Psychofarmers

Pietro Adamo, Stefano Benzoni

288 PAGINE | 16,50 EURO
Data di uscita: 15 Ottobre 2005
ISBN: 9788876380129

Il libro

Una storia completa dello psicofarmaco dal suo apparire fino alla recente esplosione. Ogni giorno 4 milioni di italiani consumano "pillole della felicità", l’uso degli psicofarmaci è un fenomeno di massa ancora non adeguatamente descritto. Un racconto per voci che si muove su un doppio piano: da una parte ci sono le teorizzazioni sull’influenza della psicofarmacologia nell’immaginario collettivo, complete di visite negli armadietti del bagno di notabili del novecento (da Frank Zappa a Marilyn Monroe, dalla CIA al presidente Cossiga). Dall’altra una vera guida al (non)utilizzo degli psicofarmaci che contiene una serie di notizie utili e chiare per tutti: meccanismi d’azione, effetti collaterali, pericoli, interazioni tra differenti principi attivi, inquadrati in una riflessione più generale sulla questione psichiatrica e sul suo ruolo nella modernità. Le illustrazioni del libro sono le incredibili pubblicità che dal 1900 a oggi, a ogni latitudine del pianeta, hanno tentato di comunicare per immagini il disagio psicologico. Psychofarmers è storia e teoria, ma è anche una guida da consultare all’occorrenza, una vera banca dati di facile accesso per chiunque ne abbia necessità.

Gli autori

Pietro Adamo (1959) è docente di Storia moderna. Ha insegnato alle Università di Sassari, Milano e Napoli. E’ autore di Il Dio dei blasfemi (1993), La pornografia e i suoi nemici (1996), La libertà dei santi (1997), La città e gli idoli (1999), Il porno di massa (2004).

Stefano Benzoni (1972), neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, vive e lavora a Milano. E’ autore di Nove domande sulla coscienza (2000) e Il presente discontinuo (2004).

Emanuele Trevi - Alias
Marieclaire
Andrea Tramonte - il Sardegna
Raffaella Silipo - La Stampa
Paolo Bianchi - Il Giornale
Giancarlo Ricci - Avvenire
Fahrenheit
Eleonora Bianchini - Affari Italiani
Simona Coppa - Grazia
Cristina Battocletti - Il Sole 24 Ore
Tiziana Lo Porto - D di Repubblica
Danilo di Termini - Diario
C.M. - Gazzetta di Reggio
Edoardo Camurri - Il Riformista
Massimiliano Panarari - Il Secolo XIX
Armando Massarenti - Il Sole 24 Ore
Cristiana Pulcinelli - l’Unità
Raffaella Silipo - La Stampa
Benedetta Marietti - Rolling Stone
Silvia Botti, MAriangela Mianiti - Amica
Antonio Carnevale - Donna Moderna
Alessandro Ferrucci - L’Unità
Edoardo Camurri - Il Foglio
Antonio Carnevale - Lara Castelli - Silhouette
Paola Pioppi - Blogspot.com
Rollingstone

 

