Il campo 29

Sergio Antonielli

Nota dell’autore

Questo libro uscì a Milano nel febbraio del 1949 in un’edizione di mille copie: Edizioni europee. Scritto d’un fiato, come si suol dire, nel 1947, aveva avuto ancora inedito una segnalazione al premio Libera Stampa di Lugano. Pubblicato, ricevette un premio Bagutta del reduce nel 1950. Due anni dopo,una seconda edizione: altre mille copie.
Prima e seconda edizione portavano all’inizio un’«avvertenza», nella quale mi adoperavo a chiarire che quanto avevo scritto era più un romanzo che un diario. Un certo valore documentario, indubbiamente, vi si poteva riconoscere. Nell’insieme, però, mi sembrava di essermi posto, rispetto alla realtà narrata, in una posizione di traduttore. Non riproduzione diaristica, quindi, o documento puro e semplice, o romanzo in senso tradizionale, bensì qualcosa d’intermedio: una sorta di traduzione della realtà. Il qualcosa d’intermedio mi pareva doveroso escogitarlo perché in quegli anni, mentre da un lato si chiedeva dell’antiletteratura, e in effetti veniva affermandosi una narrativa che pareva all’opposto della «letteratura» praticata e teorizzata prima della guerra, da un altro si seguitava quasi tutti a nutrire una pervicace diffidenza per i documenti. Era documento la letteratura d’infimo grado, la preletteratura, l’opera scritta nel «linguaggio dell’ordinaria amministrazione», il libro che tradisse il peso dei propri contenuti o un troppo stretto legame con i casi personali dell’autore. Si proclamavano finiti i tempi dell’ermetismo, della letteratura calligrafica, e non senza contraddizione si manteneva il sospetto su quanto sembrasse letterariamente poco elaborato. I casi personali, se proprio si voleva, potevano essere trasformati in diario. Ma il diario non era male che fosse ancora inteso in senso letterario, in relazione a un genere, a una forma, a una specifica letteratura in cui si palesasse il segno dello scritto contro il detto, dell’espresso contro il comunicato. Non ce lo aveva forse mostrato Gide, come si fa un diario? Ora io che non pretendevo di avere compiuto un’opera di letteratura, che avevo scritto per bisogno, proprio perché non avevo potuto farne a meno, e che pure sapevo di non avere fatto né un diario, né un romanzo, e neppure un documento, perché se avessi scelto la via del documento mi sarei comportato in tutt’altro modo, e per esempio avrei riferito me stesso e i miei compagni alla precisa responsabilità di certe parole, azioni, cognomi e nomi, ora io mi sentivo alquanto scosso e confuso. Che genere di libro avevo scritto? Non era forse perché credevo anch’io alle colpe estetiche dell’autobiografismo, che avevo fatto ricorso alla terza persona? Non era forse per l’ambizione di arrivare al romanzo che avevo mescolato le carte dei miei quasi personaggi, attribuito a Tizio quello che era di Caio, rivelato e taciuto, deformato e inventato? E d’altra parte, potevo negare che quello che avevo scritto restava, nonostante le alterazioni, un documento abbastanza fedele di una controllabile esperienza? Neanche a farlo apposta, di un compagno, Diego, il tenente che scriveva le poesie, avevo mantenuto inalterato il nome.

