Cultura Pop #4

Cultura Pop 4

CON DENTRO:
SABATI E DOMENICHE, VIRA IL DEMONE FEMMINA, NECRONAUTI, MINNIE LA CANDIDA, ISAAC ASIMOV E STANLEY KUBRICK, PIPPO BAUDO, SCORIE NUCLEARI, SCRITTORI E GENITALI, SCENEGGIATURE, MOBILIFICI NEL NORDEST, BORSE MONDIALI, EX FRATI, SANDOKAN, ACCORDI INVENTATI, FRATELLI REGISTI, GUIDO GOZZANO, MICHAEL DOUGLAS, RACCONTI DI LOTTE CIVILI, CAMPI DI PRIGIONIA TIBETANI, KAURISMÄKI, PUBBLICITÀ RICICLATE, OMONIMI OMOLOGHI.

UN RAPPORTO DEL CENSIS SUL MONDO IN CUI

GLI ITALIANI TRASCORRONO LA DOMENICA. IN GENERE, RIMPIANGENDO IL SABATO

Roma, 18 Novembre 2008 La domenica degli italiani si declina al plurale. Il riposo resta un protagonista della giornata, ma tutte le altre attività – dalla gita fuori porta, allo shopping, alla visione della tv – hanno come fulcro lo stare insieme: con la famiglia, con
i parenti, con gli amici. Ma anche un’altra tendenza sta facendo capolino: alla domenica, come in qualsiasi altro giorno della settimana, si lavora. Ad accendere i riflettori sulle domeniche degli italiani è il Censis.
RELAX, AMICI E TV: IL TRITTICO DOMENICALE
Riposo o lavoro domestico al mattino, relazioni con parenti o amici nel pomeriggio, tv la sera: è questo il contenuto di una ordinaria domenica degli italiani. E poco cambia tra inverno ed estate se non che con la bella stagione si va più spesso fuori città e si tira
un po’ più tardi la sera. Abitudini che si registrano anche tra gli adolescenti. Lo sport praticato, come si sa, attira poco gli italiani: le percentuali di connazionali che dedicano il dì di festa all’esercizio fisico oscillano, infatti, tra il 7% (in inverno) al 12% (d’estate). E
«tirano» poco anche i consumi culturali: quelli fuori casa (mostre, teatri…) riguardano il 23% degli italiani (d’estate) e la lettura coinvolge appena il 13,6% (in particolare nel nord-est). leggi tutto »

1963. MAURIZIO COSTANZO SI SPOSA PER LA PRIMA VOLTA.

LA SPOSA È LORI SAMMARTINO, AUTRICE DI LA DOMENICA DEGLI ITALIANI. IL MATRIMONIO DURA POCO

 L’undici gennaio 1963, il giornalista venticinquenne Costanzo sposò nella chiesetta di Isola Farnese (in provincia di Roma) la sua prima moglie: una fotografa di trentasei anni che si chiamava Lori Sammartino. Non si trattò del coronamento di una passione, o del culmine di un amore travolgente. «Direi che il matrimonio mi piaceva come fatto in sé», ricorderà lo sposo molti anni dopo. «[Era un] pretesto per uscire di casa… Lori era contraria al matrimonio per principio: l’aver dovuto faticare per convincerla fu quasi una gara. Mi dicevo: no, te la devi sposà. Però la ragione vera credo fosse proprio il mio infantilismo, il mio amore per la scenografia. C’era, per esempio, la mia curiosità di avere la fede al dito. A me piaceva molto, devo dire, la mano con la fede. Ricordo che guidavo e la guardavo [la fede al dito, NdA] e mi dicevo: “Eh, però…”.» Come lasciavano presagire questi episodi, si trattò di una cerimonia un po’ assurda. leggi tutto »

COSÌ INIZIA ‘UOMINI NELLO SPAZIO’ DI TOM MCCARTHY,

CON TANTO DI DEDICA ED ESERGO

A Jean-Cristophe Roelens

 

