Post-punk

1978-1984

Simon Reynolds

720 PAGINE | 35 EURO
Data di uscita: 26 Ottobre 2006
Traduzione: Michele Piumini
ISBN: 9788876380457

Il libro

Nel 1977 il punk sembra aver già esaurito la sua carica esplosiva. Tra il 1978 e il 1984, in anni di grande incertezza storica e sociale (tatcherismo, reaganismo, fine della guerra fredda), gli artisti riescono a raccogliere e portare avanti la rivoluzione mancata dalla breve e infuocata stagione del punk. Mischiando il rock con l’elettronica, il pop con i ritmi reggae e la dance, band come Cure, Joy Division, Depeche Mode, Bauhaus, New Order sono perfettamente convinte di potere inventare un nuovo futuro per la musica. “Cambiamento costante” è la parola d’ordine del periodo. Il rock cambia pelle e prende mille strade diverse. Tutte inedite. Ricco di aneddoti, segreti e approfondimenti, questo libro affronta in maniera divertente, ma al contempo rigorosa, quegli anni fondamentali, celebrandone protagonisti e capolavori. Simon Reynolds è il più noto giornalista musicale inglese. Nato a Londra nel 1963, si è fatto un nome nei primi anni ’80 sulle pagine di Melody Maker. Creatore del termine «post-rock», come free-lance ha collaborato, tra l’altro, con New York Times, Village Voice, Spin, The Guardian, Rolling Stone, The Observer, The Wire, Uncut.

Marco Denti - www.rootshighway.it
Stefano Landi - www.smemoranda.it
Michele Benetello - Mucchio Selvaggio (ottobre)
Rossano Lo Mele - Rumore
Guido Furbesco - Specchio
Gino Castaldo - la Repubblica
Michele Benetello - Mucchio Selvaggio (novembre)
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Francesco Tenaglia - Blow Up
Francesco Tenaglia - Blow Up
Claudia Bonadonna - Pulp
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novembre 2006

Il tema e molto interessante ed avvincente: sviscerare tutto quello che e successo dalla rivoluzione copernicana del rock’n'roll avvenuta nel 1977, proprio a partire da una smentita ormai abbastanza evidente. Ovvero che il punk non sia stato proprio quel ribaltamento perentorio, ma piuttosto una continuazione, con altre motivazioni estetiche e politiche, del primordiale rock’n'roll. E’ una tesi che Post-Punk 1978-1984 ribadisce con una certa frequenza del raccontare tutto cio che e avvenuto dopo il 1977 e che ha una sua essenza, se non proprio un valore esplicito. Simon Reynolds la usa come base di partenza per andare poi a ricostruire, in un libro dettagliato, minuzioso, puntuale ma al tempo stesso scorrevole come un romanzo, le infinite esperienze racchiuse nell’emblematico titolo Post-Punk 1978-1984: dai Public Image Limited ai Devo, dal Pop Group ai Cure, dai Black Flag ai Depeche Mode, la variegata gamma dei personaggi e delle proposte e piuttosto distante dal gusto di chi naviga per queste pagine, ma e anche l’occasione per approfondire la conoscenza di un intero mondo che ha avuto una sua non relativa importanza. Come scrive lo stesso Simon Reynolds nella postfazione: "l’aspetto del post-punk che piu merita di essere ripescato sembra essere la sua tensione al cambiamento. Un’impostazione espressa tanto nella convizione che la musica dovesse guardare sempre avanti, quanto nella fiducia che la musica potesse trasformare il mondo, fosse anche alterando le percezioni di un singolo individuo o allargandone il senso delle possibilita".

dicembre 2006

Nel periodo in cui il boom di alcuni gruppi come Franz Ferdinand, Kooks e Strokes ha riporatato di moda un certo genere di suoni, il libro da segnalare e sicuramente Post Punk. Intanto perché e scritto da un mostro come Simon Reynolds, londinese trapiantato a New York, universalmente conosciuto come il piu noto giornalista musicale inglese. E poi perché e la storia delle schegge dei sei anni che hanno seguito l’esplosione del 1977, dell’incertezza storica e sociale del Tatcherismo e Reaganismo, della breve ma infuocata stagione del punk. Un ritratto di un’epoca di forti illusioni, con un bombardamento di aneddoti e segreti che diventa una dura celebrazione dei protagonisti e dei capolavori della rivoluzione copernicana del rock’n’roll. Dai Public Image Limited ai Devo, dal Pop Group ai Cure, dai Black Flag ai Depeche Mode. Dal Lower East Side di NYC alle periferie scoppiettanti di Edimburgo, dai quartieri “caraibici” di Bristol al cuore pulsante di Londra. Con un’appendice finale che un’autentica ricognizione del post-punk in giro per il mondo. Ovviamente manca l’Italia, dove in fin dei conti pero qualcosa era successo.

ottobre 2006

Rip It Up (Isbn) e un pregevolissimo e puntuale resoconto incentrato sui cruciali anni susseguenti al punk. Uscito in Inghilterra qualche mese fa e oggi disponibile anche in Italia, quale migliore occasione dunque per scambiare qualche battuta con l’autore?

Hai voglia di presentarti al pubblico italiano?
Sono nato a Londra nel 1963 e attualmente vivo a New York, da 20 anni mi guadagno da vivere scrivendo di musica. Ho cominciato per il Melody Maker nel 1985, passando poi per il New York Times, Spin, Artforum e un sacco d’altre riviste. Ho scritto quattro libri dei quali Rip It Up e l’ultimo, ma sono tutte notizie che potete trovare anche sul mio blog blissout.blogspot.com o sul mio sito www.simonreynolds.net

Com’e e nata l’idea di di raccontare un periodo tra i piu fecondi nella storia del rock, soprattutto inglese? Immagino avra influito l’aver vissuto ed essere cresciuto con quelle sonorita…
Hai detto bene: un periodo tra i piu fecondi. Avresti gia risposto alla domanda. Mi e sempre sembrato che nessuno avesse cercato di focalizzare quegli anni con un lavoro che li abbracciasse in toto, si…ci sono parecchie biografie di gruppi dell’epoca, o libri che parlano di determinate scene; ma nessuno che abbia mai trattato il post punk nella sua interezza. Io stesso ho passato gran parte della mia carriera cercando di negare quest’evidenza, con una sorta di reazione contro quel periodo, in questo senso Rip It Up e quasi un ritorno a casa per me. Avevo appena pubblicato una raccolta dei miei migliori scritti usciti negli ultimi 20 anni e mi ero accorto con stupore di quanto il post punk fosse comparso in questi come punto di riferimento. Specificatamente: e stato il feeling relativo al senso di perdita musicale che ho vissuto negli anni novanta - come la dissipatezza del brit pop o il secco sgonfiarsi della dance - a farmi seriamente rivalutare il post punk. Innegabile ci siano certi dischi, anche mainstream nei quali avverto pesanti impronte. Penso a Kid A dei Radiohead.

Rip It Up ti ha preso quattro anni di lavoro, e stato difficile trovare i protagonisti dell’epoca per avere il loro punto di vista dopo tutto questo tempo?
Per la parte centrale del libro ho speso due anni e mezzo di ricerche e di bozze, anche se c’era gia stato un periodo di pre-produzione, nato da un mio lungo e precedente articolo per Uncut. Se poi consideri la ricerca delle foto, correzioni ecc…beh…si, quattro anni e una stima giusta. Molto tempo tra l’altro e stato speso per cercare alcuni protagonisti. Parecchi avevano visto i loro lavori ristampati di recente e quindi e bastato contattare le case discografiche, per altri e stato davvero arduo. O impossibile, come Nial Jinks e Tom Morley, vecchi compagni di Green negli Scritti Politti. Altri ancora hanno rifiutato le interviste o posto condizioni troppo onerose.

Sei preoccupato per la traduzione italiana? Si corre il rischio di perdere alcune sfumature…
No, il traduttore mi e sembrato capace e cosciente del lavoro che ha svolto. Penso che Rip It Up sia diverso dagli altri libri che ho scritto, e piu lucido e diretto; quindi anche pronto a prestarsi meglio alla traduzione. Ho cercato davvero di essere coscienziosamente il piu accessibile possibile, a differenza ad esempio di Blissed Out o Energy Flash, dove ho usato iperboli immaginarie e uno stile psichedelico.

Del libro piace soprattutto il taglio quasi romanzato ma al tempo stesso sempre molto attento e serio (mai serioso, pero), lontano dalle solite pruderie della stampa britannica…
L’unica maniera per scrivere un libro che non fosse solo un testo da consultare ma dandogli anche una forma ‘romanzata’ era incentrarlo sulle storie delle band principali. Certo, ci sono anche parecchi gruppi minori, ma solo come figure di contorno. La scena di Sheffield ad esempio e focalizzata su Human League e Cabaret Voltaire perche era l’unica scelta possibile. In una prospettiva storica, furono gli unici a contare davvero. Ho voluto altresi che fosse funzionale anche la caratterizzazione dei personaggi, anche quelli minori. Sentivo che queste persone erano eroi nel senso piu puro del termine, spronate da una sana ambizione, e sia inteso il termine non nella solita accezione carrieristica.

In molti passi si avverte nitidamente come tu sia stato - prima di tutto - un fan, un seguace del post punk inglese, sbaglio?
Sono cresciuto in una piccola cittadina inglese e la mia prospettiva e inevitabilmente britannica, ma nel libro c’e anche molto post punk americano e anche un pizzico di quello tedesco. Tra l’altro nel sito ho inserito una discografia dettagliata facilmente scaricabile. Insomma, ho cercato di prendere il periodo nella sua interezza, con tutte le limitazioni del caso.

Buona anche l’idea di dividere il libro in capitoli che rappresentassero una determinata scena, da Sheffield a Glasgow, ecc…
Si, era l’unico sistema per organizzare una tale mole di argomenti e per tracciare una mappa agevole. Troppe cose accaddero in contemporanea per riuscire a dipanarle in maniera comprensibile. Sarebbe stato bello riuscire a convergere il tutto in maniera simultanea. Bello ma impossibile.

Personalmente ho apprezzato molto quando hai sviscerato la New York del 1981, soprattutto oggi che quei suoni sono tornati prepotentemente alla ribalta…Voglio dire, tra Pulsallama e Supersystem non c’e questo gran abisso.
Si, e stata una scena davvero affascinante. E bisognerebbe scrivere un intero libro su quel periodo, specialmente se si volesse capire anche il mondo dell’arte, dell’hip hop e di tutte quelle deviazioni sotterranee che si muovevano tra la letteratura e le nuove forme d’arte. Un periodo davvero creativo.

A proposito di Post Punk, di NY e di 1981: cosa ne pensi di tutte queste band che si rifanno a Liquid Liquid, ESG, ecc.?
Mi piace qualcosa dei Rapture, !!!, Colder, LCD Sounsystem, ecc. Ma trovo che tutto questo sia un pochino triste. Nel senso che, tornare a quel periodo per suonare in maniera esattamente uguale e un po’ andare contro lo spirito post punk, che era estremamente originale ed innovativo. L’idea di un neo-postpunk diventa una contraddizione in termini!

