Design del popolo

220 invenzioni della Russia post-sovietica

Vladimir Archipov

312 PAGINE | 23 EURO
Data di uscita: 24 Maggio 2007
Traduzione: Ada Arduini e Gioia Guerzoni
ISBN: 9788876380617

Il libro

Un cucchiaino bucato per far bolle di sapone, forchette, ferri sta stiro e ruote di bicicletta utilizzati come antenne tv. Design del popolo è uno straordinario catalogo che racconta la vita al tempo dell’Unione Sovietica. Duecentoventi oggetti nati dalla necessità quotidiana, dal bisogno che stimola l’ingegno. Insieme alle foto di lampade, radio e giocattoli, scorrono le storie e i ricordi di chi li ha realizzati. Contadini, studenti, operaie tracciano, attraverso le loro invenzioni, il ritratto di un’epoca trascorsa. L’Urss e gli anni della Perestrojka, prima dell’avvento di Putin. Il risultato è una rivolta silenziosa e collettiva contro la povertà del socialismo reale, ma anche una risposta intima ed emozionante al consumismo, alla produzione in serie di milioni di pezzi anonimi. E’ nella creatività e nell’orgoglio di queste persone che sopravvive l’inalienabile umanità di tutti.

L’autore

Vladimir Archipov (Rjazan’, 1961) vive e lavora a Mosca. Ha studiato medicina e ingegneria. Artista autodidatta, dal 1990 esplora le città e le campagne russe alla ricerca di oggetti fai da te da inserire nella sua collezione, che ne raccoglie più di mille. I suoi lavori sono stati esposti alla Biennale di San Paolo, in Inghilterra, Francia e molti altri paesi.

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Design del popolo: il vero no logo è made in Russia
Sarà anche riuscito a scappare dall’esercito russo costruendo una mongolfiera con dei vecchi lenzuoli il vecchio agente segreto McGyver. Ma la sua proverbiale inventiva impallidirebbe leggendo Design del popolo, di Vladimir Archipov (Isbn edizioni, illustrato). 220 invenzioni della Russia post sovietica, tra aspirapolvere, macchine per cucire, attaccapanni e attrezzi per massaggiare la schiena realizzati con mezzi di fortuna da operai o contadini mossi da semplice necessità. Gli anni dell’Urss e quelli della Perestrojka erano avari di comodità. Operazioni banali come aprire una bottiglia di vino o pulirsi le scarpe sull’ingresso di casa erano allora un vero lusso. Bisognava ingegnarsi. Così un portachiavi a forma di stivale poteva diventare un cavatappi. Una serie di tappi a corona montati su un pannello si trasformavano in zerbino. E delle lampadine multicolore trovate in una base missilistica finivano per addobbare un albero di Natale. Vladimir Archipov è cresciuto in mezzo a queste invenzioni. È grazie a loro che da bambino poteva fare le bolle di sapone con un cucchiaio bucherellato; guardare la televisione con un apparecchio collegato a una ruota di bicicletta; ascoltare alla radio trasmissioni proibite. Quando si è accorto che la qualità di vita di moltissimi suoi connazionali dipendeva da quei guizzi di genio, ha comiciato a esplorare città e campagne russe a caccia di oggetti autocostruiti, per collezionarli. La sua ricerca dura da quasi vent’anni, e alimenta una raccolta in costante crescita. Ora è finita in parte in questo volume, che ad ogni oggetto illustrato affianca la storia e il ricordo di chi l’ha inventato e costruito.