Nonostante l’intensità del colore, è la linea il mezzo di espressione
fondamentale nell’opera dei maestri di Bačkovo. Le linee, che seguono
un insieme rigoroso di procedure formali, non si concedono
mai di diventare semplici strumenti dell’espressione del volume,
per suggerire profondità o conferire realismo: piuttosto, contribuiscono
a presentare il mondo che raffigurano come qualcosa di
irreale, piatto e smaterializzato. I maestri di Bačkovo, usando la
prospettiva invertita, e molteplici punti di vista collocati all’interno
del dipinto, creano uno stile continuo che permette loro di rappresentare
vari momenti di una vicenda in un unico pannello. Quanto
alle figure umane, i loro organi di senso sono scoperti e isolati,
mentre rinunciano alle loro funzioni biologiche nell’atto di venire
santificati. I volti, sereni e concentrati, non sono concepiti per creare
un effetto drammatico, ma piuttosto per dare la preminenza alla
nobile sofferenza dei possessori.

 Klárá Jelinkova, Murals of the Bačkovo Ossuary
(tesi di master inedita, avu, Accademia
delle belle arti di Praga 1986, pp.8-9)

 

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IL PRIMO MANIFESTO DELLA NECRONAUTICAL SOCIETY

DI CUI TOM MCCARTHY, AUTORE DI DÉJÀ-VU E UOMINI NELLO SPAZIO, È FONDATORE E PORTAVOCE

Noi, Primo Comitato della International Necronautical Society, dichiariamo quanto segue:

1. Che la morte è un tipo di spazio, ed è nostra intenzione mapparla, entrarvi, colonizzarla, ed infine abitarla.

2. Che non esiste bellezza senza morte, la sua immanenza. Canteremo la bellezza della morte – cioè la bellezza.

3. Ci faremo carico, come nostro compito, di portare la morte nel mondo. Registreremo ogni sua forma e voce: nella letteratura e nell’arte, dove è più evidente; e anche nella scienza e nella cultura, dove giace nascosta, offuscata ma non meno potente. Cercheremo di captare le sue frequenze – alla radio, su internet e ovunque i suoi processi e i suoi avatar siano attivi. Nei gesti di morte quotidiani, non meno importanti: gli incidenti avvenuti o evitati per un soffio; i carri funebri e i negozi dei becchini; le corone floreali per i lutti, i frigoriferi dei macellai e i cestini dell’immondizia. Nei gesti di morte all’interno dei nostri appartamenti, attraverso gli schermi dei televisori, nei cavi elettrici e nelle tubature dei muri, nei nostri sogni. I nostri stessi corpi non sono altro che veicoli che ci trasportano ineluttabilmente verso la morte. Siamo tutti, sempre, e da sempre, necronauti.

 

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STANLEY KUBRICK

(ATTRAVERSO IL SUO ASSISTENTE) INTERVISTA ISAAC ASIMOV A PROPOSITO DELLA POSSIBILITÀ DI VITA (ALIENA) NELLO SPAZIO

SCENA UNO / PRIMA

CARAS Dottor Asimov, crede che ci sia vita su altri pianeti?

ASIMOV Sì! Credo di sì, però bisogna chiarire una cosa. Non mi riferisco ai pianeti del nostro sistema solare. Qui ci sono poche possibilità che ci sia vita. Potrebbe esserci su Marte, ma in questo caso si tratterebbe di forme di vita molto semplici. Se parliamo di forme di vita complesse, intelligenti, che abbiano un’intelligenza se non proprio una forma paragonabile alla nostra, allora ci riferiamo a pianeti di altri sistemi stellari, a pianeti che ruotano intorno ad altri soli.

CARAS Se su un altro pianeta esistesse una forma di vita con una morfologia, una fisionomia diversa dalla nostra, ma fosse dotata di intelligenza e capace di comunicare, la potremmo chiamare «uomo»?