E tu, cosa facevi tra il 1978 e il 1984?
Ah! Da ragazzo ero il solito patito di Radio One, John Peel e l’NME. Berkhamsted, dove sono cresciuto, era un posto troppo piccolo perché si fermassero i gruppi interessanti, per vedere qualche concerto dovevo spostarmi fino a Aylesbury, dove ho visto le Slits, Adam And The Ants, Killing Joke, ecc. poi, dal 1981 al 1984 mi sono spostato ad Oxford per studiare, e li e stata tutt’altra cosa, sono diventato un fanatico di musica, ho realizzato Margin (la mia prima fanzine) che poi e diventata Monitor, una rivista con un discreto successo. Vivevo con il sussidio ed ‘esploravo la mia mente’. A Oxford ho visto un sacco di concerti: dai 23 Skidoo ai Fall, dagli Echo & The Bunnymen agli Smiths. Ho avuto anche un periodo nel quale ho fatto il dj e mi ero dedicato alla dance, ma senza grossi successi.

Hai qualche ricordo vivo e particolare del periodo? Chesso, qualche concerto che ti e rimasto dentro, qualche aneddoto…
La cosa che piu mi e rimasta nella memoria e stato quando ho visto per la seconda volta i Killing Joke. Dev’essere stato il 1983 circa, a Dunstable. Una serata speciale, con un audience fisicamente pericolosa e una palpabile atmosfera di violenza psicologica indotta dal gruppo. C’era una tensione apocalittica quella sera, davvero. All’uscita fui attaccato non dal solito gruppo di punk, come spesso succedeva ai concerti dei Killing Joke, ma da un tipo normale, un ragazzo che non faceva parte – a vederlo – di nessuna categoria o scena musicale. Fu una cosa molto violenta, mi ruppe una bottiglia in testa e se non fosse stato per un passante me la sarei vista davvero brutta. Solo dopo essermi calmato e ripreso dallo shock compresi come, sebbene i punk sembrassero sporchi e cattivi per la morale comune, era proprio la gente normale, l’uomo della strada che non riusciva a metabolizzare le emozioni indotte da un concerto di quel tipo. Qualcuno che non riusciva ad avere una tribu nella quale identificarsi o qualcosa in cui credere, divenendo quindi preda di frustrazioni e risentimenti. La realta e che sono quelli piu innocui a diventare i piu aggressivi. Nonostante ascoltino delle cose davvero blande e rassicuranti.

Conosci qualche prodotto della musica italiana del tempo? Qualche gruppo indipendente del quale hai udito qualcosa, magari in passato?
Non conosco molto del punk e del postpunk italiano. C’era uno sperimentatore dell’area industriale chiamato Maurizio Bianchi, giusto? Probabilmente sono piu ferrato nel vostro progressive rispetto al punk, il che e tutto dire. Mi sono perso qualcosa?

Cos’hai in cantiere adesso?
Come accennavo prima ho in uscita una raccolta comprendente 20 anni di miei scritti, si chiama Bring The Noise: 20 Years of Writing About Hip Rock And Hip Hop, uscira per Faber nella primavera del 2007 e tratta della relazione tra l’indie rock ed il rap. Si va dagli Smiths ai Public Enemy via Nirvana e Dr. Dre. Ma sto anche lavorando ad un vero libro che avra relazioni con la nostalgia.

Chiudiamo con il solito giochino? La tua Top5 78/84…
The Slits, Cut
Talking Heads, Remain In Light
Gang Of Four, Entertaiment
The Associates, Fourth Drawer Down
Scritti Politti, 4 A Sides Ep

ottobre 2006

Simon Reynolds e il signor post: punk e rock. Con tutta probabilita si tratta del critico musicale piu influente in circolazione: classe ‘63, londinese ormai trapiantato a New York, e colui che, come molti sanno, al principio dei ‘90 ha creato l’etichetta post-rock, dopo aver ascoltato la musica magmatica di gruppi come Seefel e Moonshake. Non solo: i suoi testi sono quasi sacri per chi si occupa di musica. Energy Flash: a Journey Through Rave Music and Dance Culture (’98) e una sassata di 600 pagine che racchiude l’intera essenza della rivoluzione elettronica a cavallo tra ‘80 e fine ‘90. Ma se proprio vi va di ferire qualcuno, allora tirategli dietro Rip it up. and Start Again. 700 pagine che investigano quel foro di creativita apertosi nel rock subito dopo (post, appunto) l’avvento del punk. Succede che in questi giorni l’editore ISBN porta il testo tradotto in italiano in libreria. Titolo chiarissimo, Rip it up: Post Punk 1978-1984. Eccellente traduzione affidata a Michele Piumini e Anna Mioni. E una sensazione quasi di piacevole disagio: non siamo piu in quel terzo mondo editoriale dove quando si parlava di Lester Bangs nessuno l’aveva letto a meno che non si fosse comprato il libro da Amazon o Barnes & Noble. No, nell’ultimo biennio anche la cosiddetta letteratura rock - saggistica e non - ha fatto passi da gigante in Italia. Se un editore come Mondadori si e accorto di uno come Chuck Klosterman (vedi Facce Nuove di questo mese), di Lester Bangs sono stati tradotti addirittura due volumi di recente. Particolarmente positivo poi questo 2006: cominciato con la versione italiana di Please Kill Me, di cui abbiamo detto a lungo su queste pagine, e ora con la pubblicazione del monumentale Rip it up.

Verrebbe da chiedere: siccome Please Kill Me investigava il punk, Rip it Up ne e in qualche modo il proseguimento? "Non m’importa molto di quel libro, benché sia davvero leggibile", ci spiega Reynolds. "Si tratta di storie riguardanti persone che si comportano male e vengono distrutte dalla droga. Per me non e un libro sulla musica, sul perché la musica e importante. Fa sembrare l’intera scena schifosa e appariscente, soltanto eroina, pompini e gente che si comporta da idioti. Non ne viene fuori il senso dell’arte e la passione di autori come Patti Smith e Tom Verlaine. Basta dire che i Talking Heads - i meno perversi e piu ‘artistoidi’ di tutta la scena dei gruppi del CBGB’s, nonché i piu influenzati dalla black music - sono tenuti completamente fuori dalla storia. E non c’e niente sui gruppi new wave - di nuovo, troppo artistici e sperimentali, troppo intellettuali. Invece ci sono sempre i Dead Boys, una specie di pidocchio dentro lo scroto di Iggy Pop. E poi io non sono mai stato un fan di New York Dolls, Heartbreakers, Johnny Thunders, percio c’e un’intera, gigantesca area di ‘chissenefrega’ dentro quel libro, per me. Quindi vorrei dire che Rip it up e la completa antitesi di Please Kill Me. Il fatto che il suo autore, Legs McNeil, subito dopo abbia scritto la storia orale dell’industria del porno dice tutto: non gliene frega niente del rock come arte, e neanche come musica, per lui e solo squallore". Sappiamo ora da cosa e lontano, Rip it up, ma non ancora di cosa parla esattamente: il volume e diviso in lunghi capitoli tematici che dividono (e uniscono) le scene e i gruppi: cosi i Talking Heads vengono uniti ai Wire per ragioni "linguistiche", i Devo ai Pere Ubu per la provenienza (provincia americana), si parla della scena di Leeds dai Gang Of Four in giu. E, in generale, si fa risalire tutto alla diaspora dei Sex Pistols. Cosi che John Lydon - fu Rotten - e un po’ la figura emblematica di questo passaggio, data la sua conversione dai tre accordi dei Pistols alla musica meticcia dei Public Image Ltd. Non a caso Reynolds parla del punk come di "rivoluzione incompleta", marcando nell’introduzione una nettissima differenza fra le istanze culturali e musicali del punk e di quello che e venuto dopo: il punk altro non era che la riproposizione degli accordi gia suonati da Chuck Berry negli anni ‘50. Laddove invece il post-punk si proponeva come avanguardia modernista: ricollegandosi alle sperimentazioni elettroniche di Bowie e Eno, al reggae e al dub, alle avanguardie dell’arte figurativa e dell’architettura del ‘900, alla scrittura futuribile di Ballard, Borroughs e Dick. In pratica: una vera rivoluzione, o quanto meno il completamento di quello che i primi punk avevano solo immaginato, ma mai realizzato. Come mai quindi la maggior parte degli ascoltatori di musica non riesce a distinguere la contrapposizione fra i due periodi e movimenti, apprezzando due scuole di pensiero opposte? "Beh, non a tutti piacque la rivoluzione del post-punk. Molti non seguirono Rotten dopo i Sex Pistols, pensavano che i PiL fossero auto indulgenti, rumore artistico. Cosi ci fu una rottura: meta segui la direzione sperimentale del post-punk, gli altri rimasero attaccati a quello che definivano il ‘punk vero’, in pratica musica rock per tutti quelli che volevano sentirsi ripetere all’infinito il primo album dei Clash. C’erano diverse categorie per costoro: la musica piu rozza e proletaria divenne l’Oi!, quella piu politicizzata l’Anarco-Punk, mentre il suono piu tribale si trasformo nel dark. Da ragazzino io m’imbattei in entrambi i generi assieme: ho perso il ‘77, scoprendo i Pistols solo nel ‘78, quindi mentre sentivo The Great Rock’n'Roll Swindle ascoltavo anche X Ray Spex e Buzzcocks, ma gia la musica si stava spostando verso PiL, Talking Heads, Devo e cosi cosi. Per molti come me fu un’esperienza simultanea, specie fuori dall’Inghilterra. Solo nell’80, con l’arrivo dell’Oi!, il punk comincio a diventare reazionario e deficiente. Anni dopo tornai sul punk degli inizi scoprendo l’hardcore statunitense: nell’82 cominciavi a sentire gente come Black Flag, Angry Samoans, Flipper e Meat Puppets: a quel punto un suono aggressivo e primitivo sembrava gia di nuovo fresco".

C’e poi che l’argomento al centro del saggio non e mai stato cosi attuale come in questo periodo, con il ritorno di certi suoni e l’ascesa di band come Franz Ferdinand, Bloc Party, Maximo Park, The Futurehads e cosi via. "Alcuni dischi di quei gruppi mi sono piaciuti, tipo Rapture, LCD Soundystem, Franz Ferdinand, ma in generale il punto di partenza del post-punk e andato completamente perso; con il solo fatto di replicare quei suoni, si e tradito lo spirito del post-punk, e ovvio". Affermazione che ci porta a una considerazione che forse non avremmo voluto elaborare: il post-punk come ultima avanguardia espressa dal rock. Dopo e cominciato il riciclaggio e il trionfo della cultura post-moderna. Il libro comincia dal ‘78 e si ferma all’84, con il successo parallelo su larga scala di Madonna e MTV. Come dire che dopo il post-punk non c’e stato niente, oltre vent’anni di vuoto cultuale e sperimentazione, per il rock. "Parlando di rock direi di si, il post-punk e stata la sua ultima innovazione. C’e tantissima grande musica che e stata realizzata dopo l’84, ma solo pochi hanno spinto l’acceleratore pur rimanendo rock. Penso a Sonic Youth, My Bloody Valentine, AR Kane, Young Gods, alcuni gruppi post-rock come i Seefel. Ma a un certo punto il rock si stira cosi tanto che smette di essere tale, diventa paesaggi astratti e atmosferici, ambient, oppure diventa un altro genere, come molti gruppi post-rock che si sono dati alla techno o al trip-hop. Puo essere che sia rimasta dell’innovazione nel metal, in un certo senso l’avanguardia del rock, l’ultimo settore che ancora ha un’idea di progresso, ma non lo seguo cosi da vicino da poter commentare. In genere molta della grande musica creata dopo il post-punk lavora solo sul passato, anche se a diversi livelli. Voglio dire, prendiamo i Nirvana: li amo, ma non si puo certo dire che abbiano fatto qualcosa di nuovo. Alla meglio oggi si ricombinano in maniera originale elementi del passato. Parlo della forma, qui, non del contenuto. Si puo dire per esempio che PJ Harvey sia musicalmente una tradizionalista, ma il contenuto - i testi, l’attitudine, il modo di porsi - sono freschi e innovativi".

