COSÌ INIZIA ‘UOMINI NELLO SPAZIO’ DI TOM MCCARTHY,
CON TANTO DI DEDICA ED ESERGO
A Jean-Cristophe Roelens
Nonostante l’intensità del colore, è la linea il mezzo di espressione
fondamentale nell’opera dei maestri di Bačkovo. Le linee, che seguono
un insieme rigoroso di procedure formali, non si concedono
mai di diventare semplici strumenti dell’espressione del volume,
per suggerire profondità o conferire realismo: piuttosto, contribuiscono
a presentare il mondo che raffigurano come qualcosa di
irreale, piatto e smaterializzato. I maestri di Bačkovo, usando la
prospettiva invertita, e molteplici punti di vista collocati all’interno
del dipinto, creano uno stile continuo che permette loro di rappresentare
vari momenti di una vicenda in un unico pannello. Quanto
alle figure umane, i loro organi di senso sono scoperti e isolati,
mentre rinunciano alle loro funzioni biologiche nell’atto di venire
santificati. I volti, sereni e concentrati, non sono concepiti per creare
un effetto drammatico, ma piuttosto per dare la preminenza alla
nobile sofferenza dei possessori.
Klárá Jelinkova, Murals of the Bačkovo Ossuary
(tesi di master inedita, avu, Accademia
delle belle arti di Praga 1986, pp.8-9)

Ecco Anton Markov, seduto a un tavolo, che passa il dito intorno al bordo di un piattino
mentre guarda il suo compatriota Koulin che attraversa a passi decisi la sala del Malostranská Kavárna. Koulin avanza a passi elastici, saltellanti. Con le braccia e i fianchi gira intorno alle sedie e ai tavoli. Fa una giravolta da pattinatore sul ghiaccio per
indietreggiare leggero di due passi e schivare la cameriera, una ragazza sulla ventina. Gli
specchi a muro, su entrambi i lati della porta da cui è appena emerso, quella che porta
ai bagni, riproducono l’evento in versione tripla: tre Koulin, da davanti, da sinistra e da destra, come nelle foto segnaletiche della polizia. Si vedono anche tre cameriere e tre
gruppi di avventori sullo sfondo. Guardando la scena che si moltiplica, Anton ricorda i tempi in cui faceva l’arbitro in Bulgaria: il trucco era vedere tutte quelle maglie praticamente identiche, le corse ripetute, gli scatti improvvisi, i cambi di ruolo e i gesti in
stile moviola, come se fossero un unico movimento, parti di un sistema di moduli che bisognava sorvegliare, per quanto ci si trovasse al suo esterno, o al di sopra, o da qualche altra parte.
«Be’, allora» disse Koulin, posandosi all’indietro sulla sedia e stendendo il braccio sul
radiatore dietro di lui «la casa di quello jugoslavo è nel quarto distretto di Praga, vicino a Nusle. Abita al quarto piano. Io e Milachkov credevamo di spaventarlo minacciandolo di buttarlo giù dalla finestra. Così andiamo là e ci apre la porta proprio lui, in accappatoio.
Dovevano essere le dieci di mattina. Mila lo stende e poi lo raccogliamo, uno per parte, e lo portiamo vicino alla finestra. Ma, mentre ce lo portiamo, dalla camera da letto esce una ragazza. E, indovina un po’?»
Mi perfora con lo sguardo dall’altro lato del tavolo, le guance rosse per l’esaltazione. «Cosa?» chiede Anton. «È nuda» gli risponde Koulin. «Bel corpo, davvero. Peletti neri lungo la schiena. Tettine rotonde. Quando ci vede si mette a piangere e a gridare “Non fategli del male! Vi prego, non fategli del male!”. Io comincio a spiegare che non vogliamo fargli niente, ma deve dei soldi a Ili per le sigarette che vende sul suo territorio, ma lei continua a piangere e urlare. Lo jugoslavo è tutto calmo perché è stordito per il pugno che ha preso da Mila, quindi non crea problemi, ma la ragazza sta montando un casino. E poi…» Sposta il braccio. «È un po’ difficile spiegare questo pezzo esattamente come è successo… Be’, la tipa si è pisciata addosso. Ma quello che ho notato io era una specie di gocciolio… no, balle, non era un gocciolio: era un po’ come se le fosse scoppiata una sacca proprio all’interno della gamba. Una sacca che prima non c’era. O come un gavettone che esplode. Un’unica massa solida. Almeno, era solida finché non ha toccato il pavimento, uno di quei pavimenti a incrocio, tutti di legno, com’è che si chiamano?…»
«Parquet.»
«Giusto. Finché non ha toccato il parquet. Poi si è rotta. Davvero strano. Siccome era nuda, non c’era niente a interrompere la caduta. E la ragazza, quella bella ragazza nuda, ci stava sopra, gridando. Non so neanche se si è accorta di quello che aveva appena fatto…»
Koulin aveva raccontato una storia simile anche su Anton, sulla prima volta che si erano incontrati? Forse si era seduto in una sedia simile, forse proprio quella, e stendendo il braccio sul radiatore aveva detto al suo amico Milachkov: «E allora ci siamo io e Janachkov, e Jana muore dalla voglia di rompere un dito a quel tipo, gli prende in mano il dito, a quel tipo basso e saputello, forse è ebreo, con quella faccia che si ritrova. E c’è anche Ili, e comincia a spiegare al tipo cosa ha sbagliato, a importare tutte quelle bibite e venderle in pieno centro di Praga senza passare tramite noi, o nessun altro, se è per questo…». E dietro l’aneddoto leggero, Anton piantato contro il muro, rigido per la paura, a desiderare di non essersi mai accorto che i potraviny di Praga erano rimasti tutta l’estate senza bibite, di non aver mai suggerito a Zdenêk di andare in Germania a comprarne un po’, a sperare che Helena non tornasse a casa proprio in quel momento, a sperare che gli rompessero il dito e si fermassero lì, che non lo prendessero a pugni in pancia o in faccia, o almeno non sulle palle, ti prego non sulle palle… quando improvvisamente sentì Ilievski che parlava a Janachkov in bulgaro. «Aspetta a romperglielo» gli aveva detto. Anton aveva chiesto, con un gemito: «Ma siete bulgari?». E Janachkov gli aveva subito lasciato andare il dito.
«Ma che c…»
Quello era Ilievski, che aveva parlato a nome di entrambi mentre arretravano di un passo e lo fissavano. Era come se l’imbarazzo di essere connazionali li avesse distolti dall’idea di fargli del male. Da quel momento in poi tutto diventò come una cena della facoltà di ingegneria o una di quelle cene della federcalcio bulgara dopo le partite. Ilievski gli chiese come mai era venuto a vivere a Praga, e poi (ridacchiando) cosa faceva lì a parte vendere bibite nel territorio altrui senza chiedere il permesso, cosa faceva quando stava in Bulgaria… Scoprirono che erano cresciuti entrambi a Dragalevtsi, e che Ili aveva fatto una grossa puntata sulla controversa partita dell’87 tra Levski e cska, che aveva raddoppiato dopo che Anton aveva assegnato un rigore conteso al cska nei tempi supplementari.
«Quanto gli hai dato per quelle bibite?»
«Dieci marchi a cassa.»
«Niente male. Che ne dici di lavorare per me? Ti posso offrire…»
Anton accettò sui due piedi. Quella sera andò alla chiesa bulgara sulla Ječná e accese una candela per l’angelo custode, o l’impulso neuronale, che gli aveva fatto fischiare quel fallo di mano quattro anni prima.
traduzione di Anna Mioni

