L’antimeridiano, Volume 2

Opere complete, volume 2

Luciano Bianciardi

1956 PAGINE | 69 EURO
Data di uscita: 31 Gennaio 2008
A cura di: Massimo Coppola, Alberto Piccinini e Luciana Bianciardi
ISBN: 9788876380396

Il libro

A Luciano Bianciardi Isbn ha dedicato L’Antimeridiano vol I (2005) e il documentario Bianciardi! (2006) di Massimo Coppola. Ora L’antimeridiano volume II raccoglie le collaborazioni giornalistiche di Bianciardi dalla metà degli anni cinquanta al 1970 (ABC, La Gazzetta di Livorno, Il Giorno, L’Avanti, Il Guerin Sportivo, Playmen, Le Ore, L’Unità di Torino). Il calcio, la televisione, le donne, le parole della gente e degli intellettuali: la cultura popolare all’alba della post-modernità. Una cronaca ragionata dell’Italia com’era e come necessariamente è, una riflessione talvolta amara, più spesso divertente, che racconta con passione e un cinismo mai compiaciuto, personaggi, vizi e virtù dell’italietta degli anni ’50 e ’60. In coedizione con ExCogita Editore

Antonio D’Orrico - Corriere della Sera
Michele Barbolini - Pulp
La Padania
Fabio Canessa - Il Tirreno GR
Maria Zuppello - panorama.it
Dario Olivero - repubblica.it
Leonardo Merlini - APCOM
Pino Corrias - La Repubblica
QN
Roberto Alfatti Appetiti - Il Secolo d’Italia
Fabio Norcini - Left
La Cronaca
Daniele Abbiati - Il Giornale
Massimo Raffaeli - TTL
Federico Sarica - Vice
Fabio Canessa - Il Domenicale
Capital
Diva e Donna
Intervista a Massimo Coppola e Maria Jatosti - Fahrenheit RadioRai3
Antonio D’Orrico - Corriere della Sera Magazine
Il Foglio
Damir Ivic - Il Mucchio Selvaggio
Peppe Allegri - Liberazione
Diego Gabutti - Capital
Alessandro Guerra - avanti.it
Filippo La Porta - Il Riformista
Mirella Appiotti - La Stampa
Francesco Borgonovo - Libero
Roberto Carnero - L’Unità
Vito Bevivino - Il Quotidiano
Vito Bevivino - Il Quotidiano
Raffaele Manica - Il Mattino
Federico Ferrone - Corriere Fiorentino

Scherzi della memoria. Personale e collettiva. Dopo anni di silenzio il ricordo di Luciano Bianciardi riaffiora dall’oblio. Merito di due Antimeridiani, editi da ISBN edizioni e di un documentario che uscirà in dvd il prossimo ottobre firmato da Massimo Coppola e Alberto Piccinini e dell’instancabile azione vivificatrice della figlia Luciana.

Le parole di Bianciardi a quasi 37 anni dalla sua morte, avvenuta a 49 anni, appaiono ancora profetiche e veritiere. Prova ne sono le decine di articoli e box e boxini buttati giù con l’ostinazione di uno che in fondo sapeva di avere ragione e pubblicati in una trentina di giornali da Il giorno ad Epoca passando per Guerin Sportivo. Venti anni di analisi acute e pungenti di un’Italietta fondata su miti di plastica e tv, da Mike Buongiorno alle sorelle Kessler, che escono adesso nel secondo antimeridiano, l’ultimo in ordine di pubblicazione. Un volume che permette allo stesso tempo anche di approfondire il personaggio Bianciardi, autore di un romanzo che fece epoca, La vita agra, ma anche protagonista spericolato di una stagione adagiata su rassicuranti consumi di massa, capace di rifiutare un posto fisso al Corriere della Sera, nientedimeno che da Indro Montanelli, ma sempre curioso. Perché fu questa la sua forza. Arrabbiato, rompiscatole, intellettualmente incorruttibile non smorzò mai l’interruttore del suo sguardo. Uno così, insomma, non si può dimenticare.