Proviamo allora a eludere il mondo delle chitarre e domandare a Reynolds se fuori dalle sei corde e successo qualcosa, dopo l’84. "Beh, penso che l’elettronica e la cultura dei rave siano stati l’ultima vera frontiera del futurismo musicale. C’era una spinta nei primi ‘90 che davvero mi riportava al post-punk, l’idea che tutto stesse andando avanti, la musica che si sfilacciava in mille direzioni. E benché la musica dance sia edonistica, basata sul divertimento e l’uso di droghe, la gente che faceva techno e drum’n'bass era davvero spinta dall’idea dell’innovazione, dell’andare sempre oltre. Era una specie di sperimentazione popolare che ha coinvolto un mucchio di persone rispetto alla musica astratta di cui parla un giornale come The Wire; perché coinvolgeva il ritmo (quindi il corpo) e le droghe, che ebbero un grande impatto nell’aprire la mente degli ascoltatori a rumori strani e musica non basata solo sulla forma-canzone. Ma dopo un inizio entusiasmante - dall’87 al ‘97 - la cultura dance inevitabilmente comincio a sbandare. Anche lei ha preso a guardare al passato, cosi ecco l’electro revival, il synthpop degli ‘80 e i revival infiniti dell’acid house. Se parliamo di mainstream rock credo che i Radiohead di Kid A e Amnesiac siano stati l’ultima spinta verso il futuro dimostrata, ma poi di nuovo: si trattava solo di rock che s’ispirava alle idee elettroniche dei ‘90, non certo cosi radicale come i progetti che Thom Yorke apprezzava, tipo Autechre e Aphex Twin. Se ci spostiamo invece nel mainstream credo che l’hip hop abbia dimostrato una certa solidita: nei primi anni dopo il 2000 c’era un sacco di roba stranissima che e diventata famosa nei club e nelle classifiche: rap con suoni techno e un produzione minimale d’avanguardia, ritmi assurdi. Penso alle hit prodotte da gente come Timbaland, Neptunes e Swizz Beatz".

Il libro si conclude con una dettagliata appendice cronologica e prima ancora con uno sguardo alle singole esperienze post-punk in giro per il mondo (oltre agli Stati Uniti e all’Inghilterra): purtroppo manca l’Italia e Reynolds - pur avendo dimostrato una certa conoscenza della situazione politica nostrana, specie quando parla degli Scritti Politti e di Skank Bloc Bologna - ci chiede: "Mi son perso qualcosa di clamoroso?". In generale pero alla lettura s’accompagna l’idea della scoperta di un mondo magico: che richiedeva applicazione e pazienza, attese per dischi introvabili, piccole etichette, fanzine, negozi specializzati, difficolta di comunicazione. Aldila della facile mitizzazione di un passato che ricordiamo sempre piu bello di quanto davvero sia stato, e innegabile pero notare come gran parte di quel fascino - la musica come oscuro oggetto del desiderio, qualcosa che andava raggiunto tramite una forma di "sofferenza" - sia tramontato: perso quello, si perde meta del gusto. "Condivido pienamente, bisognerebbe dire parecchio sull’economia della scarsezza. Quando ero ragazzino dovevo aspettare i dischi nel negozio vicino casa, sentire qualcosa in radio o alla tv era un’anticipazione che ti metteva in ansia. Oggi e tutto sovra esposto, troppo accesso. Non solo il presente, ma anche il passato e tutto li, ristampato o disponibile in rete. Troppa informazione. All’epoca non sapevi niente di un sacco di gruppi: gli Scritti Politti erano misteriosissimi,figure spettrali al margine della scena. Oggi ci sono tonnellate di interviste a chiunque, e tutto li in rete, per sempre, accessibile istantaneamente. Parlando del mondo in cui lavoro io, invece, ho notato isintomi di una ‘fatica gioiosa’. Le persone hanno troppa musica tra cu idestreggiarsi, troppe informazioni da elaborare e se sei stretto dentro questa situazione devi inseguire tutto e farti un’opinione velocemente. Cosa che e davvero distruttiva per la magia della musica, la capacita che ha d’intrecciarsi alle nostre vite. E cambiata anche la maniera in cui io scrivo di musica, nel senso che e sempre piu forte la tentazione di andare su Google e fare una ricerca su una band ancor prima di scrivere una recensione. Onestamente pero non ho idea di quale sia la soluzione, non si puo tornare indietro nel tempo. Nel bene e nel male, questa e la direzione in cui la musica sta andando".

Mucchio Selvaggio, novembre 2006

Bello. Bello, intrigante e finalmente tradotto anche qui da noi. Rip It Up e il frammento definitivo, lo sguardo appagato e riconoscente verso un periodo storico (specificatamente quello che intercorre tra il 1978 e il 1984) cosi fecondo da poter rivaleggiare ad armi pari con la famosa eta dell’oro 1963-1967. Una lunga cavalcata si ottima per il neofita o il piu giovane che, in tempi di massicce ristampe, volesse documentarsi a riguardo; ma anche un bel ritorno al futuro per quelli che hanno abbastanza anni per ricordarsi di quei sei. Reynolds, penna tra le piu serie e quotate d’oltremanica, ci mette cuore, serieta professionale e minuziose ricerche durate quasi un lustro, confezionando un libro agevole alla lettura, lontano dalle (spesso) solite ostiche opere a carattere musicale sconfinanti nella filosofia spiccia pensate piu per l’autore che per il lettore (tanto per non cadere lontano si pensi al recente Metapop di Paul Morley). Rip It Up invece e contagioso e in piu di un passo romanzato con garbo. Diviso in capitoli geografici – felice intuizione vista l’assoluta contemporaneita delle molteplici scene – il libro parte dalle ceneri della rivoluzione punk per setacciare i mille rivoli che ne conseguirono: dai P.I.L. ai Frankie Goes To Hollywood passando per la SST e la Postcard, Sheffield e la New York di James Chance. Nulla insomma e lasciato al caso (o dimenticato) nelle quasi 700 pagine di Reynolds: vecchi articoli d’epoca, stralci di testi, nuove interviste ai sopravvissuti; il tutto legato insieme in maniera assolutamente sinuosa e intrigante da uno sguardo lucido, condivisibile quasi in toto e – cosa piu importante – scritto da chi, quell’epoca, la visse in prima persona sul campo, al posto giusto e nel momento giusto. Bello dunque ritornare ad amori sopiti o riscoprire nuove angolature a vecchi nomi, siano essi Pere Ubu o Josef Kay. Un ulteriore capitolo sul post punk extra britannico viene ad implementare la versione italiana di un libro che – assieme agli ormai storici Post Punk Diary di Georges Gimarc – si pone da subito come l’opera definitiva ed essenziale di un periodo storico oggi piu che mai vivo e scalpitante. Inutile sottolinearlo, ma: da avere.

Internazionale, 3 novembre 2006

Tra gli anni settanta e ottanta il rock ha vissuto una fase di creativita. Simon Reynolds la racconta. A volte per aree geografiche (la Manchester dei Joy Division), altre per generi (dark, industrial) o gruppi (Talking Heads, Devo, Cure, Depeche Mode). Una guida ragionata rigosa e, per quanto possibile, esaustiva.

21 novembre 2006

Post-punk. 1978-1984". Quando e tempo di ricostruire

Copertina scarna, opera imponente: “Post-punk. 1978-1984”. Geografia, politica, musica. Stati Uniti e Regno Unito, Ronald Reagan e Margaret Thatcher, le etichette Sst e Rough Trade. Simon Reynolds, critico musicale – collaboratore di Rolling Stone, New York Times, Guardian e penna di Melody Maker, prende per mano il lettore accompagnandolo a spasso in un immenso negozio di dischi. Tra vinili, poster e riviste. Nel ’78 il punk aveva distrutto tutto, era giunto il tempo di ricostruire. L’addio di Johnny “Rotten” Lydon ai Sex Pistols coincide, piu o meno, con la nascita dei PiL. I riff di chitarra di Chuck Berry appartengono al passato, ora le chitarre sono scarne: si torna ai Velvet Underground. Da Lou Reed a Iggy Pop passando obbligatoriamente per il David Bowie berlinese. Occhi e orecchie concentrati sul Regno Unito - Joy Division, Human League, Banshees e Cabaret Voltaire e qualche salto al di la dell’Oceano Atlantico - Talkin Heads e Black Flag, tanto per fare due nomi. Questi sei anni, cerniera tra il primo punk e la new wave piu popolare, portano dritti dritti alle classifiche rock di questo 2006: dagli Strokes, battistrada del genere, a tutti quei gruppi che iniziano con l’articolo determinativo “the”. L’indice dei nomi, la bibliografia e la cronologia fanno impressione. Sono 700 pagine fondamentali per chi gia sa e vuol sapere di piu e stuzzicanti per chi, magari impegnato a cercare il look giusto per una serata “indie”, intende andare alle radici dell’incontro tra punk, pop, reggae ed elettronica. Come al solito, dalla A di Abba alla Z di ZZ Top. L’ennesima dimostrazione che i Rolling Stones hanno sempre ragione: “It’s only rock and roll, but I like it…”.

Una lunga e dettagliatissima storia di tutto cio che e successo nel mondo della musica, ma anche dell’arte e della comunicazione, negli anni dopo l’ultima rivoluzione del rock’n'roll, quella del punk dei Sex Pistols e dei Clash. Post-punk 1978-1984: Some Bizzare Times, il diluvio dopo i Sex Pistols L’idea del cambiamento, nella musica, con la musica, era solo un passatempo? Non lo so, ma saro eternamente grato a questo periodo per avermi consentito di pretendere cosi tanto dalla musica. Il tema e molto interessante ed avvincente: sviscerare tutto quello che e successo dalla rivoluzione copernicana del rock’n'roll avvenuta nel 1977, proprio a partire da una smentita ormai abbastanza evidente. Ovvero che il punk non sia stato proprio quel ribaltamento perentorio, ma piuttosto una continuazione, con altre motivazioni estetiche e politiche, del primordiale rock’n'roll. E’ una tesi che Post-Punk 1978-1984 ribadisce con una certa frequenza nel raccontare tut to cio che e avvenuto dopo il 1977 e che ha una sua essenza, se non proprio un valore esplicito. Simon Reynolds la usa come base di partenza per andare poi a ricostruire, in un libro dettagliato, minuzioso, puntuale ma al tempo stesso scorrevole come un romanzo, le infinite esperienze racchiuse nell’emblematico titolo Post-Punk 1978-1984: dai Public Image Limited ai Devo, dal Pop Group ai Cure, dai Black Flag ai Depeche Mode, la variegata gamma dei personaggi e delle proposte e piuttosto distante dal gusto di chi naviga per queste pagine, ma e anche l’occasione per approfondire la conoscenza di un intero mondo che ha avuto una sua non relativa importanza. Come scrive lo stesso Simon Reynolds nella postfazione: "l’aspetto del post-punk che piu merita di essere ripescato sembra essere la sua tensione al cambiamento. Un’impostazione espressa tanto nella convizione che la musica dovesse guardare sempre avanti, quanto nella fiducia che la musica potesse trasformare il mondo, fosse anche alterando le percezioni di un singolo individuo o allargandone il senso delle possibilita". La sua ricostruzione, oltre a affidarsi ad una ben precisa scansione temporale, ovvero dal 1978 al 1984 (anche se va aggiunta una breve coda dedicata all’avvento in grande stile di Mtv, nel 1985, che sintetizza e in un certo senso divulga in maniera volgare le intuizioni del post-punk) e molto attenta anche a evidenziare l’humus sociale, urbano e persino architettonico in cui punk e post-punk hanno preso forma: "C’e qualcosa che accomuna le citta in declino: la ricchezza e l’orgoglio residui costituiscono un terreno fertile per lo sviluppo di comunita alternative. Cio avviene, innanzitutto, grazie all’eredita concreta della prosperita di un tempo: college, accademie d’arte, musei e gallerie generosamente sovvenzionati; splendide case abbandonate a se stesse e affittabili a costi contenuti; magazzini in rovina e industrie vuote, facilmente riciclabili come spazi dove provare ed esibirsi". Dal Lower East Side di NYC alle periferie di Edimburgo, dai quartieri "caraibici" di Bristol, ai profili risalenti alla rivoluzione industriale di Manchester fino al cuore di Londra (ma Simon Reynolds dedica un’appendice anche ad una spicciola ricognizione del post-punk nel mondo, peccato che manchi anche un pur piccolo accenno all’Italia), i musicisti, i grafici (che ebbero un ruolo non relativo nell’inventare uno stile), i primi produttori indipendenti, gli agitatori e i giornalisti (con ancora un minimo di passione) tutti "incompleti, abrasivi, di una bellezza stravagante" (la definizione e di Jean Michael Basquiat) s’inventarono un mondo con un coraggio, una verve e un’innocenza che Simon Reynolds infonde, pagina dopo pagina, in questo solido, completo e affascinante ritratto di un’epoca di illusioni.