ASIMOV È difficile dire come dovremmo definire la vita su altri pianeti. Finora ci è nota solo una forma di vita intelligente, la nostra, e noi ci definiamo uomini. Pensiamo che i delfini possano avere una certa intelligenza, ma anche se scoprissimo che sono intelligenti come noi, non li chiameremmo «uomini». Dovremmo inventare una parola nuova per indicare in generale le varie specie che hanno in comune un’intelligenza molto sviluppata. Come potremmo chiamarle? Non lo so. Potremmo chiamarle per esempio «essintelli» da «esseri intelligenti». Non è importante dare loro un nome, è il concetto che conta. Prevedo che in futuro, quasi certamente non durante il corso della mia vita, riconosceremo delle somiglianze non solo fra gli uomini ma fra tutti gli esseri intelligenti. Secondo me tutti gli esseri intelligenti avranno un nemico comune, l’ignoranza. L’universo ostile che ci circonda diventerebbe molto bello se un giorno questi «essintelli» si unissero, trovassero un proprio posto nell’universo senza scontrarsi e combattessero insieme contro l’ignoranza. leggi tutto »

LA VIA D’USCITA:

IL MATRIMONIO DI LORNA E IL CINEMA DEI FRATELLI DARDENNE SECONDO I CAHIERS DU CINÉMA

Circolazione, movimento, scambio. Il film si apre su alcune banconote: davanti a uno sportello bancario una giovane donna, con l’accento dell’Europa centrale, deposita una piccola somma, chiede un appuntamento per un prestito. La fluidità è tutta nella circolazione della moneta, nel ritmo degli scambi tra Lorna e il cassiere, nel modo di filmare: un’azione, un’inquadratura. La macchina da presa è mobile, senza nessun effetto di messa in rilievo né di rottura. I personaggi hanno alcune cose da fare e le fanno, il cineasta li filma ed è fatta. «Il» cineasta? I fratelli Dardenne sono due, ma per noi spettatori sono un unico cineasta: uno sguardo, una sensibilità, un’idea del film, ossia del mondo e del modo di filmarlo. Da La promesse, nel 1996, ogni loro film mostra un insieme di scelte di messinscena che si caratterizza per una coerenza inesorabile. In tal proposito, Lorna appare una figura opposta, o meglio simmetrica, a Rosetta. Al dispendio esasperato di energie per la sopravvivenza della giovane donna di nove anni prima corrispondeva la frenesia della macchina da presa sempre alle sue costole; a Lorna, invece, l’immigrata venuta dai Balcani, corrisponde questo modo di rappresentare in cui l’instabilità resta possibile (riprese con macchina a mano), ma in cui gli eventi si susseguono secondo una concatenazione che occorre controllare, e sembra controllabile. leggi tutto »

LA SCENEGGIATURA DELLE PRIME SEQUENZE DI

IL MATRIMONIO DI LORNA DEI FRATELLI DARDENNE

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INTERVISTA A EMANUELE TONON,

AUTORE DI IL NEMICO. ROMANZO ERETICO, DOVE SI PARLA, TRA L’ALTRO, DI GRANDI SCRITTORI CHE CI DICONO COME UTILIZZARE I NOSTRI GENITALI

 

IL NEMICO È UN ROMANZO IN DUE PARTI, COMPOSTO DA DUE RACCONTI LUNGHI, SIMILI A POVEST‘ RUSSI, L’UNO DIPENDENTE DALL’ALTRO. COME È STATO CONCEPITO IL ROMANZO? 