Che risate si farebbe Luciano Bianciardi a vedere le sue opere raccolte in un due volumi che assomigliano ai reverendissimi Meridiani Mondadori, ma hanno la copertina in un cartone da scatola di merceria, la sua foto con la benda da pirata e li chiamano Antimeridiani. E’ uscito ora il secondo volume (a cura di Massimo Coppola e Alberto Piccinini, Isbn Edizioni, 69 euro). Il primo erano i romanzi e gli scritti, inarrivabili, sul Risorgimento degli eroi dei due mondi, dei giovani repubblicani che morivano a Roma, dei lombardi che a quei tempi sapevano chi era lo straniero e dei poveri del sud che vedevano accendersi la speranza della nuova Italia per poi vederla spenta un attimo dopo. Il secondo è diverso: sono gli articoli del Bianciardi giornalista. Su tutto. Sulla televisione, sui minatori della Maremma, sulle origini del fascismo, sul mestiere di traduttore che lo faceva campare, sul calcio, sui Vitelloni di Fellini, su Mike Buongiorno. Sono quasi duemila pagine. Ognuno potrà trovare un pezzo del suo Bianciardi. Eccone uno dell’anarchico che mette in riga tutti quelli disposti a morire per le masse purché non debbano vivere in mezzo a loro: "Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra, e ne sono orgoglioso; se in qualche modo la mia poca cultura può giovare al loro lavoro, alla loro esistenza, stimerò buona questa cultura, perché mi permette di restituire, almeno in parte, il lavoro che è stato speso anche per me".

Luciano Bianciardi parte seconda. Esce in questi giorni per i tipi di Isbn edizioni il secondo volume de "L’Antimeridiano", la ricchissima raccolta delle opere complete dello scrittore nato a Grosseto nel 1922 e morto a Milano nel 1971. Dopo il primo volume, apparso nel 2005, la casa editrice che rappresenta l’anima più innovativa del gruppo Il Saggiatore, bissa oggi - in collaborazione con Ex Cogita, casa editrice fondata dalla figlia dello scrittore - con un tomo interamente dedicato agli scritti giornalistici di Bianciardi. Un percorso che comincia nel 1952 sulle colonne de "La Gazzetta" e si conclude, dopo aver toccato 35 testate (tra cui "L’Avanti", "Il Contemporaneo", "L’Unità", "Il Giorno", "ABC", "Il Guerin Sportivo", "Epoca", "Tempo") solo con la morte di Bianciardi. L’itinerario dello scrittore è eclettico, così come la sua personalità. E i curatori Massimo Coppola e Alberto Piccinini nella presentazione descrivono con brio l’insofferenza di Bianciardi nei confronti del conformismo culturale: "Da anarchico qual è, non possono non risultargli insopportabili gli zdanovismi e i burocratismi dei quali la cultura comunista è profondamente impregnata. E tutto questo lo scrive - almeno finché può - su uno degli organi più autorevoli del Pci". Cronaca, inchieste, scritti culturali, ma anche sport e pezzi per riviste per soli uomini. Il secondo volume de "L’Antimeridiano", che conta quasi duemila pagine, tocca i più svariati temi e argomenti, il cui filo rosso è rappresentato dallo stile di Bianciardi e dal suo essere sempre e comunque originale e unico. Tanto da rifiutare una collaborazione fissa con il "Corriere della Sera", pur essendo - e "L’Antimeridiano" lo dimostra" - uno scrittore decisamente prolifico, oltre che interessato agli argomenti più vari. Valga come esempio del suo stile giornalistico un solo titolo degliscritti raccolti nel libro: "Disputa con Lorenzi sul sesso di Brera": quello che ci troviamo davanti non è un libro come tutti gli altri, e non solo per la sua ragguardevole mole.

