Contest - L’alba di Talulla: in anteprima il libro autografato con il 10% di sconto

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Sta arrivando il secondo volume della trilogia horror-letteraria di Glen Duncan, L’alba di Talulla. Qui trovate la scheda del libro, la pagina ufficiale su facebook e twitter. Il libro sarà disponibile dal 10 maggio in libreria. L’autore sarà a Milano il 3 maggio, per partecipare al cocktail party che abbiamo organizzato in suo onore.

Vuoi conoscere Glen Duncan e acquistare in anteprima una copia autografata del libro L’alba di Talulla con il 10% di sconto? Bastano pochi semplici gesti!

 

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Qui troverai i dettagli del Cocktail party esclusivo che si terrà il 3 maggio in via Corsico, nel nuovissimo spazio Nastro Say Yes. Buon divertimento!

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Bruce Springsteen - La nota giusta

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Bruce Springsteen continua a incantare intere generazioni di fan non solo con la sua musica, ma anche con le sue parole. Come nel caso del keynote speech dell’edizione 2012 del «South by SouthWest» che si è tenuto a Austin qualche settimana fa.

Davanti al pubblico che stipava l’Austin Convention Center, Il Boss ha tenuto banco per più di 50 minuti, con un discorso sulla vita, sul rock, sulle influenze che la musica di alcuni musicisti e alcune band ha avuto sulla sua, di musica. Tanti gli artisti citati, da Woody Guthrie a Elvis Presley, dagli Animals a James Brown. E tanta la musica suonata, accompagnato dalla sua fedele chitarra. 

Sul sito della NPR potete guardare il video del discorso, mentre noi qui a Isbn siamo rimasti talmente impressionati dall’intervento che ne abbiamo fatto un ebook gratuito con la prefazione di Luca De Gennaro (traduzione di Lorenzo Bertolucci).

Lo trovate cliccando sul banner qui sotto. 

Buona lettura e, come dice Bruce, «restate tosti, restate affamati, restate vivi».

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Abdellah Taïa alla libreria Giufà - Roma

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Isbn Edizioni intervista Francesco Targhetta

Abbiamo fatto qualche domanda a Francesco Targhetta, autore per Isbn di Perciò veniamo bene nelle fotografie.

Quanto sono rigide le regole metriche che ti dai quando scrivi, che peso hanno per te i vincoli formali e quanto incidono sul contenuto e viceversa?
L’unico grande vincolo, in realtà, nella scrittura del romanzo, è stato il ritmo. Prima di questo libro avevo scritto quasi solo poesia, che è per definizione densa e concentrata: richiede una presa costante da cui non si ha scampo. In uno spazio così diluito, invece, ho sentito fin dai primi tentativi che ci sarebbero stati cali di tensione e momenti di vuoto. Allora ho cercato di usare il ritmo come una specie di rete elastica di salvataggio, che respingesse in alto il lettore in caduta. Perciò è sempre tirato, come in trance. Poi, certo, ci sono modulazioni prosodiche diverse, per lo più influenzate dal contenuto (e non viceversa), per cui certi momenti ironici sono accompagnati da ritmi pari, martellanti e cantilenati, mentre alcuni slanci lirici sono in endecasillabi belli puliti. Ma c’è anche molta libertà, da questo punto di vista. La cosa importante era la cadenza. Che l’abito esteriore fosse in metrica classica era solo una sponda, anche ammiccante. «Perciò veniamo bene nelle fotografie», ad esempio, è un (brutto) doppio settenario. Quello del Gozzano de Le due strade. Ma non lo sembra affatto.

