Narcotica
Alessandro Scotti
Data di uscita: 13 Dicembre 2007
ISBN: 9788876380808
Il libro
Mondi clandestini, incontri, corruzione e violenza sulle rotte del narcotraffico, nel più globale dei mercati. Sei anni passati «inseguendo il dragone» tra coltivatori d’oppio che ringraziano Allah per il raccolto e le fumerie di crack di Bogotà; sugli aerei dell’antinarcotici che controllano ogni notte il mar dei Caraibi e sotto il burqua di un’anziana eroinomane afghana. Dal Tagikistan alla Colombia, dal Pakistan alla Liberia, dal Laos alla Giamaica, dalla Guinea Bissau al Myanmar. Un lungo reportage che racconta con precisione e umanità come la droga sia allo stesso tempo strumento di sopravvivenza, ossessione, motivo di vita, merce di scambio e l’ago della bilancia di delicati equilibri geopolitici. Senza moralismi e eroismi da inviato speciale, il racconto e le fotografie di Scotti formano uno straordinario film d’azione, emozionante, doloroso e sincero.
L’autore
Alessandro Scotti (1971), giornalista e fotografo. Recentemente è stato nominato Goodwill Ambassador delle Nazioni Unite. Ha lavorato in più di 20 Paesi. I suoi articoli e le sue immagini sono stati pubblicati in Italia e all’estero (Rolling Stone, Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore e Le Monde, Time, Expresso, Geo, El Semanal, Magazin Literario), e sono stati premiati in Italia, Francia e Germania. Nel 2002, con la collaborazione dell’ONU, ha sviluppato il progetto De Narcoticis allo scopo di disegnare una mappa delle vie della droga nel mondo, pubblicato come reportage fotografico per quattro anni sull’edizione italiana di Rolling Stone. Il progetto ha ricevuto il premio giornalistico tedesco Henri-Nannen (2007) e il premio Amilcare Ponchielli per il miglior progetto fotografico italiano (2004).
Benedetta Marietti - GQ
Leonardo Merlini - APCOM
Simona Maggiorelli - Left
Radio Tre Rai - Fahrenheit
La Repubblica
Europa
Franco Bolelli - TuttoMilano
Aldo Forbice - Giornale di Sicilia
Laura Incardona - Flair
Gianluca Gallinari - Giornale di Brescia
La Repubblica
Anna Gallo - ilreporter.com
Federico Sarica - Vice
Emanuele Scoppola - La nuova ecologia
Sergio Rotino - Liberazione
Massimo Rota - Duellanti
Massimiliano Panarari - XL
Bizarre - Blow Up
Damir Ivic - Mucchio Selvaggio
La Repubblica TO
Laura Badaracchi - Mondo e Missione
Damir Ivic - Mucchio Selvaggio
Paolo Papi - Panorama.it
Giuliano Battiston - Il Manifesto
Groove
Barbara Romagnoli - peacereporter.net
Principato e Savelli - On Planet Art
Giancarlo Montalbini - lettera.com
M. Principato e E. Savelli - On Planet Art
Luigi Bignari - Geo
Antonella Trentin - Donna Moderna
Alessandro Scotti - Rolling Stone
Alessandro Leogrande - il Riformista
"Sono arrivato ad avere molte meno certezze, a sgombrare il campo da qualsiasi ideologia e mi sono reso conto che le soluzioni al problema del narcotraffico sono tutt’altro che evidenti ed è un problema che può essere affrontato solo a livello globale". Alessandro Scotti, giornalista e fotografo che ha girato il mondo sulle tracce dei trafficanti di droga, riassume così, in estrema sintesi, le conclusioni a cui è giunto alla fine del proprio viaggio, che oggi diventa un libro:"Narcotica", edito da Isbn. "Fare considerazioni di ampio spettro su realtà geograficamente circoscritte - ha spiegato Scotti ad Apcom - non ha senso. E’ come per l’effetto serra, o ce ne occupiamo tutti insieme oppure tanto vale non pensarci. In questo senso difendo con convinzione il lavoro di dialogo fatto dalle Nazioni Unite, che sono un tavolo sicuramente imperfetto ma anche il miglior tavolo finora aperto". Il libro di Alessandro Scotti racconta sei anni passati tra coltivatori e grandi trafficanti, corpi speciali di polizia e spericolati elicotteristi, ghetti di tossicodipendendi e foreste impenetrabili. Un viaggio che a volte prende sfumature drammatiche, a volte grottesche, nel quale il concetto di prospettiva diventa fondamentale per capire davvero un fenomeno che riguarda ogni angolo del globo, dalla Colombia al Tagikistan, dal Myanmar agli Usa. "E’ incredibile - ci ha raccontato Scotti - come un personaggio ignoto mai uscito dalla giungla birmana possa provocare un cambiamento radicale nel consumo di eroina negli Stati Uniti. Il narcotraffico è