Luciano Bianciardi, l’irregolare che amava il cabaret
E’ vero, è stato in qualche modo il Jack Kerouac italiano. Sul Domenicale, di recente, è stato definito - in riferimento al suo spirito individualista e libertario - "il nostro Steve McQueen, il nostro cattivo, il nostro uomo dalla vita spericolata". Ma alla fine ci sono riusciti. A cucirgli addosso la divisa dell’arrabbiato in servizio permanente effettivo. L’ennesimo santino da tirare fuori all’occorrenza per dare voce ad un coro dal quale Bianciardi si era chiamato fuori. La recente controversa scelta delle edizioni Isbn di mandare in libreria il primo volume delle sue opere complete con il titolo di L’antimeridiano, se da una parte ha il grande merito di aver riaperto il dibattito su un personaggio irregolare e guastafeste, dall’altro rischia di trasformarlo in caricatura, di usarlo, fuori tempo massimo, come ariete contro la corazzata delle lettere nazionali. Proprio quello che Bianciardi non avrebbe voluto, rendere servizio ad una parte, qualunque essa sia. Del resto in vita era stato chiaro. «No, l’incazzato di professione non lo faccio». La proposta di scrivere un libro «arrabbiato» l’anno gli era arrivata dalla Rizzoli dopo il grande successo, cinquantamila copie in poco più di una settimana, de La vita agra (1962). Storia di una «solenne incazzatura in prima persona singolare» con un mondo che si affrettava a saltare sul carro del progresso. Bianciardi da quel treno in corsa volle scendere, sapendo di farsi male, pur di non allinearsi. Atto di accusa contro Milano, simbolo di un “miracolo economico” pieno di aspettative ma anche foriero di cattivi presagi. Centoventi pagine scritte di getto, una storia in buona parte autobiografica. Il protagonista, però, non è venuto a Milano per lavorare, ma per realizzare una covata vendetta. Vuole far saltare in aria il palazzo della società proprietaria della miniera e responsabile della morte dei quarantatre compaesani. L’indimenticata tragedia di Ribolla del 4 maggio 1954, l’esplosione della miniera di lignite che aveva provocato quarantatre morti, l’aveva segnato per sempre. Montanelli sul Corriere della Sera lo definisce uno dei libri «più vivi e stupefacenti» degli ultimi anni e propone all’autore una collaborazione, due pezzi al mese per la terza pagina, per trecentomila lire. Soldi. Veri. Tanti. Come non ne aveva mai visti con la sua attività di traduttore. Tantissimi, per chi salta i pasti e si riduce a mangiare mezze porzioni nelle latterie di Brera. Eppure rifiuta e si prende del «bischero» dal vecchio leone del giornalismo italiano. E dice no anche alla proposta della Rizzoli, cui propone uno dei suoi libri sul Risorgimento, vecchia passione sempre coltivata. Ma chi è davvero Bianciardi? Era nato a Grosseto il 14 dicembre 1922, città che aveva lasciato per rispondere alla chiamata in armi della patria e nella quale, dopo due anni di guerra e con il grado di sergente, aveva fatto ritorno nel 1945, trovandola semidistrutta da venti mesi di bombardamenti angloamericani. Come racconta Pino Corrias, autore della bellissima biografia Vita agra di un anarchico (Baldini & Castoldi 1993), nei «covi rossi della Maremma» dopo un anno dalla fine della guerra erano ben centoventi le sezioni del PCI. Tutti erano comunisti, braccianti, mezzadri, contadini, intellettuali, studenti. Bianciardi no, «detesta le tessere, i funzionari togliattizzati che chiama preti rossi». Si dichiara «anarchico individualista». La mia, afferma, «è una disposizione d’animo, non un’ideologia». Si laurea in filosofia a Pisa, insegna, poi lascia la cattedra per improvvisarsi dinamico responsabile della biblioteca comunale. Nel frattempo comincia l’attività giornalistica, realizza