Il campo 29
Sergio Antonielli
Uno scritto di Edoardo Esposito: “La guerra girata altrove”
Se la letteratura e l’arte sono specchio della vita dell’uomo, e le loro parole e immagini ci rimandano della vita i drammi e le passioni, sappiamo tuttavia bene come si tratti di uno specchio deformato, che quelli e queste restituisce ingrandendo a volte e rimpiccolendo in altre, e spesso velando o tacendo, anche se alcuni momenti ne vengano invece illuminati con un’evidenza sorprendente.
Diceva argutamente Edward Morgan Forster che l’uomo dei romanzi, Homo Fictus, vive i momenti fondamentali dell’esistenza – nascita, cibo, sonno, amore, morte – in modo che non corrisponde certo all’esperienza che concretamente ne abbiamo: nascita e sonno vengono per lo più dati per avvenuti, e il cibo non è altro che «una maniera per riunire i personaggi», mentre tutt’altra attenzione ricevono amore e morte; anche perché, emozioni a parte, «l’amore, come la morte, è congeniale al romanziere, perché gli consente di terminare comodamente il suo libro».
È ovviamente per analoghe ragioni che la guerra, da Omero in poi, ha goduto in letteratura di privilegi non indifferenti, ma, anche in questo caso, che cosa ci viene raccontato della guerra? Che cosa la deformazione narrativa quasi sempre ci nasconde? Una prima ragione per cui valga oggi la pena di ritornare a opere come Il campo 29 di Sergio Antonielli è che si tratta di un racconto che, pur partendo
dalla guerra, dalla tragica «seconda guerra» che non è nemmeno l’ultima che l’Europa si sia lasciata alle spalle, non è affatto condotto secondo un’ottica militarmente appassionante, e invece di battaglie e di
veri o presunti eroismi testimonia ciò che la guerra porta con sé di privazione, di stravolgimento, di vuoto, di inutile e vana sofferenza. Ci parla, insomma, di ciò che invece si cerca sempre di tacere, e per cui
si è cercato spesso di far tacere anche chi, accanto agli aspetti gloriosi, ha raccontato di sbandamenti e di disfatte (penso all’Hemingway di Addio alle armi, di cui sotto il fascismo non fu ammessa mai la traduzione), o anche solo di ambiguità e di incertezze (il Fenoglio della guerra partigiana, che a tanti fece storcere il naso).
Il campo 29 ci parla non della guerra guerreggiata, ma di quella perduta; ci parla degli italiani a El Alamein, ma solo per dire che era stato un «monologo inglese, d’aerei, carri, e carri, e cannonate» e che le
armi italiane «dopo le prime ore di combattimento non erano servite più». E comincia da qui la storia del protagonista Massimo Venturi, il quale «Era partito per un’avventura, se si vuole, quando già i convincimenti giovanili gli si spegnevano, ma pensando che in guerra o si muore o si torna o si resta feriti. Invece…»
Invece, proprio la possibilità che non era nemmeno stata presa in considerazione è quella che si verifica: «l’avevano fatto prigioniero», ed è di questo «esito mediocre» e soprattutto della lunga e ingloriosa inanità che ne consegue che il narratore decide di parlare, con il coraggio necessario ad affrontare ciò che di solito rifiutiamo persino di considerare e con la capacità di trarne insegnamento: «La sconfitta è una scuola feconda, induce all’esame di coscienza, spinge l’esame nelle nostre zone più profonde, giù fino al seme di dolore che ci generò, dove stanno i valori che non muoiono».
La prigionia, dunque; quattro lunghi anni di prigionia trascorsi lontanissimi dall’Italia in un campo inglese, in India, nell’India del nord con la sua cornice di «montagne altissime e nude», che nel loro immoto biancore «propagavano intorno il silenzio», il caldo e il vento a prosciugare o a squassare le baracche del campo, e le piogge, ora torrenziali, ora minute e continue nella stagione che è loro: «Pioveva dalla mattina alla sera, ininterrottamente».
Come narrare, però, la prigionia? Come raccontare di un luogo circondato dal filo spinato e di un tempo senza domani in cui «le giornate erano tutte uguali»? Anche la storia di Antonielli, una volta scelta la dimensione antieroica di una dolorosa testimonianza, si scontrava con i caratteri precipui che il racconto ha rispetto al vissuto, e nel tempo del neorealismo, nella ritrovata libertà degli artisti in Italia, inventava la sua specifica modalità di praticare questo terreno. Rifletteva l’autore a proposito di quanto aveva scritto: «Un certo valore documentario, indubbiamente, vi si poteva riconoscere. Nell’insieme, però, mi sembrava di essermi posto, rispetto alla realtà narrata, in una posizione di traduttore. Non riproduzione diaristica, quindi, o documento puro e semplice, o romanzo in senso tradizionale, bensì qualcosa d’intermedio: una sorta di traduzione della realtà»; e si interrogava sul perché avesse sentito di dover praticare una via in qualche modo mediana tra il documento antiletterario che tutti allora chiedevano e le forme ormai tramontate della «letteratura calligrafica». Non si era trattato di una scelta meditata («Avevo scritto per bisogno, proprio perché non avevo potuto farne a meno»); semmai, aveva agito l’opposto bisogno «di prendere certe distanze
dalla mia stessa materia, in quanto lo scrivere mi si poneva come “atto conclusivo” della vicenda patita»; era, in ogni caso, l’inevitabile modo di partecipare a una storia non solo sua, «portando ciascuno il contributo della propria particolare esperienza» e partecipando ciascuno a un rito, «quello antichissimo del parlare delle comuni sventure per congedarsi dal passato e puntare all’avvenire».