17 ottobre 2005  
Gli antidepressivi? Sono dei voltagabbana

Persino Zio Paperone resiste alla tensione che il suo ruolo comporta solo grazie a una «medicina per i nervi in bottiglia frizzante», sostiene il grande autore disneyano Carl Barks in La dollarallergia (1954). Quasi contemporaneamente, nel 1953, piena era McCarthy, il colosso farmaceutico Smith & Kline pubblicizza l’antipsicotico torazina «per trattare vicini molesti, vecchietti rompiscatole e l’ossessione per i comunisti». Dal cinema alla musica, dalla politica allo sport, lo psicofarmaco è componente niente affatto trascurabile della nostra cultura, argomentano Pietro Adamo e Stefano Benzoni in Psychofarmers (Isbn edizioni), una vera guida pop alle medicine per la mente dal loro apparire fino alla recente esplosione. E se è vero che la costruzione del mito parte sempre da una parola, un farmaco come il Prozac ha ormai da tempo abbandonato il campo delle scienze mediche per avventurarsi in quello della retorica, tanto che il suo nome è stato usato per titolare canzoni o bestseller come il Prozac Nation di Elisabeth Wurtzel (1993), anche film con Christina Ricci, una che l’aria da psicofarmaco ce l’ha niente male. Ogni giorno quattro milioni di italiani divorano «pillole della felicità», sulla scia di Carlo Verdone e Margherita Buy consumatori coatti di sonniferi e calmanti in Maledetto il giorno che ti ho incontrato, eppure l’uso degli psicofarmaci come fenomeno di massa non era stato ancora adeguatamente descritto: un fenomeno che mescola gli enormi interessi finanziari delle case farmaceutiche (il mercato si stima in una ventina di miliardi di dollari l’anno) e le trasformazioni culturali, che spostano il benessere individuale in cima alla scala di valori. Un benessere «ragionevole»: mentre da qualche secolo in qua la droga contiene in sé l’immagine di una vita «bella e dannata», fatta di eccessi e autodistruzione, gli psicofarmaci ne sono la versione borghese, presentabile, senza maledizione né fascino perverso. Gli autori si avventurano in un racconto ricchissimo di dati, aneddoti, personaggi, a mo’ di enciclopedia, che si muove su un doppio piano: da una parte le teorizzazioni sull’influenza della psicofarmacologia nell’immaginario collettivo, con tanto di elenco interminabile di brani di musica leggera che contengono nel titolo la parola Valium e visite negli armadietti del bagno di notabili del Novecento (da Frank Zappa a Marilyn Monroe, dalla Cia al Presidente Cossiga). Dall’altra una vera guida al (non) utilizzo degli psicofarmaci con una serie di notizie utili e chiare per tutti: meccanismi d’azione, effetti collaterali, pericoli, interazioni tra principi attivi, inquadrati in una riflessione sulla questione psichiatrica e il suo ruolo nella modernità. Uno dei punti forti del libro sono poi le incredibili illustrazioni pubblicitarie che dal 1900 a oggi, a ogni latitudine del pianeta, hanno tentato di comunicare per immagini il disagio psicologico: dai pupazzetti del Ritalin, discusso farmaco usato per calmare i bambini iperattivi, alle immagini inquietanti usate in Giappone per reclamizzare il Serenase: un artiglio gigantesco che scende dal cielo ad afferrare il misero passante con manie di persecuzione. Il Prozac fa il verso alle pubblicità dei detersivi con tanto di casalinga dal sorriso smagliante e gonna a ruota: «Lava via ogni tristezza». Ma è lo slogan del Trilafon, 1957, il sommo esempio di farmacofilosofia: «Se i tranquillanti fossero esistiti all’epoca di Robespierre, forse la storia avrebbe preso un altro corso». Una storia psicofarmacizzata, senza depressioni o eccessiva attività: non è una fantasia così lontana dalla realtà, se è vero che, argomenta un professore universitario americano, la «bolla speculativa» in Borsa negli anni 90 potrebbe essere stata causata anche dalla diffusione degli antidepressivi, che aumentano la propensione al rischio degli operatori di Borsa. C’è una risposta anche per chi si chiede se lo psicofarmaco sia di destra o di sinistra: decisamente voltagabbana.  

