Voglia di vincere di Tom Bissell

Il 9 febbraio in libreria arriva Voglia di vincere di Tom Bissell.
Secondo il New York Times "Il miglior racconto esistente su cosa significhi oggi giocare ai videogiochi".

 

Allegria!

Ultimi due giorni per vincere un Atlante illustrato della tv, fatevi avanti.

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Le ultime 5 ore - Douglas Coupland

Luke accarezza il suo scotch e si domanda per quale motivo avere dei soldi faccia sentire bene, cioè bene in senso medico, scientifico, clinico. Quali composti chimici rilascia nell’organismo? Quali neuroni blocca? E come mai è un dato di fatto assoluto che avere dei soldi, un po’ di soldi, una cifra qualsiasi, fa invariabilmente sentire meglio che non averne per niente? C’era una citazione in calce all’email spocchiosa che gli hanno spedito ieri dal Comitato per l’Infornata di Beneficenza, uno di quegli aforismi che vengono allegati automaticamente ai messaggi da qualche programma su internet, ed essendo una frase di Oscar Wilde probabilmente il solerte membro del comitato non l’aveva neanche letta. Diceva: «Il guaio di essere poveri è che ti impegna per tutta la giornata». Quanto è vero. Ma Luke è il pastore di una chiesa nota nel circondario come «Chiesa dell’Uscita Autostradale» più che con la sua denominazione ufficiale, la Chiesa della Nuova Fede, e quindi ha la propria interpretazione personale dei soldi. Sa che a rendere gli esseri umani diversi da qualsiasi altra cosa sul pianeta, o da qualsiasi altra cosa in tutto l’universo, è il fatto che hanno la capacità di sperimentare lo scorrere del tempo e possiedono il libero arbitrio necessario per usare al meglio quel tempo. I delfini e i corvi e i labrador ci arrivano vicino, ma gli manca il tempo futuro nel cervello. Comprendono i principi di causa ed effetto, ma non sono in grado di procedere per sequenza. Vivono in un eterno presente, cosa che gli esseri umani non sono in grado di fare, per quanto possano provarci. E il motivo per cui Luke sta pensando al tempo e al libero arbitrio è che secondo lui il denaro rappresenta il modo più preciso in cui gli esseri umani siano mai riusciti a cristallizzare tempo e libero arbitrio in una forma fisica concreta. Il contante. Il contante è un cristallo temporale. Il contante permette di moltiplicare la volontà e accelerare il tempo. È il contante a definirci in quanto specie. Nient’altro in tutto l’universo ha i soldi.

Le ultime 5 ore: Dopo il successo di Generazione A, Douglas Coupland torna con un romanzo catastrofico, profetico, ricco di azione.

Isbn Edizioni intervista Emanuele Tonon

Abbiamo fatto qualche domanda a Emanuele Tonon, autore per Isbn de Il Nemico e La luce prima

 
In La luce prima c’è un senso di urgenza e di potenza travolgente della scrittura, che ancora di più rispetto al tuo precedente lavoro sembra un fiume in piena, un romanzo scritto di getto. Quanto tempo hai impiegato per scrivere il libro?
Ho impiegato tredici mesi. L’incipit (”Mi hai chiamato, prima di continuare a morire”) l’ho appuntato sul taccuino il 23 giugno 2010, nella sala d’attesa di un Pronto Soccorso. Ho continuato ad appuntare frasi per tutti i nove giorni in cui mia madre è rimasta in coma, a elargirmi il suo magistero di silenzio. Quegli appunti mi hanno tenuto in vita, ora posso dirlo. Poi ho passato circa un mese di mutismo. Non riuscivo a parlare, a scrivere. Tutto è esploso, infine. Ho buttato giù, a partire dagli appunti, il grosso del libro, dividendolo idealmente in tre parti: infanzia, adolescenza, maturità e morte. Ho passato intere notti senza sonno. Mi sono ritrovato con un file di duecentoquarantadue pagine. Sono stato ospite in casa di amici per due settimane, nel dicembre 2010: lì ho rimosso le pagine di troppo. Ho dimezzato il libro, ho tolto il vomito, ho deciso di tacere alcune cose, ho addolcito verità altrimenti troppo amare, in un testo così, senza filtri. Ho cercato di restare nella misura del salmo, dell’epicedio, di “raccontare” il meno possibile. Son tornato a casa, ho passato il 31 dicembre 2010 da solo nella casa deserta, vociferando col fantasma di mia madre mentre scrivevo le ultime pagine, quelle dove il figlio invita la Madre a danzare. Nel mese di gennaio ho consegnato la prima stesura. Fino ad agosto 2011 è stato un continuo tornare sul testo, per sole minuzie, ripensamenti. Un tornare inesorabile, operato con implacabile determinazione. Sono arrivato a telefonare in casa editrice poche ore prima che il libro andasse in stampa, per far apportare l’ultima modifica.
 