dicembre 2006

Un libro poderoso, pesante tanto di pagine quanto di contenuto (nonché di euro da scucire, anche se probabilmente li vale tutti), destinato a rimanere un riferimento assoluto negli anni a venire. Post-punk, o per capirsi meglio new wave: e stata quella la stagione cruciale della popular music del XX° secolo? Forse no, dovendolo giudicare dalla relativamente modesta mole di letteratura prodotta sul tema. Ma questo potrebbe essere un semplice paradosso, se e vera la tesi di Simon Reynolds (a Blow Up peraltro condivisa dalla maggioranza della redazione) secondo cui mai, come negli anni a cavallo del 1980, le pulsioni creative e le spinte dell’innovazione trovarono sfogo artistico di qualita in mille direzioni diverse. In effetti, basta un esame superficiale del periodo in esame per riscontrare evidenza di questa manifesta esplosione di creativita e della sua straordinaria eterogeneita stilistica. Gia questo poteva essere un problema non trascurabile per l’autore, che ha opportunamente deciso, invece di procedere per stretta esposizione cronologica, di organizzare il libro in molti capitoli a tema, con raggruppamenti di nomi affini per stile, area geografica, approccio o sound caratteristico. L’esposizione risulta estesissima e quasi del tutto esaustiva, anche se qualche lacuna e inevitabile: annunciata, e dovuta forse a un pizzico di sciovinismo, quella sui rappresentanti americani; comprensibile, come vedremo, quella sulle manifestazioni piu ‘rock’ – Costello, Pretenders, Stranglers, Joe Jackson – del periodo; incomprensibile, per contro, quella di alcuni gruppi di tendenza pop-wave come XTC e Police. Non e tuttavia questo il testo da consultare per stilare liste di dischi fondamentali o classifiche di merito: si parla al contrario di motivazioni, idee e teorie a supporto delle varie correnti di espressione (spesso non unicamente musicale) del post-punk. Questo per quanto riguarda i tratti macroscopici del libro, la sua presentazione di superficie. Ma in realta, la cosa piu interessante di “Rip It Up And Start Again” (questo il titolo originale tratto da una canzone degli Orange Juice) e la tesi che vuole dimostrare, dichiarata fin dalle prime pagine: il post-punk non e affatto una prosecuzione del punk, e neppure una sua evoluzione: piuttosto un suo distacco esplicito (e dal rock a maggior ragione), una letterale ripartenza da zero, che dal precedente movimento assume giusto l’attitudine del do it yourself e la voglia di esprimersi senza pudori, negandone per contro bruscamente il valore musicale. Questa e certamente una posizione inconsueta, sulla quale lasceremo al lettore il piacere di farsi convincere o meno. Di sicuro Reynolds mostra un motivato scetticismo nei confronti del punk originale, che per lui e morto e sepolto nel ’77 senza lasciare eredita significative; chiedergli se il suo libro e una sorta di prosecuzione del recente “Please Kill Me” e come chiedere a John Lydon se la musica dei PIL aveva continuita con quella dei Sex Pistols: assolutamente no, era esattamente la sua negazione. Laddove il punk era istintuale e grezzo, il post-punk era costruito, preparato e accuratamente studiato. Questa opera di concettualizzazione e per certi versi anche il modus operandi dell’Autore nell’esporre le sue argomentazioni. I gruppi descritti sono esaminati prima da un posto di vista di collocazione socio-culturale, e solo in seguito valutati in termini di significato artistico e musicale. Un approccio critico molto inglese; in Italia ad esempio il primo limite e linguistico (l’esame dei testi ad esempio avviene inevitabilmente dopo quello musicale), mentre Reynolds talvolta addirittura idealizza l’approccio teorico, al punto da farsi condizionare pesantemente sul giudizio del valore artistico. Ad esempio, quanto incide sulla valutazione dei dischi pop degli Scritti Politti l’essere a conoscenza del processo mentale che li ha portati a scegliere deliberatamente il mainstream come atto politico di dissenso? Quanto e giusto ritenere “Dare” degli Human League un album a modo suo avanguardistico – oltre che un’espressione di pop di ascolto immediato? Domande che stimolano una riflessione inedita anche per i conoscitori del genere, e che puo portare a un diverso approccio ai dischi dell’epoca; un approccio consapevolmente colto e ragionato alla musica (all’arte?) che, di nuovo, si contrappone all’immediatezza del punk, e al suo presunto purismo che alla fine e parente stretto della banalita. Si potra essere piu o meno d’accordo con Reynolds, ma se c’e una cosa che emerge da questo volume e la sua autorevolezza. A nostro parere solo in parte dovuta all’aver vissuto in prima persona quell’epoca – dopo tutto la sua carriera giornalistica e iniziata nell’85 – bensi poggiata su un’immensa professionalita, grande accuratezza espositiva e capacita di imporre un linguaggio: noto per aver inventato il termine post rock, in oltre settecento pagine Reynolds parla di new wave senza quasi mai citare esplicitamente l’espressione! Se non e virtuosismo questo… Bizarre

dicembre 2006

Simon Reynolds e il piu noto giornalista musicale inglese. Creatore del termine "post-rock", ha collaborato con giornali come il New York Times e Rolling Stone. In questo libro, ricco di segreti e approfondimenti, Reynolds ripercorre anni fondamentali non solo per la musica: tra il 1978 e il 1984, in anni di grande incertezza storica e sociale (tatcherismo, reaganismo, fine della guerra fredda), gli artisti riescono a raccogliere e portare avanti la rivoluzione mancata dalla breve e infuocata stagione del Punk. Mischiando il rock con l’elettronica, i ritmi pop con i ritmi reggae e la dance, band come Cure, Joy division, Depeche Mode, Bauhaus, New Order sono convinti di potere inventare un nuovo futuro per la musica. Ed e cosi che il Rock cambia pelle e prende le mille strade diverse che noi tutti oggi conosciamo.

Piu di settecento pagine, prezzo di copertina assolutamente proibitivo (per comprarmelo ho dovuto accendere un mutuo non agevolato fino al 2020), l’autore, nato a Londra nel 1963, gia firma del Melody Maker, di Spin ed Artforum, indicato da piu parti come “il piu grande critico musicale vivente”. Ecco la traduzione italiana di Rip it up and start again, tomo salato e tuttavia fondamentale che colma una lacuna non trascurabile poiché, come annota lo stesso Reynolds nell’introduzione: “I testi sul punk e la scena del 1976-77 si contano a decine, ma su cio che accadde dopo non esiste praticamente nulla.” Pure, l’influenza del post-punk, “periodo di sperimentazioni straordinarie nelle tecniche compositive e vocali”, si avverte tuttora in maniera oggettiva su alcune formazioni che negli ultimi anni sono riuscite a staccarsi dal mainstream musicale (tre nomi chiave: !!!, LCD Sounsystem e Liars). Non e una questione di semplice revival con tanto di mercato invaso da ristampe e antologie piu o meno interessanti dedicate alla No Wave, al funk mutante o alla musica da ballo punk; il fatto e che gli anni che vanno dal 1978 al 1984, vale a dire il periodo analizzato in questo saggio, hanno visto in piena attivita artisti seminali: John Lydon ed i suoi P.I.L., i Joy Division ed i New Order, i Killing Joke, i Throbbing Gristle, gli Scritti Politti, il Pop Group, il giro della Rough Trade e quello della Mute, fondata da Daniel Miller (l’uomo che offri un’occasione ai Depeche Mode dimostrando un fiuto infallibile). L’elenco e vasto, sia che si parli di roba inglese, sia che l’attenzione si concentri sui fermenti americani (in particolare quelli rigurgitati dalla Grande Mela) ed e significativo notare quanto la spinta sperimentale del movimento sia stata in grado di mettere in luce e superare i limiti palesi della rivoluzione punk riportando in gioco la parola “contaminazione” e recuperando alcune cose del passato soprattutto sul piano estetico ma anche su quello formale (“I Cabaret Voltaire presero il loro nome dai dadaisti, i Pere Ubu da Alfred Jarry. I Talking Heads trasformarono una poesia sonora di Hugo Ball in un brano di dance tribale. I Gang of Four, ispirati da Brecht e dagli effetti alienanti di Godard, picchiavano duro, ma nel tentativo di decostruire il rock”). Un’onda lunga, un periodo davvero fertile, un’esplorazione artistica che e anche geniale saccheggio di tutte le forme d’arte del Novecento: il Futurismo, Marcel Duchamp, la Nouvelle Vague francese, i paesaggi desolati di James G. Ballard, le satire spietate di William S. Burroughs, i Velvet Underground, il binomio Bowie/Eno (per inciso: il mai abbastanza compianto Stefano Tamburini e stato indubitabilmente e in tutte le sue incarnazioni terrene un artista post-punk). Grande merito di Reynolds (precedentemente conosciuto in Italia per la pessima traduzione del suo Generation ecstasy: into the world of techno and rave culture) e quello di non ammorbare il lettore con troppe seghe mentali alla Paul Morley e, dettaglio non meno trascurabile, di evitare toni accademici e clamorose cadute di stile. Lettura piacevole e istruttiva, insomma, nata in parte da un lungo articolo sullo stesso argomento realizzato dall’autore per la rivista Uncut. Libro che si sofferma volentieri su meteore del calibro di Vic Godard, leader dei Subway Sect, una band che oltre a rifiutare categoricamente di presentarsi in pubblico con un look alla moda e ad ispirarsi a formazioni del passato come gli Who, non fece mai uscire un album nel corso della sua breve carriera. Post-punk e da un lato un catalogo ragionato di sette anni irripetibili, dall’altro un lungo zibaldone di ricordi, storie, eventi che ha inizio con la scoperta dei Sex Pistols e dei Devo “(…) un amico molto piu maturo di noi porto a casa Jocko Homo/Mongoloid, uno dei loro primi singoli pubblicati dalla Stiff. Era la cosa piu raccapricciante e degradante che avessi mai ascoltato.”, poi con le tribolazioni di un Johnny Rotten che al capolinea dei Sex Pistols rivela al mondo di poter andare molto oltre la truffa del rock’n’roll mettendo insieme un progetto musicale dieci volte piu interessante, legato alla sua profonda passione per tutta la musica e a quella sensibilita artistica offuscata da Malcolm McLaren per questioni di marketing (l’immagine del marcio, sporco, imbecille sovrapposta a quella del ragazzo proletario curioso del mondo e della cultura prodotta dall’uomo). 1978: il nome e Public Image Ltd. (mutuato dal titolo di un romanzo di Muriel Spark) e ci sono dentro il bassista John Wardle, meglio conosciuto come Jah Wobble ed il chitarrista Keith Levene. Il primo singolo, avvolto in una finta pagina di tabloid, esce nell’ottobre dello stesso anno e si chiama Public Image, poi e la volta dell’album First issue, con dentro Religion I & II, Annalisa, Fodderstompf. Appena undici mesi piu tardi sarebbe uscito il glorioso Metal Box, opera cardine non solo per i P.I.L. ma per il post-punk tutto. Riuscite a vedere qualcosa di altrettanto eccitante nel 2006?

