Facile da usare

Oreste del Buono

Intervista a Gabriella D’Ina

Gabriella D’Ina è stata una delle più importanti editor italiane. Ha lavorato per numerose case editrici, tra cui Feltrinelli e Bompiani. Oggi continua a vivere a Milano, ha preso un’altra laurea e si occupa di storia della psichiatria.

Qual è il suo ricordo di Oreste del Buono editor?
Ho conosciuto OdB in Bompiani, quando era responsabile dei Tascabili. Ricordo di lui non solo la grande vivacità culturale e mentale (e sarebbe ovvio), ma anche il suo modo di essere. Io ero ancora abbastanza giovane di quel tipo di editoria, lui era già un “mostro sacro”…  Mi colpirono molto l’affabilità che aveva verso i giovani, il fatto che li considerava come interlocutori. Come editor era sopra le righe: estroso, inventivo, stravagante, nemico di ogni burocrazia, allegramente eversivo. Mi ricordo che tenaci segretarie lo inseguivano al grido di “Dottor del Buono, non si nasconda dietro l’armadietto…”, perché non aveva regolarizzato i dati di un traduttore, o le consegne di un testo, o era in ritardo su tutto…

Tra tutti i profili di del Buono, l’OdB scrittore è quello meno ricordato: perché, secondo lei?
E’ un problema che tutti si sono posti… Me lo sono posta anch’io quando, in Feltrinelli, molti anni dopo, cercai di riproporre L’amore senza storie, senza riuscirvi. Credo che alcuni dei suoi romanzi siano più che discreti. E credo ancora che sia giusto rimetterli in circolazione. Negli anni ‘90, per iniziativa della Fondazione Bellonci furono dati in lettura a studenti delle scuole superiori, in varie regioni italiane, romanzi di autori noti e meno noti (I giovani hanno riletto per voi.  40 anni di narrativa italiana, Oscar Mondadori 1991). Tra queste opere c’è anche La parte difficile, di Oreste del Buono, un romanzo pubblicato nel 1947 da Mondadori. Un romanzo legato alla realtà degli anni di guerra, in cui il protagonista, Ulisse, nome non casuale, reduce dai campi di concentramento, sperimenta lo straniamento, l’alienazione, la disperazione. I giovani lettori compresero bene “la modernità” del personaggio, e anche “la parte difficile”: come ricontattare la normalità dell’esistenza. Forse, negli anni della grande notorietà di OdB la sua opera narrativa era offuscata da tutto il resto… Era davvero una testa pensante, nel giornalismo e nell’editoria. Del resto anche la sua attività di traduttore è rimasta un po’ in ombra.

Qual è l’impronta che OdB ha lasciato nel mondo editoriale di oggi?
L’impronta, anche se non sempre gli venne riconosciuta, era di mescolare l’alto e il basso, di inventare raccolte curiose, divertenti, intriganti, con un’idea di fondo. Mi ricordo I racconti della semplice arte del delitto (Feltrinelli 1962), o Il caso Bond (Bompiani 1965), una raccolta di scritti vari, da Eco a Furio Colombo, a Lietta Tornabuoni, o la riedizione di Il Becco giallo. Dinamico di opinione pubblica 1924-1931 (Feltrinelli 1972) e anche Eia, Eia, Eia, Alalà. La stampa italiana sotto il fascismo 1919-1943 (Feltrinelli1971). Ricordo anche la serie di "Mafalda" dell’umorista argentino Joaquín Salvador Lavado, in arte Quino, negli anni ‘70, in quella bella collana Bompiani che era “Amletica leggera”.

Che cosa apprezzerebbe e cosa non tollererebbe di questo mondo oggi?
Apprezzerebbe, secondo me, Internet e la possibilità, per tutti, di accedere, di intrufolarsi, di mescolare le carte, di abbattere barriere… Non apprezzerebbe la mancanza di creatività, la stupidità dilagante… Non basta rimasticare, dove sta l’originalità di pensiero?

Un Commento a “Intervista a Gabriella D’Ina”