un’inchiesta sulla condizione dei minatori maremmani. Sono gli anni «più belli e ricchi», ma non è lontano il tempo del disincanto che lo porterà a definire il dopoguerra «una colossale fregatura». L’opportunità per cambiare vita arriva presto. Con il suo giornalismo di denuncia è pronto ad essere arruolato dai vertici del PCI, che lo segnalano a Giangiacomo Feltrinelli, impegnato a reclutare giovani intellettuali per dare vita ad una nuova casa editrice. Arriva la convocazione per un colloquio, ma Bianciardi diffida dei comunisti. «Io sono anarchico, cosa volete voi da me?», chiede a Maria Iatosti, la giovane militante comunista per la quale ha lasciato moglie e figli. Poi accetta. L’arrivo a Milano nel 1954 è traumatico, così come l’incontro con Feltrinelli, detto il giaguaro, «ignorante come un tacco di frate e ricco da fare schifo». L’ambiente di lavoro non gli piace, gli «intellettuali-funzionari» della casa editrice non gli sono simpatici, trova ridicoli quei «fannulloni frenetici» nella loro ansia di affermazione, troppo disponibili a farsi corrompere. Gli vengono assegnate le traduzioni e la direzione delle collane Scrittori d’oggi e la Bianca e nera. Ma arriva presto il licenziamento per scarso rendimento, senza che nessun collega si esponga in suo favore. Ha rotto l’anima a tutti con l’ostentazione del suo essere povero e trasandato in un periodo nel quale tutti coltivano ambizioni e vivono nell’illusione di arricchirsi. Lo stesso Bianciardi raccontò: «mi licenziarono soltanto per via di un fatto, che io strascico i piedi, e poi mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non è indispensabile». Feltrinelli gli affida il lavoro esterno di traduttore e lui traduce a ritmi «infernali». Sono oltre cento le opere tradotte. Si deve a lui la lettura in lingua italiana di Faulkner, Miller, Huxley, Saroyan e di numerosi altri scrittori. Sua è la magnifica traduzione di Gilles di Pierre Drieu La Rochelle per l’editore Sugar (1961). Ma non sempre può scegliersi cosa tradurre, e per mangiare non può tirarsi indietro davanti alla Fecondazione artificiale della donna, ai Mille modi di aumentare le vendite e alla Fisica del neutrone. Scrive i suoi libri nel poco tempo libero. Nel 1957 pubblica il Lavoro culturale, vende poche copie ma diventa un libro di culto per molti giovani. Con «dieci giorni di sigarette e grappa» nel 1959 scrive L’integrazione, «uno schizzo sarcastico dell’industria culturale all’alba del boom». La città cambia troppo in fretta, Brera, la “cittadella dei pittori”, viene invasa dai pubblicitari, dai finti artisti e, per dirla con le parole di Vaime, dei “commendatori con il brivido intellettuale”. Nei bar si beve meno grappa e più whisky. Arriva la gente vestita bene. In una parola Brera diventa un quartiere alla moda. Per Bianciardi si spalancano le porte dei salotti di sinistra, si moltiplicano gli inviti alle feste. Se fosse ancora vivo, nella società televisiva di oggi, sarebbe preda ghiotta per comparsate televisive, conteso tra Costanzo e la Venier. Ha scritto un libro contro la Milano da bere e si ritrova ad affogare in un mare di party, cene in piedi, cocktail, balli e lusinghe. Non è il suo ambiente, si sente a suo agio altrove, sotto le luci soffuse dei night, nelle trattorie frequentate, come dicono gli habitué e racconta Corrias, dalle «tre pi»: pittori, pompieri, puttane. Vive nel mondo dei cabaret, il Derby prima e il Cab 64 poi. Per un nottambulo tiratardi come lui i locali notturni sono la sua vera casa. C’è il jazz, ma anche carismatici cantastorie come Franco Nebbia, personaggio poliedrico, pianista di piano bar e solitario di grandi alberghi, Pupo De Luca, Giorgio Gaslini, Franco Cerri. Conosce e