Design del popolo/ L’arte di non buttare via nulla in Unione Sovietica: così le forchette diventavano antenne…
Madre Russia, ovvero l’arte di non buttare via niente. Al di là degli Urali, la dottrina socialista insegnava ai suoi sottoposti a fare tesoro di ogni oggetto che s’incontrasse per la via. Socialismo era anche povertà economica e ricchezza del fai da te improvvisato, che genera con l’esperienza dell’essenzialità un design dadaista tutt’altro che inutile. Valdimir Archipov raccoglie in Design del popolo (ISBN, 23 euro) le 220 invenzioni della Russia post-sovietica. Nulla di scientifico, comunque. Una piccola enciclopedia dell’ingegno popolare per raccontare anni vissuti nell’indigenza e nella povertà per fare di necessità virtù. Tutto iniziò nel 1994, quando l’autore, nella dacia di un conoscente, “vide un insolito attaccapanni. Era fatto con un vecchio spazzolino da denti senza setole, piegato su una fonte di calore”. Insolito e perfettamente funzionale. E come dalla madeleine di Proust iniziano a sgorgare nella mente di Aerchipov associazioni figurative che lo rimandano ad altri oggetti visti in altre case. Quindi inizia il suo viaggio durato undici anni alla scoperta di ciò che lui definisce “museo popolare degli oggetti fatti in casa”. L’angoscia dell’economia centralizzata e dei suoi riflessi sui consumatori, unito al bagliore di un consumismo ideologicamente lontano, hanno dato vita a un mercato del tutto autarchico in cui, all’interno di un regime oppressivo, “chiunque riesca a fare qualcosa con le proprie mani preferisce costruire un oggetto piccolo e concreto invece di collaborare con gli altri per migliorare le condizioni di vita generali. Tutti sono abituati ad affrontare i problemi da soli”. Ed è alla luce dei bisogni più elementari che il popolo partorisce ingegnose creature per puro divertissement o per necessità: pistole giocattolo di legno, telefoni riarrangiati con nastro isolante. E poi ferri da stiro e ruote della bici usate come antenne tv, forchette e sugaro per tappare la vasca, cestini di filo spinato e cappelli come paralume, fino all’accoglienza sulla soglia di casa con uno zerbino di tappi perfetto e quadrato. Neanche l’aia si lascia sguarnita e la sezione di un copertone diventa una vasca per le anatre. Design del popolo è un piccolo manuale di sopravvivenza dell’era sovietica, dove oltre a perseguire il fine dell’utilità è evidente il silente moto di ribellione volto a risvegliare lo spirito creativo castrato dal regime.

La povertà aguzza l’ingegno. Si può sintetizzare con questa frase il contenuto di Design del popolo, bizarro libro pubblicato da Isbn, frutto di un lavoro di ricerca atipico effettuato dall’artista Vladimir Archipov. Archipov ha girato per anni le città e le campagne russe alla ricerca di oggetti fai da te da inserire nella sua collezione. Ne è uscito fuori questo libro, che contiene 220 oggetti nati dalla necessità quotidiana, dal bisogno che stimola l’inventiva. Gli oggetti, inoltre, forniscono un lucido ritratto dell’Urss e degli anni della Perestrojka, prima della venuta al potere di Putin. Ad ogni immagine dell’oggetto schedato si accompagna una sorta di testimonianza dell’autore o dei familiari dell’autore, i quali raccontano le ragioni e i contesti che hanno determinato la nascita di simili oggetti. Si va dalla mazza da hockey, costruita con legno di ciliegio e nastro isolante, al castello giocattolo, fatto di scatole, colla e tempera, dallo zerbino di tappi di birra alla vasca d’uccelli ottenuta dalla ruota di un trattore, dalla borsa termica, piena di polisterolo e gommapiuma, allo sturalavandini, creato con il piede di uno sgabello e un pallone tagliato. E l’elenco è davvero sterimato. Ha perfettamente ragione il critico d’arte Diogot quando definisce questi oggetti "frammenti della civiltà sommersa del socialismo sovietico, esclusa dalle logiche di mercato". La Russia di oggi, invece, è immersa nel mondo del consumismo globale, della replicablità delle merci d’acquistare. Chissà se cì sono ancora netturbini che creano il proprio badile unendo un vecchio cartello stradale con un manico di scopa. Le frange di irriducibili, non dimentichiamolo, sono dure a morire.