20 dicembre 2006

Da un critico autorevole come Simon Reynolds - l’uomo che continua a essere ricordato, giustamente, per l’invenzione del termine "post rock", ma che ha molti altri meriti in realta - ci si aspettava un lavoro accurato e trasversale. Ebbene, questo suo studio sul post-punk, argomento curiosamente trattato pochissimo dall’editoria rock, va ben oltre le premesse iniziali. A rendere avvincente la lettura del voluminoso tomo (piu di 700 pagine) e, innanzitutto, l’organizzazione del materiale: nessuna costruzione cronologica ma una serie di capitoli organizzati geograficamente, attraverso la disamina di scene locali ed etichette discografiche, che si allargano, nelle appendici finali, da Inghilterra e Stati Uniti a Europa (unica pecca, a voler ben vedere, l’assenza di cenni alla scena italiana), Sudamerica e Oceania. In secondo luogo, oltre a una scrittura saggistica ma dinamica e aperta a infiltrazioni narrative, le decise prese di posizione dell’autore, dettagliatamente argomentate ed esposte. Ad esempio, la lettura del punk come fenomeno tutto sommato tradizionalista e poco aperto alle novita, molto piu legato alla tradizione di quanto non faccia pensare il comune sentire, contrapposto alla spinta sperimentale e onnivora del post-punk, secondo l’autore fenomeno ben piu dirompente. Oppure la sottolineatura di come i gruppi di area post-punk attingessero a sottotracce musicali precedenti (il glam rock e il krautrock, per fare due esempi) per riprenderne ed elaborarne alcuni assunti di base. Ma l’aspetto piu interessante del libro e l’efficace analisi di come si sia passati dalle paranoie dei Public Image Limited e dal marxismo militante degli Scritti Politti a gruppi "New Pop" come Human League e Duran Duran, analisi che si allarga a una lettura dell’intero panorama musicale della prima meta degli anni Ottanta scovando anelli mancanti, congiunzioni e interpretazioni fondamentali per eventuali futuri approfondimenti. Post-punk 1978-1984 e un’opera monumentale che unisce indagine sociologica, musicale e storica con estrema grazia e senso della misura, dando il dovuto risalto a gruppi minori e periferici. Per questi motivi non si puo fare a meno di considerarla una lettura essenziale.

14 dicembre 2006

"E ragionevole supporre che esistano innumerevoli miliardi di pianeti in cui siano comparse forme di vita biologiche e le probabilita che tali forme abbiano sviluppato l’intelligenza sono molto alte". Parole di Stanley Kubrick. 1966. L’uomo non ha ancora messo piede sulla Luna. Ventuno grandi scienziati e intellettuali sono chiamati a rispondere alla domanda piu inquietante della nostra epoca. Ci sono altre forme di vita nell’universo? E che effetti avrebbe questa scoperta sul genere umano? Le domande le fa proprio il regista Stanley Kubrick mentre sta lavorando a "2001: Odissea nello spazio". All’inizio pensa di inserire le interviste nel film, poi non e soddisfatto e abbandona l’idea. Quarant’anni dopo Anthony Frewin recupera questo materiale e il risultato e una geniale raccolta di pensieri di scrittori e scienziati del calibro di Isaac Asimov, Aleksandr Oparin, Fred Whipple, Margaret Mead sul tema dei viaggi spaziali e del nostro posto nell’universo prima del decennio dell’Apollo. "Interviste extraterrestri" rappresenta una fondamentale collezione di ipotesi filosofiche, etiche e religiose sulla questione che da sempre affascina l’umanita: ci sono altre forme di vita nell’universo? Curatore dell’opera e Anthony Frewin, assistente di Stanley Kubrick per venticinque anni. Ha pubblicato numerosi libri, tra cui The Assassination of John F. Kennedy (1993) e i romanzi London Blues (1994), Sixty-Three Closure (1996), Scorpian Rising (1997).

Simon Reynolds e uno dei critici rock piu quotati attualmente in circolazione. Primo a introdurre e codificare il termine post-rock (una dozzina di anni or sono in un articolo su The Wire), il giornalista britannico dedica un imponente saggio, che tradotto supera ampiamente le seicento pagine, alla musica anglosassone degli anni tra il 1978 e il 1984, con un’appendice per quella di altri paesi (tralasciando pero l’Italia, una delle non molte lacune). Il risultato e una monografia/puzzle dedicata al periodo, considerato dall’autore almeno di pari livello rispetto all’eta d’oro degli anni Sessanta per risultati qualitativi e spirito riformatore. Per chi vi e cresciuto o ama gruppi come P.I.L., Wire, Talking Heads, Joy Division, Fall, Pere Ubu, Devo, insomma le creme della new wave britannica e americana, l’occasione e veramente ghiotta. Nella traduzione italiana curata da Michele Piumini (e Anna Mioni) una parte del titolo originale dell’opera va perduto in favore di un piu snello e conciso Post-punk 1978-84. Tuttavia la parte in questione la dice lunga sull’assunto di fondo dell’opera. Rip It up and Start Again: cioé piu o meno ’straccialo e ricomincia di nuovo’. Per decostruire a modo suo la ragion critica del movimento, Reynolds parte infatti dal presupposto che la pars destruens svolta egregiamente dal punk non fosse stata supportata da un’adeguata palingenesi artistica, svalutandosi cosi presto nell’ennesima formula commerciale. Per completare quella rivoluzione mancata, incompiuta, diventata in breve una vera e propria e reazione, si doveva costruire su fondamenta rinnovate davvero: ecco dunque il desiderio trasversale di rifondare la grammatica rock, e allargarne il vocabolario ai territori ancora da esplorare per farne una musica veramente moderna. Urgeva quindi l’esigenza di interpretare il ritorno alla base - cioe il rock&roll dei Cinquanta e dei Sessanta - voluto dal punk (che qui esce in effetti ridimensionato rispetto al "dopo") come il punto di rottura e di sprone verso nuove direzioni, svincolandosi in fretta da quegli stretti parametri. In cio riallacciandosi all’art rock almeno nei presupposti, e alla ricerca di forme (il ritmo nero, la musica europea, i sintetizzatori o le tecniche dub) che si staccassero dal rock convenzionale e dal "rockismo" stereotipato, gli artisti giunti all’esordio discografico dopo il 1977 e altri come il reduce per eccellenza John Lydon cercano infine soluzioni estetiche e di linguaggio pertinenti a contenuti estremi, e soluzioni alternative nel campo discografico (le etichette indipendenti) e dell’oggetto disco (formati, copertine). Non sfugge all’autore un aspetto, quello che lui stesso definisce "controcultura frammentaria": il post punk non e promotore di uno stile unitario ma di tante risposte diversificate alle essenziali domande di fondo. Percio lo stacco tra i vari capitoli, dedicato ai singoli protagonisti oppure alle scene regionali o ancora, in alcuni casi, a imbastire delle vere e proprie "vite parallele" (Devo e Pere Ubu o, in modo ancora piu palese, Wire e Talking Heads), e funzionale alla trasversalita della trattazione interna, frammentata necessariamente anch’essa ma snodabile lungo una serie di direttrici correnti, che gravitano intorno al nucleo dell’epoca come a quello del testo e alle motivazioni di entrambi, e soprattutto a un’ermeneutica approfondita che non sa per nulla di pedanteria. La messa in luce degli strumenti e delle tecniche usate dai protagonisti e l’azione piu stimolante del saggio, dacché Reynolds collega in modo accurato ogni scelta sonora ed estetica a una filosofia - talvolta una politica - di fondo, individuando in breve gli elementi piu autentici di ciascuno, non per puro sciovinismo critico bensi per relazionarli a un contenuto attraverso la propria interpretazione: l’aneddotica e allacciata sempre all’assetto artistico e le minuzie tecniche servono per scavare a fondo e mettere in luce il doppio filo che lega, per esempio, l’ideologia dei Gang Of Four e il loro metodo "collettivista" nel comporre musica, lo sciame di onde assassine prodotte dal sintetizzatore di Allen Ravenstine dei Pere Ubu e le altre invenzioni soniche che hanno per sfondo decadenti citta industriali (Akron, Cleveland, Manchester, Sheffield), i pugni sulla tastiera di Adele Bertei dei Contortions, le distorsioni avveniristiche usate dai Wire, la tecnica produttiva di chirurgia a freddo alla quale Martin Hannett sottoponeva la musica dei Joy Division - uno smembramento artico e maniacale della dinamica di gruppo e addirittura del singolo strumento come nel caso della batteria - o il lavoro di Brian Eno con i Talking Heads, lo stile chitarristico di Keith Levene dei P.I.L. e l’analisi minuziosa dedicata a Metal Box (scelta dei dodici pollici compresa), l’influsso del post-azionismo sui Throbbing Gristle e del Living Theater sulla new wave di San Francisco, il rapporto tra musica ‘regressista’ e liriche sferzanti e astratte nei Fall. Qui lo scrittore utilizza frasi ad effetto dei musicisti e la paragoni icastici (il lavoro a maglia degli Young Marble Giants o il maoismo della Rough Trade) per sbozzare il materiale redatto scolpendone le prospettive: Reynolds delinea con i propri strumenti analitici - ricerca di risvolti sociali inclusa - la volonta di innovare, di reinventare le nozioni strumentali, stilistiche ed esecutive, di creare un contro-business musicale, e di superare la prassi del concerto dal vivo e del disco avvicinandosi all’arte performativa, testimoni le espressioni piu divergenti come i robot di Monte Cazazza sul palco con i Factrix, le risse di James Chance o il laser disc dei Devo e le esibizioni multimediali di Residents e Tuxedomoon (eravamo pur sempre agli albori del videoclip). Sempre lo scrittore sottolinea del post-punk la natura metamusicale (cioe riflessiva e critica rispetto alla musica proprio come la nouvelle vague per il cinema) e il continuo oscillare tra musica e anti-musica, tra l’arte e la sua contestazione; oppure le differenti elaborazioni dei vari soggetti nei confronti di analoghi stimoli, per esempio il modo indiretto di David Byrne di leggere le stesse ansie di Ian Curtis o John Lydon, o la divergenza parallela di dark e new pop nei confronti delle radici glam. L’analisi giornalistica si mescola al piacere del racconto come in un’altra opera, che Reynolds cita in bibliografia: Our Band Could Be Your Life di Michael Azerrad, il volume dedicato ai gruppi alternativi americani degli anni Ottanta. A proposito, la seconda parte dedicata a new pop e new rock contribuisce a certificare inoltre la specificita del termine post-punk rispetto al sinonimo new wave. Dove punk sembra piu il suffisso di post che il primo dipendere dal secondo: come se nel dopo, nel ripartire, risiedesse la vera ragione estetica. Anche senza avere una visione ottimista del futuro il post-punk lo cercava in maniera ossessiva ed e stata la sua caratteristica piu originale. L’ultimo bastione di un rock popolare di ricerca prima dei revivalismi meritava un’opera cosi complessa, ardita, e infine efficace. La mole del lavoro e impressionante e consigliamo la lettura con un supporto musicale; non essendo semplice supplire con la propria collezione personale data la quantita di artisti, a meno di non essere collezionisti del periodo o aver fatto incetta di ristampe, segnaliamo il compact disc indipendente dal libro che ha lo stesso titolo (quello originale) ed e pensato tra l’altro per accompagnare la lettura. In conclusione il voluminoso volume (non e nemmeno tanto un gioco di parole quanto la verita) di Simon Reynolds e un approfondimento per i fanatici tanto quanto una guida alla scoperta di piaceri sconosciuti per i palati discografici che certi sapori non hanno ancora assaggiato. Per gli appassionati il valore compensera senz’altro il prezzo di copertina, il quale - e bene dirlo - puo non essere basso per i ragazzi consumatori di musica. Sperando che ci sia ancora qualcuno tra le nuovissime generazioni che ami dedicare il proprio tempo a sonorita genuinamente "diverse" e non tristemente omologate.