frequenta Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, che all’epoca fanno serate in coppia sotto il nome dei Due Corsari. E tra il pubblico ci sono Dino Buzzati e Giancarlo Fusco, uno dei suoi più cari amici, quello cui affidare il proprio necrologio: «sentiresti le risate! E morire con un corteo funebre di ridenti è la gioia maggiore che possa toccare a un morto». Bianciardi sarà anche frequentatore abituale del Nebbia Club, aperto da Franco Nebbia dietro la Borsa. Il cabaret, spiega Corrias, «è uno dei pochi ambienti dove i nuovi miti della società dei consumi – utilitaria, televisione, frigorifero, cambiali – finiscono dentro a una risata grottesca, magari ingenua, magari inoffensiva, però abbastanza cattiva da rovinare la festa agli ottimisti». Come scrittore, fa esattamente il contrario di quello che ci si aspetta da lui. Insiste con altri libri di divulgazione storica: La battaglia soda (1964), Daghela avanti un passo! (1969) e Aprire il fuoco (1969). Sceglie di collaborare con riviste ai margini dell’editoria che conta, come Belfagor, Comunità, Nuovi argomenti e addirittura Playman e Le ore. Decide di sperperare il patrimonio di credibilità accumulato come scrittore e giornalista, si sente sempre più a disagio nei panni di intellettuale militante, «limita la sua protesta ad un’alzata di spalle». Si trasferisce a Rapallo, dove – insieme alla moglie – gestisce una libreria, la stessa frequentata dal vecchio Ezra Pound. «Passa metà delle sue giornate nelle osterie di Sant’Anna, gira in pantofole, scrive articoli inutili e libri mediocri. A quarantadue anni, esce di scena». E’ un uomo stanco, deluso, nauseato. Torna per un breve periodo a Grosseto. Intorno il mondo è scosso da eventi epocali: il ‘68, le occupazioni, Praga, l’autunno caldo. Bianciardi è distante anni luce, vive chiuso in se stesso. Solo una volta si trova, quasi per caso, ad una manifestazione di sinistra. Gli basta prendere in mano un volantino per esplodere: «Ma guarda come scrivono! Questi non sanno neanche l’italiano, non faranno mai la rivoluzione». Da Rapallo torna a Milano, ma non è più in grado di lavorare. Come accadrà anche ad altri grandi scrittori e amici come Gianni Brera e Giovanni Arpino, la collaborazione con riviste sportive gli procura lo snobistico disconoscimento degli ambienti culturali radical-chic, ma questo non gli impedisce di accettare una rubrica fissa sul Guerin Sportivo. Nelle traduzioni che gli vengono commissionate intere righe sono piene di errori se non inventate di sana pianta. Gli ultimi mesi sono terribili, continua a bere, soffre di crisi depressive, sembra aver fretta di morire. Ha combattuto la sua guerra personale e l’ha persa. Rimane il crudo epilogo tracciato da uno dei suoi migliori amici, Giovanni Arpino, anche lui scrittore dimenticato troppo in fretta: «aveva preso cazzotti tutta la vita. E il romanzo (La Vita Agra) di colpo lo aveva fatto sentire al centro del ring: in piedi, saldo, tra gli applausi». Invece – incredibilmente – da quel ring è sceso proprio mentre tutti lo acclamavano. Quando era al culmine del successo, si scherniva: «per me successo è participio passato del verbo succedere». Forse consapevole che per lui il successo avrebbe segnato l’anticamera della fine. Di colpo era rimasto intrappolato in quegli stessi ingranaggi della società milanese salottiera e progressista che aveva aspramente combattuto. Al suo funerale, in un livido giorno di novembre del 1971, non c’è nessun «corteo funebre di ridenti», ma quattro gatti. Aveva scritto: «deve essere un bel funerale. Dietro venga chi voglia, tranne le segretarie secche. Loro no. Poi si scordino pure di me». E invece sono ancora qui a tirarlo per la giacchetta.