24 ottobre 2005
Una pillola per curare il nostro mondo malato “Non c’è niente di sbagliato in te che tu non possa curare con un po’ di Prozac e una mazza da polo”. Così sostiene Woody Allen in una battuta, relativamente fra le poche (è incredibile, ma è così) nei suoi lavori, che si riferiscano all’uso di psicofarmaci. Del resto Allen è per la psicanalisi, per la scuola di pensiero dell’approccio lento:“Sono in analisi solo da ventiquattro anni. Ancora uno e poi vado a Lourdes”. Il Prozac, la pillola della felicità, messo in commercio nel 1987, è un antidepressivo assunto oggi in America da milioni di persone. Se anziché solo sugli sportivi il controllo antidoping fosse eseguito sull’intera popolazione di un paese occidentale si scoprirebbe il doping di massa. Ufficialmente sono 4 milioni gli italiani che fanno uso giornaliero di psicofarmaci. E parliamo di sostanze legali. Un gran bel libro che, in forma di glossario, fa il punto sulla situazione s’intitola "Psychofarmers ®" (Ed. Isbn) ed è stato compilato a quattro mani da Pietro Adamo e Stefano Benzoni, accademico di storia moderna e saggista il primo, psicoterapeuta il secondo. Il volume è ampiamente illustrato con pubblicità di medicinali per la mente, dai primordi a oggi. Rifacendoci al testo, abbiamo provato a compilare un dizionarietto tascabile della follia contemporanea, e della sua cura eventuale. Ansia. Dormiamo male. Una delle parole più pronunciate nella giornata media di un lavoratore urbano è “stress”. Nei primi anni Sessanta si è aperta l’era degli ansiolitici. Il Valium prima di tutti. Le benzodiazepine hanno sostituito i barbiturici. Oggi ne fanno uso quotidiano, in Italia, 4 milioni di persone. La prescrizione viene effettuata perlopiù da medici di base, spesso su richiesta dei pazienti stessi. Tra i marchi più noti: Xanax, Tavor, Halcion. Possono indurre dipendenza psicofisica. Bambini. Si chiama “metilfenidato” ed è il principio attivo di farmaci come il Ritalin, che negli anni Novanta ha coperto dal 5 all’8 per cento del mercato americano degli psicofarmaci. Viene indicato nel trattamento del “disturbo da deficit di attenzione e iperattività” (malattia che alcuni sostengono non esistere neppure). Migliora le prestazioni scolastiche. Il direttore di una scuola elementare dello Utah lo aggiungeva ai pasti della mensa. Un insegnante dell’Illinois lo rubava a scuola per uso personale. Tra il 1996 e il 1998 sono “sparite” dai magazzini delle farmacie americane 700mila pillole. Nel 1998 i francesi ne hanno consumate 100mila. Il Ritalin agisce sugli stessi recettori cerebrali della cocaina. Cinema. Da "La valle delle bambole" (1967) a "Qualcuno volò sul nido del cuculo" (1975) fino a "Ragazze interrotte" (1999) gli psicofarmaci svolgono un ruolo di primo piano nello sviluppo narrativo di decine di film. In Italia, "Maledetto il giorno che ti ho incontrato" (1992) di Carlo Verdone. Depressione. Il Male oscuro sfida la terapia della parola, ma si affievolisce di fronte all’offensiva chimica. Sempre più numerosi i testimoni a favore degli antidepressivi. Il libro di Adamo e Benzoni cita Francesco Cossiga come uno dei pochi politici italiani ad ammettere di averne fatto uso. Ma altri casi illustri riguardano ogni ambiente, dal giornalismo (Indro Montanelli), allo spettacolo (Vittorio Gassmann). Il più noto tra gli antidepressivi, il Prozac, è comparso nelle farmacie nel 1987. Nel 1991 è risultato il secondo farmaco più venduto al mondo. Da allora ne hanno fatto uso 22 milioni di americani. Tracce di Prozac sono state trovate l’anno scorso in acquedotti della Gran Bretagna. Euforia. “Il potere di trasformazione del Prozac ricorda quello di una guida spirituale o di una terapia di gruppo intensiva” ha scritto lo psichiatra americano Peter Kramer, uno dei più accesi entusiasti. Il suo lavoro "La pillola della felicità" è uscito in Italia nel 1994 (Sansoni). Felicità. “Lava via la tristezza”, recita uno slogan del Prozac, con una grafica che ricorda quella della pubblicità dei detersivi. La “pillola della felicità” non manca di sollevare controversie, a partire dall’ambigua testimonianza di Elisabeth Wurtzel, "Prozac Nation". Le case farmaceutiche concorrenti della Eli Lilly (la produttrice del Prozac) mettono sul mercato lo Zoloft e lo Seroxat. Gioventù. Dal 1997 esiste una varietà di Prozac per i minori di 12 anni, al gusto di menta. Helper. Un “aiutino”. Così vengono bonariamente e genericamente definiti gli psicofarmaci nei paesi anglosassoni. L’eufemismo appare in una canzone dei Rolling Stones, "Mother’s Little Helper "(1966) e in una feroce parodia televisiva dei Simpson, "Brother’s Little Helper "(1999). Informazione. Proibizionista e libertaria. Sono le due opinioni estreme sull’argomento. I mezzi di comunicazione sembrano dividersele equamente. In America è nota una polemica tra i settimanali Time e Newseek, contrario al Prozac il primo, favorevole il secondo. Tra i più accesi antiproibizionisti lo psichiatra ungherese Thomas Szasz: “Abbiamo un diritto di coltivare, comprare e ingerire droghe quanto abbiamo un diritto di coltivare, comprare e ingerire