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Punto Primo : Mi preme scrivere che i trentacinque eurini che verranno spesi per questa pubblicazione sono effettivamente ben elargiti. Punto Secondo: In questo momento esatto per stilare codesta recensione - sul mio stereo del cuore - viaggiano a piu non posso X-Ray Spex (“I Live Off You” e splendida), non propriamente post-punk ma citati dall’autore… Punto Terzo: Molto probabilmente Simon Reynolds (con buona pace di tutti noi) e il Nick Hornby della critica musicale. Scrive e descrive con incontrovertibile passione azioni-musiche-gesta e movimenti di un’epoca che mai piu ritornera. Punto Quarto: Non penso che “Rip It Up And Start Again” (titolo originale dell’opera in questione) possa definitivamente decretare la parola fine sugli scritti dedicati a questa materia, pero indubbiamente una spallata molto importante e stata data… Punto Quinto: Queste righe da Simon stese sono cosi suddivise: Sommario, Parte Prima, Parte Seconda, il tutto sezionato in 26 capitoli pieni zeppi di nomi e contenuti. Punto Sesto: I nomi che compaiono sono tanti, ma proprio tanti (inglesi ed americani): Pere Ubu,Devo, Gang Of Four, The Human League, The Specials, Orange Juice, Heaven 17, Associates, Wire, Thomas Leer (qualcuno si ricorda di costui e del suo splendido lp “Contradictions” ?”) e poi ancora ed ancora… ect. ect. Punto Settimo: Una lettura sobria che pone l’accento sulla vera importanza di un certo tipo di concezione musicale che era definita post, ma che aveva tutti i crismi per essere un “futuro” e non un “presente”. Sonorita differenti tra loro (la definizione post e new wave vogliono dire tutto e niente) ma con un sottile filo rosso che lega tutte le sette note. La parolina chiave ed un tantino abusata in questi ultimi anni e “alternative”. Ma “alternative” a cosa e soprattutto a chi?. Due Punti: La domanda che mi pongo, e vi pongo poco sopra, puo trovare un suo spericolato sfogo in “Post-punk” di Reynolds. Vengono date differenti risposte sociologiche ed artistiche, consci pero che una vera parola fine a certi movimenti non la si potra mai dare; in quanto nell’esatto momento in cui qualcuno li scopre e cerca (forse indebitamente) di circoscriverli, ebbene, codesti sono gia belli che defunti… Tre Punti: Ma carissimo Simon scusa immensamente se mi permetto di scriverti cosi di getto ma che fine hanno fatto (una piccolissima critica costruttiva e giusta farla) i Colourbox (quelli su etichetta 4ad) ? Mancano e ci mancano nel tuo bello scritto. Sicuramente nella tua infinita discografia disporrai del loro lp, ovviamente parlo di quello limitato in 10.000 copie. Dai sto scherzando, pero mi darai ragione sul fatto che “Manic” e un gran bel pezzo! Saluti Finali: Ascoltatevi “Discipline” (dei Throbbing Gristle) nel vinile “Psychic Rally” (Expanded Music di Bologna) registrata dal vivo in quel di Manchester (England) al Rafters Club. Vale la pena veramente, tenendo sottomano logicamente il libro di Reynolds.

marzo 2007

Questo e un libro davvero prezioso. Non solo perché ricostruisce un’avventura musicale tra le piu importanti della storia del rock, quella del post-punk e del suo impossibile assalto al cielo nei sette anni tra 1978 e 1984, ma perché attraverso di essa riesce a ricostruire l’affresco di un’epoca e dei suoi luoghi principe, nonché a svelarne il senso profondo. Simon Reynolds e considerato il piu grande critico musicale vivente. Solo questo libro basterebbe a meritargli il titolo. Classe 1963, s’e fatto un nome nei primi anni 80 sulle pagine del Melody Maker, uno dei tre piu importanti magazine musicali inglesi, chiuso nel 2000. Un testimone diretto, insomma. Che in 720 pagine – mai pesanti, mai noiose, perfino quando per un attimo, e solo un attimo, ci si smarrisce nella selva dei nomi – racconta del culo che ebbero lui e i suoi coetanei inglesi e americani a trovarsi nel posto giusto al momenti giusto: nella seconda eta dell’oro del rock, che produsse una messe di innovazioni musicali che fece fare un balzo in avanti al rock paragonabile solo a quello compiuto dal 63 al 67. Un periodo in cui non si trovavano ristampe di vecchi dischi, semplicemente perché la roba che usciva era cosi tanta e cosi buona che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di comprare qualcosa di vecchio. Una delle tesi del libro e che se il punk rappresento un tentativo di sovvertimento dell’establishment musicale dei 70, esso falli proprio perché in realta predicava il ritorno alle radici del rock. Il post-punk, invece, mise in discussione tutto, dalla forma canzone ai padri nobili cui rifarsi, che esulavano spesso dagli stretti canoni rock’n’roll o non ne erano neppure lontani parenti. In questo senso Reynolds definisce il post-punk (o new wave, se’l termine piu v’aggrada) come una forma di progressive rock che, abbandonate le pretenziosita classicheggianti e pompose dei supergruppi freakkettoni dei 70, porto l’avanguardia a livello di massa, facendo produrre alle major e vendendo milionate di dischi che oggi sarebbero appannaggio di qualche oscura indie label. Il post-punk e la diffusione a livello di massa di idee radicali, perlomeno in campo musicale. Da li nasce gran parte della musica che s’ascolta oggi, se e vero, come e vero, per dirne una, che dei due gruppi rock piu mainstream che oggi esistano, i Red Hot Chili Peppers erano fans sfegatati dei dimenticati Wire e della loro idea di avant-funk, tanto da chiamare a produrre il loro primo album Andy Gill, ex chitarrista proprio dei Wire; e gli U2 svilupparono e resero popolare alle masse il suono epico da stadio inventato dai Joy Division. Post-punk come post-moderno, per il saccheggio consapevole e programmatico di tutte le avanguardie artistiche novecentesche, complice il nobilissimo padre Bowie, come spostamento del baricentro del rock dall’America, vista come nemico musicale, a una Neu Europa il cui strumento simbolo era il synth e suonava la chitarra in modo volutamente distante dalla tradizione rock. Tanto che pure le band Usa guardavano all’Europa come patria ideale e talvolta (come i Tuxedomoon) finirono per accasarcisi. Post-punk come promozione di un microcapitalismo corporativo: la nascita delle prime etichette veramente indie (Rough Trade, Mute…) e il ruolo dei negozi come punti di diffusione della nuova musica. Come rifiuto del facile sloganismo politico perché antiestetico, come scoperta della politicita del quotidiano, come costruzione di un nuovo mondo opposto al disperato “Destroy” punk. Un’epoca in cui il giornalismo assurge a metaarte capace di promuovere la formazione di nuovi movimenti musicali. In cui la provincia e piu rivoluzionaria del centro: Sheffield, Manchester, Liverpool, Akron, Cleveland, Glasgow, Edimburgo, Leeds non sono nomi di citta, ma evocazioni di mondi. Reynolds riesce a raccontarci tutto questo in un saggio avvincente come un romanzo giallo. Perfino quando scende ad analizzare il ruolo fondamentale del flanger nell’evoluzione del post-punk o svela la sessuofobia di mod e ska. Un libro piu che prezioso. Emozionante.

Post-punk e miti in un volume

Nel momento in cui la bolla pseudorivoluzionaria del punk esplose, di quel movimento pareva non essere rimasto nulla per i posteri. Invece arrivo il post-punk a proseguire certe idee ed elaborazioni precedenti. Il movimento ha prodotto sicuramente una marea di notevoli creativita e ha sedimentato una norma d’approccio alla forma della canzone. E’ giunto recentemente un ragguardevole e corposo testo firmato da Simon Reynolds, “Post-punk 1978 – 1984”. E’ ormai abbastanza assodato che il punk costruito a modello dei Sex Pistols fu una mera trovata commerciale di Malcolm McLaren ma questa pubblicazione ci lascia intendere la complessita e la profondita di un post-movimento a siffatto fuoco di paglia, particolarmente legato a certe creazioni precedenti a tale fugace ondata e che cerco di proporsi come fenomeno rivoluzionario nel proprio campo artistico. Sulla corrente post-punk ebbero notevoli influenze le produzioni berlinesi di David Bowie del 1977, anche quelle come produttore di “The Idiot e Lust fof Life” di Iggy Pop. Alcune realta che mossero i propri primi passi in quest’ambiente e raggiunsero enormi successi furono U2, Simple Minds, Depeche Mode, Cure o Duran Duran.

Di Marco Paolucci

Documento storico, bibbia della popular music, chiamatela come volete quando la sfoglierete per leggerla ma fatelo, perché dovete. Voi vi chiederete giustamente chi, cosa, dove…ma e pazzo? No, tranquilli, a voi la spiegazione: finalmente tradotta, e aggiungiamo ottimamente, l’ultima fatica di Simon Reynolds, giornalista dei piu prezzolati della scena inglese, penna sopraffina e agguerrita che si mette alla prova e pone un punto alla riflessione sul rock e dintorni con questo ‘Post-punk’, uscito per la casa editrice Isbn, e che tratta la scena musicale inglese e americana dal 1978 al 1984, periodo storico limitato ma che il nostro con la sua eccellente scrittura mostra, foriero di un vero tentativo di cambiamento di societa. Dopo la grande bolla mediatica dei Sex Pistols, sorta di Baburu ante litteram, Reynolds spiega con nomi, fatti, date, giudizi incredibilmente precisi e rigorosi che il punk come modus operandi della popular music ha ricostruito un modo di agire multiforme ed incisivo, dispiegatosi in esperienze di autogestione come la Rough Trade e la SST, con bands quali Throbbing Gristle, Scritti Politti, Pop Group, Devo, Pere Ubu, This Heat che da un capo all’altro del globo hanno tentato di cambiare il modo di intendere la musica e la societa criticando "nota per nota" lo status quo e proponendo, o almeno provandoci, un diverso modo di vedere le cose. Niente manfrine ne abnormi oggetti musicali volanti non ascoltabili, ma formazioni che nel bene e nel male hanno riscritto le regole del do it yourself, aggiornando e accordando in Re i tre accordi che Mark Perry ricordava come promemoria per ogni futura band che volesse dire la sua. Una miscela acusticamente esplosiva che in quegli anni si e coagulata in pop, rock, elettronica, che ha riaggiornato il concetto di rimessa in discussione, che ha provato fino allo sfinimento a ricreare e ricrearsi, fino a perdere il senso nei mille rivoli del pentagramma commerciale, ma che grazie a ‘Post-punk’ rimane come tentativo storico e avvincente narrazione di quel periodo indimenticabile. Ribadiamo, ben scritto, divertente, senza pretese di completezza, per chi crede, come l’autore chiarisce nelle pagine finali, che dedicare la propria vita alla musica abbia un senso.

