I Simpson e la filosofia
I grandi pensatori spiegati dalla più intelligente famiglia di cartoon. E viceversa...
Autori vari
Data di uscita: 22 Novembre 2005
A cura di: William Irwin, Mark T. Conrad, Aeon J. Skoble
Traduzione: Pietro Adamo, Elisabetta Nifosi
ISBN: 9788876380310
Il libro
È possibile che Bart Simpson rappresenti la perfetta incarnazione dell’ideale nichilista di Friedrich Nietzsche? Che il comportamento di Marge sia la realizzazione concreta della classificazione aristotelica delle virtù? Che la mentalità di Springfield sia frutto di un approccio decostruzionista al reale? Secondo William Irwin, Mark T. Conard e Aeon J. Skoble, per capire l’epopea dei Simpson è più utile rivolgersi a Immanuel Kant, Karl Marx e Roland Barthes che non ai sociologi o ai critici televisivi. Diciotto saggi, diciotto possibili percorsi interpretativi che offrono letture originali dei personaggi, dei linguaggi e della scorrettezza politica della serie. Uno studio che applica le armi della dialettica alla cultura pop, fondendo il rigore espositivo tipico della filosofia all’ironia di un oggetto di indagine insolito. I Simpson e la filosofia offre inoltre la possibilità di ripassare molte delle battute e dei dialoghi che costituiscono una delle ragioni del successo di una serie tv, che ancora oggi in Italia può contare su una media di quasi 4 milioni di spettatori al giorno. William Irwin è professore di filosofia al King’s College. È autore, tra gli altri, di Welcome to the Desert of the Real (2002) e The Matrix and Philosophy (2004).
Gli autori
Mark T. Conard collabora con diverse riviste scientifiche. In particolare si è occupato di Kant, Nietzsche e Quentin Tarantino. Aeon J. Skoble insegna filosofia all’Accademia Militare di West Point e ha curato insieme ad altri studiosi Political Philosophy: Essential Selections (1999).
Cristiana Salvagni - Metro
M.M. - l’Espresso
Roberto Berinetti - il Messaggero
Giancarlo Ascari - Diario
Internazionale
la Stampa
Beppe Benvenuto - Maxim
Armando Massarenti - il Sole 24 Ore
www.mangialibri.it
Eleonora Bianchini - www.affaritaliani.it
Tiziana Lo Porto - XL
E.B. - TTL (la stampa)
Alberto Crespi - Epolis
Martina Montauti - lettera.com
Pierluigi Biondi - Il Secolo d’Italia
Luca Castelli, John Vignola - Il Mucchio Selvaggio
Ludovico Fontana - Corriere del Mezzogiorno
Stefania Carini - Europa
Andrea Sparaciari, PatriziaPertuso - Metro
Paolino Nappi - cinemavvenire.it
Carlo Lo Re - Il Domenicale
Marco Iacona - Secolo d’Italia
Libroweb
maggio 2006 Nel 1999 un gruppo di docenti universitari statunitensi di Filosofia ebbe l’idea di raccogliere in volume le sagaci riflessioni tra il serio e il faceto fatte durante le pause-caffè su una serie tv della quale i professori erano accaniti fan: Seinfeld. Nacque così Seinfeld and Philosophy: A Book About Everything and Nothing. Ora Irwin & c. ci riprovano con il geniale cartoon di Matt Groening (che tra l’altro ha studiato Filosofia al college), I Simpson. "Qui non trattiamo la filosofia dei Simpson o I Simpson come filosofia" scrivono gli autori nella prefazione. "Non stiamo tentando di trasmettere i significati espliciti di Groening e della miriade di scrittori e artisti che lavorano alla trasmissione". Si tratta piuttosto di una serie di approfondimenti su alcuni aspetti della Filosofia partendo da riflessioni suscitate dal comportamento di un personaggio del cartone: possiamo ad esempio imparare qualcosa sulla natura della felicità dal cupo Mr. Burns? Cosa rende Bart Simpson un perfetto pensatore heideggeriano? Oppure Bart potrebbe incarnare l’ideale nietzschiano di essere umano? Ventuno brevi saggi su Sartre, Kant, Karl Marx, Virginia Woolf, Roland Barthes e i Simpson. In appendice, una timeline dei principali filosofi della storia associata con una guida cronologica delle 11 stagioni de I Simpson. Un libro che non sarà magari una pietra miliare del pensiero come sovente accade ai saggi filosofici, ma che rappresenta un’eccellente e originale guida ad alcuni dei temi-cardine della Filosofia antica e moderna. E naturalmente, un omaggio divertito ad uno dei cartoni animati più spassosi ed intelligenti mai prodotto.