Sei tu il protagonista del tuo libro? Quanto c’è di vero e quanto di inventato?
Nel protagonista c’è molto di mio, dal singolo aneddoto al carattere, assieme sdegnato e rinunciatario, incazzoso e scazzato, pieno di dubbi paralizzanti. Che è il carattere, a pensarci, di molti amici nati tra ’70 e ‘80, educati dai padri a tenere a bada le proprie pur legittime indignazioni. Così le poche volte che esplodiamo ne escono aborti di rivolte già minate dal senso di colpa, e finisce che non facciamo più nulla. «Una volta il rimorso mi seguiva, ora mi precede», scriveva Flaiano. Ecco, potrebbe essere il tragicomico motto che mi unisce al protagonista. Nella seconda parte del libro, invece, la distanza tra me e lui aumenta, soprattutto nel finale. La descrizione del suo dolore, diventato per solitudine visionario e assieme fisico, è una sorta di esorcismo perché non accada davvero. Per il resto, ho preso spunto da qualche amico per quasi tutti i personaggi.

Che narrativa e poesia leggi? Quali sono i riferimenti letterari di questo romanzo e del tuo modo di scrivere?
Per il romanzo è contata molto la letteratura scritta dai provinciali che arrivavano a Milano tra anni ’50 e ’60: Bianciardi, Giudici, il Pagliarani delle prime raccolte e della Ragazza Carla. Prima ancora, il modello crepuscolare: Gozzano, ma anche certi minori. Tutti quelli, in poesia, che hanno cercato di allargare lo spettro lessicale, di mettere al centro le cose. Ecco, passando alla poesia contemporanea, quelli che si erano chiamati, una decina di anni fa, “poeti dell’A27” , credo che qualcosa mi abbiano lasciato, anche per la vicinanza di paesaggio (penso soprattutto a Giovanni Turra e Igor De Marchi). Di narrativa contemporanea ne leggo senza ordine. Alcuni prediletti, che però nulla hanno influito sulla scrittura, sono Eugenides, Houellebecq, McEwan, Roth. Pochi italiani, lo confesso. Ti direi Vasta.

In Perciò veniamo bene nelle fotografie c’è tanta musica, scritta, descritta, suonata: che colonna sonora consiglieresti ai lettori del tuo libro?
Di musica ne ascolto continuamente, in effetti. Gli artisti citati nel libro formano già una buona colonna sonora. Ne aggiungo qua un paio che sono stati tagliati dal romanzo: i Titus Andronicus di The Airing of Grievances per i momenti incazzati e alcolici molesti, le Organ di Grab That Gun per le cupezze post punk, il Bright Eyes di Fevers and Mirrors per l’adolescenza morbosa che non si schioda, tutta la scena hypnagogic e glo-fi per i momenti di amarcord anni ’80. In realtà, poi, quasi nulla del libro è stato scritto sopra della musica (non mi riesce proprio). Qualche verso è stato scritto sopra due soli dischi: The Virgin Suicides degli Air e Moors di Clara Kindle, entrambi dalla capacità evocativa spettacolare.

Com’è fare la carriera universitaria in Italia? e fare l’insegnante? cosa cambieresti e cosa conserveresti di questi due mondi?
Per fare carriera universitaria in Italia ci vogliono soprattutto soldi (di famiglia) e una soglia di accettazione del compromesso piuttosto bassa. I primi sono necessari perché non tutti si possono permettere di aspettare i 40 anni (quando si diventa mediamente ricercatori in Italia, se non si è Michel Martone) attraversando senza problemi i numerosi periodi di mancata copertura economica. La seconda è indispensabile, ma non necessariamente nella sua declinazione più deleteria (il lecchinaggio). Della mia esperienza accademica salvo due cose: la didattica e un progetto di gruppo organizzato con alcuni amici e finanziato dal ministero nonostante il nostro peso politico minimo. Da cambiare c’è molto, a partire dalla limpidezza dei criteri valutativi, e certamente aver ‘precarizzato’ anche il ruolo di ricercatore non aiuta a rendere più umano l’ambiente.
Per quanto riguarda la scuola, l’assurdità è che attualmente una carriera, per i giovani, è impossibile. Da quando sono state chiuse le Ssis, cinque anni fa, non esiste più un modo per abilitarsi. Da allora quello dell’insegnante è un mestiere bloccato. Ora Profumo parla di un concorso (non se ne fanno dal 1999), ma dubito che questo governo riesca a organizzarlo avendo così poco tempo a disposizione. Intanto, sono fortunato a vivere in una provincia dove si può ancora insegnare senza l’abilitazione. Fare l’insegnante è un bel lavoro, nobile. Oggi è più difficile di un tempo, tra una burocrazia elefantiaca, genitori in pressing asfissiante, situazioni disciplinari spesso non facili. Ma sono proprio i ragazzi, alla fine, a redimere tutto. Certo, allungare i tempi della pensione e impedire di mettere in campo le proprie energie ai giovani insegnanti, più vicini e capaci di dialogare con le nuove generazioni, è criminale. Invecchia tutto, e crea una sfiducia generalizzata, che parlando con gli studenti purtroppo si avverte.