Chi legge Freakout e sicuramente appassionato di musica e rock in particolare. E per quanti anni possa avere, non puo non aver mai sentito Gang of Four, PIL, Kraftwerk, Scritti Politti, Devo, insomma tutta quella gente che rivoluziono l’arte del rock tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80. E soprattutto non puo non colmare una lacuna che per un po’ si e fatta sentire all’interno di quel vasto mondo che e la bibliografia del rock. Di molti di quei protagonisti abbiamo amato la musica, di altri ne abbiamo sentito parlare alla tv, sui giornali, internet, padri e fratelli, ma, in generale, mancava un libro che raccogliesse tutto quel materiale. E questo deve averlo notato anche Simon Reynolds, una delle massime penne mondiali in materia, deve averne provato pena, e cosi si e arrotolato le maniche e ha fatto il lavoro sporco. Si e armato di pazienza, e andato a scavare tra scaffali polverosi di vecchie riviste, rispolverando interviste, recensioni, articoli e riempiendo i vuoti con nuove interviste e rinnovati ascolti. E da questo lavoro di ricerca e assemblaggio che nasce Post Punk 1978-1984 (Isbn Edizioni, traduzione di Michele Piumini, 720 pagine, 35 euro). E si, anche perché all’inizio la musica non aveva ancora invaso la tv con i suoi videoclip e ci si deve aggrappare a Top of the pop e alle riviste cartacee, fanzine misconosciute comprese. Ma il lavoro di Reynolds va al di la della musica. Questo libro, infatti, e un affresco sociologico di quegli anni, o almeno tenta di porre in questo modo la questione, saltando dalla Tatcher a Reagan, dai mod ai punk, fino all’economia delle piccole etichette indipendenti e delle major. Ma al centro di tutto c’e sempre la musica. C’e Johnny Rotten che torna John Lydon e con i PIL regala al mercato una pietra miliare come Metal Box, c’e il passaggio dall’hard rock, dal prog al punk e soprattutto, appunto, si focalizza sul post punk, lasciandosi sedurre dalle sue divagazioni, dai suoi figli e soprattutto figliastri, ricordando ascesa e declino di alcuni di quei personaggi, con una precisione quasi enciclopedica. La suddivisione in capitoli, ovviamente, come ci spiega Reynolds, non prende la via cronologica, sarebbe stato, piu che impossibile, assurdo. E cosi viaggiamo tra le citta, tra le loro scene che man mano si sviluppavano, viaggiando tra Inghilterra, centro di tutto il libro, Scozia, America e la Germania elettronica, quella che nelle parole dello scrittore Marco Mancassola “rinuncia agli strumenti live (…) (e) ecco aprirsi nel vasto e intatto campo del pop, lo squarcio del , dell’inanimato, dell’artificiale. L’elettronica come natura morta musicale”, parole che ben rendono la sua essenza. La nascita del post punk ha le radici, pero, nel rifiuto dei mega assoli di chitarra e dalle derive prog, nonché nel bisogno di riprendersi dalla prima ondata di punk. E allora il post punk predica ancora piu semplicita, e soprattutto “fai da te”. Dal cio che di piu simile al punk si possa pensare, dunque, all’industrial rock dei Devo al Pop Group, dalle Slints alla scena scozzese con The Associates e Orange Juice, e poi Eno e i Talking Heads e i Lunge Lizard, la morte di Ian Curtis e l’importanza di Mark E. Smith, tra aneddotica e storiografia, alla ricerca di una spiegazione del perché anni cosi importanti siano stati sepolti sotto una fitta coltre di silenzio. Forse perché parte di quella musica e anche alcuni tra i primi gruppi post punk si sono, successivamente, venduti al nemico incarnato dai beat discotecari, dove la guru era Donna Summer, o forse l’oblio e dovuto all’identificazione di quel periodo con gruppi che, nati in quelle stesse citta che avevano accolto questa rivoluzione (sempre sul punto di scoppiare e sempre affogata nel proprio narcisismo), sono arrivati al successo planetario tradendo quegli ideali per abbracciare i soldi e la fama del new pop: Duran Duran, Wham, Spandau Ballet. Impossibile da credersi a chi nelle orecchie aveva ancora la voce biascicata di Rotten che rivendicava la sua liberta in Public Image dove diceva, appunto, "I’m not the same as when I began/I will not be treated as property/…/Pubblic image belongs to me” o chiariva quale era la sua visione con This is not a love song o per chi aveva nelle orecchie “Damaged Good”, giusto per citare solo due di quei protagonisti. Ma come e finita? E la postfazione che ci apre a quello che sara il seguito, la ricerca “anacronistica” del pop perfetto e la ripresa degli assoloni, con sguardi ai tardi sessanta, fino ad arrivare ad accennare ai gruppi odierni che reputano quegli anni come “una questione in sospeso”, !!!, Rapture, LCD Soundsystem, Interpol. Insomma, in questa sorta di enciclopedia romanzata, si scopre un mondo affascinante, fatto di gelosie, tradimenti, invidie, fama e soldi, e tanta, tanta buona musica. Riassumerlo in una recensione e praticamente impossibile, perché abbiamo bisogno di occhi, certo, ma soprattutto di orecchie, senza contare la vastita di informazioni e nomi presenti (guardate la copertina se non ci credete!). In ogni caso, se volete saperne di piu su quegli anni, questo libro e una garanzia. Ah, e ricordate sempre che qui si parla di vinti, che “questo libro non e una storia scritta dalla parte dei vincitori”.

Un tuffo nel post-punk con sir Reynolds

Milano - E’ possibile raccontare un’epoca musicale? E’ possibile lasciare alla storia un racconto del fenomeno del post-punk, genere indefinito che ebbe il suo fulgore nel periodo tra il 1978 e il 1984 ? Si, se a raccontare ci si mette Simon Reynolds, il piu noto giornalista musicale inglese, collaboratore di Melody Maker, New York Times, Village Voice, Spin, The Guardian, Rolling Stone, The Observer, The Wire e Uncut. Il suo testo, tradotto ottimamente in italiano da Michele Piumini ed edito dalla coraggiosa Isbn, scorre via che e un piacere, nonostante il formato enciclopedy-friendly da 700 pagine. Perche Reynolds racconta con passione ma soprattutto con competenza: gli aneddoti gustosi e i dati precisi si sposano ad una innegabile abilita nel narrare. Si parla quindi delle vicende di band come Cure, Joy Division, Depeche Mode, Bauhaus, New Order, e piu in generale delle volonta - o nolonta - di artisti che venivano dal punk e che il punk volevano superare-migliorare-rinnegare: mischiando il rock con l’elettronica, il pop con i ritmi reggae e la dance, le performance a base di penetrazioni ano-vaginali e clisteri al disimpegno, la rivolta politica al gusto del non-senso, il cinismo al rumore. Storie di pirati, poeti e navigatori - non italiani, non sia mai! - profeti del motto: “cambiamento costante”. Fino a perdersi, ma con l’idea e la volonta di fare qualcosa di nuovo, tra accademia e anti-accademia. Si scopre, una volta di piu, che Manson non ha inventato niente. E che fare storia del pop e piu che fare storia della musica: e, soprattutto, raccontare un’epoca e le sue etiche-estetiche. Andatelo a spiegare a certi fissati critici-compilatori nostrani, che se va bene conoscono Luciano De Crescenzo. Costoso, ma ricco. Consigliato.

S. Reynold: intervista al baronetto del giornalismo musicale d’Angleterra ….

Abbiamo letto il suo libro, pubblicato in Italia da Isbn (in un’edizione ben curata e prestige), ci ha catturato con il suo stile e la sua passione per una musica che non c’e piu: il post-punk. Cosi l’abbiamo cercato e Simon Reynolds si e fatto trovare: ci ha rilasciato un’intervista nella quale abbiamo parlato di ‘Rip it up’ (’Post Punk 1978-84? in italiano). Eccola di seguito.

Fabio Izzo: Leggendo il tuo libro, sembra che si stia parlando di una vera e propria ‘golden age’; possiamo affermare che il post-punk sia stato proprio cosi?
Simon Reynolds: Penso che sia stata una golden age per la musica e in un certo senso mi ha viziato. Crescere in un periodo cosi incredibilmente eccitante mi ha regalato delle aspettative irrealistiche! Vedi, mi aspetto sempre molto dalla musica… Che sia movimentata da energia e invenzione, la musica deve andare a razzo in periodi di innovazione e cambiamenti costanti. Solamente un paio di volte, negli ultimi 20 anni, ho avuto un’ esperienza di questo livello: nei tardi ‘80 sembrava potesse esplodere il rock underground e l’hip hop e anche negli anni novanta con l’avvento della cultura rave e di tutti quei sottogeneri mutanti di musica elettronica. Era davvero un periodo, eccitante come quello del Post Punk. …Ma si, crescere in quegli anni ti dava la sensazione di vivere un periodo incredibile, sentivi davvero sulla tua pelle l’accelerazione culturale.

F.I.: Ho davvero apprezzato i capitoli sui Devo e sull’Human League e ho pensato, leggendoli, che anche tu potessi adorare quei periodi. Ma perché ai giorni nostri i gruppi non sono piu cosi coraggiosi? E’ solo per una questione commerciale o si tratta d’altro?

S.R.: Beh, ci sono molti gruppi che stanno provando a fare cose interessanti oggi, ma sono molto piu marginali di allora - la musica sembra essersi frammentata in generi e mercati, e piu difficile sperimentando arrivare al mainstream. E anche se uno ci riesce e ancora piu difficile avere un impatto come quello dei Devo, dei Talking Heads o di altri, forse perché siamo piu disincantati, siamo stati sovra-esposti alla musica, completamente saturati al punto che ormai e impossibile shockarci. E questa sovrafamiliarita di mosse e retoriche che ha allevato i gruppi con un cinismo terribile. E’ anche vero che e improbabile, oggi, perdere la testa, innamorarsi e impazzire per un band. Forse ci sono ancora giovani che hanno vissuto questa esperienza, ma in generale la gente non si aspetta risposte dalla musica come in passato; le persone non si aspettano che la vita possa essere spiegata attraverso la musica cosi come hanno fatto gli Smiths o i Nirvana. E’ solamente entertainment e la gente non investe piu le sue emozioni.

F.I.: Qual’e il tuo gruppo preferito?
S.R.: Fuori da Post-punk? Impossibile sceglierne giusto uno: la top ten e The Slits, Public Image Ltd, Talking Heads, Gang of Four, Scritti Politti, The Fall, Joy Division, The Associates, Cabaret Voltaire, Bow Wow Wow. Se invece stiamo parlando del mio gruppo preferito nella storia del rock, io direi The Smiths.

