Tempo di festeggiamenti

Un articolo su un presunto matrimonio gay perseguitato dalle autorità marocchine di Brian Whitaker

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«Questo è il periodo giusto per essere allegri. In tutta la Gran Bretagna, durante le prossime due settimane, la gente festeggerà… berrà, ballerà e – molto probabilmente – l’indomani si sveglierà sentendosi un po’ provata. Nonostante l’hangover, sarebbe opportuno dedicare un pensiero a chi partecipa alle feste a Ksar el-Kebir.

Anche in Marocco il 18 novembre – il giorno della celebrazione dell’indipendenza del Paese – era una giornata dedicata ai festeggiamenti e a Ksar el-Kebir, una grande ma degradata città a 75 miglia a sud di Tangeri, c’era una festa. È andata avanti per due notti e pare che sia stato un avvenimento piuttosto movimentato; alcuni invitati erano brilli, per non dire ubriachi. I video, ripresi evidentemente da uno di loro, sono poi apparsi su YouTube.

Sfortunatamente per gli ospiti, gli islamisti che sono arrivati a dominare la città – il Justice and Development Party all’opposizione e il Jamaa al-Adl wal-Ihsane (Associazione per la giustizia e la spiritualità), un’organizzazione illegale che cerca di imporre la legge islamica e di istituire il califfato – non l’hanno trovata divertente. Non è ancora chiaro il motivo per cui questa festa li abbia particolarmente offesi, anche se alcune voci sostengono che uno degli organizzatori fosse un noto fornitore di alcolici di contrabbando. Quale sia la vera causa, ha comunque offerto una scusa per sensibilizzare i cittadini ad appoggiare i valori «morali», sostenendo che si trattava di un matrimonio gay.

Il 21 novembre, insieme ad altre organizzazioni locali, il JDP e il Jamaa hanno presentato una petizione che richiedeva «un’indagine ufficiale nella celebrazione di un matrimonio omosessuale.»

Un paio di giorni dopo, i sermoni incendiari delle moschee incitavano l’opinione pubblica, con il risultato che una folla arrabbiata – secondo voci diverse, dalle 600 alle 1.000 persone o anche più – è scesa in piazza chiedendo «giustizia, punizione e riparazione (ai danni morali).»

Secondo Telquel, il settimanale di lingua francese, la folla ha cercato di assalire il proprietario della casa in cui si teneva la festa e di svaligiare il negozio di proprietà di un gioielliere che si dice fosse tra gli invitati. I reparti antisommossa hanno aggredito la folla con i manganelli.

Nel frattempo, pagine dei media marocchini hanno alimentato l’isteria con racconti di atti scandalosi che si sono, presumibilmente, verificati durante i festeggiamenti. Anche il canale televisivo satellitare al-Arabiya, di solito attendibile, si è aggiunto, dicendo che alla festa avevano «preso parte una ventina di gay e lesbiche» e che c’erano molti elementi di un matrimonio marocchino tradizionale:   «La sposa, ornata di gioielli e con il viso completamente truccato, indossava un abito da sera verde con una cintura dorata. Il capo era coperto con una sciarpa bianca, sostituita poi da un mantello giallo nelle celebrazioni del secondo giorno, che prevedevano un concerto.

«Un toro nero – uno dei doni offerti agli sposini – è stato ucciso tra urla di incoraggiamento e ululati. Poi, la sposa si è inginocchiata, ha riempito un bicchiere con il sangue dell’animale e lo ha bevuto», ha riferito uno degli ospiti.

Quanto ci sia di vero in questa cronaca sensazionalistica è da vedere, ma sembra ricordare, curiosamente, lo scandalo marocchino della finta «adorazione del diavolo» di alcuni anni fa, quando fan quattordicenni di musica heavy metal furono arrestati per «aver minato la fede musulmana» e «per la detenzione di oggetti contrari alla buona morale». Nel frattempo la storia del «matrimonio gay» ha raggiunto il parlamento marocchino, dove ci sono state delle lamentele sulla disintegrazione dei valori musulmani e un deputato islamico ha invitato il governo «a lottare contro chi vuole trasformare il Marocco in un bordello».

Non tutti si sono lasciati trascinare dall’ondata di panico morale, ma quelli che hanno assunto una posizione meno estrema hanno paura di parlare apertamente.

«Qui, la gente alza la voce, è impossibile fare diversamente», ha riferito un abitante di Ksar el-Kebir alla rivista Telquel. «Chi la pensa in maniera diversa ha paura di essere accusato, a sua volta, di omosessualità… Con una simile etichetta, è probabile essere perseguitati dalla polizia, dagli Imam delle moschee, dagli insegnanti, dai vicini, e così via.» Anche le autorità marocchine sembrano avere ceduto agli agitatori. Sei degli incriminati, di età compresa tra i 20 e i 61 anni, che hanno partecipato alla festa, sono stati arrestati lo scorso lunedì, condannati dal tribunale locale per aver violato l’articolo 489 del codice penale del Marocco, che incrimina per «atti ritenuti innaturali o sconci con un individuo dello stesso sesso».

Tre di loro sono stati condannati a sei mesi di detenzione e altri due a quattro.

Una sesta persona, accusata anche per la vendita illecita di alcolici, dovrà scontare dieci mesi. Secondo uno dei loro avvocati difensori, convocato dall’Human Rights Watch, il giudice li ha riconosciuti colpevoli sulle basi del video, nonostante la mancanza di qualsiasi prova che dimostrasse una reale violazione dell’articolo 489.

Dal Guardian del 14 dicembre 2007

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