scrittori più o meno coetanei, Gianfranco Bettin, Romolo Bugaro, Mauro Covacich, Marco Franzoso, Giulio Mozzi, Tiziano Scarpa, percorsi paralleli e incrociati, scambio di manoscritti e pareri, discussioni e pubblicazioni. Ma, soprattutto, amici. Aggiungeteci poi Vitaliano Trevisan, Gianmario Villalta, Alberto Garlini e Marco Mancassola. La cosiddetta narrativa del Nordest, un po’ sottovalutata, forse, dalla critica e dai media, forse perché defilata, lassù in alto a destra dello stivale. Eppure un gruppo dall’esperienza incomparabile, unica. E preziosa. Preziosa per ciascuno di noi, soprattutto.
Dal romanzo emerge una passione per la tecnologia, in particolare per l’iPad. Alcune differenze tra scrivere un romanzo al computer e scriverlo su un Ipad.
Io, nato nel 1960, posso partire da ben prima del computer. Ho incominciato quando ancora si usava la macchina per scrivere, con quella cosa magica che era la carta carbone. Per non parlare di quando arrivò il bianchetto. E gli appunti, le prime (e spesso uniche e inconsapevoli) stesure erano manoscritte, con i quaderni che dovevano essere proprio "quei" quaderni: con i fogli dal profilo rosso, come i libri di Isbn, oppure dei blocchi, ma sempre formato A5 e a righe. E poi le penne, stilografiche o roller, quando arrivarono, a volte matite, ma mai e poi mai le biro. Ancor oggi gli appunti li prendo a mano, sui moleskine, ma anche la prima stesura, spesso, parte da dei quaderni. Ne ho trovato uno, di recente, in una cartoleria di Parigi, con la copertina morbida, rossa, che puoi piegare, aprire del tutto, arrotolare. La carta è bianca, e ormai mi sono accorto che posso scrivere dappertutto, anche dietro gli scontrini del bar, se necessario. Questo per dire che la tecnologia non è per me un’ossessione, bensì un’opportunità in più. Non è una mania, insomma. Quando la tecnologia consente di lavorare meglio, perché non dovrei approfittarne? Io nel 1997 usavo il Newton, che era l’antenato dell’iPad. Ricordo che venni invitato a San Pietroburgo per tenere dei seminari all’università. Tenevo un taccuino di viaggio quotidiano per una rivista on line, alla quale ogni sera, inviavo testo e foto. Avevo una delle prime digitali, una Agfa dal design inguardabile. E già allora mandavo tutto dal Newton attraverso il cellulare, e all’epoca l’invio dei dati dall’estero era molto meno caro di adesso. Questo per dire che l’iPad non è per me questa grande rivoluzione, ma piuttosto un’evoluzione ovvia di ciò che già esisteva. Solo che il Newton era troppo avanti e la gente non lo capì. Scrivere sulla tavoletta, be’, lo dico nel romanzo, inutile ripeterlo qui, o togliere la fragranza di un momento. Aggiungo solo che in questo periodo sto traducendo Equatoria, romanzo di Patrick Deville, che uscirà l’anno prossimo per la casa editrice Galaad. Grazie all’iPad ho tutto sempre con me: il romanzo originale, il dizionario bilingue, i due monolingue, e quello dei sinonimi e contrari. Posso lavorare in treno, in vaporetto, ovunque. Ditemi voi se non è una comodità.
"Non scrivo quasi mai a casa, prima di scrivere parto", dice Toussaint nell’esergo del tuo libro. Tu? Riesci a scrivere narrativa quando sei in Italia? Dove lo fai?
Sì, ci riesco. Anche se poi mi piace farlo anche fuori, nei caffè, in treno, in vaporetto. C’è un bellissimo libro di Juri Olesa, si intitola Nessun giorno senza una riga. Lo lessi all’università e ho fatto mio quel motto. E, dunque, lo faccio dove capita. Poi però ho bisogno di sedute intensive, di quei periodi dove non stacchi mai e lo scrittore (io, almeno) diventa poco trattabile, installato lì, nell’altrove delle sue pagine. Allora, per non appesantire la quotidianità di chi mi sta vicino, prendo e parto. Settimane, a volte più. A Saint-Nazaire, quando possibile. O a Bruxelles, com’è capitato per il mio romanzo precedente, Cosa cambia (Marsilio, 2007). O, più di recente a Ibiza, dove mio fratello, produttore discografico e dj, affitta da tempo un appartamento. Ibiza è perfetta, fuori stagione, per andare a scrivere.
