Oreste del Buono intervista Dostoevskij, ma la voce è di Carmelo Bene

Monocromo sonoro n. 41: intervista a F. Dostoevskij

Per quanto passi il tempo, Fëdor Michajlovič Dostoevskij resta sempre attuale. Puntualmente scopriamo che ha detto tutto prima che i fatti avvenissero, ma che è anche utile dopo per capire che i fatti non si limitano ad avvenire.
Dostoevskij è esile, con il petto incavato ma dritto. Statura media. La faccia è stanca e malaticcia, i capelli di un castano chiaro, tendente al rosso, lisciati e impomatati. Gli occhi sono diversi uno dall’altro. Uno è comune, di colore castano, ma nell’altro la pupilla si è talmente ingrandita da non lasciar più vedere l’iride. L’asimmetria dello sguardo conferisce ai lineamenti un’espressione enigmatica.

COSA PENSA DELL’ARTE CONTEMPORANEA, MAESTRO? È CONVINTO ANCHE LEI CHE, NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI, SIA TOTALMENTE INCOMPRENSIBILE?

Da noi parlare con gli altri è una vera scienza. Ci sono molti metodi semplificati e puramente scientifici. Prima le parole “io non capisco nulla” dimostravano soltanto la stupidità di colui che le pronunciava. Adesso invece fanno grandissimo onore, basta che le pronunciate con aria sincera e con superbia: “io non capisco nulla d’arte” e vi ponete subito ad un’altezza straordinaria. Questo è tanto più convincente se non capite nulla davvero.

ALLORA LEI STA DALLA PARTE DI QUELLI CHE SOSTENGONO CHE I FAUTORI DELLA TRADIZIONE SIANO STUPIDI, DI QUELLI CHE SOSTENGONO CHE OCCORRE PER FORZA RINNOVARSi?

In realtà da noi ognuno sospetta l’altro di stupidità senza riflettere e senza rivolgere a se stesso la domanda inversa: “ma non sono forse io lo stupido?”. La soddisfazione è generale e tuttavia nessuno è contento, tutti s’arrabbiano.
Anche la riflessione al tempo nostro è quasi impossibile. Costa cara. È vero che si comprano le idee belle e pronte, sono in vendita dappertutto. Le regalano persino, ma quando le regalano vengono a costare anche di più, come del resto si comincia già a presentire.
In conclusione, nessun beneficio è lo stesso disordine di prima. Le vecchie scuole scompaiono, le nuove imbrattano ma non scrivono, tutto l’impegno se ne va in un ampio volo nel quale si vede un’idea mostruosa, non elaborata, e la forza dei muscoli del volo, ma quanto all’opera… una piccolezza.

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MAESTRO, MA LEI PERCHÉ SCRIVE?

Già per la mia stessa natura debole di nervi mi è difficile rispondere alle domande equivoche che mi vengono poste. Mi è difficile rispondere senza infuriarmi, soprattutto contro me stesso. Perché non ho saputo fare in modo che le domande fossero migliori, e nello stesso tempo mi è difficile – lo riconosco – conservare il mio sangue freddo, vedendo davanti a me una maggioranza che, a quanto ricordo, agiva contro di me con la stessa insofferenza con cui io agivo contro di essa.
E naturalmente ne è venuta fuori una gran confusione. Da tutte e due le parti volavano le iperboli coscienti e ingenue. E io istintivamente mi sono dato alla fuga, temendo che queste iperboli prendessero proporzioni ancora maggiori. Mi sono messo a parlare di me per avere il diritto di parlare degli altri. Invece continuerò a parlare soltanto di me e, quanto agli altri, se li ricorderò sarà in generale impersonalmente e in un senso assolutamente astratto.

DUNQUE LA SUA ARTE NARRATIVA È ASSOLUTAMENTE AUTOBIOGRAFICA? LEI SI IDENTIFICA TOTALMENTE NEI SUOI PERSONAGGI?

Credo che non basti mettere avanti con esattezza le caratteristiche di un personaggio. Occorre illuminarlo risolutamente con sguardo di vero artista. Un vero artista non deve restare ad alcun costo allo stesso livello del personaggio da lui rappresentato contentandosi unicamente della sua verità reale, sennò l’impressione di verità mancherebbe, altrimenti si crede che l’autore voglia proprio rappresentare il personaggio come dotato di piena ragione in tutte le sventure che gli si rovesciano addosso.