Bene dunque l’impegno, il realismo, il «coraggio di osservazione», e male la prosa nel senso non stilistico del termine. Male inoltre illudersi che l’eccezionalità del vissuto garantisca o giustifichi il risultato. Di avere una storia degna di essere raccontata lo avevano creduto tutti durante la guerra. Ma un conto è la vita e un conto è la letteratura. Al momento di scrivere, bisogna convincersi che la «prosa» dei discorsi reali e quotidiani non basta. Ci vuole qualcosa d’altro. Che cosa? Forse la «poesia» o la «letteratura» di prima della guerra? Io non ero affatto sicuro di quello che avevo scritto. Ogni dieci giorni mi dicevo che dovevo riscrivere tutto, da capo. Eppure i rimproveri e le esortazioni alla letteratura non mi riuscivano persuasivi. Sentivo confusamente che il problema era un altro, da affrontare su un terreno diverso. In breve: con la parola traduzione, senza rendermene conto, tentavo di indicare in primo luogo a me stesso quel nuovo punto di equilibrio fra vissuto e raccontato che veniva caratterizzando la narrativa del neorealismo. Ero stato neorealista spontaneamente, tutto qui. Avevo dato una risposta, per dirla col Gadda, alle convergenti cause, o meglio causali del neorealismo. Per questo gli equivoci, i dubbi, i pentimenti, e per questo gli scompensi fra prosa banale ed eccitazioni liricheggianti, fra il rispetto del come erano andate le cose e la necessità di dominarle estraendo da esse un senso e una forma. Il punto non era che tutti o quasi, compresi gli analfabeti, si sentivano autorizzati a diventare scrittori. Il punto era che a quel grado di turbamento davanti al reale non si era mai arrivati. Lasciamo anche stare la bomba atomica. La partecipazione di massa al dolore fisico e morale, alla precarietà della vita, agli imperativi della sopravvivenza quotidiana, alle innumerevoli umiliazioni, era sembrata di proporzioni mostruose perfino a un popolo come il nostro, educato per secoli ad arrangiarsi e a tirare a campare, cioè a scampare, a salvarsi: costretto a considerare sinonimi il campare e il vivere.
Scrivere di questo dolore non in generale, ma portando ciascuno il contributo della propria particolare esperienza, significava offrire la testimonianza che gli scampati da analoghe prove desideravano per aiutarsi a superare il turbamento provato. Era come un parlare fra naufraghi del comune accidente. In questo senso, una letteratura che avesse trovato il tono giusto avrebbe ritrovato anche le radici sociali della letteratura, le ragioni profonde del mettersi a scrivere. Il rito era quello antichissimo del parlare delle comuni sventure per congedarsi dal passato e puntare all’avvenire.

Oggi il vero limite del libro direi che è da rilevare rispetto al tono giusto di cui sopra: non dalla parte del documento, bensì da quella del romanzo. Sarei dovuto andare più a fondo nel senso del documento, in primo luogo rinunciando alla formula della terza persona e raccontando in prima, con piena responsabilità, i casi miei e degli altri. Invece inventai un Massimo Venturi che è rimasto a mezza strada e trattai le occasioni umane dei miei quasi personaggi in modo confuso, non solo, come dicevo, mescolando le carte, ma anche dando per vero l’immaginato, esagerando un particolare e annullandone un altro, procedendo per certi aspetti come si fa con le caricature, che un naso un po’ lungo lo si fa diventare lunghissimo e una bocca un po’ piccola la si fa sparire. Non pensavo al Marino e al Seicento come il Venturi: scrivevo la mia tesi di laurea sul Pascoli e ancora non capisco perché mi vergognassi di dirlo. Così fra le occasioni o i precedenti reali del personaggio che si chiama Angelica non esisteva nessun interesse per il Prati. Esisteva semmai per Proust, o Thomas Mann, o altri nomi di quelle sterminate letture che solo noi prigionieri potevamo fare e che erano fra i pochi beni in cui potessimo convertire il male della prigionia. Così tanti altri particolari e più che particolari. La preoccupazione di cadere nell’autobiografismo operava dentro di me, insieme al pregiudizio del romanzo, e credevo di dover accennare almeno a un’ombra di trama per dare un ordine a cose che non ne avevano alcuno.
Le giustificazioni, come sempre, non mancano. La prima è che non per niente mi stavo comportando come un neorealista spontaneo. Tipico del neorealismo nella sua accezione vulgata è infatti l’equivoco fra vecchia e nuova letteratura, fra narrativa sollecitata da nuove ragioni etiche e politiche, da una parte, e nostalgia del romanzo addirittura ottocentesco, dall’altro. Restare a mezza strada era inerente al partecipare al fenomeno. La seconda, più importante, è che pari al bisogno di scrivere provavo quello di prendere certe distanze dalla mia stessa materia, in quanto lo scrivere mi si poneva come «atto conclusivo» della vicenda patita. Vittorio Sereni, che ebbe la bontà di recensirmi (La Rassegna d’Italia, ottobre 1949; poi in Letture preliminari, Padova, Liriana, 1973), colse bene questo aspetto del libro e lo mise in relazione col fatto che il documento aveva preso il passo sul racconto. Proprio così: il fine a cui tendevo scrivendo era la parola fine, in tutti i sensi. La terza persona poteva essere un’escogitazione ingenua, ma era anche in negativo la dimostrazione che stavo affrontando l’ultima difficoltà di una complessiva vicenda. Comunque, le giustificazioni non servono a niente. Quello che voglio dire è che oggi l’aggettivo documentario mi sembra una lode. Il neorealismo dei vecchiotti romanzi riverniciati a nuovo è scomparso, con tutti gli equivoci che lo accompagnarono: primo fra i quali il populismo di bassa lega. Quello che resta è lo sforzo di penetrazione della realtà, che allora si ebbe; l’essersi trovati in molti nell’impresa di dire, tentare di dire quello che si era visto e provato. Se non proprio la verità, certo qualcosa di contrario alla menzogna. Se poi alla famosa verità non si è stati capaci di giungere, vengano pure i rimproveri. Fosse facile.
Ma forse feci bene a non scrivere in prima persona. Chissà che pasticcio. Questo per dire che mentre sono convinto che il libro andrebbe riscritto, ancora oggi sono in dubbio sugli eventuali criteri. A parte le virgole, le frasi sgangherate, le pagine superflue, la forza di riscriverlo avrei dovuto trovarla allora, venticinque anni fa. Avrei potuto operare su una materia ancora trattabile. Ma allora avevo bisogno di considerare finito tutto, proprio tutto. Guardavo al futuro. Non potevo non pensare con ripugnanza alla materia da cui mi ero psicologicamente liberato. Si scrive «per scrollare un peso / e passare al seguente». Premeva il ritorno alla vita, la partecipazione ai nuovi modi di convivenza, che parevano possibili prima del 18 aprile 1948. Così non corressi nulla e lasciai il libro allo stadio della prima stesura. E così resti. Si aggiunga testimonianza a testimonianza.