La tua storia, così come quella del Nemico, è molto personale, eppure riesce ad essere universale toccando nel profondo l’animo di tutti i lettori. Come ci riesci?
Forse perché non ho scritto semplicemente “storie”. Ho attraversato paesaggi e ferite, archetipi, mostrato figure, spalancato porte che non si volevano più aprire. Forse perché ho perseguito un linguaggio oltre la maniera e l’epigonalità, un linguaggio capace di indicare l’allegoria senza volerla spiegare, senza le astuzie tipiche della forma romanzo di questi anni. Forse perché ho scritto di quel bisogno d’amore e consolazione che tutti ci accomuna senza rinunciare alla denuncia furiosa. Forse perché ho sempre e solo scritto per pura necessità.
 
Si è discusso molto sulla tua scrittura. Ma tu come definiresti il tuo stile?
Quello stile di cui mi domanda, dovrebbe palesarsi da sé, senza eccessi di auto-esegesi. È la pagina che dovrebbe rispondere per me. Posso rivendicare finché voglio un’estetica esplicita (o credere di farlo) ma alla fine scrivo quel che più mi piace, mettendo in pratica un’estetica implicita che può anche andare nella direzione opposta. Con Dante posso dire: “I’mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”.
 
Cosa diresti a chi ti accusa di essere troppo ombelicale?
Con questa domanda, lei è come se mi portasse al banco degli imputati, quasi fossi tenuto, costretto a discolparmi, a dar conto dei miei peccati, come scrittore. Mentre così non è. Penso che questa domanda sia, molto semplicemente, mal posta. Per molti motivi. E qui mi costringe a essere spietato. Ma come? Si parla tanto di non-fictional novel! I teorici della letteratura, i critici militanti (di recente Daniele Giglioli, in Senza trauma, Quodlibet) hanno ormai consacrato definitivamente l’inclusione dell’auto-fiction e derivati nella sfera del non-fictional, di fatto legittimando sia il ritorno all’autofiction (che era un genere un po’ in declino) sia la sovranità, l’egemonia del non fictional novel nel NUOVO sistema dei generi post post post moderno. E a me vengono a rompere le balle con la storia dell’ombelicalità? E poi: intendono ombelicale o nombrilismo (narcisistico)? Perché anche lì ci sarebbe da distinguere…
Se mi considerano troppo ombelicale posso solo rispondere: bella scoperta. E come potrei non esserlo? Come avrei potuto fare a NON esserlo, data la materia? Lungi da me voler ridurre La luce prima al tema del rapporto ombelicale fra due esseri, ma, sant’iddio, si può pure dire che l’asse della struttura forse è proprio quello, e così DOVEVA essere. Prenda autori come Siti e Janeczek: sono autori di autofiction; l’autofiction è cosa profondamente diversa dal romanzo autobiografico. Prende la materia viva dalla vita realmente vissuta, dal bìos, e ne ricava il romanzo. Il romanzo viene FATTO con pezzi di vita dell’autore. Senza filtri. E questo è programmatico; adesso mi sembra che, come genere, sia tornata di moda. Perché i critici si sono accorti che nei “margini” del Letterario Fictional, ai confini col non-fictional c’è ANCHE l’autofiction; non c’è solo l’ibrido romanzo-reportage alla Saviano e tutta la galassia delle sue varianti. Dicevo: questa attenzione al non-fictional come forma legittima e quasi “migliore” delle altre, questa attenzione ha indotto alcuni a proiettare retroattivamente su autori classici questa lente interpretativa. Proust ovviamente non è sfuggito a un’analisi in questi termini. Dopo decenni a parlare della letteratura come menzogna e del mentire come unico modo per avvicinarsi alla verità, siamo punto e a capo. Manganelli, Girard, Lavagetto, e altri hanno fatto benissimo a insistere su questo paradosso, ma testi come il mio costringono il lettore e il critico a porsi la questione in modo sostanzialmente diverso. Un critico raffinatissimo, in un articolo del 1998 sull’atavismo in Proust (La razza estinta di Combray), dice una cosa semplicissima, su cui non si è mai insistito abbastanza: ci sono dei personaggi in Proust che molto semplicemente sfuggono alle maglie, alle contraintes della finzione romanzesca: sono la Nonna e la Mamma, Maman. Il critico si chiama Matteo Residori. Dice che quelle due figure erano semplicemente non trasfigurabili (le lascio solo immaginare dove potrebbero portarci le implicazioni del termine “figura”). Dovevano essere prese di peso e portate, trasportate, travasate nel romanzo: il romanzo è affollato di personaggi che sono il frutto di incroci e costruzioni complesse, ma - paradosso importante - tutto quel complesso sistema relazionale, tutta quella rete di rapporti fra i personaggi NON avrebbe potuto stare in piedi se Proust non avesse sentito la necessità di mettere al centro di quella galassia la Mamma-Nonna. Senza di loro, che sono due non-personaggi, tutto il resto non ha senso, non conta. Sono loro due l’ubi consistam, la pietra su cui è edificata la cattedrale.  Edmund Wilson, ne Il castello di Axel, ha scritto che “la nonna, per Proust, ha la stessa importanza che per Einstein ha la velocità della luce essendo l’unico valore costante che rende possibile il resto del sistema”. Gli psicanalisti che si sono cimentati nell’analisi dell’opera di Proust sanno bene queste cose (e non a caso, c’è interesse nei confronti della mia opera da parte degli psicanalisti). Per me è stato necessario partire da un elemento. Non voglio dire solo biografico, auto-biografico, ché non vorrebbe dire niente, bensì: da un elemento biografico irriducibile, non trasformabile, non trasfigurabile. Ne La luce prima i voli della mente che tra-vede (come nei mistici) la madre ci sono eccome, ma alcune parti di lei, alcuni “moments” (Barthes li chiamava “moments de vérité”) sono là, non trasfigurati, non rielaborati, non integrati. Sono lì, messi lì, ritrovati e piazzati lì, imprescindibili, ineludibili, nella loro immediatezza, a costo di sembrare ingombranti. E non poteva essere altrimenti.
 