IL SECONDO VOLUME DELLE OPERE COMPLETE DEL GIORNALISTA E SAGGISTA LUCIANO BIANCIARDI
Un profeta visionario e salvifico “Ora la vita è sicuramente meno agra. Non si stenta ad arrivare alla fine mese, non si saltano più cene, ci possiamo permettere di bere un bicchiere buono. Però, se la vita oggi è meno agra, è anche molto più confusa. I valori si confondono, le persone cambiano faccia, e ci si sente male. In un modo diverso, ma forse più di prima”. Con questa malinconica riflessione, il 27 settembre 1971 Luciano Bianciardi rispondeva ad un suo interlocutore nella rubrica da lui tenuta per il settimanale sportivo “Guerrin sportivo”, che gli aveva provocatoriamente domandato se, a distanza di 9 anni dal suo capolavoro, appunto, la vita fosse meno agra. Quarantotto giorni dopo Luciano Bianciardi moriva, a pochi giorni dal suo quarantanovesimo compleanno. Le parole citate assumono, dunque, un valore decisivo per conoscere l’amara consapevolezza di sé che accompagnò gli ultimi giorni di Bianciardi e servono, forse, anche a trovare una rotta, sia pur sbilenca, nel viaggio alcolico intrapreso verso l’autodistruzione. Le stesse parole, lo stesso disincanto chiude la bella introduzione di Massimo Coppola e Alberto Piccinini al secondo volume di raccolta di tutte le opere di Luciano Bianciardi che l’editore Isbn ha da poco pubblicato - “Luciano Bianciardi. L’Antimeridiano” (pagine 2144, 69 euro). Alla cura del volume partecipa con la cronologia della vita, anche Luciana Bianciardi, figlia dello scrittore e presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Bianciardi che si è assunta il compito di raccogliere tutto il materiale riguardante il padre ed il contesto storico sociale nel quale ha operato, nella giusta convinzione che Bianciardi è una bussola per orientarsi nella memoria di questo Paese. I lettori più anziani di questo giornale dovrebbero ricordarsi di Luciano Bianciardi, perché dal 1952 al 1963 collaborò a “l’Avanti! con una serie di scritti che spaziavano da temi sociali, a critiche cinematografiche, fino a emozionate e buffe rapsodie sapienzali, come la recensione ad un libro di Delio Cantimori, suo maestro alla Scuola Normale di Pisa in cui la sommità della cultura del famoso storico degli eretici è resa meno impervia dal carattere affettuoso e paterno della comunanza. Nel 1962, sempre per “l’Avanti!” Bianciardi firma la rubrica “Telebianciardi” con cui dissezionava i programmi della televisione italiana, intuendone già allora la funzione debilitante. Non è solo il “Dada-umpa” a rivelare il volto cianotico ed esangue del prodigioso miracolo italiano, è l’intera programmazione che costituiva per Bianciardi lo specchio infranto dell’Italietta cabarettista e democristiana: “dimenticate l’apparecchio acceso a un’ora qualunque di un giorno qualsiasi. Vedrete allora quante occasioni solitamente vi vanno perdute, occasioni di accrescere il fardello del vostro sapere”, scriveva il 21 gennaio 1962; e il 18 marzo successivo, prendendo spunto dalle tribune politiche trasmesse in televisione, Bianciardi vaticinava ironicamente l’Italia claustrofobica del duopolio di oggi: “c’è da fare un’ipotesi, che fra dieci o vent’anni la nostra dirigenza politica sia talmente uniformata da consentire il pool dirigenziale. Cioè un fondo di uomini politici eguali, intercambiabili, professionalizzati, a cui i vari partiti politici possano attingere secondo il bisogno e il piacimento loro. Ci sarà l’albo dei politici, come c’è quello dei medici, dei notai, dei giornalisti. Con esami, concorsi, requisiti, onorari, quote, pensioni e marchette mutua”. Bianciardi non faceva la corte alle pulsioni dell’antipolitica, al contrario combatteva aspramente il qualunquismo e la demagogia. Osservava la realtà con un occhio chiuso per smettere di osservare la progressiva paralisi dei corpi e affidarsi unicamente alla ragione dell’ironia. È in questa ricerca spasmodica di lucidità che Bianciardi firma sempre per “l’Avanti!” una appassionata inchiesta sulla sua città, Grosseto, e la Maremma, con la chiara intenzione di sfatare i luoghi comuni che presiedono all’invenzione della tradizione. Non c’erano gli etruschi a presidiare le origini della terra maremmana, come volevano gli eruditi locali a supporto del piccolo cabotaggio politico dei benpensanti concittadini, ma il geometrico disegno illuminista dei Lorena, i sogni regalistici di Pietro Leopoldo e l’incontro fra uomini e donne e desterrados di tutta Italia a cui gli ideali del socialismo potevano ora dare finalmente una terra e un sole per scaldare l’avvenire. In quel forzato riferimento etrusco, Bianciardi leggeva lo stesso meccanismo infernale di promozione di una pseudocultura che stava dietro il fenomeno della montecatinizzazione a cui le città venivano sottoposte (l’imbellettamento artificiale delle città che ne produceva la loro standardizzazione, per dirlo in sintesi). Ma non è solo il lavoro a “l’Avanti!” che riempie le pagine del volume. Sono i pensosi articoli su “Comunità” del 1954, le cronache milanesi per “Il Giorno”, o i divertiti interventi su riviste per adulti; o, ancora, gli articoli per i giornali sportivi (recentemente pubblicati per “Stampa alternativa”) in cui Bianciardi si intratteneva a desacralizzare e umanizzare il pallone e i suoi interpreti fuori e dentro il campo: è la possibilità invocata per i calciatori di fare sesso prima delle partite che infrange la santità del calciatore asceta e votato al martirio del tifo; è la messa alla berlina dei giornalisti professionisti del calcio attraverso le pompose domande e risposte che Bianciardi inventava. Tutti insieme gli scritti vanno letti e lentamente metabolizzati perché fanno piazza pulita di quanti inseguono Bianciardi per riportarlo all’attualità, a un noi idealizzato e ingannevole. Profeta e dilettante, visionario e provinciale Bianciardi è maledettamente inattuale. Bianciardi è salvifico perché non abita qui; lui vive a Kansas City.