La prigionia che ebbi la sorte di subire fu estremamente diversa da quella che è stata resa nota, da tante altre testimonianze, in altre mani e in altre parti del mondo. Sofferenze di tutt’altro tipo. Il clima di Yol, la località in cui circa diecimila ufficiali italiani furono concentrati in quattro campi, si poteva considerare fra i migliori dell’India. Quanto meno, non era stato scelto per sterminarci. Eravamo nel Punjab, distretto di Kangra, nei pressi di Dharamsala, ai piedi del sistema himalayano del Dhola Dhar. A circa mille e duecento metri di quota – le vette passavano i cinquemila – avevamo inverni con tanto di neve, anche troppa per le baracche di legno in cui dormivamo. Da marzo a giugno, però, faceva assai caldo e da giugno a settembre la stagione delle piogge ci procurava non pochi disturbi. L’alimentazione poteva essere sufficiente in linea teorica, ma in pratica e alle lunghe dava luogo ai sintomi della denutrizione. Il male maggiore finì per essere la prigionia in sé, la febbre del filo spinato, come dicevano gli inglesi, aggravato dalla durata. Osservai che in quelle condizioni un uomo poteva dirsi «normale» per circa tre anni; dopo, s’incominciava a impazzire.
Gli inglesi ci trattavano con pedagogico e severo distacco. Non perdevano l’occasione per impartirci lezioncine di civiltà e per farci capire che fra loro e noi le distanze erano incolmabili. Per molte incombenze si servivano di ufficiali maltesi che provavano l’ebbrezza, nei nostri confronti, di una particolare superiorità. L’India, infatti, in cui eravamo capitati era ancora l’India inglese e conservava qualcosa di kiplinghiano. Si vedevano i Sikhs, si vedevano i Gurkhas, i serpenti e le scimmie, e si era esposti a una quantità di suggestioni, fra le quali può essere istruttivo accennare alla seguente. In cima a tutto, al vertice dell’umanità, si trova l’Englishman, l’inglese autentico. Un gradino al di sotto, il suddito in più largo senso di sua maestà: l’uomo bianco dell’impero, il Britishman. Poi viene il bianco di tipo nordico-germanico, fair. Appresso il bianco di tipo latino. Infine l’uomo di colore. Per innumerevoli segni recepibili dalla stampa, dalle occhiate, dall’atmosfera stessa in cui eravamo immersi, noi italiani finivamo per capire che il nostro posto era in fondo alla gamma dei gesticolanti latini, al punto di contatto con la gente di colore. I penultimi del mondo. Giusta punizione, per chi avesse creduto ai miti della razza. Ma fra noi ce n’erano pochi. Ora gli ufficiali maltesi, alla nostra presenza, tradivano un po’ troppo la loro soddisfazione di trovarsi in alto. E col tempo questa imperiale atmosfera finì per esserci di peso, anche perché dovevamo riconoscere che dagli inglesi avevamo non poco da imparare. Le nostre maniere non rendevano sempre l’idea della raffinatezza. Ma sono cose vecchie, dell’era preatomica.
Il tedio reclusorio, il sentimento acuto della nostra impotenza e inutilità si fecero insopportabili quando ci ritrovammo, nel ’44, prigionieri di noi stessi. L’Italia era divenuta cobelligerante degli alleati, coloro che si erano dichiarati fascisti erano stati trasferiti in un campo, il 25, e noi degli altri tre campi, «collaboratori», come avevamo accettato di essere chiamati (più i «non collaboratori», però non fascisti, minoranza intermedia), stavamo lì nella snervante attesa di una convocazione all’Intelligence Office. Volevamo tornare a combattere, fosse pure nel Burma contro i giapponesi. Invece solo pochissimi furono i prescelti: gli ufficiali di marina dei mezzi d’assalto, quattro persone se non erro, e circa duecento prigionieri semplici, magari disposti a suonare nelle orchestrine. Gli inglesi dirigevano sempre il tutto, ma per qualche servizio si valevano dei comandi italiani di ala e di campo. Niente più sentinelle. All’onore della guardia ai cancelli erano saliti i carabinieri.
Vivevamo in astratto, legati al mondo dai comunicati di Radio Delhi, dal Times of India, da qualche settimanale illustrato. La prigionia era diventata una specie di condizione esistenziale, una prigionia allo stato puro. Forse vivi, forse morti, stavamo lì, nel limbo, ad aspettare che il solito tempo passasse. Prima ci eravamo dati da fare con gli sport, con i libri. Chi studiava l’inglese, chi giocava a bridge, o a tennis, chi se ne andava alle consentite passeggiate. Adesso sui campi da tennis, che erano costati tanta fatica, si coltivavano i pomodori per via delle vitamine. Nonostante le quali, ognuno sperimentava su di sé il concetto di deperimento fisico. L’ordine militare, in cui dovevamo ancora sentirci inclusi, ci si mostrava come dall’esterno di una grottesca, statica immagine di se medesimo. Nel deserto delle giornate tutte uguali prendevano a spuntare le idee fisse, germogli della pazzia. L’idea fissa per eccellenza era la donna.