L’uomo sopravvive perché è capace di adattarsi, l’arte nasce a volte da questo adattarsi. E’ questo il caso de Il Design del popolo, curiosa raccolta itinerante dell’estro slavo. Archipov ha raccolto, manufatti, comunissimi oggetti di tutti i giorni utilizzati quotidianamente durante il periodo sovietico. La mancanza di materiale e l’invettiva dei russi ha spostato il confine di tali oggetti da “comunissimi oggetti comunisti” a “artitistici reperti post sovietici” Curioso e interessante

Vladimir Archipov è un artista autodidatta. Vive e lavora a Mosca, in passato ha studiato medicina ed ingegneria. Forse è da rilevare proprio in questi studi la passione per l’arte. E’ dal 1990 che gira in lungo e in largo le città e la campagne russe alla ricerca di “oggetti fai da te” da inserire nella sua personale collezione. Una parte di questi oggetti, frutto dell’originale creatività del popolo dell’ex Unione Sovietica, sono andati a ‘costruire’ un libro che, forse più di tanti saggi, riesce a far comprendere cosa abbia rappresentato il socialismo reale nella vita quotidiana di milioni di russi. Sono oggetti curiosi, a volte bizzarri, quasi poetici nella loro spartana costruzione. Ogni oggetto è stato fotografato, e pubblicato con un commento sull’autore e sulla vita che questi conduceva quando la creazione è stata ultimata. Ne è uscito, così, questo “Design del popolo” - edito da Isbn Edzioni - nel quale Archipov si è astenuto da qualsiasi commento personale per lasciare che “il popolo” parlasse di politica, società ed economia, attraverso le proprie “sculture”. Gli oggetti catalogati sono circa 220, alcuni dei quali davvero stupefacenti: si va dalle foto di una mazza da hockey, costruita con legno di ciliegio e nastro isolante, al castello giocattolo, fatto di scatole, colla e tempera. Davvero originali sono anche lo zerbino manufatto con tappi di birra, oppure la vasta d’uccelli ricavata dalla ruota di un trattore. Ma sono proprio i racconti di vita degli autori di queste particolarissime opere d’arte a rivelare eloquentemente il taglio squisitamente sociologico di questo libro. “Design di un popolo” è, insomma, un saggio in immagini sulla vita quotidiana di un intero popolo che ha una forza descrittiva fortissima. Uomini, donne, giovani e meno giovani, casalinghe e netturbini, si ritrovano a combattere, attraverso le proprie “opere”, con le aspettative e illusioni che, evidentemente, non erano quelle promesse dal “socialismo realizzato”. Il passaggio dall’Unione sovietica all’era, apparentemente, “liberale” in economia ma nei fatti quasi zarista in politica, del Presidente russo Putin, viene riassunto alla fine dall’immagine di uno scopino per netturbini ricavato da un vecchio cartello stradale unito ad un manico di scopa: un modo, rozzo e artigianale - ma originale appunto - di spazzare via un vecchio sistema per sostituirlo con un altro, altrettanto rozzo e artigianale, ma sicuramente non tanto “originale”.

La collezione di oggetti autoprodotti di Vladimir Archipov ha ormai superato i mille esemplari. Si tratta di aggeggi fatti in casa per risolvere, di solito, problemi spiccioli che Archipov ha raccolto dagli anni ‘90 ad oggi e che ha esposto in molte mostre in giro per l’Europa. In Design del popolo ne viene presentata una selezione, corredata con fotografie e brevi interviste con gli inventori. Design del popolo: Arrangiarsi malgrado tutto L’ho costruito parecchio tempo fa, quando gli scaffali dei negozi erano vuoti. Dev’essere stato più o meno nel 1990. Non ricordo perché mi serviva, ma dev’essere stato per qulacosa, altrimenti non l’avrei fatto. Cosa succede quando un’esigenza reale (guardare la tv, pescare, vendere gelati sui treni, fate voi) non può essere soddisfatta per la mancanza di un oggetto che disgraziatamente non esiste in vendita o costa troppo e non si può né rubare né prendere in prestito? I rammolliti abbandonano la partita, i duri accettano la sfida e cercano di risolvere il problema utilizzando ciò che hanno a disposizione e, quando va bene, tirano fuori la soluzione sotto forma di improbabili accrocchi messi insieme riciclando ciarpame di varia natura. Antenne televisive fatte con le forchette, nebulizzatori a clistere, pale-stampelle, bollitori a lametta, tutti aggeggi che, indipendentemente anche dalla loro effettiva funzionalità, riescono a trasmettere perfettamente la grande energia creativa di chi li ha costruiti. D’altro canto, le brevi interviste in cui gli inventori descrivono i prodotti dei loro sforzi ed il contesto in cui la decisione di costruirli è maturata ci forniscono brevi ed intensissimi squarci della storia russa degli ultimi vent’anni, particolarmente dei suoi momenti più duri in cui, si sa, l’ingegno individuale diventa una risorsa preziosissima. In tempi in cui l’arte di arrangiarsi perde ogni giorno un po’ di terreno schiacciata da logiche industriali e commerciali gli oggetti e le storie presentate da Vladimir Archipov suonano come un invito a non lasciarci rinchiudere nel ruolo di consumatori, ma invece trasformarci in creatori, di tanto in tanto.