Oltre a Moresco, quali sono altri tuoi punti di riferimento letterari?
Tante volte ho detto che prima di essere uno scrittore sono un lettore. E che sono uno scrittore perché sono un lettore onnivoro. Un elenco parziale, quindi, solo qualche punto della mia costellazione di riferimenti: i mistici. Dante. Leopardi. Kafka. Svevo. Bufalino. Gadda. Volponi. Pasolini. Blanchot. Mia madre che mi ha comunicato l’amore per la parola scritta e non ha mai scritto una riga in vita sua, escluse le lettere che mi scriveva quando stavo in convento.
 
Cosa ne pensi della letteratura italiana degli ultimi anni? Trovi che ci sia qualcuno di estremamente sopravvalutato o ingiustamente dimenticato? E cosa significa essere scrittori in Italia, oggi?
Il mondo letterario è cambiato, dobbiamo rendercene conto. Internet e i social network hanno stravolto definitivamente la letteratura, già provata dalle coltellate ricevute dall’intrattenimento televisivo. Visto che l’alfabetizzazione è data per ovvia, tutti credono di saper scrivere. Non c’è più consapevolezza della forma, del fare letterario. È come se per il solo fatto di possedere una moto, mi considerassi migliore di Valentino Rossi. Tutti poeti perché è possibile andare a capo. Tutti scrittori perché “se pubblicano tizio, devono pubblicare anche me”, tutti col cuore gonfio d’amore e disperazione spiaccicato in bacheca, in un blog. Non immagina quante volte mi son sentito chiedere “Quanto hai pagato per pubblicare i tuoi libri? Se non costa troppo vorrei pubblicare anche io per la tua casa editrice”, come se fosse normale e giusto pagare per pubblicare un libro ed essere annoverato nella gloriosa categoria degli scrittori. Come se fosse un diritto fare gli scrittori. Allo scrittore resta solo la possibilità di reinventare, resuscitare il linguaggio ed essere fedele alla propria opera. Nella consapevolezza che il prezzo da pagare potrebbe essere la marginalità. La letteratura che considero, che perseguo, sta solo nelle voci irate, irriducibili. E non ne faccio solo una questione di stile, ma anche di sangue, di materia narrativa viva. Fare nomi non ha senso. Lo sappiamo tutti chi è sopravvalutato e chi marginalizzato. Come tutti conosciamo perfettamente le dinamiche del mondo editoriale, che in nulla differiscono dalle ordinarie ingiustizie operate in un capannone di fabbrica, in un ufficio, in una scuola, in una facoltà universitaria, in una redazione di giornale o televisiva. Basterebbe andare a leggersi Lettere a nessuno di Antonio Moresco: in quelle pagine è già stato detto tutto. Uno scrittore deve continuare a scrivere come chi tenta una tecnica di primo soccorso, un supporto di base alle funzioni vitali, con la disperata consapevolezza che quel tentativo potrà risultare vano. Uno scrittore deve continuare a scrivere in quella incertezza, accettando il rischio delle lacrime e del silenzio.
 