Questo aspetto puro della prigionia mi parve il tema da scegliere come fondamentale del mio racconto. Era in fondo quello del progressivo disfacimento dell’uomo sottratto alla normalità dei rapporti sociali, sbalzato via da ciò che s’intende, secondo cultura, con la parola vita. Di conseguenza diedi al libro il titolo di Il campo 29. I campi infatti erano quattro: 25, 26, 27 e 28. Il 29 non c’era. Esisteva solo nel gergo dei prigionieri, i quali quando uno moriva solevano dire: è andato al 29. Inoltre l’ultimo periodo era quello che aveva accentuato le differenze fra noi «collaboratori», o «badogliani», come anche qualcuno diceva, e i fascisti. Costoro si erano mantenuti un nemico da detestare: contro il quale, sembra un paradosso, resistere. Sempre visibile, sempre più forte, avevano davanti la «perfida Albione»; e chissà che questo fantasma non li abbia aiutati a campare. Ma noi, prigionieri di noi stessi, con chi ce la prendevamo? Con i carabinieri che avevano sostituito gli inglesi ai cancelli? Che poi gli alleati si guardassero bene dal ridarci le armi, malridotti e malfidi come dovevamo apparire, era anche comprensibile.
Accentuando il tema della prigionia astratta mi pareva di seguire un criterio di obiettività, se non altro di adesione alle sorti della maggioranza. I fascisti, a un certo punto, uscivano di scena, come in effetti avvenne, mentre era facile immaginarli alle prese con la loro idea fissa particolare. Al tempo stesso, però, dovevo regolarmi con alcune inevitabili conseguenze, prima delle quali il passaggio sullo sfondo di un altro tema importante, vale a dire il tema della passione politica. Il 25 luglio diede luogo a una serie di ripercussioni fra i prigionieri: le divisioni preesistenti si fecero drammatiche, si ebbero scontri ed episodi di violenza, discussioni infinite, scene penose e scene comiche. Trattare questa materia sarebbe stato inserire un racconto nel racconto, o rendere il tutto saggisticamente sproporzionato, o sovrapporre un altro punto di vista al prescelto. D’altra parte, non era questo che rendeva eccezionale l’esperienza della prigionia; e non a caso mi ero messo a scrivere della prigionia e non della guerra, quando avrei avuto tante altre cose da raccontare. La guerra e la politica appartenevano ai vivi. Noi non eravamo né vivi né morti, compresi i fascisti, quantunque per illuderci ci agitassimo e ci tormentassimo oltre i limiti della sempre più scarsa resistenza nervosa. D’altra parte ancora, è realistico dire che la passione politica, statisticamente, non prese rilievo sulle altre e sul complessivo sentirci miserabili e disgraziati. Ognuno cercava di orientarsi, faceva le sue scelte, ma il peccato originale restava quello di essere nati italiani, con una parte assai difficile da recitare agli occhi del mondo. Gli inglesi non ci capivano: fascisti o badogliani, sporca gente tutti e due. Prendevano doverosi, burocratici provvedimenti, come quello di dividerci e di chiederci se intendessimo metterci a disposizione di sua maestà Giorgio vi. Ma non per questo riuscivamo a capirci: questi italiani, tutti un po’ matti, tutti un po’ artisti, pessimi soldati. Cominciarono a sospettare qualcosa di profondo solo verso la fine, quando la stampa non poté fare a meno di dare un minimo di spazio alla guerra partigiana. Era venuto il momento del riscatto. Ma il modo di farci partecipare al sospirato momento non si trovò. Continuammo a restare esclusi dal mondo dei vivi, con una rabbia in più.