come un flusso liquido, che è in grado di aggirare gli ostacoli, di trovare sempre il percorso più conveniente, meno costoso, più agevole. Con il mio libro volevo dare un volto a questo fenomeno". Ed ecco che, accanto ai testi, Scotti propone anche le proprie fotografie, spesso straordinariamente evocative. "La fotografia - ha spiegato il reporter - ti chiede di trovare sempre informazioni di prima mano, devi per forza essere vicino, altrimenti non porti a casa il lavoro. E’ uno sprone, faticoso ma positivo". L’idea di partenza del progetto di Scotti è nata mentre il giornalista si trovava nell’Asia centrale: "Da tempo indagavo sul narcotraffico - ha spiegato - ma volevo fare qualcosa che avesse un respiro diverso. I passaggi decisivi sono stati il coinvolgimento dell’Onu (di cui Scotti è Goodwill Ambassador, ndr) e la collaborazione con Rolling Stones Italia. La difficoltà maggiore è stata quella di entrare in un mondo chiuso, diffidente come qualsiasi universo criminale. L’elemento chiave è stato il tempo, anche quello dedicato all’ascolto. Perché anche persone che vivono in isolamento dal resto del mondo possono trovare una spinta alla condivisione verso qualcuno che si interessa a quello che fanno". Una rete di contatti, legali e illegali, che ha permesso a Scotti di muoversi lungo confini invisibili ma profondi, all’interno di un meccanismo globale di straordinaria complessità. Fin dal titolo, il libro di Scotti si popola di suggestioni che richiamano alla mente la mitologia, con i suo riti cruenti ed eccessivi. "E’ un mondo che vive di leggende e miti - ha confermato il reporter - intriso delle culture che attraversa. L’aspetto mitico esiste e riguarda le stesse sostanze, ma anche le persone che ruotano intorno ad esse. E’ a loro che ho cercato di dare un volto, una tangibilità".
Il viandante che ha inseguito il dragone
Vi confido un segreto. A volte sono i libri a trovare me. Un po’ come Castaneda dice accada con il peyote. Entro nella libreria e inizio a vagare. Guardo in giro. Prendo in mano i libri. Leggiucchio pagine a caso. Semino il tizio che continua a seguirmi convinto che voglia rubare qualcosa. E continuo a vagare. Ma a volte, inspiegabilmente, mi ritrovo più e più volte con lo stesso libro in mano. Sono solo in preda a un impulso consumistico, mi dico. Lo poso. Esco dalla libreria. Ma poi continuo a pensarci. La sera prima di addormentarmi e la mattina appena sveglia. Proprio come un’adolescente innamorata. Narcotica di Alessandro Scotti mi ha trovata. Non sapevo chi fosse. Non sapevo nulla del libro. Nulla delle fotografie. Nulla della personale allo Spazio Oberdan (Mi) di tre anni fa. Come non sapevo nulla, o quasi, del narcotraffico. Adesso me ne rendo conto. Ma Narcotica non è solo il resoconto del viaggio, lungo sei anni, di un giornalista e fotografo, “un catalogo di esperienze ed emozioni in cui vedere e viaggiare sono diventati inseparabili”(p. 19). E’ molto di più. E’ un libro che diventa tuo. Fin dalle prime pagine. Uno di quei libri le cui parole entrano dentro di te e ci rimangono. Quelli che ti scuotono. Ti risvegliano dal torpore. Dallo “spirito di adattamento, che sa farci apparire plausibile, o normale, quello che normale non dovrebbe essere”. Quello che “permette a ognuno di noi di sopravvivere, facendoci considerare lontano ciò che è sgradevole o emotivamente inaccettabile, quasi appartenesse a un altro mondo. Un’anestesia percettiva indispensabile alla sopravvivenza” (p.15). E’ un libro vissuto e poi scritto. Un libro destinato a durare. Un libro che non riporta semplicemente stralci di vita reale. Scotti non è un cronista. Non è neppure un viaggiatore. E’ un viandante. “Per il viaggiatore l’obiettivo è la destinazione; ciò che lo separa dalla meta nella migliore delle ipotesi non conta, oppure è solo un ostacolo. Anche il viandante ha una meta – anche se non sempre e non necessariamente – ma per lui ciò che importa è quello che incontra lungo il percorso. Paese dopo Paese il senso di questo cercare è diventato quello dell’incontrare e della disponibilità a raccogliere ciò che mi si presentava davanti per vederlo, riconoscerlo e sottrarlo all’oblio”(p.17). Quando ho letto questo pezzetto, avevo le lacrime agli occhi e i versi di “Itaca” nella mente.
