Archivio di Febbraio 2010

L’islam ai tempi dell’heavy metal

Valerio Venturi su Liberazione scrive di Rock the Casbah!

Siamo proprio sicuri che «allo sceriffo non piace che si suoni il rock nella Casbah»? Quando Joe Strummer cantava l’indimenticabile Rock in The Casbah con i suoi The Clash, fotografava una realtà vivissima: la musica del demonio, infangata da messaggi satanici più o meno subliminali, ai giovani mediorientali piace un sacco.
E pazienza se allo sceriffo barbuto, integralista islamico o cristiano o ebreo, la cosa non piace. «La musica boogie che faceva degenerare il fedele», magari bandita, risuona anche dove non deve. Sempre dal brano dei Clash: «I Beduini hanno tirato fuori la batteria elettrica-cammello, il chitarrista locale ha il pollice da chitarrista (…) Sopra quel tempio hanno proprio fatto il pienone. La folla ha detto che è figo scavare questa cosa incantevole. (…) La folla si fa uno sniffo di questo pazzo ritmo Casbah».
Il teorema dei Clash è ora confermato da Mark LeVine, che pubblica il testo Rock the Casbah per isbn edizioni – quelli “cool” che mettono il codice a barre in copertina. Nelle 256 pagine del suo lavoro (19 euro) c’è di tutto; si parla dei diciottenni marocchini che adorano i Black Sabbath, degli ascoltatissimi rapper della striscia di Gaza, dei libanesi che citano Bob Marley e canneggiano, di giovani arrrabbiati appassionati di musica proibita: heavy metal, reggae, punk, hip-hop… Generi che nella società islamica sono spesso considerati immorali, a volte illegali.
Ma non era così anche da noi? Non lo è ancora un po’ adesso, considerando che l’ormai mansueto Marilyn Manson ha funzionato da Bau Bau pervertitore per anni e anni e che al Festival trionfano ancora rassicuranti buoni sentimenti? Una cosa è certa; l’amore per la musica irrequieta è segno di irrequietezza e presenta possibilità di cambiamento politiche: basti pensare al significato che ha assunto il concertone di Woodstock per i giovani degli anni della contestazione.
Benvenuta allora l’originale inchiesta di LeVine: ricca di interviste a musicisti e fan, è un viaggio che indaga i frutti e le contraddizioni dell’incontro tra influenze occidentali e cultura mediorientale. Rock the Casbah è la cronaca della battaglia epica tra libertà e tradizione, tra religione e desiderio di cambiamento; del fermento anche così manifestato che pervade quella parte di mondo in cui tutto è politica e movimento.
Chitarrista e studioso dell’Islam, LeVine conosce ciò che scrive. Dopo aver girato il mondo con artisti del calibro di Mick Jagger, Chuck D, Michael Franti, si è dedicato all’insegnamento; ora è professore di Storia mediorientale alla University of California, Irvine, e sorprende i suoi studenti con racconti imprevedibili e non stereotipati su un mondo lontano-vicino.
Il vizietto di soprendere con oggetti pop-giovanili ce l’hanno anche alla Isbn: i recidivi già avevano pubblicato dvd sui Clash e i Sex Pistols, nonché Heavy Metal a Bagdad, documentario prodotto da Spike Jonze e Vice che racconta la storia dell’unica band heavy metal irachena, gli Acrassicauda (nome latino per “scorpione nero”). Ma se Paganini ripete non è mica male.
Leggere Rock the Casbah, in attesa del mieloso pop del Festival di Sanremo, rappresenta una buona occasione per inquinarsi l’anima: LeVine invita a ricercare le note e le parole dei rocker mediorientali; invita a riassaggiare qualcosa di quello spirito adolescenziale - sano e sacrosanto - che lodeaddìo pervade i giovani e che fa anche un po’ di bene a tutti.

La dura spina su Lankelot

Bella recensione di Gianfranco Franchi su Lankelot.