cibo”. L’atteggiamento puritano trova la sua voce in William Styron, esponente della sinistra newyorchese. Letteratura. La produzione di romanzi è estesa, e in continua espansione. Qualche esempio: "White noise, Rumore bianco", di Don De Lillo (1984). "Gli Schwartz "di Matthew Sharpe (2003), i libri di Hunter Thompson, Terry Southern, Philip Dick. Tra i classici, "Fahrenheit 451", di Ray Bradbury (1953) e la testimonianza verità di Christiane Felscherinow, "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" (1980). Musica. Virtù e inferno degli psicofarmaci sono stati cantati dalle principali rockstar. Oltre ai già citati Rolling Stones non possiamo dimenticare Lou Reed ("White Light/White Heat"), i Nirvana ("Lithium"), Franz Zappa, la scena britannica di Manchester negli anni Novanta, con la predisposizione all’ecstasy, e poi il nostro Vasco Rossi ("Valium") e i bolognesi CCCP ("Valium, Tavor, Serenase"). Attualmente si conoscono almeno 150 canzoni nel cui titolo compare la parola “pill”, pillola, e diverse centinaia con i nomi dei farmaci più usati, dal Prozac al sedativo Quaalude. Neurone. E’ il centro della questione. I neuroni sono le cellule da cui dipende il funzionamento del sistema nervoso. I segnali nervosi, che viaggiano sotto forma di corrente elettrica, per passare da un neurone all’altro devono convertirsi in segnali chimici. Le “chiavi” di questa conversione si chiamano neurotrasmettitori. Gli psicofarmaci agiscono su classi specifiche di neurotrasmettitori, stimolando o inibendo processi cerebrali che riguardano direttamente il comportamento, il tono dell’umore, il sonno e la veglia. “Avete un tiranno in casa?” recitava una pubblicità del neurolettico Torazina nel 1959. “Per il controllo immediato dell’agitazione senile. La Torazina può controllare l’anziano agitato e bellicoso”. Overdose. Da quella di champagne e Roipnol che mandò in coma Kurt Cobain nel marzo 1994 a Roma (un mese prima del suicidio) a quella che uccise Judy Garland nella vasca da bagno il 15 giugno 1969, fino a quella, misteriosa e controversa, che pose fine alla vita di Marilyn Monroe. Volontaria o no, è un’eventualità in agguato. Politica. La sinistra illuminata sembra schierarsi compatta contro lo psicofarmaco, visto come strumento di controllo al servizio del sistema. Eppure negli anni sessanta gli allucinogeni, ancorché illegali, erano addirittura un’arma rivoluzionaria. Lo stesso pensano i radicali: “La marijuana è osteggiata, ma innocua, anzi terapeutica. Gli psicofarmaci sono droga di Stato”. La destra appare più possibilista. Quantità e qualità. Il Litio, uno stabilizzatore dell’umore, è in commercio dal 1970, ma le case farmaceutiche non lo producono volentieri perché è facilmente reperibile in natura, dunque non conveniente. Il dosaggio aumenta con la terapia, ma può portare a fastidiosi effetti collaterali. Il filosofo Louis Althusser lo ha assunto per quasi trent’anni, e così il regista Francis Ford Coppola dopo il 1979 (dopodiché il suo talento sembra essersi sopito). Lo usa il cantante Sting e anche Axl Rose, leader del gruppo rock Guns ‘n Roses, e oggi sparito dalle scene. Religione. La posizione dei cattolici è più aperta di quanto si potrebbe pensare, almeno stando all’Osservatore Romano. Perfino i Testimoni di Geova non sono pregiudizialmente contrari agli psicofarmaci, mentre alcuni movimenti “apocalittici”, come Scientology, ne stigmatizzano l’uso. Nella religione islamica il consumo di droghe è vietato, ma in molti paesi musulmani viene fatto un uso moderato di ansiolitici, su prescrizione specialistica. In Arabia Saudita, per esempio. Storia. La Coca Wine (1837) è una bevanda a base di vino e cocaina, “per la stanchezza del corpo e della mente”. Una bevanda simile, il Vin Mariani, riceve una medaglia d’oro da papa Leone XIII. Il Glycoheroin (1902) è uno sciroppo per la tosse a base di eroina. Nel 1944 la Benzedrina, stimolante, è raccomandata “per gli uomini in combattimento”; nel 1952 per le casalinghe. Facevano regolare uso di psicofarmaci Abramo Lincoln, Adolf Hitler, William Churchill, John Kennedy, Ronald Reagan. Televisione. Le pillole compaiono in svariati episodi tv delle serie "Angel", "I Soprano", "Casalinghe Disperate", "Casa Keaton", "Boston Public", "Professione avvocati", e nei cartoni "South Park" e "I Simpson". Utopia. Cosmetico della personalità, ma anche “pillola della felicità”, si è detto. "Platone è meglio del Prozac" è il titolo esplicito di un fortunato saggio di Lou Marinoff (Piemme, 2001). Vitalità. Negli anni Cinquanta il sedativo in supposte Nembutal è raccomandato ai pediatri “quando i piccoli pazienti si ribellano alla visita medica”. Nel 1962 le autorità americane vieteranno espressioni di pubblicità ingannevole degli ansiolitici come “aiuta ad affrontare lo stress della vita quotidiana”. Zone d’ombra. Sono ancora molte. Dove finisce l’uso terapeutico e dove comincia quello ricreativo? Quando un disagio mentale è classificabile come una patologia? Quando cominciano gli effetti collaterali? Quando si parla di dipendenza psicofisica? Come e quando gli psicofarmaci sono un aiuto al male di vivere?