Hai vissuto in molti appartamenti? Qual è la tua casa ideale? (e quale il numero ideale di coinquilini?)
In realtà a Padova ho vissuto in un solo appartamento, in cui però si sono succedute un bel po’ di persone. Poi, ovviamente, si frequentavano un mucchio di altre case, una più disastrata e sovraffollata dell’altra. Ma durante l’università, o appena dopo, è una vita che è bello fare, purché la condivisione sia vitale. Perciò ti dico che la casa perfetta è quella con i coinquilini ideali, quelli con cui puoi fare due chiacchiere appassionate cenando, andare al cinema, suonare in una band, parlare di un libro, scambiarti un disco. Quelli, insomma, con cui c’è una condivisione culturale. Poco conta se il cesso è in comune con quattro persone, se manca l’ascensore o se le pareti sono di cartongesso. Poi, certo, dopo i 30 le cose cambiano, e senti il bisogno di maggiore autonomia. Lo scorso autunno ho vissuto qualche mese a Firenze, e l’appartamento (naturalmente condiviso) in cui stavo a un certo punto si è riempito di matricole straniere: è stato piuttosto folle…

Nel romanzo molti dei tuoi personaggi se ne vanno all’estero. Perché il protagonista non lo fa? Per inerzia o, invece, per forza di volontà?
Non lo fa per inerzia, che poi, con una tortuosità psicologica, trasforma in forza di volontà. Ci ho pensato anch’io, all’estero. Ci sono stato, anche se per poco, dopo la laurea, trovandomi bene. Ma poi ha prevalso la pigrizia. E, certo, alcune perplessità che si sono via via ingigantite. Mi chiedevo perché rinunciare agli affetti, al mio paesaggio, al posto che – pur con tutte le sue storture – mi fa stare a mio agio. Ci vuole fegato, ad andarsene. Non è di certo la soluzione più comoda. Nei Fiaschi c’è una poesia dal titolo La fuga dedicata proprio a questo tema. Molti tra i miei amici più cari vivono ora stabilmente all’estero. Lì dico loro: «vili». Ma hanno fatto bene a fuggire. Chi rimane dicendo «se scappiamo tutti, chi lo migliorerà questo paese?», in genere, sta solo cercando di nobilitare la propria mancata fuga. Se si ha lo spirito per andarsene, è giusto farlo.

In uno dei versi del libro rievochi le merendine e i dolciumi che, attraverso l’influenza della tv, hanno segnato la tua infanzia e la tua adolescenza. Che impatto credi che abbia avuto la televisione sulla tua generazione?
Purtroppo tremenda, sospetto. Il vostro Atlante Illustrato lo dimostra perfettamente. A rivedere quelle immagini viene un misto di terrore e di tenerezza. Poi, certo, con gli amici è bello intonare l’invocazione sciamanica «cento cento cento» in stile Ok, Il prezzo è giusto, canticchiare la sigla del Pranzo è servito o darci di gomito pensando alle tettone del Drive In. Ti diverti, ma assieme ti chiedi quanto quelle immagini ci abbiano formato nella visione delle cose. Temo non poco. Di certo non una percentuale definibile matematicamente. Il che rende la nostra educazione televisiva uno sfondo torbido, inquietante, pronto a ricattarci ancora.