Seducente rappresaglia all’oltranzismo xenofilo, la collana Novecento Italiano (ISBN Edizioni, Milano) diretta dal professor Guido Davico Bonino, si propone di restituire alla loro sacrosanta centralità opere letterarie del secolo scorso, dimenticate o trascurate dagli editori e dalle ultime generazioni di lettori e scrittori italiani. Si tratta di una linea editoriale necessaria e nient’affatto romantica: va a stuzzicare la curiosità e l’orgoglio dei nostri letterati, scalfito ma non intaccato dalla prepotente presenza di narrativa straniera negli scaffali delle grandi librerie, e dimostra con intelligenza quanta grande cultura italiana potremmo e dovremmo ancora interiorizzare. Le prime uscite sono state spiazzanti e piene di personalità: si va dai racconti sperimentali di un giovanissimo Oreste Del Buono (“Facile da usare”) al divertissement para-futurista del grande Massimo Bontempelli (“La vita intensa”), dalla narrazione unica d’un campo di prigionia inglese ai piedi dell’Himalaya, pieno di nostri ufficiali, nel potente esordio d’antan di Sergio Antonielli (“Il Campo 29”), ai racconti partenopei d’un allora giovanissimo Domenico Rea (“Gesù, fate luce”). E adesso riscopriamo il secondo romanzo di uno degli ultimi, grandi letterati triestini: Renzo Rosso, morto pochi mesi fa nella Tivoli cara a Carlo Mazzantini, dimenticato dai grandi gruppi editoriali ma non dalla piccola editoria; tutte le sue ultime pubblicazioni, tendenzialmente autobiografiche, erano apparse infatti per la romanissima Azimut di Guido Farneti. Onore al merito.

Originariamente apparso per Feltrinelli nel 1963, nella “Biblioteca di Letteratura” diretta da Giorgio Bassani, “

La dura spina

” (titolo che omaggia versi di Saba) torna a disposizione a vent’anni esatti dall’ultima edizione (Garzanti, 1989) accompagnato da una notevole postfazione di Anco Marzio Mutterle. 1945. Ermanno Cornelis, pianista sessantenne, uomo pieno di donne, per dirla con Drieu, sta per tornare in Italia, dopo tanti anni passati a Vienna. È alto, asciutto, elegante; parla correttamente tedesco – come tanti triestini dell’epoca, restituiti all’Italia soltanto nel 1918 – e non sa bene cosa aspettarsi, al di là della rovina della città.

Mario Bonaldi intervistato da Affari Italiani

Mario Bonaldi, editor della narrativa italiana a Isbn, ha rilasciato un’intervista ad Affari Italiani. Eccola.

Michela Murgia ("Il mondo deve sapere"), Ilaria Bernardini ("La fine dell’amore"), Omar Di Monopoli ("Uomini e cani", "Ferro e fuoco" e il romanzo che chiuderà la trilogia in arrivo entro l’estate), Michele Vaccari ("Italian fiction"), Biagio Autieri ("L’insolita rumba"), Emanuele Tonon ("Il nemico"), Paolo Caredda ("Altri giorni, altri alberi"), Gabriele Reggi ("Liberaci dagli sbirri"). Sono, in rigoroso ordine cronologico di sbarco in libreria, gli ‘italiani’ di Isbn. E, tra poche settimane, a questo gruppo si aggiungeranno anche Amedeo Romeo con "Non piangere coglione" (di cui si dice un gran bene) e Matteo Sartori con "Gli inerti".

