Un racconto di Oreste del Buono, da un’edizione fuori commercio
Il fanalino di coda
Oreste Del Buono
in Gli scrittori e l’Unità – Antologia di racconti 1945-1980, edizione fuori commercio riservata agli abbonati a l’Unità per l’anno 1984 con la collaborazione di Editori Riuniti.
Da quando Misca, il più piccolo dei prigionieri russi, si era spaccata la testa contro una trave, era cominciata quella preoccupazione per me. Una questione di statura: mai come allora ho desiderato di essere qualche centimetro più alto.
Era un’usanza del lavoro in miniera: al più piccolo del turno toccava fare da frenatore, come dicevano i tedeschi, stare aggrappato all’ultimo vagone che la macchina diesel trascinava nella sua corsa zoppicante sulla ferrovia ormai rovinata, fare le segnalazioni, con le dita aggranchite sulla lampada a carburo, che faceva una luce così fioca e spettrale nel buio umido della galleria, correre ad azionare gli scambi davanti alla macchina sempre in moto, lavorare proprio sugli scambi, quando non funzionavano, rigirare le dita tra il diaccio delle rotaie e il vischio ripugnante del fango, e stare sempre attento, sempre con il cuore in gola, perché ad ogni momento il vagone a cui ero aggrappato poteva ribaltarsi, e allora buttarsi indietro, cercando di salvare le gambe e di non cadere male sulle traversine. E mai che uno fosse contento, che ti lasciassero in pace: Liubo, il meccanico, era un bravo ragazzo, ma era isterico, aveva i nervi rovinati: e allora dovevo stare attento anche a lui, proteggermi da lui. Quando Liubo si arrabbiava, mi tirava addosso tutto quello che aveva sottomano: stavo pronto a curvare la schiena, ad appiattirmi dietro il vagone mentre lui rimaneva a sfogare la sua collera, dicendo cosa avrebbe voluto fare con mia madre; con mia sorella, con il sole, con la luna, con la corona reale, e persino con il mio vicino di casa.
Non era neppure una vita dura: quelli che lavoravano in campata, a spalare beton o materiale, faticavano di più, ma almeno tra un carrello e l’altro avevano i loro minuti di riposo, vuoti, interi, senza nessun’altra preoccupazione in mezzo; io non faticavo, ma dovevo stare sempre attento, c’era un’enormità di cose da temere, di cose spiacevoli. E soprattutto dovevo ricordarmi di non tenere alta la testa, soprattutto dovevo ricordarmi dei punti ove le travi della galleria erano più basse. L’aveva avuto Misca prima di me, quel posto, uno degli incarichi più leggeri che potevamo avere noi prigionieri. Misca non si preoccupava di nulla, aveva sempre un sorriso sottile, delicato, sotto il naso troppo largo. Poi un giorno Misca si era dimenticato di abbassare la testa e la trave l’aveva preso proprio in faccia. Non c’era più sorriso sul suo volto quando l’avevano portato via. Era notte, io ero uscito dalla galleria per riempire la lampada a carburo; la testa di Misca era tutta un fagotto di sangue, gliela coprivano con le giacche di tela cerata e intorno, allo sbocco della galleria, sul piazzale, veniva giu il nevischio, frammenti e frammenti di neve, leggiadri e innocenti.
Allora capo Vircus mi aveva detto di prendere il posto di Misca, io non volevo, cercavo di mettere insieme qualche parola in tedesco per dire di no. Invece mi ero trovato aggrappato all’ultimo vagone, col respiro mozzo, e paura, mentre Liubo nel ronzio della diesel mi gridava di tenere bassa la testa e io vedevo il sangue nero sulla faccia di Misca tra le giacche incerate. Naturalmente finii con l’abituarmi anche a fare il fanalino di coda, a credere agli insulti dei miei compagni di prigionia che mi rinfacciavano il lavoro leggero. Alle cose spiacevoli occorre fare l’abitudine in fretta. In fondo Liubo e io potevamo diventare amici, e Liubo non mi voleva male. Mi dava persino metà della sua razione di pane, allora ero sempre affamato e Liubo che era operaio civile mi sembrava un poco come un signore, una persona potente, di cui mendicare la protezione. Andavamo su e giu per la galleria, abbastanza d’accordo.