Nel romanzo stabilisci un parallelismo tra fatti storici (la battaglia del Piave nella Prima guerra mondiale) e la storia dei protagonisti: è un esercizio "simbolico" che fai spesso, nella vita reale?
Beh, ho insegnato storia, e capita spesso, anche parlando con i ragazzi, di confrontare le generazioni. Credo che la mia abbia molto in comune con quella che l’ha preceduta di 100 anni e che combatté nella Grande Guerra, anche per quel senso di sconcerto che dà vivere la propria giovinezza mentre c’è un intero secolo (e quale secolo) che ti cade addosso. Poi, nel caso specifico, conta molto la mia passione per la Prima guerra mondiale, dovuta a ragioni geografiche e personali, ma soprattutto alla sensazione che in quell’evento si concentrò una quantità di verità enorme. Mentre nella nostra quotidiana guerra (pur, per fortuna, così diversa) tutto si gioca su ipocrisie e scorrettezze alle spalle piuttosto avvilenti.

Mai passato per la testa di scrivere in prosa?
Ho scritto qualche prosa brevissima. Giusto un paio. Tipo questa o questa, che peraltro, poi, ho ‘riusato’ nel romanzo. Mai cose di respiro maggiore.

Hai già qualche idea per un prossimo romanzo?
Qualche idea inizia a frullare. È capitato facendo un giro a Mestre. Ma almeno per il prossimo anno lavorerò sul progetto di ricerca, cioè un’antologia della poesia simbolista italiana. Poi vedremo…

 

 

 

Racconta la tua “dipendenza dai videogiochi” e vinci con ISBN e Indie Up

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Sei anche tu pazzo di videogiochi e trascorri le notti attaccato alla console per portare a termine una missione di Call of Duty?
Parli di più con i personaggi di Final Fantasy che con i tuoi amici? Nella vita sei un bravissimo ragazzo, ma quando giochi a GTA ti diverti da matti a rubare auto e annientare le gang rivali?
Arrivi a lavoro con le occhiaie e la tua compagna minaccia ogni giorno di lasciarti ma non riesci proprio a mollare il joypad?

Non preoccuparti: sappiamo bene che giocare ai videogiochi può creare dipendenza. Un’adorabile, frustrante dipendenza. Raccontaci la tua passione per i videogiochi sulla pagina Facebook dedicata. Fallo come preferisci: postando una foto, un video o un testo breve… Le storie più divertenti (scelte da ISBN e da Indie Up) e quelle che otterranno più "Mi piace" potranno vincere un sacco di premi!!

Contest valido dal 15 al 29 febbraio 2012.

PREMI IN PALIO:

5 copie omaggio di

Voglia di vincere di Tom Bissell (Isbn Edizioni), dal 9 febbraio in libreria, il libro più interessante e divertente sulla dipendenza dai videogiochi.
Traduzione Stefano Formiconi
Scopri il libro

10 coupon da 10 euro

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da usare sul sito 
e-commerce 
www.indieup.com
*

*per acquisti di almeno 39 euro.

1 Felpa con cappuccio

felpa

realizzata da BORED, un piccolo 
marchio indie italiano.
Scopri la felpa BORED.

1 orologio Space Invaders

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realizzato da Disc’o'clock, 
fatto a mano!
Scopri l’orologio Space Invaders.

Modalità di assegnazione dei premi:
3 copie del libro, la felpa, l’orologio e i 10 buoni sconto verranno assegnati da ISBN Edizioni e da Indie Up.

Le rimanenti 2 copie omaggio saranno aggiudicate alle storie che otterranno più "Mi piace" dagli altri utenti.