Mario Bonaldi, giovanissimo editor Isbn classe ‘79 (dal 2005 in casa editrice, inizialmente come redattore), ha il compito (affascinante, rischioso, ingrato e conturbante allo stesso tempo) di selezionare le decine di manoscritti che ogni giorno arrivano via mail o via posta. E’ lui (e non ha frequentato scuole o master di editoria in passato) a occuparsi e ad aver scelto, in particolare a partire dall’ultimo periodo,  gli italiani di Isbn prima citati. Ed è lui, quindi, ad avere poche pagine e pochi minuti a disposizione per rendersi conto se il testo dello sconosciuto aspirante esordiente che ha davanti merita il cestino (reale o virtuale) o una maggiore attenzione, una rilettura o, addirittura (ma prima passeranno molto tempo e molte meditazioni), la pubblicazione. Insomma, c’è da non dormirci la notte…

Bonaldi, quanti manoscritti di aspiranti esordienti italiani riceve al giorno?
"Dipende. In media cinque o sei. Poi ci sono periodi dell’anno, e penso all’estate e al Natale, in cui a quanto pare gli italiani hanno più voglia di pubblicare…".

Non l’è ancora venuta la ‘nausea’?
"No, è comunque sempre interessante. Certo, un po’ fa specie questa mancanza di pudore. Quasi tutti dicono di scrivere solo per se stessi, ma la realtà è che la maggior parte delle persone che scrive ha in mente la pubblicazione".

Quante pagine le servono per giudicare il testo che ha davanti?
"A volte può bastarmi anche il titolo. In genere, chiediamo sempre una sinossi, e già quella dice molto. Visto che, per comodità ed ecologia, preferisco ricevere i manoscritti via mail, quando le prime righe mi incuriosiscono stampo la prima parte del libro. Ma dipende. Spesso arrivo anche alla fine. Nella selezione, in ogni caso, devo tenere conto della linea editoriale. Qualche volta capita anche qualche bel manoscritto che però non è adatto a Isbn".

A proposito di linea editoriale, come definirebbe quella di Isbn?
"Noi cerchiamo testi in grado di sorprenderci, con un punto di vista e una lingua originali. In realtà non abbiamo grandi paletti, le nostra linea editoriale è abbastanza eclettica. Sarà una banalità, ma pubblichiamo quello che ci piace. In generale, preferiamo autori esordienti e giovani. Scrittori come Di Monopoli, Autieri, Reggi, lo stesso Romeo, a loro volta, sono accumunati da una sensibilità cinematografica che ci interessa molto, ma questo è solo un esempio".

Isbn si affida alla prima scrematura delle agenzie letterarie o preferisce scegliersi da sè gli autori, senza mediazioni?
"All’inizio preferivamo evitare le agenzie letterarie perché avevamo la sensazione che proponessero libri in fondo tutti uguali. Poi ci siamo in parte ricreduti. Dipende da cosa ci propongono. Reggi, l’ultimo autore pubblicato, e Romeo, il prossimo (in arrivo a inizio marzo, ndr), ci sono stati entrambi proposti da un’agenzia. Continuiamo comunque a preferire le proposte spontanee".

Qual è la scoperta di cui va più orgoglioso?
"Per motivi diversi sono orgoglioso di tutti. Però, forse sarà anche perché è l’ultimo, ‘Non piangere coglione’ di Romeo è qualcosa di diverso. Finora abbiamo quasi sempre pubblicato testi ricercati, sguardi letterari particolari, complessi, destinati forse inevitabilmente a un pubblico di lettori ristretto. Penso allo stesso Tonon, ad esempio. Romeo, invece, è sì raffinato e originale, ma allo stesso tempo anche popolare. Potenzialmente ‘Non piangere coglione’ può aspirare a un pubblico ampio".".

Immaginiamo che non farà nomi. Ci basta un sì o un no. Si è pentito di uno degli autori che ha contribuito a far esordire?
"Sinceramente no. Certo, ci sono stati libri che hanno rivevuto meno attenzione di quanto ci aspettassimo, ma non mi sono nè ci siamo mai ricreduti".

