La prefazione di Gli anni zero. Atlante di un decennio condensato
Forse a causa di questa sorta di rimpicciolimento progressivo della storia, questo suo ripiegarsi in una sorta di quotidianità atomizzata e ripetuta, questa specie di spirale centrifuga e frammentante, dopo il secolo breve, alla svolta del millennio, è arrivato il decennio breve, condensato come una razione di latte americano andato a male. Il respiro è diventato corto, i cambiamenti vorticosi e in definitiva ininfluenti, il tempo una mera sequenza di stop frames.È stato un decennio breve e quasi nullo – gli Anni Zero sono cominciati l’Undici Settembre del 2001 e finiti il Quattro Novembre 2008 – sette anni e due mesi scarsi iniziati con il più micidiale punto e a capo che si sia mai visto sul periodo precedente, quella fase brevissima e dai caratteri unici che va dalla morte di Carlo Giuliani il venti di luglio 2001 all’opera mortale di New York: meno di due mesi. In quei due mesi, raccolti nel dolore, finalmente in grado di uscire dai nostri maledetti tic autoironici ma non ancora maturi
al punto da non aver bisogno di eroi, avevamo sperato, davvero, che la nostra generazione potesse meritarsi un capitoletto nei futuri sussidiari scolastici: cambiamento! Democrazia globale! Redistribuzione delle ricchezze e libertà per tutti! Fine del falso progresso! Sembrava insomma che ci fosse davvero la possibilità di impegnarsi di nuovo, in definitiva di credere in qualcosa, di stare insieme e provare a riutilizzare un vocabolario che avevamo per troppo tempo usato solo tra virgolette nelle battute un po’ ciniche e sbrigative dei disillusi. E invece sono arrivati ’sti anni zero, cancellando in un colpo un inizio promettente e un presente appassionato – e sembra davvero che fino al Quattro Novembre siamo rimasti come quel dì, a bocca e occhi spalancati, paralizzati e senza idee, come animaletti tenuti in cattività dalla santissima trinità guerra, religione e paura. E così en passant quel che avevamo visto prima ce lo siamo dimenticato e ce ne siamo ornati mogi mogi sul divano di casa, lasciando la nostra mente a contemplare la CNN (stop frame) e cullando quel che rimaneva dei nostri corpi (ancora) nell’autoironia a sfondo disattivistico-autoassolutorio; nelle relazioni fake e totalmente masturbatorie del social networking, della playstation, della cuffietta cronica. Questo nuovo isolamento (“culturale” diceva in Ecce Bombo il non-autoironico, drammatico Moretti) è pericoloso e promettente al tempo stesso, almeno nel suo spiccato carattere non corporeo: nell’occidente crasso la vecchiaia sarà ovviamente migliore per i non corporei anche se succederà a una maturità un poco sterile, in cui forse, dovremo rimparare a usare le nostre emozioni atrofizzate dallo choc, parcellizzate nel network telematico dei nostri milioni di micro-contatti digitali.
Ma ora, se vogliamo – se lo vorremo – gli anni zero sono finiti. Questo pensavamo tutti lacrimando davanti al discorso di Chicago di Obama – e mentre lo ascoltavo mi sono venuti in mente due fantasmi degli anni zero: John Kerry e Michael Moore, le due speranze americane del decennio; già poco apprezzabili prima della rivoluzione, totalmente ridicole dopo. Beato il popolo che non ha bisogno di eroi si dice, ma peggio di avere un eroe è averne bisogno e non trovarlo – e degli Anni Zero questo solo importa ora: cosa vale la pena portarci dietro, cosa dobbiamo ricordare, cosa possiamo usare in futuro? Forse poco; e consoliamoci, che se ancora siam messi così male da avere ancora bisogno di eroi, quello di oggi, almeno per ora, sa sciogliere il cuore e aprire la mente. Quindi gioite, gioiamo tutti insieme di una rivoluzione che forse non arriverà mai, ma che sarà divertente cercare.
di Massimo Coppola