Per maggiori informazioni, scrivere a
contact at indieup.com

www.indieup.com | www.isbnedizioni.it

 

 

Voglia di vincere di Tom Bissell

Il 9 febbraio in libreria arriva Voglia di vincere di Tom Bissell.
Secondo il New York Times "Il miglior racconto esistente su cosa significhi oggi giocare ai videogiochi".

 

Allegria!

Ultimi due giorni per vincere un Atlante illustrato della tv, fatevi avanti.

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Le ultime 5 ore - Douglas Coupland

Luke accarezza il suo scotch e si domanda per quale motivo avere dei soldi faccia sentire bene, cioè bene in senso medico, scientifico, clinico. Quali composti chimici rilascia nell’organismo? Quali neuroni blocca? E come mai è un dato di fatto assoluto che avere dei soldi, un po’ di soldi, una cifra qualsiasi, fa invariabilmente sentire meglio che non averne per niente? C’era una citazione in calce all’email spocchiosa che gli hanno spedito ieri dal Comitato per l’Infornata di Beneficenza, uno di quegli aforismi che vengono allegati automaticamente ai messaggi da qualche programma su internet, ed essendo una frase di Oscar Wilde probabilmente il solerte membro del comitato non l’aveva neanche letta. Diceva: «Il guaio di essere poveri è che ti impegna per tutta la giornata». Quanto è vero. Ma Luke è il pastore di una chiesa nota nel circondario come «Chiesa dell’Uscita Autostradale» più che con la sua denominazione ufficiale, la Chiesa della Nuova Fede, e quindi ha la propria interpretazione personale dei soldi. Sa che a rendere gli esseri umani diversi da qualsiasi altra cosa sul pianeta, o da qualsiasi altra cosa in tutto l’universo, è il fatto che hanno la capacità di sperimentare lo scorrere del tempo e possiedono il libero arbitrio necessario per usare al meglio quel tempo. I delfini e i corvi e i labrador ci arrivano vicino, ma gli manca il tempo futuro nel cervello. Comprendono i principi di causa ed effetto, ma non sono in grado di procedere per sequenza. Vivono in un eterno presente, cosa che gli esseri umani non sono in grado di fare, per quanto possano provarci. E il motivo per cui Luke sta pensando al tempo e al libero arbitrio è che secondo lui il denaro rappresenta il modo più preciso in cui gli esseri umani siano mai riusciti a cristallizzare tempo e libero arbitrio in una forma fisica concreta. Il contante. Il contante è un cristallo temporale. Il contante permette di moltiplicare la volontà e accelerare il tempo. È il contante a definirci in quanto specie. Nient’altro in tutto l’universo ha i soldi.

Le ultime 5 ore: Dopo il successo di Generazione A, Douglas Coupland torna con un romanzo catastrofico, profetico, ricco di azione.

Isbn Edizioni intervista Emanuele Tonon

Abbiamo fatto qualche domanda a Emanuele Tonon, autore per Isbn de Il Nemico e La luce prima