Un progetto durato 11 anni, per raccogliere la produzione casalinga di oggetti fatti per soddisfare i bisogni quotidiani. Un vero e proprio museo popolare di cose fatte in casa. Preziosissimi esempi di cultura sovietica e post sovietica che rappresentano il lato privato della vita di un paese in cui la carenza dei beni di consumo era all’ordine del giorno. Frammenti di una società esclusa dall’economia di mercato. L’anatomia del vivere quotidiano ed un trattato sull’arte di arrangiarsi. L’autore raccoglie foto di oggetti, le storie che li accompagnano e i ritrtatti di chi li ha costruiti. Nel far ciò ricostruisce veri e propri frammenti di vita quotidiana. Con questa semplice operazione da origine a qualcosa di nuovo che forse potremmo chiamare anche arte. Troviamo di tutto: si va dallo zerbino fatto di tappi di birra, per togliere il fango dalle scarpe - prodotto le 1995 - all’orologio da tavolo, ricavato uno strumento di un aereo, datato 1945, non mancano però nemmeno le antenne o ingegnosi tappi per la vasca da bagno. Insomma troviamo di tutto, ovvero tutto quello che poteva servire, ma che non si poteva comperare. Un lavoro creativo, come lo definisce Archipov, che ha coinvolto milioni di persone che in tutto il mondo creano oggetti d’uso quotidiano assolutamente unici.

Proprio un bel tipo Vladimir Archipov. Uno a cui è venuto in mente di raccogliere le invenzioni a uso domestico dei suoi connazionali russi. E che, in pochi anni, ha radunato talmente tanti oggetti che non sa più dove metterli. Dell’ipotesi di istituire un museo pubblico, dove esporre i risultati di cotanta “genialità popolare”, alle istituzioni del suo Paese non può fregare di meno: a che scopo ricordare anni di stenti per la gente comune, quando, mancando il necessario, la mera sopravvivenza individuale assurgeva di per sé a atto eroico? Certo, lui è anche un artista. Così ne è nato questo libro: un catalogo di 220 immagini palpitanti vita. Che ci ricorda che quanto più l’uomo è soggetto a privazioni, tanto più irriducibile è la speranza di poter migliorare la propria condizione: fino a quando gli si agitano dentro sogni che si trasformano nella più sfrenata fantasia. L’inventario sarebbe lunghissimo e, se ci venisse in mente, sarebbe più facile dire che cosa manca. Ma più che l’originalità di produzione del manufatto, pur in qualche caso straordinaria, a impressionare – vogliamo dirlo senza vergognarci? – a commuovere, a volte fino a stringere il cuore, sono le didascalie con le motivazioni che hanno spinto i realizzatori. E non perché si lascino immaginare scenari di chissà quali sofferenze patite: semmai per l’inesauribilità della spinta a procurarsi qualcosa che possa rendere la vita più felice.
Colonna sonora: JEFFERSON AIRPLANE Live at the Fillmore East 1969