Cosa stai scrivendo, ora?
Sto scrivendo alcune cose, sto diversificando la mia scrittura, tra un lavoro impossibile e un altro per arrivare a fine mese. E sono tornato dove ero stato costretto a fermarmi per scrivere La luce prima. Sono tornato a quel romanzo che doveva dare compimento alla mia idea iniziale di trinità e che ora è diventato l’alba di un nuovo cammino da sciancato. Non so dove mi porterà. Nella chiusa de Il nemico i personaggi andavano ad affogare nell’acqua marina, a parlare “la lingua degli annegati” che già avevano parlato, approssimativamente, nella vita immaginata dalla parola scritta; ne La luce prima i non-personaggi parlano “la lingua degli angeli”. In questo nuovo romanzo i personaggi e i non-personaggi cammineranno sulle acque marine, invece, come risorti capaci di domare le acque a piedi nudi, senza bisogno di tavole da windsurfer col piercing al sopracciglio. Scivoleranno sulle acque con furioso prodigio, si cercheranno come non è dato, ordinariamente, cercarsi. Parleranno una lingua che, come scrittore, sto ancora, nella meraviglia, imparando a balbettare.
 

 

 

ATTENZIONE: Da oggi fino al 3 gennaio spedizioni ferme sul nostro shop.

Se acquistate i nostri libri dovrete aspettare i primi giorni del 2012 per riceverli comodamente a casa vostra. Grazie per la collaborazione.

 

Michael Breen, All’ombra del dittatore grasso

La Corea del Nord e il peso di Kim Jong-iI

 