Le vie della droga
intervista ad Alessandro Scotti
9 maggio 2008
I libri di Isbn hanno spesso copertine bianche che quasi non si vorrebbe toccare, ma nel caso di "Narcotica" di Alessandro Scotti (380 pagine + immagini e dati, 17 euro) si arriva a fine lettura contenti di vedere il bianco sporco. È un libro che si presta ad essere consumato, che si porta dietro ovunque: nell’autobus, nel bar e si legge come un romanzo, sapendo già che non c’è fine. Perché le tante storie che Scotti narra sono un lungo viaggio, compiuto dall’autore in sei anni tra Asia, Africa e America Latina alla ricerca delle vie del narcotraffico - il più globale e capillare dei mercati - e delle strade che portano direttamente alla fonte, a chi con la droga ci vive o ci sopravvive. Ogni capitolo del libro è un ritratto, un intreccio di testo e immagini in bianco e nero dove si susseguono personaggi più o meno anonimi, coltivatori, intermediari, mercenari, donne eroinomani sotto il burqua, gruppi armati rivoluzionari, scienziati che studiano i tossicodipendenti e quasi ovunque uomini e donne consapevoli di quel che fanno ma che difficilmente superano la soglia di povertà. Un lavoro che unisce reportage, inchiesta e in qualche modo denuncia di qualcosa che coinvolge tutto il mondo ma anche un’opportunità per “contribuire ad un abbozzo di dialogo fra realtà lontane; nella convinzione che lo scambio sia l’unico approccio plausibile per affrontare problemi la cui soluzione è tutt’altro che evidente.” Questo libro parla della geopolitica della droga e di territori in movimento, soprattutto in Asia Centrale.
Che rapporto c’è tra la caduta dell’ex Unione Sovietica e la nuova geopolitica del narcotraffico?
Il contesto storico ha avuto un peso significativo, è stato importante per ridefinire le rotte attraverso, ad esempio, Pakistan e Iran. Le repubbliche dell’Asia Centrale, finché c’era l’Urss, avevano un equilibrio che comunque è stato intaccato in maniera violenta. Il Tajikistan è lo stato con il confine più ampio con l’Afghanistan e ha sempre avuto un legame forte con quel confine sensibile, dove comunque c’era un equilibrio.
Dopo la caduta dell’Urss il paese ha vissuto una guerra civile durata sette anni. Con quali conseguenze?
In questi casi si assiste a delle economie che crollano repentinamente e tra le vie di uscita c’è anche quella droga. Da un lato c’è il fatto che prima della guerra civile il Tajikistan viveva grazie all’uranio, o ad esempio, l’Uzbekistan con il cotone perché l’ex Unione Sovietica si fondava sullo sfruttamento specifico di queste risorse. Dall’altro sappiamo che le guerre civili già di per sé sono un humus fecondo per i traffici illeciti e questi spesso diventano una reale occupazione per molte persone ridotte alla fame o senza concrete alternative. È quindi un contesto specifico a favorire il narcotraffico… Ci sono delle cose, che sembrano banalità ma che sono significative, come l’isolamento o la mancanza di infrastrutture. Se vuoi sopravvivere devi poter commerciare con prodotti durevoli e poco deperibili come lo sono l’oppio e la coca lavorata, diversamente da quelli tradizionali come il caffè o i pomodori per fare un esempio.
Da dove è nato questo progetto, sono arrivate prima le foto o prima la scrittura?
Il mio background è sicuramente la scrittura, ma la fotografia è una grande occasione. Ti impone di vedere da vicino le situazioni, non lascia spazio alla pigrizia come invece a volte accade con la narrazione scritta. E ti impone anche una relazione diretta con quello che vuoi raccontare.
In un capitolo accenni al senso di colpa, all’opportunità o meno di scattare una foto in determinate situazioni. È stato più forte il senso di colpa o la paura?
La pratica della foto a volte te la mette in faccia la paura, ma possono esserci entrambi, dipende. Credo che sia andato perso negli ultimi dieci anni il ruolo di osservatore profondamente attivo. Con internet e i mezzi capillari di informazione si è spostata l’importanza sulla storia. Ma penso che l’atto di osservare abbia un impatto sulla realtà, non è indifferente. In molti casi si tratta dell’occhio del mondo che restituisce dignità a situazioni che potrebbero sentirsi neglette, non conosciute.
Hai sentito disagio nel trovarti in quei luoghi in duplice veste: giornalista freelance e osservatore Onu?
Non ho vissuto i due ruoli in conflitto, anche perché sono stato lasciato totalmente libero di fare. Inoltre quando ti muovi come Onu, in qualsiasi paese tu sia non sei mai un ospite, perché il paese stesso è parte di questa comunità internazionale. È un fatto molto significativo. Quello che gioca un ruolo centrale è la relazione che instauri ed essa è sicuramente frutto anche del lavoro svolto dalle Ong.
