E vai con la guerra!
Armi di derisione di massa
David Rees
Data di uscita: 21 Febbraio 2008
Traduzione: Guido Baldoni
ISBN: 9788876380884
Il libro
«Non potevano appenderlo con un po’ più d’eleganza Saddam Hussein? È l’esecuzione più sporca che abbia mai visto» È l’umorismo nero e tagliente delle strisce di un geniale autore, l’unico erede credibile della tradizione del fumetto satirico americano, da Doonesbury a Spiegelman. Una comicità piena d’inventiva, cinismo e senso dell’assurdo. E così, tra una risata (amara) e l’altra, gli omini tristi delle clip art di David Rees, abitanti seriali e pronti all’uso di scene di lavoro d’ufficio, diventano lo specchio di una società che assiste allo spettacolo del conflitto ed elabora le proprie opinioni attraverso la retorica lunare dei politici. Con il distacco dell’osservatore che nemmeno sa dove si trova l’Afghanistan e il risentimento di chi comprende che democrazia e bombe non vanno troppo d’accordo, nemmeno se è stato Dio a suggerirlo.
L’autore
David Rees (1972), dopo aver studiato filosofia, si trasferisce a Manhattan e comincia a disegnare fumetti di arti marziali. All’indomani dell’11 settembre inizia a pubblicare sul suo sito una striscia sulla guerra al terrorismo. In pochi mesi il suo hobby diventa un fenomeno di culto. Ha pubblicato Get your war on (2002), My New Fighting Technique is Unstoppable (2003), il sequel Get your war on II (2004). Nel 2005 i suoi fumetti sono stati portati nei teatri di Philadelphia, New York, Houston e Washington. Nel 2007 sono stati anche inclusi in una performance dell’artista Jenny Holzer. Il suo sito è www.mnftiu.cc
Leonardo Merlini - APCOM
Internazionale
Silvia Bombino - Vanity Fair
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Luigi Bolognini - La Repubblica
Andrea Provinciali - Il Mucchio Selvaggio
I FUMETTI ANTI-BUSH SCORRETTI ED ESILARANTI
Algide clip art e testi al vetriolo: il segreto del successo delle vignette di David Rees si potrebbe riassumere così. Dalla giustapposizione delle immagini banali e stereotipate utilizzate per presentazioni e volantini e del linguaggio dissacratorio e scurrile dei personaggi che vengono chiamate a impersonare Rees cava una formula geniale di strisce che, nei giorni cupi seguiti all’11 settembre, hanno restituito agli americani la voglia di ridere, seppure spesso amaramente. Oggi il lavoro di David Rees, classe 1972 e una laurea in filosofia, viene raccolto in un libro edito da Isbn: "E vai con la guerra!", divertentissimo atto d’accusa contro la politica estera di Bush, ma il cui vero obiettivo polemico è in fondo la stupidità umana. In un’intervista alla rivista cult The Believer, Rees ha spiegato la genesi del suo lavoro: "E’ stata una specie di reazione al diffondersi dell’idea che l’ironia fosse morta. Cosa che trovavo davvero offensiva e antidemocratica, in un certo senso". E l’ironia, sostenuta da una serie di espressioni molto volgari che esaltavano comicamente le espressioni vacue dei personaggi delle clip art, esplode fin dalle prime tavole, quando uno dei soggetti - praticamente sempre impiegati che parlano al telefono - esclama carico d’entusiasmo: "Oh mio Dio, questa Guerra al Terrorismo sarà una ficata! Non vedo l’ora che sia finita e non ci sia più terrorismo". E poco oltre l’amico dall’altro capo della linea ribatte: "Sto contando i giorni fino al momento in cui accenderò la radio e saprò che l’arsenale nucleare pakistano è finito nelle mani sbagliate. Saranno tempi invitanti". Si ride, ma con un brivido di paura lungo la schiena. Le vignette di Rees, composte tra l’ottobre 2001 e l’agosto 2002, seguono i cambiamenti d’umore degli americani dall’attacco all’Afghanistan ai primi passi verso la guerra all’Iraq, che scoppierà poi nel marzo 2003. Tra una parolaccia e l’altra però gli imperturbabili impiegati ci regalano anche riflessioni molto profonde: "I monoteismi - dice un personaggio immaginando di rivolgersi a Dio - hanno sempre tirato fuori il meglio da noi umani: grazie infinite per l’idea di un’entità sovrannaturale vendicativa che ricompensa gli umani dopo la morte!". Oppure in una tavola dell’11 luglio 2002 ecco cosa dice lo stesso impiegato: "Ricordi quando hanno chiesto a George W. Bush chi era il suo filosofo della politica preferito, e Bush rispose ‘Gesù Cristo’? Pensi che Gesù si rivolterebbe nella sua tomba, se non ne fosse già uscito?". Anche la politica interna, comunque, fa capolino dalle tavole di Rees e non si può non sorridere quando un personaggio fa questa acuta considerazione: "Ricorsi quando Bush ha detto ‘I talebani non vogliono l’assistenza sanitaria per le donne’? Questo vuol dire che io - chi parla è un uomo - posso andare a Kandahar e averla? Ho già smesso di rasarmi!". "L’umorismo è macabro - scrive Anthony York in una sorta di postfazione - ma è impossibile non sentire la pietà che c’è sotto. Le vignette di Rees rappresentano l’indifferenza da Generazione X, ma al tempo stesso comprendono il nostro bisogno di speranza". Che talvolta resta frustrato, come quando una ragazza in una tavola del 28 marzo 2002 non può fare a meno di chiedersi: "E’ davvero questa l’unica Terra su cui posso vivere?".
Non potevano appenderlo con un po’ più d’eleganza Saddam Hussein? È l’esecuzione più sporca che abbia mai visto”. La guerra, ogni guerra, si sa, è sempre una bruttura. Un’orrenda bruttura. Ci si può ridere su fino ad un certo punto. E chi fa ridere, quando tratta di guerra, deve farlo senza essere mai banale, insulso o piatto. Se nera è la guerra, dunque, altrettanto nero deve essere l’umorismo che la tratteggia - la graffia, per meglio dire - l’ammonisce - la cazzeggia, per la precisione - e la denigra - la sberleffa, per meglio rendere l’idea: fino a ridurla a burletta dell’assurdo. Tutte e tre queste peculiarità, con l’aggiunta di una forte dose di inventiva, convivono in “E vai con la guerra!” di David Rees, in libreria per i tipi della Isbn Edizioni. Rees, a detta dei più attenti osservatori di satira internazionale, è un autore geniale, l’unico erede credibile della tradizione del fumetto satirico americano, da Doonesbury a Spiegelman e sa usare la matita, con il distacco dell’osservatore che nemmeno sa dove si trova l’Afghanistan e il risentimento di chi comprende che “democrazia” e “bombe” non possono andare d’accordo, nemmeno se è stato “Dio” in persona a suggerirlo. Il libro è una striscia, ironica e amara, sulla condizione politica (fatta di uomini, che in realtà diventano omini tristi, abitanti serali e pronti all’uso di scene di lavoro d’ufficio, che sono lo specchio di una società che assiste allo spettacolo del conflitto ed elabora le proprie opinioni attraverso la retorica lunare dei governanti dell’ultima generazione) che genera la mostruosità per antonomasia dei nostri tempi.