Lui mi aveva raccontato nello strano linguaggio tra tedesco italiano e slavo che parlavamo, la sua storia: aveva avuto il padre e il fratello uccisi dai tedeschi. Lo avevano obbligato a lavorare. Non sapevo se fosse vero, preferivo credergli, dire con lui che un giorno la guerra sarebbe finita e ci saremmo presi la rivincita. Era un bravo ragazzo, in fondo, anche se gridava. Ci guastammo la notte della frana.
Tutto accadde cosi d’improvviso, poi, a ricordare, non pareva più vero niente. Stavano togliendo un’impalcatura, noi avremmo dovuto caricare nei vagoni vuoti il materiale che stavano smontando. Di colpo cadde giu una trave: ci fu un rumore leggero, prima come uno scricchiolio, poi un altro suono; sembrava che qualcuno facesse scivolare della ghiaia, che avesse tenuto della ghiaia in pugno e d’improvviso aprisse le dita, facesse cadere i minuscoli ciottoli uno sull’altro. Cominciarono a piovere massi e sassi sopra le nostre teste: russi, italiani, croati scappavano da tutte le parti. La volta era tutta un buco, e quella pioggia di materiale tempestava intorno a noi con violenza, con degli schiocchi, come frustate. Mi ero rannicchiato tra Anton e Josef in un pezzo di galleria dove avevano già dato il beton: eravamo al sicuro. Poi la pioggia si calmò, arrivò un momento in cui i pezzi di roccia cadevano lenti, radi. Sembrava non esserci più pericolo. Gli altri dovevano essere rimasti dalla parte opposta della frana; in mezzo alla galleria c’era tutto il mucchio grigio azzurro del materiale caduto, e una sola lampada a carburo rimasta accesa che mandava intorno un cerchio di luce, fioco, oscillante. Anton fece qualche passo avanti e cominciò a gridare un richiamo: la sua voce aveva un suono goffo, spaventato.
Allora caddero delle altre pietre dall’alto, e la lampada si spense. Fu tutto buio intorno a noi, un buio compatto, viscido, terribile: era peggio del buio dell’infanzia, di cui avevo avuto paura; non potevo tornare bimbo adesso: era un buio come se mi dicessero che ero morto, che dovevo morire. Gli uomini bestemmiavano nel buio, c’era appena un poco di luce verso l’alto della frana, come se proprio fosse venuta giù tutta la montagna. Poi riaccesero le lampade, cominciarono a smuovere il materiale. Ci ricongiungemmo con quelli dell’altra parte: la macchina diesel e i tre vagoni di legno erano intatti. Li riempimmo di materiale, Liubo rimise in moto la macchina e si partì di nuovo. Eravamo appena partiti che ci richiamarono. Non era vero che tutti fossero sani e salvi, nessuno si era accorto prima che mancava Ivan. A Ivan i sassi o una trave avevano sfracellato il braccio, i suoi calzoni rattoppati di prigioniero erano tutti imbrattati di sangue sul ginocchio. E non parlava, non apriva gli occhi. Lo caricammo sulla macchina, accanto a Liubo, e ripartimmo.
Franz, il sorvegliante tedesco, gridava di fare presto. Fu il viaggio peggiore che Liubo ed io avessimo mai fatto insieme. Allo scambio non seppi più azionare la leva, rigiravo le dita nel fango, toccavo le rotaie senza capire, e mi veniva da piangere. Liubo gridava contro di me, mi tirò contro la lampada a carburo, la sentii fischiare sulla mia testa, mentre mi chinavo. Di nuovo mi spaventava il buio e poi avevo addosso le grandi mani di Liubo, e Liubo mi picchiava. Quella notte diventammo nemici per sempre, avevamo avuto troppa paura e ognuno avrebbe continuato a ricordare all’altro la paura. Liubo chiese un altro frenatore a capo Vircus, e io tornai a spalare beton in campata. Non volevamo vederci più, Liubo ed io. La settimana dopo morì Ivan.
26 gennaio 1947