Alcuni fascisti se ne erano andati al 25 dicendo che si rifiutavano di collaborare per una questione di dignità, o di fierezza. Disprezzavano la soluzione «opportunistica» di schierarsi dalla parte del detentore. Ma il fatto è che questo detentore continuavano a considerarlo, oltre che antipatico, militarmente e politicamente nemico. Altri erano stati mandati al 25 per equivoco. All’improvviso, si era dovuto stare attenti a come si parlava, in senso contrario, apparentemente, a quello di prima. Una frase contro il re, o contro Badoglio, o su come la guerra veniva condotta in Italia, poteva costare la lista di trasferimento. Lo zelo delatorio fiorisce in certi casi e gli smaniosi di rifarsi una verginità non mancano mai. Però è anche vero che il gusto di fare la spia ai superiori, e di compilare vendicative «liste nere» per quando si sarebbe tornati, erano stati proprio loro, i fascisti, a esercitarlo per primi nei campi. In ogni modo, nessun dubbio che la maggior parte di quelli che finirono al campo 25 erano fascisti e basta. Fantasticavano di tradimenti e di armi segrete. Odiavano. Ci gridavano: «Vi impiccheremo tutti ai lampioni delle nostre belle città!». Quell’aggettivo «belle», quel relitto di nazionalistico estetismo lo ricordo per la stonata pena che mi fece.
Ma questi erano i fascisti dichiarati. Il discorso da fare, piuttosto, sarebbe quello sui fascisti non dichiarati che rimasero fra noi. I più appariscenti furono coloro che rovesciarono la medaglia e si mostrarono pronti agli eccessi di zelo. Riconoscerli era assai facile: per lo più di osservanza monarchica, intolleranti delle opinioni altrui, avevano ritrovato, dall’altra parte, l’incrollabile fede nella vittoria. I veri criptofascisti, invece, furono abilissimi. Sparirono nel numero. Parlavano d’altro o erano quasi d’accordo qualsiasi cosa si dicesse. Mostrarono cauta indifferenza alle notizie sul referendum istituzionale. Ragionare di loro sarebbe come tentare una storia di successivi decenni. Nessuno poteva immaginare che fra i loro simili si sarebbero affermati i gestori antidemocratici della democrazia, i travestiti e pazienti allevatori del neofascismo. Rispetto a un fascismo elevato a modello, certe distanze le avevano prese, certe modificazioni le avevano realmente subite. Al momento, li vedemmo sparire nella massa dei disgraziati che tutti eravamo. Sopravvivere, rimpatriare, questo era il problema. Si sentiva che il pericolo non era finito, che più che dai fascisti dichiarati dovevamo guardarci dal fascismo sottile e serpentino che si mimetizzava fra noi, ma questo pericolo era difficile individuarlo e localizzarlo. Ne presi coscienza a rimpatrio avvenuto, quando potei constatare che tutto sommato i prigionieri avevano avuto un processo di maturazione politica superiore a quello di molti rimasti in patria. La prima, sconfortante impressione che ebbi al ritorno, nel sentire i discorsi della gente sui treni, sui tram, per le strade, fu che era cambiato assai meno di quanto ci aspettassimo.