 
In La luce prima c’è un senso di urgenza e di potenza travolgente della scrittura, che ancora di più rispetto al tuo precedente lavoro sembra un fiume in piena, un romanzo scritto di getto. Quanto tempo hai impiegato per scrivere il libro?
Ho impiegato tredici mesi. L’incipit (”Mi hai chiamato, prima di continuare a morire”) l’ho appuntato sul taccuino il 23 giugno 2010, nella sala d’attesa di un Pronto Soccorso. Ho continuato ad appuntare frasi per tutti i nove giorni in cui mia madre è rimasta in coma, a elargirmi il suo magistero di silenzio. Quegli appunti mi hanno tenuto in vita, ora posso dirlo. Poi ho passato circa un mese di mutismo. Non riuscivo a parlare, a scrivere. Tutto è esploso, infine. Ho buttato giù, a partire dagli appunti, il grosso del libro, dividendolo idealmente in tre parti: infanzia, adolescenza, maturità e morte. Ho passato intere notti senza sonno. Mi sono ritrovato con un file di duecentoquarantadue pagine. Sono stato ospite in casa di amici per due settimane, nel dicembre 2010: lì ho rimosso le pagine di troppo. Ho dimezzato il libro, ho tolto il vomito, ho deciso di tacere alcune cose, ho addolcito verità altrimenti troppo amare, in un testo così, senza filtri. Ho cercato di restare nella misura del salmo, dell’epicedio, di “raccontare” il meno possibile. Son tornato a casa, ho passato il 31 dicembre 2010 da solo nella casa deserta, vociferando col fantasma di mia madre mentre scrivevo le ultime pagine, quelle dove il figlio invita la Madre a danzare. Nel mese di gennaio ho consegnato la prima stesura. Fino ad agosto 2011 è stato un continuo tornare sul testo, per sole minuzie, ripensamenti. Un tornare inesorabile, operato con implacabile determinazione. Sono arrivato a telefonare in casa editrice poche ore prima che il libro andasse in stampa, per far apportare l’ultima modifica.
 
La tua storia, così come quella del Nemico, è molto personale, eppure riesce ad essere universale toccando nel profondo l’animo di tutti i lettori. Come ci riesci?
Forse perché non ho scritto semplicemente “storie”. Ho attraversato paesaggi e ferite, archetipi, mostrato figure, spalancato porte che non si volevano più aprire. Forse perché ho perseguito un linguaggio oltre la maniera e l’epigonalità, un linguaggio capace di indicare l’allegoria senza volerla spiegare, senza le astuzie tipiche della forma romanzo di questi anni. Forse perché ho scritto di quel bisogno d’amore e consolazione che tutti ci accomuna senza rinunciare alla denuncia furiosa. Forse perché ho sempre e solo scritto per pura necessità.
 
Si è discusso molto sulla tua scrittura. Ma tu come definiresti il tuo stile?
Quello stile di cui mi domanda, dovrebbe palesarsi da sé, senza eccessi di auto-esegesi. È la pagina che dovrebbe rispondere per me. Posso rivendicare finché voglio un’estetica esplicita (o credere di farlo) ma alla fine scrivo quel che più mi piace, mettendo in pratica un’estetica implicita che può anche andare nella direzione opposta. Con Dante posso dire: “I’mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”.
 