Prefazione
 
Nell’estate del 2002, gli Stati Uniti giunsero alla conclusione che la Corea del Nord stava conducendo un programma segreto di riarmo nucleare in violazione degli obblighi internazionali. Le tensioni si aggravarono quando all’inizio del 2003 la Corea del Nord fu il primo paese a uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare.
Gli Stati Uniti guardarono a questa mossa con grande apprensione. Nel corso della loro lunga alleanza, Stati Uniti e Corea del Sud hanno destinato truppe per la formazione di una forza congiunta in Corea del Sud come deterrente contro un’aggressione da parte delNord comunista. Le cose sembravano essere migliorate dopo il 2000, anno del primo storico incontro tra il presidente sudcoreano Kim Dae-jung e il leader nordcoreano Kim Jong-il, e della visita a Pyongyang del Segretario di stato americano Madeleine Albright. L’orizzonte di una riconciliazione non era mai apparso così vicino. Ma le ultime rivelazioni riportarono indietro le lancette. In quei mesi le truppe americane avevano spodestato il regime in Afghanistan e presto si sarebbero impegnate sul fronte iracheno. Uscita dalla prospettiva della guerra fredda, Washington non guardava più alla Corea del Nord come a una “minaccia comunista” ma come a un potenziale alleato degli stati canaglia e dei gruppi terroristici: la guerra al terrore era arrivata nella Corea della guerra fredda portando con sé possibilità di conflitto.
I coreani sono abituati a questa alternanza di destini. Il loro è stato a lungo un paese di drammi e contraddizioni: la spaccatura del 1945 tra un Nord filosovietico e un Sud filoamericano è stata la più severa tra le separazioni di stati della storia contemporanea. Il conflitto tra le due parti causò la morte di tre milioni di coreani; il Sud ospita una popolazione cristiana tra le più ferventi d’Asia, mentre il Nord ha sviluppato un culto comunista della personalità che è stato – e rimane – più fanatico perfino di quelli di Mao o Stalin; alle soglie del XXI secolo il Nord è stremato dalle carestie e dal declino economico mentre il Sud è la dodicesima potenza economica del mondo. Proprio a causa del suo bizzarro fanatismo, la Corea del Nord non è stata tenuta in grande considerazione dalla comunità internazionale.
Dopo la guerra di Corea (1950-1953), solo occasionalmente è uscita dal suo isolamento volontario per tornare al centro dell’attenzione e sempre in circostanze spiacevoli: attentati ai presidenti sudcoreani; arresti dei suoi diplomatici per traffico di droga; addestramento di terroristi; il sequestro nel 1968 della nave spia americana Pueblo e del suo equipaggio; la decapitazione nel 1976 di due ufficiali americani all’interno della zona smilitarizzata (DMZ); la morte di Kim Il-sung nel 1994; la carestia; le diserzioni. L’unico episodio positivo che io ricordi risale a quando la Corea del Nord stupì il mondo battendo la nazionale italiana di calcio ed entrò nei quarti di finale dei mondiali del 1966. Gli abitanti di Middlesborough, la città inglese che ospitò l’incontro, divennero subito tifosi della Corea del Nord, la cui tattica di gioco consisteva nel correre
all’impazzata per tutto l’incontro; uno stile che in seguito fu ribattezzato “calcio totale”.
Negli ultimi anni, la Corea del Nord è balzata nuovamente agli onori della cronaca. In realtà, avevar iconquistato il centro della scena internazionale prima che riesplodesse la questione nucleare in seguito a quello che in principio fu un ripensamento. Quando la Casa Bianca stava preparando il discorso del 2002 sullo stato dell’Unione, la Corea del Nord fu infilata nell’ormai famoso “asse del Male” accanto a Iraq e Iran, a quanto pare all’ultimo minuto e molto probabilmente più che per ragioni politiche, per una questione di stile e di political correctness,1 come se l’asse non potesse comprendere solo due stati islamici.
A questa notizia molti trasalirono e non perché pensassero che la Corea del Nord non rientrasse nella schiera del Male. Sapevano bene che non aveva alcun legame con il terrorismo islamico – di certo non al punto da giustificarne l’appartenenza all’asse – e ritenevano che questo nuovo ruolo avrebbe vanificato gli sforzi della Corea del Sud per convincere il Nord a uscire dal suo inesorabile isolamento. Accadde così che quello che era sempre stato uno stato canaglia di serie B ottenne il privilegio di essere iscritto nell’agenda della presidenza degli Stati Uniti.
Il mio interesse personale nei riguardi di Kim Jong-il e della Corea del Nord risale al 1982, anno in cui mi trasferii da New York a Seul per lavorare come giornalista free-lance. All’epoca il leader era Kim Il-sung, il padre di Kim Jong-il. E nel Sud lo temevamo tutti. Alla fine degli anni ottanta, la Corea del Nord si aprì al turismo occidentale e così decisi di andare a dare un’occhiata. Ma prima passai a trovare l’ambasciatore di un paese amico per quello che poi si rivelò un informale addestramento per spie.
«Non ti diranno niente» disse (o ti diranno bugie, scoprii più tardi.
La mia prima guida continuava a dirmi che in Corea del Nord la criminalità non esisteva). «Dovrai riuscire a capire tutto solo in base a ciò che vedi.» Cercai di scoprire la verità guardando dalla finestra. Dopo le prime impressioni (i buoi nei campi, l’assenza di commercio, gli strampalati slogan politici, i bambini che vanno a scuola cantando inni rivoluzionari, le industrie fatiscenti) mi chiesi come mai quel misero paese ci facesse tanta paura. «Conta i fili tra i pali del telegrafo» mi aveva suggerito l’ambasciatore (non ricordo a cosa servisse questo calcolo, ma la maggior parte dei pali aveva solo un cavo). «Guarda che materiale rotabile si trova nelle stazioni.»
Feci tutto questo scoprendo lo Sherlock Holmes che era in me.