Un cenno a parte credo che meriti un’altra specie di umanità italiana. Circolavano fra noi alcuni individui, chiamati mercanti, i quali avevano stabilito avvilenti contatti con gli indiani fuori dei reticolati e trafficavano in ogni cosa, compravano e rivendevano, prendevano insulti e accumulavano. Come abbiano fatto a riportarsi in Italia le rupie accumulate, non si sa. Infaticabili, riuscivano a cavare soldi dagli stracci, anzi dal nulla, speculando inoltre sul cambio clandestino fra «rupia-campo», cioè il pezzo di carta che ci veniva dato, e «rupia-buona», ossia la moneta indiana che fuori dei campi aveva corso legale. Delle nostre spettanze militari, rapportate allo stipendio del grado riconosciuto, quello che avanzava rispetto a una quota di base per il vitto e l’alloggio, se così si può dire, ci veniva in parte accreditato su un libretto, in parte consegnato sotto forma di buoni, le «rupie-campo», in minuscole rate settimanali. A un sottotenente non avanzava quasi nulla perché la quota di base era stata calcolata per l’appunto sull’ammontare del suo intero stipendio. Più si era elevati in grado, assai più si prendeva. Mentre un colonnello qualcosa da spendere lo aveva sempre, un sottotenente più in là del sapone, il dentifricio, una tazza di tè, settanta sigarette la settimana (non sempre in arrivo), non poteva andare. Non mancarono gli episodi di solidarietà e di generosità. Chi aveva, in questa o quella forma dette a chi non aveva. Ma in questi spazi fra sotto-tenenza dei sottotenenti, i più numerosi, e cartacea opulenza dei colonnelli, fra prigionieri e indiani, corso legale e corso illegale della rupia, i mercanti trovarono il modo di esercitare la loro vocazione. L’opinione comune che in proposito si formò fu analoga a quella che poi registrammo diffusa intorno ai borsari neri: brutta gente, tuttavia utile. Ci voleva pure qualcuno che rendesse reperibili, seppure ad alto prezzo, gli elementari mezzi della sopravvivenza, che riattivasse un minimo di vita economica. Anch’io pagai il mio tributo a questa opinione comune. Tuttavia non riuscii mai a condividerla per intero, tanto mi parvero chiari nell’opera dei mercanti i segni della speculazione sulle disgrazie altrui. Ci voleva davvero la faccia di bronzo. Forse non si può dire che mercanti e borsaneristi siano stati gli antesignani degli «operatori economici» destinati al successo negli anni seguenti. Però mi sembra che sulle origini della fragile economia culminata nel boom, quella degli alti profitti e dei brevi termini d’investimento, con relativa etica del successo comunque conseguito, ci sia ancora non poco da riflettere. Qualcuno di questi signori sarebbe diventato commendatore. Qualcun altro, partito con un paio di camion ereditati dagli americani, sarebbe diventato banchiere o finanziere in grande.