Cosa diresti a chi ti accusa di essere troppo ombelicale?
Con questa domanda, lei è come se mi portasse al banco degli imputati, quasi fossi tenuto, costretto a discolparmi, a dar conto dei miei peccati, come scrittore. Mentre così non è. Penso che questa domanda sia, molto semplicemente, mal posta. Per molti motivi. E qui mi costringe a essere spietato. Ma come? Si parla tanto di non-fictional novel! I teorici della letteratura, i critici militanti (di recente Daniele Giglioli, in Senza trauma, Quodlibet) hanno ormai consacrato definitivamente l’inclusione dell’auto-fiction e derivati nella sfera del non-fictional, di fatto legittimando sia il ritorno all’autofiction (che era un genere un po’ in declino) sia la sovranità, l’egemonia del non fictional novel nel NUOVO sistema dei generi post post post moderno. E a me vengono a rompere le balle con la storia dell’ombelicalità? E poi: intendono ombelicale o nombrilismo (narcisistico)? Perché anche lì ci sarebbe da distinguere…
Se mi considerano troppo ombelicale posso solo rispondere: bella scoperta. E come potrei non esserlo? Come avrei potuto fare a NON esserlo, data la materia? Lungi da me voler ridurre La luce prima al tema del rapporto ombelicale fra due esseri, ma, sant’iddio, si può pure dire che l’asse della struttura forse è proprio quello, e così DOVEVA essere. Prenda autori come Siti e Janeczek: sono autori di autofiction; l’autofiction è cosa profondamente diversa dal romanzo autobiografico. Prende la materia viva dalla vita realmente vissuta, dal bìos, e ne ricava il romanzo. Il romanzo viene FATTO con pezzi di vita dell’autore. Senza filtri. E questo è programmatico; adesso mi sembra che, come genere, sia tornata di moda. Perché i critici si sono accorti che nei “margini” del Letterario Fictional, ai confini col non-fictional c’è ANCHE l’autofiction; non c’è solo l’ibrido romanzo-reportage alla Saviano e tutta la galassia delle sue varianti. Dicevo: questa attenzione al non-fictional come forma legittima e quasi “migliore” delle altre, questa attenzione ha indotto alcuni a proiettare retroattivamente su autori classici questa lente interpretativa. Proust ovviamente non è sfuggito a un’analisi in questi termini. Dopo decenni a parlare della letteratura come menzogna e del mentire come unico modo per avvicinarsi alla verità, siamo punto e a capo. Manganelli, Girard, Lavagetto, e altri hanno fatto benissimo a insistere su questo paradosso, ma testi come il mio costringono il lettore e il critico a porsi la questione in modo sostanzialmente diverso. Un critico raffinatissimo, in un articolo del 1998 sull’atavismo in Proust (La razza estinta di Combray), dice una cosa semplicissima, su cui non si è mai insistito abbastanza: ci sono dei personaggi in Proust che molto semplicemente sfuggono alle maglie, alle contraintes della finzione romanzesca: sono la Nonna e la Mamma, Maman. Il critico si chiama Matteo Residori. Dice che quelle due figure erano semplicemente non trasfigurabili (le lascio solo immaginare dove potrebbero portarci le implicazioni del termine “figura”). Dovevano essere prese di peso e portate, trasportate, travasate nel romanzo: il romanzo è affollato di personaggi che sono il frutto di incroci e costruzioni complesse, ma - paradosso importante - tutto quel complesso sistema relazionale, tutta quella rete di rapporti fra i personaggi NON avrebbe potuto stare in piedi se Proust non avesse sentito la necessità di mettere al centro di quella galassia la Mamma-Nonna. Senza di loro, che sono due non-personaggi, tutto il resto non ha senso, non conta. Sono loro due l’ubi consistam, la pietra su cui è edificata la cattedrale.  Edmund Wilson, ne Il castello di Axel, ha scritto che “la nonna, per Proust, ha la stessa importanza che per Einstein ha la velocità della luce essendo l’unico valore costante che rende possibile il resto del sistema”. Gli psicanalisti che si sono cimentati nell’analisi dell’opera di Proust sanno bene queste cose (e non a caso, c’è interesse nei confronti della mia opera da parte degli psicanalisti). Per me è stato necessario partire da un elemento. Non voglio dire solo biografico, auto-biografico, ché non vorrebbe dire niente, bensì: da un elemento biografico irriducibile, non trasformabile, non trasfigurabile. Ne La luce prima i voli della mente che tra-vede (come nei mistici) la madre ci sono eccome, ma alcune parti di lei, alcuni “moments” (Barthes li chiamava “moments de vérité”) sono là, non trasfigurati, non rielaborati, non integrati. Sono lì, messi lì, ritrovati e piazzati lì, imprescindibili, ineludibili, nella loro immediatezza, a costo di sembrare ingombranti. E non poteva essere altrimenti.
 
Oltre a Moresco, quali sono altri tuoi punti di riferimento letterari?
Tante volte ho detto che prima di essere uno scrittore sono un lettore. E che sono uno scrittore perché sono un lettore onnivoro. Un elenco parziale, quindi, solo qualche punto della mia costellazione di riferimenti: i mistici. Dante. Leopardi. Kafka. Svevo. Bufalino. Gadda. Volponi. Pasolini. Blanchot. Mia madre che mi ha comunicato l’amore per la parola scritta e non ha mai scritto una riga in vita sua, escluse le lettere che mi scriveva quando stavo in convento.
 