Il libro si chiude in Africa con un uomo che ti grida: "Che cosa fai qui? Questo non è posto per te, uomo bianco! Corri! Corri!". Quanto ha influito l’essere bianco, occidentale, durante il viaggio?
La bianchitudine ha indubbiamente influito, i rapporti che si creano non prescindono da questo. È tutto più faticoso ma anche positivo. Del resto, non credo nel mimetismo totale perché non è così: hai la tua casa, la tua cultura. Il valore aggiunto torna nelle relazioni che costruisci, se cerchi di comprendere l’altro come una realtà che non conosci ma che vuoi incontrare.
Un reportage giornalistico e fotografico frutto di un lavoro di sei anni che ha portato Alessandro Scotti lungo le principali vie della droga, dall’America latina all’Asia centrale, dal Sudest asiatico all’Africa occidentale, una ricerca puntigliosa e accurata condotta sul campo nella migliore tradizione delle ricerche sociologiche. "Senza moralismi e eroismi da inviato speciale, il racconto e le fotografie di Scotti formano uno straordinario film d’azione, emozionante, doloroso e sincero". Narcotica: Sulle rotte del narcotraffico Una società funziona grazie ai suoi vizi, o anche, in misura minore, ai suoi squilibri: non, quindi, in virtù delle sue qualità positive, bensì di quelle negative. E’ lì che occorre andare a mettere il naso per tentare di comprendere la realtà che ci circonda. Non è facile scrivere di un argomento di cui tutti credono di conoscere tutto. Ma si sa, la strada delle certezze è lastricata di pregiudizi, ben venga dunque un libro come Narcotica che magari ci aiuta ad uscire dai nostri schemi mentali e a guardare un problema importante e difficile, come quello della droga, da prospettive diverse e più ampie. E tutto questo con molta umiltà, senza pretendere di capire fino in fondo, nella consapevolezza che comunque non sarà sufficiente per arrivare a risposte definitive, impossibile e incoerente voler sostituire verità a verità. E’ lo stesso Scotti che riconosce di non aver trovato, nella sua ricerca condotta per sei anni, le risposte che cercava. "E mi sono reso conto che, più che la verità, avrei portato a casa l’esperienza… Paese dopo Paese il senso di questo cercare è diventato quello dell’incontrare e della disponibilità a raccogliere ciò che mi si presentava davanti per vederlo, riconoscerlo e sottrarlo all’oblio". Interpretando il senso di questo libro mi sembra di poter proporre due chiavi di lettura che forse sono speculari al cammino e all’esperienza che lo stesso Scotti ha fatto. L’intento iniziale dell’inchiesta era quello di mettere a nudo il fenomeno droga, disegnando al contempo una mappa delle vie del narcotraffico nel mondo. E allora ecco i numeri, le statistiche che sono indispensabili per cogliere l’estensione, le specificità e le connessioni di un fenomeno che, in un mondo sempre più globalizzato, pesano in modo decisivo sulla storia economica e politica dell’intero pianeta. Il libro di Alessandro Scotti ci aiuta a far luce su tutto questo, ma c’è anche dell’altro. Ci sono gli incontri, le persone, una dimensione umana straordinaria che ci permette di andare oltre le statistiche per scoprire l’uomo anche nelle situazioni più drammatiche e degradate. Può essere istruttivo guardare la realtà del problema droga con gli occhi del raspacine che incontriamo a S.José del Guaviare, ai margini della foresta pluviale del Rio delle Amazzoni nella Colombia meridionale. Le dita fasciate con brandelli di stoffa per evitare di ferirsi, raccoglie le foglie di coca stando attento a non rovinare la pianta che dovrà dare altri raccolti. E’ un bracciante a cottimo e nelle sue parole c’è tutta la miseria di una condizione da cui non potrà mai affrancarsi, la diffidenza verso gli estranei, la paura di chi è inesorabilmente schiacciato tra le vacunas (il pizzo che guerriglia e paramilitari passano a riscuotere quattro volte all’anno, prima di ogni raccolto) della guerriglia e le fumigazioni (nel programma statale contro la droga sono previsti interventi dell’esercito che inonda di pesticidi le coltivazioni coi suoi elicotteri blindati) della Direcciòn Antinarcoticos. Quello del raspacine del Guaviare è solo il primo di tanti incontri, nei quartieri malfamati di Bogotà e nei vicoli di Bangkok, nei deserti tra Afghanistan e Pakistan, lungo la costa della Thailandia orientale e dentro la Monrovia Central Prison in Liberia, situazioni e persone che l’obiettivo del fotografo e la penna del giornalista fissano con estrema efficacia. Una notazione a parte per le fotografie che si integrano perfettamente con il testo senza esserne un semplice commento, uno sguardo disincantato ma partecipe su una realtà che, grazie al libro di Alessandro Scotti, ora forse conosciamo un po’ meglio.