Quel poco d’interessante, nel senso della veritiera osservazione, che si può ancora trovare nel libro, non è tutto merito mio. L’osservazione mi fu agevolata dal fatto che ai campi di Yol arrivai nel gruppetto degli ultimi, insieme a pochi altri catturati a El Alamein. Lì trovammo prigionieri con già un anno, due, fino a più di due e mezzo di anzianità e questa differenza, obbligando a un particolare punto di vista, costituiva di per sé una specie di osservatorio. In Africa ero arrivato nell’estate del ’42 con un battaglione della divisione Friuli, passato alla Pavia e inserito a El Alamein nel raggruppamento Ruspoli della Folgore. Captured due giorni dopo l’inizio della battaglia, ero stato in Egitto, ad Alessandria e a Geneifa, vicino a Suez; dopodiché avevo fatto in tempo a prendere l’ultima nave per l’India, più di venti giorni di mare, ed ero stato circa due mesi in un primo campo a Dehradun. I compagni che trovai a Yol, provenienti da vari fronti e da vari momenti della guerra, avevano fatto altre tappe e altri percorsi: i loro campi indiani erano stati quelli di Ahmednagar, Ramgarh, Bhopal e Bangalore. La loro anzianità di prigionia incuteva rispetto: avevano già una storia specifica, con un passato già elaborato dalla memoria.
Rimpatriai nell’agosto del ’46, con tante cose da raccontare, che avrei raccontato solo in parte, e fra l’altro col rammarico di avere conosciuto poco gli indiani. I nostri interlocutori, diciamo così, erano stati gli inglesi. Con i contadini e i pastori indiani che ci stavano intorno avevamo avuto solo fugaci contatti, resi difficili da un preciso divieto, dalla loro fondamentale diffidenza e da tante altre ragioni, non ultima delle quali il traffico degradante, sostanzialmente coloniale, che con gli indigeni più corruttibili avevano instaurato i mercanti e i loro simili. Da questo traffico la maggioranza dei prigionieri si tenne lontana. Dell’India riportai più che altro un’immagine indiretta, un risultato di partecipazione fisica a un clima, l’impressione di avere assistito a un solenne spettacolo, allestito con i rottami di una civiltà scomparsa sullo scenario di una maestosa natura.
Ho detto del bisogno che provai, scrivendo, di giungere in tutti i sensi alla parola fine. Concludere. Dimenticare anche, se possibile. Oggi sono lieto di quello che non ho dimenticato. Solo oggi, per esempio, riesco a capire quanto sia stata importante per molti di noi la riscoperta del valore profondo di alcuni atti elementari, mangiare, dormire, ripararsi dal sole o dalla pioggia, oppure di certe parole desemantizzate dall’uso, come libertà, coraggio, amicizia. Dico libertà nel senso fisico di entrare o uscire da una tana a piacimento, stare soli o in compagnia, regolarsi la giornata. La guerra guerreggiata è solo un particolare del fenomeno che si chiama guerra. Quello che spaventa, non è tanto il dolore, la fatica, il rischio della vita, la violenza militare in sé, quanto la incalcolabile somma delle reazioni che la guerra scatena, l’idiota groviglio degli effetti, l’abisso di bestialità che ci si spalanca davanti. Nessuno racconterà mai fino a che punto l’uomo possa diventare bestia, per la semplice ragione che un punto finale non c’è. L’abbrutimento è un processo all’infinito. Ebbene ognuno di noi combattenti e prigionieri poté provare per contrasto l’emozione di riscoprirsi uomo, non vergognarsi di esserlo, per l’obiettiva grandezza che si svelava in certi momenti di reciproco aiuto, solidarietà, generosità, razionale vittoria sul vile e sul meschino. So di non essere riuscito a renderne neanche l’ombra, ma i miei compagni di quegli anni, ai quali il libro non può non essere dedicato, credo siano d’accordo se dico che da questi momenti ci viene ancora la forza di cui disponiamo.

2 Commenti a “Nota dell’autore”

  1. [...] Nota dell’autore [...]

  2. Armida Tosti-Croce scrive:

    Stavo cercando qualcosa sul campo di Yol o di Ramghar,dato che mio Padre Ing. Gaetano Tosti-Croce Aiuti fu preso prigioniero quando era sul LIUZZi nel mar Mediterraneo…Una lunga storia..

    Purtroppo mio Padre morĂ­ il 6 ottobre 1994 in Cile (Sud America)..

    Ricevette la medaglia d’Argenti al Valore Militare.

    Cari saluti
    Armida

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