Ma scrittori italiani bravi in giro ce ne sono molti?
"Ieri sono andato in libreria in cerca di qualche romanzo di autori italiani contemporanei da comprare, ma non ne ho trovato neppure uno che mi convincesse. La situazione è desolante. In Italia non trovo una ‘potenza’ della scrittura. L’ultima cosa potente che mi ricordo di aver letto è stata ‘Rondini sul filo’ di Michele Mari. La verità è che noi di Isbn pubblichiamo pochi italiani semplicemente perché facciamo fatica a trovare autori meritevoli, in grado di rappresentare una novità. E non è un caso che preferiamo gente fuori dal giro dei salotti, come Tonon o Reggi tanto per intenderci, perché con tutti questi scrittori che si incontrano e parlano dei libri che stanno scrivendo si finisce per trovare in libreria sempre gli stessi romanzi".

In questo panorama ‘desolante’, quali case editrici lavorano bene sugli italiani?
"Le oasi felici sono poche. Apprezzo molto le edizioni Coniglio, come pure Transeuropa. Ovviamente anche la collana Nichel di Minimum Fax (curata da Nicola Lagioia, ndr), che ha il merito di fare scouting e che ogni tanto tira fuori qualcosa di interessante".

E Fandango?
"La loro collana I Quindici, quello voluta da Baricco e tanto pubblicizzata, non mi convince, manca di originalità.

Con tutti i manoscritti che legge o sfoglia, si sarà fatta un’idea delle direzioni che sta prendendo la nuova narrativa italiana. Premesso che ogni voce letteraria è diversa dalle altre, alla maniera di Pier Vittorio Tondelli nelle imperdibili prefazioni alle antologie di culto da lui curate negli anni ‘80, se la sente di provare a ‘classificare’ gli aspiranti scrittori di oggi? Ci sono dei temi e delle tendenze stilistiche ricorrenti?

"Parlerei di due grandi gruppi. Gli aspiranti scrittori ‘fan’ del cosiddetto New Italian Epic, che propongono storie ambientate negli anni ‘70 o ‘80 o saghe che coprono più decenni. Si tratta di grandi narrazioni quasi mai convincenti. Leggermente meglio va con chi punta sul cosiddetto New Italian Realism. Storie contemporanee sul lavoro, sulle nevrosi della quotidianità, sulle morti sul lavoro o sull’immigrazione. Peccato che anche in questi casi molto raramente l’autore di turno faccia il salto di qualità necessario. L’impasse tragica in cui naviga l’Italia si ritrova anche in questi manoscritti. Non si riesce a immaginare un futuro, si ricade nelle banalità, manca la fantasia, non si resta quasi mai sorpresi. E poi è lampante e risaputo che gli aspiranti scrittori italiani non sanno quasi mai raccontare bene una storia, che dovrebbe essere in ogni caso la premessa necessaria".

Intervista a Emanuele Tonon su Blow-Up

 

Heavy Metal in Baghdad su Internazionale

Heavy Metal in Baghdad su Internazionale.

Heavy Metal in Baghdad è un documentario che racconta la storia della band heavy metal irachena Acrassicauda dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003 a oggi. Suonare musica metal in un paese musulmano non è la cosa più facile del mondo, ma dopo la caduta del regime di Saddam alla band era sembrato che qualcosa fosse cambiato.
Questa speranza è svanita velocemente quando il paese è sprofondato nel caos. Gli Acrassicauda cercano di rimanere insieme e di non far svanire il sogno di suonare la loro musica, anche mentre assistono alla distruzione del loro paese.

VENDITA DIRETTA a Isbn

La redazione Isbn apre le porte al pubblico, grandi sconti su tutto il nostro catalogo. Veniteci a trovare in via Sirtori, 4 - Milano.
Da lunedì 1 febbraio, per un mese, i primi tre anni di catalogo (2004-2007) al 50%, il 2008-2009 al 30% e le ultime novità scontate del 15%. Accorrete numerosi. Fino a esaurimento scorte.
Dalle 10 alle 13.30, dalle 15 alle 18.
Per maggiori informazioni sui nostri libri consultate il catalogo: http://isbnedizioni.it/catalogo/