Ecco, nasce piuttosto da qui la deformazione narrativa, dalla ricerca della forma e del tono giusto perché la lettura abbia luogo e ciò che si scrive serva a qualcuno e a qualcosa. Per questo, nella scelta antieroica di un tempo morto e di una materia priva di sviluppo, Antonielli crede «di dover accennare almeno a un’ombra di trama per dare un ordine a cose che non ne avevano alcuno». Così, i suoi personaggi si chiamano, oltre che Venturi, Paolo Bersezio, Diego Dusmet (nome non solo fittizio, quest’ultimo), e poi Caggese, Angelica, Carbotti, Vinciguerra, figure che, con i loro caratteri e le loro idiosincrasie, le generosità e le bassezze di un momento o di sempre, si avvicendano a mostrare come, nel monotono scorrere dei giorni e degli anni, si svolgesse tuttavia tra le baracche dei campi qualcosa che tentava di essere vita. Vita dimidiata, umiliata, ridotta a uno stato puramente vegetativo, in bilico sul crinale della follia o condotta via via e per passaggi inconsapevoli a un abbrutimento che anche i più consapevoli necessariamente sperimentano.
Non sempre, non subito, la prigionia può persino apparire, nel travaglio di cui si pone al termine, come un periodo di riposo se non di vacanza, e tale sembra dapprincipio al protagonista, un periodo addirittura
«dolce, nel quale, sotto una costante ma ancora sorvegliata tristezza, andavano riaffiorando i pensieri di civiltà che il lungo servizio militare, la guerra, i primi giorni di prigionia, il viaggio, avevano distrutto». Ma
quando, nelle baracche coperte da eternit e nei vani ricavati da corde tese a reggere pareti di juta o di carta di giornale, i giorni si susseguono e si risolvono in una serie di azioni sempre uguali e nei pochi passi
che il perimetro di filo spinato consente; quando i pochi soldi che spettano al sottufficiale bastano soltanto per il sapone e per qualche sigaretta; quando la comunicazione con gli altri prigionieri finisce per battere sempre più monotona sugli stessi ossessivi temi e i nervi si fanno sempre meno capaci di reggere perfino l’ordinarietà degli eventi, ecco che il riposo diventa tedio, malattia che sprofonda anima e corpo in un uguale annichilimento.
Si reagisce come si può: coltivando le memorie, fino a che ci si riesce; preparando la fuga, chi ne conserva le forze e pur nella consapevolezza della sua inutilità (ma Baldini: «Ho bisogno di scappare ogni tanto perché stando fermo accumulo, accumulo, rabbia, nostalgia, voglia di libertà»); fuggendo anche davvero: con un’impiccagione alle travi dei cessi, che avviene sempre di notte perché «era difficile che qualcuno lo scoprisse prima del mattino», e «i prigionieri che si ammazzavano volevano morire davvero».
Paradossalmente, l’insopportabilità della situazione esplode quanto più si approssima il tempo del suo concludersi. La notizia dell’armistizio prima, della guerra finita poi, e il rimpatrio che lentamente prende l’avvio sono momenti di euforia subito contraddetti per i più da dilazioni e rinvii che precipitano nella disperazione; fino all’ultimo, si deve accettare di essere comunque e soltanto «prigionieri», non esseri umani, ma fantocci cui è dato solo «di attendere con calma l’ora di andarsene al 29, assistendo al progressivo disfacimento del corpo e dell’anima».
Il «29»: non uno dei quattro campi – 25, 26, 27, 28 – fra cui le baracche sono suddivise, ma il campo che non c’è, quello dove si finisce per augurarsi di andare a riposare. Soccorrono le parole d’un altro prigioniero e poeta della guerra, anzi della «guerra girata altrove», come vuole il verso che abbiamo scelto a titolo di questo intervento:
Non sanno d’essere morti
i morti come noi,
non hanno pace.