«Perché ci sono così tante bottiglie rotte davanti alla macchina turabottiglie?» chiesi novello Watson a un collega durante una visita a una fabbrica di bibite alla periferia della capitale. «Queste bottiglie non stanno perfettamente dritte» mi rispose e ne afferrò una per esaminarla.
«Sul fondo hanno delle bolle d’aria sporgenti; restano inclinate e quando la macchina spinge il tappo le rompe.» Scopriamo di essere vivi quando persino l’industria del vetro riesce ad affascinarci. Il passo tra queste osservazioni e la soluzione è breve (perché non perfezionare la tecnica di fabbricazione delle bottiglie?) e il visitatore si sente già un esperto di nation building. È così che gli stranieri si attaccano alla Corea del Nord. Tutti, persino coloro che si dicono suoi sostenitori, sanno che questo paese è nella morsa di una disgustosa dittatura; ma al sicuro nella loro posizione di stranieri, si tengono caro questo legame proprio perché ne ricavano una gratificazione personale. A quel punto, scopri di poter provare simpatia per queste persone anche se sai che è come se ti avessero messo una benda sugli occhi e ti facessero girare su te stesso. Una volta, verso la metà degli anni novanta, mentre la stampa parlava della penuria di riso, all’hotel Koryo di Pyongyang ne servivano due ciotole a pasto per dimostrare, pensavo, che la notizia era falsa. «E invece questo comportamento non faceva che confermarla» mi spiegò in seguito un amico sudcoreano prima che mandassi in stampa questa mia scoperta.
«Sanno bene che nessuno lo mangerebbe tutto. Gli avanzi se li portano a casa.»
Benvenuti in Corea del Nord, un paese misterioso con una singolare capacità di primeggiare sul resto del mondo, un paese in cui le informazioni e la mobilità sono così controllate che la popolazione non sa cosa succede all’esterno e nessuno sa cosa succede all’interno.
Da anni la Corea del Nord è quello che un diplomatico americano ha definito una volta il “buco nero dei servizi segreti”.
Abbiamo ragione di credere, ma non ne abbiamo la certezza, che ben tre milioni di persone potrebbero essere morte a causa della carestia e che altre centinaia di migliaia sono fuggite in Cina dove vivono nascoste con il terrore di essere deportate e condannate. Come si spiega una crisi umanitaria di queste dimensioni nel bel mezzo del boom economico del Nord-est asiatico? La risposta è nell’unico uomo grasso di tutto il paese: Kim Jong-il. Questo libro si propone di presentarlo, di raccontarne per quanto possibile la storia, e di spiegare come possa conciliare la sua personale passione per il buon vino francese con il fatto che i suoi concittadini rischino di finire nei gulag se sorpresi a leggere Le Monde.
Nel farlo dobbiamo affrontare anche la spinosa questione di come faccia a restare al potere. Per quale motivo i coreani non sono riusciti a gettare tra le macerie della storia la loro versione del comunismo,
soprattutto quando, per farla breve, il prospero e libero Sud offre loro un modo migliore di essere coreani? Forse perché conservano uno spirito nazionalistico? Oppure perché il regime è così spaventosamente
repressivo che la popolazione non è in grado di abbatterlo? O, al contrario, semplicemente perché i nordcoreani amano il loro leader?
Ma soprattutto dobbiamo capire perché il terrificante regime di odiocrazia instaurato da Kim riesca a spaventare il mondo civilizzato servendosi delle armi di distruzione di massa. Quest’ultimo quesito
ci riguarda direttamente. Infatti per quanto la crisi umanitaria e le violazioni dei diritti umani in atto in Corea del Nord ci coinvolgano, è soprattutto la sua volontà di scatenare uno spaventoso conflitto che ci rende ansiosi.
Il programma nucleare di Kim Jong-il pone la Corea del Nord in rotta di collisione con gli Stati Uniti e i loro alleati. Europa, Russia, Cina, Corea del Sud e Giappone sono concordi nell’affermare che la formula Corea del Nord + nucleare sia un’equazione disastrosa anche se non riescono a trovare un accordo su come risolverla. Per quanto sia difficile da credere osservando i viali alla moda di Seul, Tokio e Pechino, ci sono molte possibilità che questa situazione sfoci in una guerra. Per crederlo è sufficiente pensare che il governo statunitense del dopo 11 settembre e l’isolato governo di Pyongyang vivono su pianeti diversi e nessuno dei due sa cosa voglia l’altro. Improvvisamente conoscere la realtà nordcoreana non è più solo una questione da specialisti. Ormai il mondo intero ha interesse a capire il più possibile su quest’uomo e questo paese.
Ma lo dovrà capire a fondo se vorrà riuscire a elaborare delle strategie per affrontare Kim Jong-il. La notizia del suo programma di riarmo nucleare ha contribuito ben presto a demonizzarlo. Nel gennaio del 2003, nella stessa settimana si è guadagnato le copertine dell’Economist, del Times e di Newsweek che lo ha chiamato Dr Evil, Dottor Male. Benché comprensibile – visto che il mondo ha paura di lui – la demonizzazione di quest’uomo rende ancora più difficile la ricerca di una strategia di intervento e finisce con l’autoalimentarsi.
È possibile giungere a conclusioni chiare (per esempio che Kim dovrebbe lasciare il potere o che non dovrebbe lasciarlo perché un regime post-Kim potrebbe essere ancora peggio); ma per farlo occorre seguire una logica sensata. Infatti, se è inaccettabile rimanere neutrali di fronte a un cattivo leader, per definirlo tale è opportuno essere obiettivi. Dico questo perché in occasione di quel primo viaggio il mio amico ambasciatore (vi rivelo che era australiano se state morendo dalla curiosità di saperlo) mi chiese anche: «Riesci a essere obiettivo?». Ne dubitava perché fino ad allora avevo vissuto per sette anni nella Corea del Sud anticomunista che dipingeva Kim Jong-il come un folle Caligola. (Quello che è incredibile oggi è che mentre il mondo pensa che sia un diavolo, la Corea del Sud ha cambiato opinione e lo ritiene un uomo con cui è possibile fare affari.)
 