Cosa ne pensi della letteratura italiana degli ultimi anni? Trovi che ci sia qualcuno di estremamente sopravvalutato o ingiustamente dimenticato? E cosa significa essere scrittori in Italia, oggi?
Il mondo letterario è cambiato, dobbiamo rendercene conto. Internet e i social network hanno stravolto definitivamente la letteratura, già provata dalle coltellate ricevute dall’intrattenimento televisivo. Visto che l’alfabetizzazione è data per ovvia, tutti credono di saper scrivere. Non c’è più consapevolezza della forma, del fare letterario. È come se per il solo fatto di possedere una moto, mi considerassi migliore di Valentino Rossi. Tutti poeti perché è possibile andare a capo. Tutti scrittori perché “se pubblicano tizio, devono pubblicare anche me”, tutti col cuore gonfio d’amore e disperazione spiaccicato in bacheca, in un blog. Non immagina quante volte mi son sentito chiedere “Quanto hai pagato per pubblicare i tuoi libri? Se non costa troppo vorrei pubblicare anche io per la tua casa editrice”, come se fosse normale e giusto pagare per pubblicare un libro ed essere annoverato nella gloriosa categoria degli scrittori. Come se fosse un diritto fare gli scrittori. Allo scrittore resta solo la possibilità di reinventare, resuscitare il linguaggio ed essere fedele alla propria opera. Nella consapevolezza che il prezzo da pagare potrebbe essere la marginalità. La letteratura che considero, che perseguo, sta solo nelle voci irate, irriducibili. E non ne faccio solo una questione di stile, ma anche di sangue, di materia narrativa viva. Fare nomi non ha senso. Lo sappiamo tutti chi è sopravvalutato e chi marginalizzato. Come tutti conosciamo perfettamente le dinamiche del mondo editoriale, che in nulla differiscono dalle ordinarie ingiustizie operate in un capannone di fabbrica, in un ufficio, in una scuola, in una facoltà universitaria, in una redazione di giornale o televisiva. Basterebbe andare a leggersi Lettere a nessuno di Antonio Moresco: in quelle pagine è già stato detto tutto. Uno scrittore deve continuare a scrivere come chi tenta una tecnica di primo soccorso, un supporto di base alle funzioni vitali, con la disperata consapevolezza che quel tentativo potrà risultare vano. Uno scrittore deve continuare a scrivere in quella incertezza, accettando il rischio delle lacrime e del silenzio.
 
Cosa stai scrivendo, ora?
Sto scrivendo alcune cose, sto diversificando la mia scrittura, tra un lavoro impossibile e un altro per arrivare a fine mese. E sono tornato dove ero stato costretto a fermarmi per scrivere La luce prima. Sono tornato a quel romanzo che doveva dare compimento alla mia idea iniziale di trinità e che ora è diventato l’alba di un nuovo cammino da sciancato. Non so dove mi porterà. Nella chiusa de Il nemico i personaggi andavano ad affogare nell’acqua marina, a parlare “la lingua degli annegati” che già avevano parlato, approssimativamente, nella vita immaginata dalla parola scritta; ne La luce prima i non-personaggi parlano “la lingua degli angeli”. In questo nuovo romanzo i personaggi e i non-personaggi cammineranno sulle acque marine, invece, come risorti capaci di domare le acque a piedi nudi, senza bisogno di tavole da windsurfer col piercing al sopracciglio. Scivoleranno sulle acque con furioso prodigio, si cercheranno come non è dato, ordinariamente, cercarsi. Parleranno una lingua che, come scrittore, sto ancora, nella meraviglia, imparando a balbettare.
 

 

 

ATTENZIONE: Da oggi fino al 3 gennaio spedizioni ferme sul nostro shop.

Se acquistate i nostri libri dovrete aspettare i primi giorni del 2012 per riceverli comodamente a casa vostra. Grazie per la collaborazione.