Si tratta di Vittorio Sereni, sottratto anche lui già nel ’43 alle vicende belliche vere e proprie e internato in un campo americano fra le sabbie d’Algeria (appunto Diario d’Algeria si chiameranno le poesie che ne sortiranno a dargli fama), che da una situazione e condizioni sia pure molto diverse non poteva però non avvertire un senso analogo di inanità e di svuotamento, e che non a caso fu tra i primi e favorevoli recensori del Campo 29. Di altri suoi versi ci varremo infatti per introdurre un ulteriore dolente tema fra quelli della reclusione, e dominante nel resoconto di Antonielli:
Ahimè come ritorna
sulla frondosa a mezzo luglio
collina d’Algeria
di te nell’alta erba riversa
non ingenua la voce
e nemmeno perversa
che l’afa lamenta
e la bocca feroce
ma rauca un poco e tenera soltanto…
La donna, dunque, il ricordo dell’amore o piuttosto il bisogno cocente e via via più disperante del sesso, man mano che proprio i ricordi si affievoliscono e si appannano, e alle tenerezze e certezze della vita «normale» subentra il senso acuto dell’assenza e dell’abbandono, le necessità della sopravvivenza animale sostituendosi alle norme già acquisite di una vita di civili relazioni. Il sesso, nella sua privazione e
nei travestimenti e perversioni cui soggiace. L’ossessione del sesso, onnipresente e devastante, cui anche la filosofica saggezza di Venturi, pronta a riprendere le debolezze altrui e a fustigarne ironicamente le
contraddittorie manifestazioni, finisce a tratti per cedere, l’uomo sentendosi infine ulteriormente umiliato e frustrato.
Il motivo si fa, nello scorrere del tempo e delle pagine, cardine di ogni riflessione e di ogni avvenimento, e nell’esasperazione del bisogno filtra e rabbiosamente interpreta la realtà circostante imponendo un’ottica che finisce per essere misogina («Puttanelle» le inglesi che si possono vedere intorno ai campi, «investite dal desiderio brutale di quegli uomini affamati e che in fondo s’adagiavano in quel desiderio come in un vento gradevole») e perfino razzistica quando l’osservazione colpisce le indigene, che da lontano «parevano bellissime» ma da vicino diventano «vermi colorati che uscivano dall’umido delle povere case»; e le une e le altre, comunque, «giocattolo di carne».
L’omosessualità si diffonde nei campi, e perfino il travestimento è tranquillamente praticato. Alle aberrazioni si resiste con ciò che la coscienza riesce ancora a tenere vigile, con l’amicizia che solidalmente conforta e che ironicamente pungola. Venturi e Bersezio si sostengono l’un l’altro, mantengono viva la capacità e la nettezza del giudizio, deviano il rovello della mente facendo oggetto d’indagine proprio il comportamento di quanti si muovono intorno a loro ed esercitando la psicologia a comprendere il proprio. Perché alla fine, in questa vita ridotta ai minimi termini, l’interrogativo che si impone a chi non vuol cedere è quello sul senso del tutto. Ed è proprio cercando risposte che questo stesso libro appare infine scritto, in uno scavo sotto la superficie di avvenimenti che sono, più che storia, «cronaca dei nostri errori e delle nostre colpe», per giungere a ciò che solo la libertà della scrittura può dare: «Altrove era la storia, nel pensiero, nelle letterature, nei giudizi delle anime ricche. Era storia la Cronica di Dino Compagni, non le beghe fra Cerchi e Donati in Firenze. Comandassero i bianchi, comandassero i neri, i tedeschi o gli americani, l’importante era che fossero nati Dino, Dante, a fare una storia compatta e silenziosa sotto gli avvenimenti, a dare profondità e colore a un mare che poco interessa se sia agitato o calmo in superficie: passano le tempeste e le bonacce, le correnti profonde vanno per direzioni diverse a portar caldo ai paesi freschi e fresco ai paesi caldi».
La considerazione pecca forse di ottimismo umanistico, ma appare del tutto giustificata in chi proprio della letteratura si preparava a fare una scelta di vita. L’habitus speculativo che contraddistingue qui il personaggio di Venturi sarà quello che caratterizzerà Antonielli sia nella successiva professione di docente e critico della letteratura, sia nelle ulteriori prove narrative, che sempre risulteranno segnate dall’interrogativo esistenziale ed etico. Romanzi esse stesse, fino a un certo punto; «traduzioni della realtà», forse e, piuttosto, favole morali in cui vediamo tornare proprio il paesaggio e gli animali dell’India
in una trasparente allegoria dei problemi dell’uomo e della società: come nella Tigre viziosa, che apparve nella collana dei Gettoni di Elio Vittorini, o come nel Venerabile orango, anch’esso ospite di una collana
sperimentale, quella mondadoriana del Tornasole. Ultimo volume di questa originale trilogia sarà L’elefante solitario; ma proprio la costante presenza, in questa narrativa, dell’interrogativo morale, il gusto critico e analitico che non manca mai nella pagina di Antonielli mi pare renda alla fine particolarmente apprezzabili quei luoghi dove, come già si tentava nel Campo 29, l’io autobiografico non si nasconde se non per la scelta di un nome, e la narrazione (penso a Oppure, niente, penultimo dei romanzi di Antonielli: 1971), identificandosi con il quotidiano resoconto di una vita quotidiana, questo appunto ci racconta: del come si interroghi e continuamente affronti l’esistenza chi voglia coltivarne una dimensione di montaliana «decenza» e non perdervi – come cercava Venturi – l’umana dignità.



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