F.I.: Nel tuo libro, sembra che non ti piacciano proprio i Clash, spesso li paragoni a cow-boys o a tipi che vogliono solamente apparire troppo macho…Sbaglio a pensare che non ti piacciano?
S.R.: Era un opinione generale nella scena pos- punk, si pensava che i Clash avessero perso la loro strada, che il loro percorso fosse “la strada sbagliata”, troppo legata al rock’n’roll tradizionale, all’America e al sistema delle major. Per molti gruppi post punk, divenne uno sport prendersela verbalmente con i Clash nelle interviste. Cosi, in parte, in Post Punk io parlo dei Clash usando l’opinione generale dell’epoca, piuttosto che esprimere il mio punto di vista. Per quel che mi riguarda, i Clash sono una di quelle band di cui ho amato alcune singole canzoni, ma nello stesso tempo non sono d’accordo con la loro visione globale. Non mi posso dire un fan dei Clash, quindi. Molti gruppi sono pieni di contraddizioni, ma loro risultano terribilmente confusi! I testi sono molto vari, qualche volta non ho assolutamente idea di cosa Strummer voglia dire, e dubito che anche lui lo sapesse, ma in altre occasioni e stato semplicemente brillante. White Man in Hammersmith Palais e una canzone molto intelligente e toccante: dove le contraddizioni dei Clash “trasformiamo la ribellione in denaro” e tutto il loro conflitto con la black music esplode causando angoscia e confusione. Questa e la mia canzone preferita assieme a Complete Control: il suono e magnificente e drammatico, e quella che definisce lo spirito dei Clash. Li trovo molto struggenti in Lost In the Supermarket che e un’altra delle mie canzoni preferite. Ma non mi piacciono nel loro aspetto di rock ribelle. A favore dei Clash, si puo dire che loro sono riusciti dove gruppi come Public Image e Pop Group hanno fallito: la fase sperimentale di contaminazioni reggae, funk, disco, rap. La loro discografia e piena di cose interessanti, come Straight To Hell, Combat Rock, o The Call Up. Per vari motivi, penso che i Clash non rientrino nella scena post punk. Loro erano troppo rock, troppo romantici e troppo innamorati dell’iconografia americana.

F.I.:Conosci qualcosa del panorama musicale italiano? Non solo contemporaneo..
S.R.: Quello che conosco riguarda gli anni 70, il progressive rock, Italo disco e Italo house. Ma sono molto lontano dall’esserne un esperto. In particolare mi piace la musica dei Goblin, insieme di progressive rock e funk; sono famosi per la colonna sonora di Suspiria. Per l’ Italo-disco, sono molto interessato alla scena attorno al Cosmic club di DJ Daniel Baldelli, non ne ho ascoltata molto ma e un mix di disco-elettronica assieme al cosmic-rock e Krautrock, e lui un pioniere della sperimentazione. A parte questo, fuori dal mondo pop, sono un appassionato di Luigi Nono, un avanguardista di musica classica.

Mentre si festeggia il trentennio del ’77, anno simbolo della rivoluzione punk, un testo riflette su cosa accadde “dopo”. Il giornalista britannico Simon Reynolds ricostruisce il futuro dopo no future… Sir Simon Reynolds e il baronetto del giornalismo musicale della Gran Bretagna. Non a caso, non immeritatamente. Perché scrive meglio di come mangia, e ha una cultura musicale –ed estetica– che i nostri scribacchini da salotto si sognano. Sara perché in Inghilterra il giornalismo e ancora un mestiere; sara perché li la musica pop e un pilastro dell’industria nazionale e non un giochino da debosciati. Fatto sta che e un piacere scoprire che in Italia la Isbn di Massimo Coppola e soci ha pubblicato Rip It Up, un librazzo che racconta un’epoca musicale e non solo: il dopo ’77, il post-punk, genere indefinito che ebbe il suo fulgore nel periodo tra il 1978 e il 1984. Il collaboratore di “Melody Maker”, “New York Times”, “Village Voice”, “Spin”, “The Guardian”, “Rolling Stone” racconta vita, morte e miracoli dei protagonisti di quella scena artistica: dopo il no future dei Sex Pistols esisteva ancora la possibilita di credere nel valore dell’arte in quanto arte. La musica non poteva cambiare il mondo? Poteva pero cambiare le persone, e al contempo influenzare i linguaggi. Ecco l’onda nuova, la new-wave. In 700 pagine si narrano gli accaduti di band come Cure, Joy Division, Depeche Mode, Bauhaus, New Order; ma si dice anche del pedofilo-sfruttatore anticipatore di mode e modi Malcom Mc Claren; del futuro che ebbe Johnny Rotten. Piu in generale, delle volonta -o nolonta- di un manipolo di personaggi di superare-migliorare-rinnegare il punk. Mischiando il rock con l’elettronica, il pop con il reggae e la dance, le performance a base di penetrazioni ano-vaginali e clisteri al disimpegno, la rivolta politica al non-senso, il cinismo nazistoide al rumore. PeSimon Reynolds – Post-Punk r arrivare dove? Forse da nessuna parte. Parola d’ordine, rinnegare le forme, cavalcarle come un’onda, mutarle geneticamente. E perdersi. I profeti del “cambiamento costante” lasceranno in eredita un pop-rock arido, e per questo forse quasi nessuno oggi li celebra. Ma succede un po’ come con la politica: che a vedere i brutti musi che girano, quasi si rimpiange il passato. Anche quello non vissuto. Nell’era del post-post-moderno si torna indietro: lente d’ingrandimento sugli ultimi alfieri del “lo faccio perché ci credo”. Videoclip e foto imbarazzanti rigurgitate da rotocalchi d’epoca, ma anche passione pura e idee a non finire. Si scopre, una volta di piu, che Manson non ha inventato niente e che Mtv –incredibile a dirsi–si faceva condizionare da chi aveva idee, prima di condizionare chi di idee non ne ha. I riverberi del post punk durano ancora oggi: non sono forse gli U2, Bjork e altri ultraquarantenni brillanti a tenere in piedi il malmesso baraccone del pop-rock? Reynold scrive con competenza, eleganza e facilita. Dimostra una consapevolezza moderna: raccontare una storia e occuparsi delle sue etiche-estetiche, con un libro di Hegel sottobraccio e un vecchio lp dei Public Image Ltd che gira sul “mangiadischi”. Consigliato nonostante il costo.

Prendi, strappa e riparti da capo

Oltre il punk, dentro la vera rivoluzione anti-rock 1978, John Lydon e fuori dai Sex Pistols e reclama la sua immagine pubblica. “Never Mind the Bollocks”, che doveva essere il simbolo della ribellione punk del ’77, e uscito nell’ottobre dell’anno prima, e gia siamo alla fine. Questa e la data convenzionale dalla quale il critico – a quei tempi, giovanissimo appassionato di musica – Simon Reynolds (Melody Maker, Rolling Stone, New York Times) fa partire il post-punk. E con il post-punk riparte davvero, secondo la tesi di Reynolds, la vera rivoluzione, in nome del cambiamento continuo. Perché, al di la dell’essere fantocci nelle mani del loro manager Malcom McLaren, come si e detto e ripetuto in tutte le salse, il fallimento dei Pistols e dei loro accoliti sta altrove: tecnicamente “Never Mind the Bollocks” finisce per essere solo un altro album rock, come tale suonato e prodotto. Mentre il post-punk decide di rifiutare una volta per tutte il rock, di esserne l’antitesi fattuale e concettuale; il colto Lydon coi Public Image Limited sposa il suono nero e anti-rock del dub, i Gang Of Four fanno della spinta funk un’arma altrettanto tagliente, il Pop Group vi aggiunge deliranti stridori free jazz. Tutta una serie di gruppi rivoltano la concezione di come si suona/non suona una chitarra o una batteria, per non parlare dell’interesse crescente verso la sempre piu accessibile strumentazione elettronica o l’invenzione di marchingegni unici e il riciclo di materiali, di rifiuti piegati alle esigenze della fantasia, spesso distorta, morbosa e drogata, degli artisti post-punk. Il fascino dell’opera e quello di trasmettere con grande vivezza l’atmosfera di creativita di quella che fu, forse per l’ultima volta, una generazione attiva su molteplici livelli, un intreccio di personaggi con un approccio a tutto tondo verso l’arte, che nella loro finalmente compiuta radicalita riuscivano a rivoluzionare piu della presunta “ignorante genuinita” punk pur assumendo non di rado atteggiamenti decisamente intellettuali, complici ora le esperienze di recitazione, arte performativa o studi d’architettura, ora una cultura da topi di biblioteca autodidatti. Neofiti dello strumento (Palmolive delle Slits e Raincoats) quanto ottimi esecutori (Keith Levene dei PIL per esempio) decisero di “suonare male” o fuori dai canoni per principio, in un meccanismo in cui certo si vede una forte pretenziosita, ma anche un’intenzionalita che salva dalla condanna esperimenti praticamente incomprensibili, passaggi a vuoto e naiveté assortite. E i principi non finivano qui: formazioni come i primi Scritti Politti si vedevano come un collettivo che raggiunse le decine di persone, allargando la dignita di membro a non strumentisti e passando la maggior parte del tempo in discussioni di decostruzione politica; Fast Product, Factory, Rough Trade, Mute furono etichette per la prima volta davvero fai da te, realmente indipendenti e alternative alle major in termini di distribuzione, di filosofia, di creativita, di provocazione. E anche quando sopraggiunge il New Pop, la fase di “conversione” al pop, al commercio, alla classifica di band precedentemente riottose e cacofoniche (Human League per esempio), se ne mostra il presupposto ideologico che, condivisibile o meno, non puo non risultare affascinante in un’epoca in cui i musicisti – anche validi in senso strettamente musicale – paiono aver perso del tutto una motivazione forte e mostrano, in limitanti conversazioni su come e stato registrato il loro ultimo disco, una fondamentale ristrettezza culturale. Suddividendo il voluminoso libro in storie inizialmente perlopiu temporalmente parallele, ma progredendo via via nella cronologia, Reynolds riesce ad aver ragione di una serie di vicende ovviamente intricate e interconnesse, cosi da trattare le scene di Manchester quanto di Sheffield, toccando i fenomeni americani – perché logicamente e la Gran Bretagna il centro di gravita dell’opera, ma escursioni negli USA o nella Germania degli Einstuerzende Neubauten sono necessarie – di Devo e No Wave, l’industrial e il punk-funk, per arrivare alle evoluzioni e involuzioni New Pop e dark, la SST e i Frankie Goes To Hollywood; il tutto senza nascondere le debolezze e omettere le critiche del caso. Non spezzare il filo per settecento e umanamente impossibile, ma “Post-punk” rimane, pur nelle sue dimensioni, affascinante e divertente da leggere e riprendere. E si offre a un pubblico ampio: quelli che arrivavano dal punk, e forse non riuscivano ad accettare il nuovo movimento; quelli che vissero il momento consapevolmente e inconsapevolmente (attraverso la dorata superficie del New Pop che si ascoltava a forza); e i giovani che oggi adorano Interpol, Liars e !!!, ma non sanno chi fossero Joy Division, Einstuerzende Neubauten e Gang Of Four, e per i quali questo libro sarebbe una vera miniera di stimoli, fermenti e innovazioni. Perché, come dice il titolo originale, “Rip It Up & Start Again”.