22 ottobre 2005
Le pillole che vendono l’anima al dottore
Gli psicofarmaci e le loro nascoste ricadute sociali negli ultimi 50 anni «Oggi gli individui non vengono curati, ma messi in stato di convalescenza» E’un’immagine vista e rivista: un manipolo di marines pronti a intervenire. Sul manifesto, datato 1944, campeggia un nome: «Benzedrina». Il sottotitolo: «Per uomini in combattimento: quando il gioco si fa duro…». È risaputo che ai soldati venivano date massicce dosi di anfetamine. Non era noto che tale pratica fosse addirittura pubblicizzata. Dai fabbricanti di guerre passiamo ai fabbricanti di psicofarmaci. Se anche qui il «gioco si fa duro» è perché questo tipo di «fabbricazione» assume contorni sfumati, protetti o addirittura occultati. Ed è questo, in un certo senso, a risultare più inquietante rispetto ai nostri morituri soldati. Il volume Psychofarmers (Isbn Edizioni), scritto da Pietro Adamo (docente di Storia moderna) e da Stefano Benzoni (neuropsichiatria infantile), fa luce su una zona scura, o meglio oscurata. Nel ripercorrere, voce dopo voce, la storia sociale degli psicofarmaci negli ultimi cinquant’anni, dalle anfetamine ai barbiturici e dalle benzodiazepine alle più "sofisticate" classi degli attuali antidepressivi, vengono riprodotte decine di campagne pubblicitarie, depliant e manifesti, che scandiscono le tappe dell’immaginario medico e sociale in materia di disagio psichico. L’effetto è devastante: il concetto di "scientificità" vacilla sotto la pressione di profitti inimmaginabili, la parola "salute" sembra sfuggire, la "psicofarmacologia" non può che procedere a colpi di percentuali, cercando di scansare paradossi ed effetti imprevisti. L’abuso sociale degli psicofarmaci, la dipendenza psicologica, gli effetti collaterali, il concetto aleatorio di guarigione e molte altre implicazioni ci interrogano radicalmente, in questo mercato dove felicità e salute fanno tutt’uno, sul posto assegnato all’anima. Che questa sia stata ripetutamente venduta al diavolo, non c’è dubbio. Infatti alcune categorie sono state sostituite – affermano gli autori – «da nuovi sistemi di valori, sempre più simili a quelli con cui scegliamo e giudichiamo scarpe, orologi e automobili». Ognuno si scelga lo psicofarmaco di suo gradimento. Almeno può avere l’illusione di esercitare una soggettività. Nell’attuale "cultura terapeutica", come dimostra il sociologo Frank Furedi nel libro Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (Feltrinelli), «gli individui non vengono curati, ma messi in stato di convalescenza». Ovvero «la facilità con cui viene accettata la patologizzazione del comportamento umano indica che la medicalizzazione della vita è ormai un fatto compiuto». Statistiche alla mano, l’autore esplora come sorgono e si diffondono, negli ultimi vent’anni, termini come «autostima», «stress», «trauma», «sindrome». Tutto diventa spiegabile e soprattutto giustificabile. Stretti tra due immaginari, la psicofarmacologia e lo psicologismo, troveremo l’audacia di chiedere che fine ha fatto l’anima? Non appena incominciamo a pensarci ci propinano un ansiolitico o ci somministrano un test. Forse hanno ragione, è una domanda da stressati.