NON CI SI DEVE ACCONTENTARE UNICAMENTE DELLA VERITÀ REALE, DICE LEI. QUESTO SIGNIFICA UN’AVVERSIONE AL REALISMO?

Non è vero. Io non sono che un realista nel senso superiore, ovvero rappresento tutte le profondità dell’animo umano. La verità poetica è considerata una stupidaggine. I nostri artisti hanno bisogno di maggiore ardire, di maggiore indipendenza di pensiero
e forse di maggiore cultura. Bisogna rappresentare la realtà come è, dicono, mentre questa realtà non esiste affatto e non è mai esistita da nessuna parte, perché l’essenza delle cose è inaccessibile all’uomo. L’uomo concepisce la natura secondo come essa si riflette nella sua idea. Passando attraverso i suoi sentimenti, quindi, occorre dare la maggiore libertà all’idea e non aver paura di quanto è ideale.
A questo proposito – e per ogni evenienza – aggiungerò un proverbio turco, turco davvero. Non inventato. “Se tu miri a una meta e durante la strada ti fermi per tirare pietre a ogni cane che abbaia non arriverai mai alla meta.” Capito, anche se parlo turco?
Mantenere il pieno realismo è trovare l’uomo nell’uomo. Il pieno realismo è l’angoscia dell’essere evoluto e cosciente che vive nella nostra epoca.

MAESTRO, LEI HA AVUTO UNA VITA PIUTTOSTO MOVIMENTATA…

Modestamente…

MAESTRO, QUAL È IL FATTO DELLA SUA VITA CHE PIÙ L’HA IMPRESSIONATO? QUAL È IL FATTO CHE HA AVUTO PIÙ INFLUENZA SULLA SUA ARTE NARRATIVA?

Io non ricordo mai troppo bene… colpa dell’epilessia. Comunque credo che sia stata la mia condanna a morte per delitto politico. Ero stato portato insieme con altri sul patibolo: mi venne letta la sentenza di condanna a morte, mediante fucilazione. Una ventina di minuti più tardi mi fu letto il provvedimento di grazia e mi fu commutata la pena. Tuttavia, nell’intervallo di quella ventina di minuti, o per lo meno di un quarto d’ora tra le due sentenze, vissi nell’assoluta convinzione che entro qualche minuto sarei morto.
Colpa dell’epilessia, non mi ricordo mai troppo bene. Ma questo episodio lo ricordo e continuerò a ricordarlo sempre nei minimi particolari.

NEI MINIMI PARTICOLARI?

A circa venti passi dal patibolo attorno al quale stavano la folla e i soldati erano stati piantati tre pali, perché i condannati erano molti. I tre primi furono condotti ai pali e legati: gli si fece indossare l’abito dell’esecuzione: lunghi camici bianchi. Furono loro calcati certi cappucci bianchi perché non vedessero i fucili. Poi, davanti a ogni palo, si schierò un drappello di soldati. Ero l’ottavo della lista e perciò dovevo andare al palo con il terzo turno.
Mi restarono dunque da vivere cinque minuti, non di più. Quei cinque minuti mi parvero un tempo interminabile, una immensa ricchezza da usare bene. Dato che non c’era ancora da pensare, all’ultimo istante, presi varie risoluzioni: calcolai il tempo occorrente per dare addio ai miei compagni e fissai per questo un paio di minuti. Poi fissai un altro paio di minuti per pensare a me stesso e il minuto restante per guardarmi intorno un’ultima volta.
Morivo a ventisette anni pieno di salute e di forza. Poi, quando ebbi dato l’addio ai miei compagni, giunsero i due minuti che mi ero assegnato per pensare a me stesso. Sapevo anticipatamente quello che avrei pensato. Desideravo immaginare con la maggiore rapidità e la maggiore chiarezza possibile come poi potesse avvenire che in quel momento esistevo e vivevo, ma di lì a tre minuti sarei stato ormai un che, qualcuno o qualcosa. Ma chi dunque… dove. Provate a rispondere.

Sbobinatura dal canale youtube di Luca Minetti

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