È un romanzo costruito sulle ceneri, nel vero senso della parola, di un altro romanzo. Il primo racconto, Sotto il sole di Lucifero, era compreso in un testo che avevo sottoposto alla lettura di uno scrittore che lo stroncò, e, insieme ad altri «apprezzamenti», lo definì troppo simile a I Fiori di Marco Lodoli, che, ad avviso dello stesso scrittore, non era letteratura (in realtà, quello scrittore, accostando quel testo sicuramente immaturo ad un testo di Lodoli, mi fece un grandissimo complimento). Era compreso nel senso che alcune pagine ne facevano parte, in una narrazione ben più articolata. Io, dopo quella stroncatura categorica, bruciai il manoscritto (ero giovane e sciocco). Conservai, però, parecchi appunti, sparsi nei vari taccuini (non potevo disfarmi dei taccuini, c’erano tante altre cose della mia vita, dentro). La morte di mio padre mi spinse a riprendere in mano quegli appunti, che raccontavano della sua vita di operaio e della sua malattia, per aggiungervi la narrazione della sua morte. Il racconto uscì in una antologia curata dallo stesso scrittore che aveva stroncato il romanzo scritto alla reception di un albergo dove facevo il portiere di notte. Mi venne allora l’idea di lavorare a un romanzo trinitario. Tre scene, una per ogni Persona della Trinità cattolica: Il Padre, Il Figlio, Lo Spirito Santo. Il Padre è, nel libro che mi pubblicherete, Sotto il Sole di Lucifero, dove è narrata, appunto, la storia di un padre. Il Figlio è Il Nemico, la seconda parte del romanzo, dove è narrata la storia di un figlio d’aria, di un figlio desiderato fino alla distruzione di sé. Quando mi sono messo a scrivere quello che doveva essere Lo Spirito Santo, mi sono accorto che ci sarebbe stata una sproporzione. Non riuscivo a contenerlo, e non ci riesco nemmeno ora. Allora ho deciso di chiudere questo primo libro in questa dualità, per proseguire in un romanzo a se stante Lo Spirito Santo (dandomi fiducia, una fiducia assolutamente personale. Non ho mai pensato a uno sbocco editoriale, dopo la stroncatura, ho continuato a scrivere per necessità pura, al di fuori di qualunque riconoscimento). Qui sto cercando di convogliare tutte le tematiche accennate nei primi due racconti lunghi, quasi per emanazione, appunto come lo Spirito Santo, che è l’emanazione del Padre e del Figlio, come il loro soffio, il loro fiato, la loro pericoresi. leggi tutto »

L’INCIPIT DI ‘IL NEMICO’

DI EMANUELE TONON

Arrivava zampettando, senza accorgersi nemmeno di essere vivo, arrivava tutto sbregato, tagliato dappertutto – le cicatrici partivano dallo stinco destro e salivano, aprendosi maestosamente come una piazza, sul petto, poi si ricongiungevano e, attraverso lo svuotamento sottomandibolare, andavano a raggiungere l’orecchio sinistro mozzato per via di un basalioma –, arrivava a raccontarmi il suo mondo con parole piccole, parole quasi inudibili, incespicando cadeva in terra, si sbregava ulteriormente, potava i fiori, concimava il suo piccolissimo giardino, faceva crescere una vita mentre stava morendo, piantava gelsomini, lui che era proprio una piccola anima di gelsomino, faceva crescere rose, faceva i conti del mese con una calcolatrice pagata tre euro al Mercatone, percepiva seicentoventitré euro il mese di pensione, spingeva i tasti della calcolatrice uno a uno, con l’indice destro, era vivo e stava morendo pianissimo. leggi tutto »

UN’INTERVISTA A TIM THORNTO

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UNA CANZONE (TESTO+TABS) DELLA BAND

(INVENTATA DA TIM THORNTON) THE THIEVING MAGPIES

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UNA (FINTA) INTERVISTA AI THIEVING MAGPIES