Michael Breen, All’ombra del dittatore grasso, Isbn Edizioni
http://isbnedizioni.it/catalogo/saggistica/all-ombra-del-dittatore-grasso/

 

 

Festa Isbn

Grazie a tutti per aver partecipato!

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I regali di natale è meglio farli per tempo!

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Paolo Sortino recensisce La luce prima di Emanuele Tonon

Paolo Sortino, autore di Elisabeth, recensisce La luce prima di Emanuele Tonon

IL CUORE SACRO E INDICIBILE DI TONON

Paolo Sortino
 
Non è un caso che pur trattando un evento necessariamente a sé contemporaneo qual è la morte della madre, Emanuele Tonon abbia creato tra i secoli un ponte di significati. In termini di pensiero, La luce prima (Isbn, pp. 130, euro 15,90), ci riporta agli albori della letteratura antica, ad autori come Archiloco o Empedocle, il quale scriveva: «Solo un cuore sacro e indicibile sussiste, che con pensieri veloci sfrecciandosi slancia attraverso il mondo intero». Prima che Hölderlin facesse di quest’ultimo un eroe romantico, per cui il gesto di gettarsi nell’Etna voleva significare concedersi all’assoluto in maniera definitiva, il cuore dell’uomo era ancora capace di stabilire una relazione tra il proprio spirito e lo spirito della terra. Il cuore con cui questo romanzo è stato composto è di questo tipo. Non è luogo di perdizione né di infinito naufragare, ma carne che interroga l’esperienza e concede a chi soffre almeno una possibilità di rimetterla avanti a sé nei giorni ancora da vivere.
È vero: il trauma specifico narrato non sembra «slanciare» l’autore nel mondo. La capacità di aggredire le cose e impossessarsi degli accanimenti è ostacolata dal vuoto dovuto alla perdita. Di fatto assistiamo a un’impasse, un momento che potrebbe durare quanto la vita in cui la vita resta esterrefatta, incapace di muoversi o far muovere altro. Attingendo al suo trascorso religioso, l’autore tenterebbe volentieri la vita cristiana, gridando soccorso al suo dio che però non risponde, non interviene. La rivoluzione che la fede in un dio che si è fatto uomo vede unificate la via del cielo con la via terrena, gira a vuoto, non basta più. Per staccare il piede da terra lo scrittore ha bisogno di sacrificare il suo cuore, renderlo sacro e indicibile, votarlo a un bene determinato. Allora un movimento prende vita e lo vediamo: i pensieri di Tonon sono veloci come li descrive Empedocle, lo consente la lingua con egli cui racconta la sua «piccola mamma». Una sinuosità linguistica senza precedenti, senza frasi a effetto, senza strizzate d’occhio al lettore, senza quegli artifici pure necessari alla persuasione narrativa. Non troveremo un solo vettore stilistico, neanche quelli “costruttivi” che dànno modo di scandagliare le opere dei più degni maestri. Un romanzo che sembra essersi scritto da sé, e che a leggerlo, viene da pensare, prende lo stesso poco tempo che è servito a scriverlo, perché queste pagine possiedono l’agilità e l’apparente semplicità di un gesto. La felicità espressiva che traspare rende questo libro una specie di Macchina di Antikythera, uno di quegli strani oggetti che vengono ritrovati nelle profondità marine, la cui origine risale a migliaia di anni fa e nel loro riaffiorare ci donano un’incongruenza storica, poiché la tecnologia che li ha creati è pari o superiore alla nostra. Il genere romanzo continua a essere una perfetta macchina di senso. Un motore impalpabile che genera significato in eccellenza.
C’è la regale possibilità che Tonon sia il solo scrittore italiano a non subire il divario tra lingua parlata e lingua scritta; tra lingua trovata in casa e lingua letteraria. Consapevoli che in ultima analisi sta in questo la vera prova di una corrispondenza tra vita e letteratura, si ha il dubbio se elogiarlo per l’una o per l’altra.
Da qui nasce il bene di questo libro e allo stesso tempo quanto di primo acchito disturba la narrazione, quel che di confessionale non vorremmo ci fosse perché intorbidisce la trasparenza delle immagini. Ma è quel poco di opacità dovuta al cuore trascinato sul piano di un’esistenza fragile come il vetro. Una traccia di sangue sufficiente a renderci visibili le ragioni del dolore.

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Isbn intervista Simon Reynolds # Seconda parte


 

La seconda parte dell’intervista che abbiamo fatto a Simon Reynolds.
***


Quale sarà il prossimo passo del “riciclo musicale” nella nostra cultura?
Non lo so. La gente parla degli anni novanta come della next big zone, ma cosa ci troveranno da copiare, mi chiedo? Proprio in questo periodo il Goth, la Cold Wave e la Electronic Body Music dei tardi anni ottanta sembrano fonti piuttosto calde. Forse il “baggy” sound di Manchester (Happy Monday, Stone Roses) verrà riscoperto. 

Recentemente è stata ripubblicata la kindle version del tuo primo libro, Blissed out. È buffo scoprire che già nell’87 parlavi di una specie di legame con il passato (continue riedizioni e revisioni, “un’altra biografia di Bob Dylan” e via dicendo). Quali sono le differenze fondamentali tra la “nuova” retromania e le “vecchie” retromanie? 

La differenza principale sta nella scala, nell’intensità e nella dimensione del problema, che ha a che fare con la componente della cultura digitale della nostra epoca e con il dilagante fenomeno dell’archivismo della memoria pop su internet. È lì che si crea la “mania”.