Ascolta Psychofarmers a RADIO 3 Fahrenheit di venerdì 23 settembre.

Impasticcati/ Un "dizionario" per scoprire gli psicofarmaci di Marilyn Monroe e Johnny Cash…
“One pill makes you larger and one pill makes you small”. Così cantava Grace Slick dei Jefferson Airplane all’apice della counter culture lisergica che da Big Sur in California si espanse a macchia d’olio in tutto il mondo occidentale. Il potere delle pillole nasce su scala industriale proprio nel 1963 quando la casa farmaceutica Roche distribuisce nelle farmacie il primo tranquillante, il Valium. Inizia con alcuni cenni storici “Psychofarmers” (ISBN Edizioni, 16,50 euro, 299 pagine) di Pietro Adamo e Stefano Benzoni. Un vocabolario che descrive il mondo degli ansiolitici, psicofarmaci e antidepressivi sottoforma di “pillole”, passando dalla compravendita illegale di anfetamine di Johnny Cash fino ai farmaci prescritti a Marilyn Monroe poche ore di morire. I lemmi di “Psychofarmers” si dividono fra la dipendenza dello star system dai farmaci e fra effetti e controindicazioni delle sostanze chimiche. Attualmente gli Stati Uniti conducono la classifica del consumo di stimolanti con circa 25 dosi giornaliere ogni mille abitanti, il Belgio quella dei sedativi con 75 dosi e l’Irlanda quello degli ansiolitici con 100 dosi. L’Italia risulta ben piazzata con gli ansiolitici e, secondo i dati delle case farmaceutiche, risulta che ogni giorno 4 italiani sono alle prese con qualche sedativo. Senza contare ansiolitici o antidepressivi. Le esperienze dell’uso e abuso hanno contraddistinto artisti e personalità del mondo dello spettacolo. Per ben quattro anni a partire dal 1979 Francis Ford Coppola seguì una “cura” a base di litio, e così fecero anche il filosofo Althusser e Larry Flint, fondatore di Hustler. La tendenza suicida di Kurt Cobain sarebbe invece da ricondurre alla somministrazione di Ritalin durante l’infanzia, e i leggendari nomi di Lou Reed, Syd Barrett e Jack Kerouac hanno basato la loro produzione artistica sul consumo sfrenato di sostanze chimiche. Adamo e Benzoni riportano anche un breve excursus sulla produzione cinematografica legata alle droghe. “Paura e delirio a Las Vegas” del gonzo journalist Hunter J. Thomson porta sullo schermo la deformazione di LSD e anfetamine degli anni ’70. La loro fabbricazione “casereccia” è un preoccupante fenomeno fortemente in ascesa negli Stati Uniti, immortalato sul grande schermo da Mickey Rourke in “Spoon” di Jonas Akerlund. Le percentuali legate ai consumi sono stupefacenti e, nel caso in cui la legislazione imponga limiti alla legalità, si possono inoltrare gli ordini ai rifornitori in India, Pakistan e Thailandia. Con internet, ovviamente. Alla documentazione non mancano annunci e manifesti “di propaganda” che fanno da corollario alle pagine del volume. E nel 1957 un cartellone pubblicitario annunciava così il lancio del Trilafon, neurolettico: “Se i tranquillanti fossero esistiti all’epoca di Robespierre, forse la storia avrebbe preso un altro corso”. Forse.