A pochi metri da me, i due componenti dei Brain sono silenziosi, in attesa di salire sul palco della Brixton Academy davanti a un pubblico di migliaia di giovani indie rockers. Dopo di loro sarà il turno dei Birdland, una band che qualsiasi purista di rock definirebbe un «combo di psicopatici», famosi per esibizioni rumoriste al fulmicotone con sfascio di strumenti nel gran finale. Ma la serata di stasera non è un festival dedicato alle voci estreme dell’indie rock, anche se gli headliner sono stati salutati dalla critica specializzata come i nuovi araldi del genere dopo l’uscita dell’album d’esordio, Shoot the Fish. Mi riferisco ovviamente ai Thieving Magpies, capitanati dall’istrionico e irriverente frontman Lance Webster, assurto a icona amata/odiata da migliaia di fans in tutta l’Inghilterra. Manca meno di un’ora al loro show, così ho tempo di scambiare due parole con la band al completo. Seduti su un divanetto rococò sgualcito e con vistose macchie di birra (speriamo sia proprio birra) lasciate probabilmente da qualche altra rockstar, i quattro musicisti di Reading sembrano piuttosto rilassati nonostante il clamore e le aspettative suscitati dopo il tanto osannato debutto, e il pubblico che li acclama a gran voce nell’auditorium lo dimostra in modo inequivocabile. leggi tutto »

UN OTTIMO GIORNO PER FARE SOLDI:

L’ATTUALE TRACOLLO FINANZIARIO IN UN ARTICOLO DEL GUARDIAN FIRMATO SETH FREEDMAN, AUTORE DI LA GRANDE BALDORIA

Quando il primo aereo ha colpito il World Trade Center l’11 settembre 2001, la notizia ha causato solamente un leggero scompiglio nella nostra trading room. Quando è stata colpita la seconda torre, è scoppiato il pandemonio. leggi tutto »

PREFAZIONE DI SALVATORE BRAGANTINI A

CAPITALISMO TOTALE (ISBN, 2008), UN LIBRO ANCORA DECISAMENTE ATTUALE

Questo di Jean Peyrelevade è un libro scritto da uno che sa come funziona il capitalismo finanziario di oggi, ne vede i limiti gravi e tenta di trovare una via di uscita alle contraddizioni che esso porta con sé, conseguenza potenzialmente esplosiva del grande arricchimento che esso promette ai suoi clienti, e che nel lungo periodo ha saputo effettivamente fornire loro. Peyrelevade disegna in pochi tratti un quadro potente, e preoccupante, nel quale tenta di colmare quel grande vuoto che ormai si è creato fra i fatti e i concetti di economia e finanza da un lato, e la riflessione degli intellettuali dall’altro. leggi tutto »

UNA MAIL DI JOHN D’AGATA,

AUTORE DI UNA MONTAGNA, SU UNA DICHIARAZIONE DI OBAMA CHE PER UN MOMENTO HA FATTO TEMERE CHE IL LIBRO FOSSE SCADUTO, MA NON È COSÌ

Quando ho sentito Obama promettere che avrebbe chiuso il progetto Yucca Mountain mi sono un preoccupato, ovviamente. Comunque, dopo avere indagato un po’ su ciò che sta accadendo veramente, posso dire che ora sono sicuro che il progetto rimarrà attivo a lungo.
Il presidente Obama ha solo promesso di «ridimensionare sensibilmente il progetto Yucca Mountain» (come riportato in un articolo del Las Vegas Review-Journal del 14 marzo 2009). La vaghezza della dichiarazione è evidente: e il motivo, credo, è che la Commissione statunitense per lo sviluppo del nucleare ha già avviato il processo di autorizzazione a procedere con la Yucca Mountain. In altre parole, nonostante la dichiarazione di Obama, il progetto è ancora in corso.
Inoltre, il capogruppo di maggioranza al Senato degli Stati Uniti, Harry Reid, ha presentato una proposta che prevede un comitato composto da nove persone con il compito di trovare un’alternativa a Yucca. Il testo non è ancora stato approvato. Ma se anche venisse approvato, il comitato avrebbe due anni di tempo per trovare possibili alternative al progetto (e se il Senato si dovesse muovere direttamente per bloccare il progetto, questo allungherebbe ancora i tempi della soluzione). leggi tutto »