Il simbolo di Saint-Nazaire nel libro è il Building. Cosa rappresenta per te quella costruzione?
È uno dei personaggi principali di Sentimenti sovversivi, il Building. Uno dei sentimenti del libro. Basta questo. Il resto sta dentro a quelle pagine.
Da quel che scrivi si capisce che sei un appassionato di calcio - vedi capitolo dedicato al calciatore del Nantes che apre una brasserie a Saint-Nazaire - e anche di tennis. Giochi anche, a calcio e a tennis? Quale dei due è una migliore metafora narrativa?
Ho giocato, e male, a entrambi. Ho sublimato i limiti scrivendone. Il mio romanzo d’esordio si intitola Terra rossa (Transeuropa 1993). Il mio secondo libro Giocando a pallone sull’acqua (Marsilio 1998). La migliore metafora narrativa? Ogni partita di tennis è un romanzo.
Tiziano Scarpa ha dedicato delle splendide parole al tuo romanzo. Cosa diresti tu dei suoi?
Cosa ti posso dire di una persona che ho conosciuto al primo anno di università, con il quale ho condiviso corsi universitari, lezioni, ore di studio, centinaia di film, i dischi, gli esami, i gelati alle Zattere, le letture, le scritture degli inizi. Quel rapporto è sempre rimasto lo stesso. Dopo aver detto questo, quel che potrei aggiungere suoi libri è del tutto prevedibile. Dico solo che nessuno in Italia - e forse non soltanto in Italia - ha la sua capacità di produrre testi eccellenti sia che si tratti di narrativa, sia di saggistica, teatro, poesia, radiodramma. Gli manca solo la sceneggiatura cinematografica, ma so che prima o poi arriverà.
In fondo, Sentimenti sovversivi è più un romanzo politico o un romanzo d’amore?
Lo lascerei dire ai lettori. Per quel che mi riguarda è un romanzo, tout simplement, anche se alcune recensioni uscite finora sembrano faticare a trovare l’essenza del libro e si fermano all’aspetto politico, che è il più semplice da individuare e da analizzare o contestare. In Francia nessuno, critico o lettore, ha privilegiato quell’aspetto. Qui, per molti, sembra essere un’impresa impossibile. Peccato.
In Italia, quando hai scritto il libro, "tirava una bruttissima aria" e il tuo protagonista provava un "forte senso di repulsione per il proprio paese". Qualcuno ha il sentore che il vento stia leggermente cambiando. Tu?
Vagamente. Ma ora l’aria non tira più. C’è un’afa maleodorante. Sono i gas lanciati in Val di Susa, come a Genova nel 2001. Li si soffoca così, dalle nostre parti, i cambiamenti. Quel che è successo ai ballottaggi e ai referendum era del tutto inatteso, certo, però, al contempo, credo che il peggio, che il disastro sia ancora dietro l’angolo. Che la Grecia sia a un passo, se non facciamo attenzione. Il fatto che gente disgustosa sia ancora a Palazzo Chigi, a Montecitorio, a Palazzo Madama, e continui a fare quel che gli pare con ancor più arroganza che in precedenza, non mi rassicura affatto. Ci siamo abituati, assuefatti a questa gente, è evidente. Ma io non capirò mai come sia possibile accettare tutto ciò con indifferenza, quando va bene, o con adesione, quando va male. Che ci sia questa incapacità tutta italiana di non saper individuare il marcio. Di esserne attratti, addirittura. Di condividerlo.
Saresti disposto a lasciare, davvero e definitivamente, l’Italia?
Perché no? I luoghi che abitiamo non ci appartengono, siamo solo di passaggio. Io vivo nel Veneto e ogni volta che sento parlare un leghista mi viene da vomitare. Andrea Zanzotto ha definito la Lega nel miglior modo possibile: è come la peste. Perché non dovrei andarmene da un paese che ha consentito a un partito populista e xenofobo di diventare forza di governo? E poi, da lontano, il tuo paese lo vedi meglio, lo senti meglio, lo interpreti meglio. E forse, alla fine, lo racconti meglio. Solo che non siamo ancora in grado - e chi sa quanto ci vorrà - non solo di accettarlo, il racconto degli ultimi anni di questo nostro paese, ma nemmeno di incominciare a capirlo. Abbiamo sempre pronta una giustificazione, un distinguo, un "ma" o un "però". Sì, ci vorranno anni e anni, comunque.
Intervista a cura della Redazione di Isbn