7 novembre 2005
Ansiolitici e Prozac in libreria
Un dizionario degli psicofarmaci attraversa la storia del Novecento. E alla lettera C infila voci come Cobain (Kurt), Conflitto di interessi e Cossiga (Francesco) Il titolo è Psychofarmers (Edizioni ISBN, euro 16,50): 299 pagine che propongono in ordine alfabetico una storia completa dello psicofarmaco, dal suo apparire fino alla recente esplosione. A mettere in ordine i dati sulle pillole della felicità sono stati Pietro Adamo (storico) e Stefano Benzoni (neuropsichiatra). Che hanno deciso di fare luce su un fenomeno ancora ammantato da troppa ignoranza. Come avvertono gli stessi autori, Psychofarmers non èuna guida medica, non ha lo scopo di spiegare come utilizzare i farmaci in modo autarchico. Ma ogni sostanza è trattata con una scheda comunque seria, chiara e utile. Con la descrizione dei meccanismi d’azione di ogni principio attivo e i relativi pericoli ed effetti collaterali. Oscuro, esibito o taciuto, quello dell’assunzione di psicofarmaci è ormai un fenomeno di massa. Si stima che 1.300.000 persone, negli Usa, prendano pillole senza che glielo abbia consigliato un medico. Mentre sono 4 milioni gli italiani che ogni giorno consumano ansiolitici e antidepressivi. È naturale, allora, che alla A del dizionario ci sia la voce "Abuso". Seguita però da "Allen, (Woody)" e da "Argento, (Dario)": fra una sostanza e l’altra, infatti, spuntano anche le curiosità sui personaggi famosi che ne hanno fatto uso. Gli armadietti dei medicinali in cui hanno messo il naso i due autori del libro sono ad esempio quelli di Francesco Cossiga (che parla del suo rapporto con l’elettrochock e gli antidepressivi); dei calciatori della Juventus; o di Marilyn Monroe. Qualche altra voce nel volume? "Luttazzi, (Daniele)"; "Masini, (Marco)" e "Warhol, (Andy)". Fino ad arrivare alla V di Valium. E alla Z di "Zero, (Renato)" e di Zio Paperone.