LA NOTA DELL’AUTORE ALL’EDIZIONE DEL 1976 DI

IL CAMPO 29 DI SERGIO ANTONELLI

La prigionia che ebbi la sorte di subire fu estremamente diversa da quella che è stata resa nota, da tante altre testimonianze, in altre mani e in altre parti del mondo. Sofferenze di tutt’altro tipo. Il clima di Yol, la località in cui circa diecimila ufficiali italiani furono concentrati in quattro campi, si poteva considerare fra i migliori dell’India. Quanto meno, non era Stato scelto per sterminarci. Eravamo nel Punjab, ai piedi del sistema himalayano del Dhola Dhar. A circa mille e duecento metri di quota – le vette passavano i cinquemila – avevamo inverni con tanto di neve, anche troppa per le baracche di legno in cui dormivamo. Da marzo a giugno, però, faceva assai caldo e da giugno a settembre la stagione delle piogge ci procurava non pochi disturbi. L’alimentazione poteva essere sufficiente in linea teorica, ma in pratica e alle lunghe dava luogo ai sintomi della denutrizione. Il male maggiore finì per essere la prigionia in sé, la febbre del filo spinato, come dicevano gli inglesi, aggravato dalla durata. Osservai che in quelle condizioni un uomo poteva dirsi «normale» per circa tre anni; dopo, s’incominciava a impazzire. leggi tutto »

SANDOKAN

 

Kabir Bedi è SANDOKAN
Da bambino Sandokan assistette allo sterminio della sua famiglia da parte di mercenari assoldati dagli Inglesi e da quel momento dedicò la sua vita alla Malesia. Grazie alla sua forza e al suo carisma il nome di Sandokan è divenuto leggenda. I suoi seguaci, i tigrotti, darebbero la vita per lui e la “tigre della Malesia” li ricambia guidandoli in imprese sempre più gloriose. Spietato nei confronti dei nemici, Sandokan ha rispetto per gli avversari che si battono con onore. È generoso con gli amici e scoprirà di essere un innamorato attento e premuroso.

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INTERVISTA REALIZZATA DA A. LENZI A

MASSIMO BONTEMPELLI SULLE PROSPETTIVE DEL ROMANZO, APPARSE SUL CORRIERE PADANO, 1932, A CURA DI ENZO SARDELLARO, PROFESSORE DI LETTERE ITALIANE E STORIA

 

BONTEMPELLI C’è una tendenza che si può chiamare «neorealismo» e che a me appare un fenomeno di crisi se non addirittura un segno di decadenza. Il romanzo realistico è in certo qual modo romanzo storico; esso nasce da un senso storico appunto della realtà della vita. Epperò ha bisogno di un mondo definito e delineato. Zola, per esempio, retrocedeva un poco dal suo tempo e rappresentava quel periodo che va dal secondo impero all’epoca della cosiddetta questione sociale.
 
LENZI Oggi tutto questo mi pare che non ci sia.
 
BONTEMPELLI C’è stato il 1919: questo famoso e glorioso anno è stato divertente per tutti. Tutto in sostanza vi trovava posto. A me personalmente è capitato di scrivere La vita operosa. Importante era allora stabilire una posizione rispetto all’epoca: dell’epoca io ho creduto di poter fare a meno. E tuttavia il 1919 aveva colore, linea, densità, cose che oggi non ci sono o che per lo meno io non riesco a vedere. leggi tutto »

MINNIE LA CANDIDA

Minnie la candida è un testo di plastica. Tutto nasce da un gioco, stupido e goliardico: Minnie è al bar col fidanzato ed un amico di questi. Così, come se si ordinasse un cappuccino, uno dei due dice a Minnie che i pesci che lei sta osservando dentro un acquario, in realtà non sono veri e propri pesci ma soltanto una perfetta riproduzione dei medesimi… che l’acqua non è acqua, che le alghe non sono alghe, che la realtà non è quella che crediamo di percepire, che la natura non è natura ma solo una perfetta citazione di essa, tanto perfetta e iperrealistica da sembrare essere più vera del vero. Da quel gioco beffardo Minnie inizia a mettere in dubbio la sostanza e la luce delle cose e ha paura. Minnie è spaventata e decide di non parlare più: chi dice, infatti, che le parole dette siano vere? leggi tutto »

IL SESSANTOTTO: UN ANNO ANCORA DA CAPIRE.