Ovviamente il problema non è nato dal nulla, è andato crescendo per anni, anzi per decenni. Vedo un’analogia con il film su Al Gore Una scomoda verità. La gente, compreso Gore stesso, ha parlato del surriscaldamento globale e delle sue conseguenze per anni, per decenni. Ma questo non ha impedito al film di essere un contributo vitale e tempestivo al riguardo. Né significa che Gore avrebbe dovuto star zitto sulla questione, dopo essersi espresso abbondantemente al riguardo nel film. Allo stesso modo, il rétro ha una storia e un’evoluzione che comincia decenni fa, ma non ho dubbi sul fatto che il fenomeno sia aumentato drasticamente negli ultimi dieci o dodici anni, e che sia qualcosa di cui ci dobbiamo occupare. Bisogna farsi delle domande! 

Nel regno iper-statico della cultura digitale – in cui il tempo è orizzontale e quasi ogni suono creato nel passato può essere facilmente riascoltato e la possibilità del cambiamento lineare sta svanendo – ha ancora un senso l’idea del potere trasformativo della musica? È ancora possibile essere sorpresi da qualcosa? 

Immagino che possiamo solo scoprire se qualcuno fa musica trasformativa, e capire se possiamo reagire alla sua sfida. Riguardo all’essere sorpresi, naturalmente spero di sì. Penso che potrebbe ancora succedermi di essere sorpreso. Sono pronto, volenteroso e in desideroso di esserlo! 

L’immenso archivio di YouTube è un’enorme risorsa per gli ascoltatori. Scaricare – legalmente o meno – ci permette di avere molta più musica di quella che possiamo realisticamente ascoltare. Si possono ascoltare file mp3 di tutti i tipi, provenienti da tutto il mondo. Tutta questa musica potrebbe costituire un problema per la nostra limitata capacità di ascolto? Stiamo diventando musicalmente onnivori ma allo stesso tempo anche un po’ superficiali? 

Sì. Questo è uno degli argomenti che tratto di più nel libro. Una delle mie preoccupazioni è l’assottigliarsi dell’esperienza musicale, una sorta di fruizione satura, distratta e dispersiva. 

Cosa pensi della musica italiana? C’è qualche gruppo o cantante italiano che ti piace, contemporaneo o dei decenni scorsi? 

Non so un granché della scena contemporanea, però ho visto una band di grande effetto all’Arca Puccini festival a Pistoia, si chiama Topsy the Great, è rock strumentale high energy intenso, tra l’hardcore, il metal e il math rock, con la batteria come strumento principale.

Dagli scorsi decenni, mi è piaciuto un po’ di progressive rock italiano che ho sentito e ovviamente giganti del soundtrack come Morricone e Goblin. E anche mostri della disco music come Moroder e Daniele Baldelli. Ho sentito alcuni bravi artisti techno italiani come Lory D e Leo Anibaldi. Ah, poi sono un grande fan dei vostri compositori di avanguardia come Nono, Berio e Maderna. 

Il libro ha una forte connotazione autobiografica. È pieno di ricordi e storie personali: la caccia alle mappe degli autobus che ha assorbito tuo figlio e te a New York; strani incontri con maniaci del rétro durante gli anni universitari, la sensazione straniante di avere un figlio cresciuto in America con cui non puoi condividere l’atmosfera culturale in cui sei cresciuto tu. Retromania è un ritratto del critico musicale di mezz’età? 

Tutti i miei libri sono personali, nel senso che non esisterebbero senza la mia passione e ossessivo interesse per la scena musicale e senza li mio coinvolgimento sul campo, come per i rave negli anni novanta o per il post-punk quand’ero ragazzo. Ma sicuramente in Retromania c’è più memoria emotiva e più aneddotica, pesca dalla mia storia personale più dei libri precedenti ed è inseparabile dal mio punto di vista, quello di chi c’era durante tutti i periodi di cui parlo. Perciò in quel senso è il libro di un uomo di mezza età. Credo che le mie considerazioni siano accessibili a lettori di tutte le età, ma non tutti le sentirebbero con la stessa di chi ha trenta, quaranta, cinquant’anni oggi: quelli che hanno vissuto negli anni sessanta o nell’epoca del post-punk, o in quella dei techno-rave dei novanta. Il libro ha un elemento immediato ed esperienziale che aggiunge un carico emozionale a Retromania sia per chi scrive che per chi legge.
 

Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? Quale sarà l’argomento del libro? 

Non dico nulla per scaramanzia perché il libro non è ancora stato ufficialmente proposto. Ma se il libro si farà, sarà un grande passo per me: parla sempre di musica, ma esplora aspetti che non ho mai esplorato prima. La mia speranza per i prossimi libri è riuscire a fare cose che mi mettano alla prova e mi portino in direzioni diverse ogni volta.