LA RECENSIONE DEL VOLUME DI MASSIMO BONTEMPELLI, UN OMONIMO DEL BONTEMPELLI AUTORE DI LA VITA INTENSA.

Il titolo di questo libro enuncia un’idea precisa: il Sessantotto non va celebrato, attaccato o difeso, ma va per prima cosa capito. In quest’opera di comprensione, necessaria anche per capire il nostro presente, Bontempelli utilizza approcci apparentemente diversi ma che in realtà convergono verso un’interpretazione unitaria. Proviamo a sintetizzarla: il Sessantotto è il momento storico che conclude la storia della sinistra del Novecento. Esso rappresenta una conclusione, e non l’inizio di una “nuova sinistra”, perché, nonostante la correttezza di molte delle istanze allora poste, il movimento è radicalmente incapace di porsi all’altezza dei problemi che esso stesso solleva, e questa incapacità deriva dai profondi limiti del movimento stesso, e in particolare dei suoi leader. leggi tutto »

UNA POESIA DI GUIDO GOZZANO,

DEDICATA A MASSIMO BONTEMPELLI

I.
Poeta, or che più lieto arride Maggio
ritornerai al verde nido ombroso
«con Quella che d’Amor ti tiene ostaggio».

E lieto più che mai ti sia il riposo
però che al tuo fratello hai dato il bene
del libro salutifero e gioioso.

Il senso della Vita alle mie vene
ritorna ed alla mente il dolce lume
e fuggonsi i fantasmi di mie pene

se vado rileggendo il tuo volume.

II.
Ma tu non sa ch’io sia: io son la trista
ombra di un uomo che divenne fievole
pel veleno dell’«altro evangelista».

Mia puerizia, illusa dal ridevole
artificio dei suoni e dagli affanni
di un sogno esasperante e miserevole,

apprestò la cicuta ai miei vent’anni:
amai stolidamente, come il Fabro,
le musiche composite e gl’inganni

di donne belle solo di cinabro.

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ARRIVA DORIS:

UN RACCONTO DI ZZ PACKER (AUTRICE DI BERE IL CAFFÈ DA UN’ALTRA PARTE) SULL’ULTIMO GIORNO DEL 1961, LA FINE DEL MONDO

Doris Yates era immobile nel santuario vuoto a domandarsi se il mondo sarebbe realmente finito di lì a qualche ora. Era il 1961, la vigilia di Capodanno, e al di là delle finestre ambrate e zigrinate della chiesa tutto sembrava assolutamente normale: i cespugli di calle e gaulterie premevano i loro frutti contro i vetri, come supplicando di farli entrare, mentre le Ford e le Buick su Montgomery Road avevano il rumore del mare. Più lontano ancora, in quello stesso mondo, alcuni giovani negri sgusciavano fuori dalle aule e dalle case per sedersi stoici al bancone di Woolworth’s, mentre i bianchi li schizzavano di ketchup. Martin Luther King e John F. Kennedy erano sugli schermi televisivi di Stutz’s, elettrodomestici e televisioni di prima qualità. Ogni volta che ci andava, Doris si metteva a sedere con il vecchio Stutz mentre lui fumava e lamentava: «Niente notizie da Lituania!», con un disgusto che uno si sarebbe aspettato sconfinare in rassegnazione, visto che non c’erano mai e mai ci sarebbero state, notizie sulla Lituania. Nell’attimo in cui si fermò a pensare a come il mondo potesse finire proprio quella sera, la luce del sole rischiarò le finestre, chiara come gommalacca, luminosa come se volesse svegliarla. Si ricordò della bottiglia di olio paglierino ai suoi piedi e dello straccio che aveva in mano, e cominciò a lucidare il pulpito. leggi tutto »

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