dicembre 2005 Altro che Aristotele e Kant. I nuovi filosofi sono… i Simpson La filosofia è un campo dello scibile riservato ad argomenti seri. Niente di più lontano dalla realtà. Una recente e brillante pubblicazione intitolata “I Simpson e la filosofia” (ISBN Edizioni, 17 euro) raccoglie saggi e critiche filosofiche sul cartoon che ha rivoluzionato il mondo della sitcom a partire dagli anni ’90. I cinque Simpson, in tv dal 1987, hanno affrontato i temi più scottanti e imbarazzanti dell’attualità: dalla politica alla religione, dal sistema mediatico alla dipendenza da birra e donuts. Un quadro completo della postmodernità che non trascura neanche l’aspetto delle relazioni personali. Una caustica parodia sociale non troppo lontana dalla realtà, anche se i parossismi di Homer condiscono il tutto di un umorismo spensierato e ridanciano. E’ soltanto un cartone animato, ma sono serviti venti filosofi –insegnanti nelle scuole e college americani più rinomati- e tre curatori esperti del campo per dare vita alla raccolta. Nessuna forzatura nello scovare teorie filosofiche che ricalchino i modelli del cartoon, ma un’applicazione pratica tramite l’analisi di alcuni episodi chiave. I voli pindarici fra Aristotele e la deontologia kantiana costruiscono un’analisi curiosa dei cinque ordinary heroes di Springfield, sondano in maniera caustica l’immaginario americano e la società postmoderna, chiamando in causa la nostra prospettiva di telespettatori. Quanto è destabilizzante per la società un personaggio à la Homer Simpson, e perché Maggie non dice mai una parola? Se comprendessimo il valore del silenzio fra Oriente e Occidente potremmo ipotizzare una risposta. O Marge, non è forse il modello di casalinga perfetta e frustrata, precursore della Annette Bening di American Beauty? Si fa strada anche la teoria per una possibile avversione al mondo intellettuale con Lisa, mentre l’esempio di Bart ricalca Nietzsche e la virtù della cattiveria. La satira sta alla base del cartoon e delle sue sceneggiature, rendendoci divertente una sitcom che ha il potere di smascherare i punti deboli della nostra società. Nessuna intenzione di abbassare il livello della filosofia, anzi. Per aficionados e non, il viaggio si prospetta interessante nel cercare di vedere I Simpson come “strumento per illustrare problemi filosofici più tipici in modo da raggiungere lettori al di fuori dell’accademia”.
Irwin & co. raccolgono in un volume le sagaci riflessioni tra il serio e il faceto fatte sul geniale cartoon di Matt Groening: I Simpson. Si tratta di una serie di approfondimenti su alcuni aspetti della Filosofia partendo da riflessioni suscitate dal comportamento di un personaggio del cartone. Ventuno brevi saggi su Sartre, Kant, Karl Marx, Virginia Woolf, Roland Barthes e i Simpson. In appendice, una timeline dei principali filosofi della storia associata con una guida cronologica delle 11 stagioni de I Simpson. I Simpson e la filosofia: Il lato filosofico della cultura pop (…) A Springfield, la città che non fa parte di uno Stato, Lisa interpreta il ruolo di Socrate, dell’ottimista teorico. I Simpson sono sempre stati considerati come un cartoon geniale ma nessuno, prima di venti filosofi chiamati a rapporto, ci aveva spiegato il perché. Ora in diciotto saggi raccolti da Irwin, Conard e Skoble e tradotti in Italia per le edizioni ISBN, si prova a rispondere ad alcuni quesiti apparentemente ironici, ma in fondo molto attuali: perché Homer Simpson, con il suo comportamento vizioso, risulta comunque un individuo apprezzabile? (Homer e Aristotele) E perché, di contro, una socratica Lisa Simpson viene recepita come una sonora rompiballe che arriva anche a guardare il pessimo Grattachecca e Fichetto? (Lisa e l’antintellettualismo americano). Perché Maggie Simpson, un’infante al limite dell’idiozia (o della saggezza orientale), ha sparato al perfido signor Burns? (Maggie: il valore del silenzio tra Oriente e Occidente). E’ rispondendo a queste domande che i filosofi (tutti autorevoli docenti), autori dei diciotto saggi che compongono questo bel libro, tracciano un acuto e divertente profilo delle più comuni tendenze morali dell’Occidente. I personaggi dei Simpson, assorbiti e ben conosciuti come perfetti rappresentanti della cultura popolare, vestono bene i panni dei vizi e delle virtù che ci contraddistinguono, e ben si prestano a richiamare il pensiero di pensatori antichi come Socrate e contemporanei come Wittgenstein o Sartre. Ecco allora che l’etica di Springfield o del "non sono stato io" rispecchia la deresponsabilizzazione della nostra società; ecco che Bart diventa il nuovo messia del superomismo nietzschiano, che agisce al di là del bene e del male; ecco perché gli eccessi del signor Burns lo rendono automaticamente infelice. I Simpson e la filosofia è un libro che avrà fatto scuotere la testa a tanti oltranzisti del pensiero, ma che avrà anche mandato in brodo di giuggiole gli amanti delle contaminazioni improbabili: in realtà i diciotto saggi sono dei veri e propri esercizi di pensiero virtuoso, semplici eppure mai banali, consigliati dunque a tutti quelli che hanno trovato la filosofia una ineluttabile zavorra liceale e che hanno considerato i filosofi degli alieni ben lontani dal comune sentire.
Che I Simpson non fossero un semplice "cartone" lo si sapeva da tempo, o almeno lo sanno quelli che con indefessa fedeltà seguono le vicende della famiglia americana da svariati anni (diciotto le serie realizzate finora da Matt Groening e soci, il che fa de I Simpson la serie animata più longeva della storia della televisione). Che la sitcom nascondesse in seno tematiche e problematiche di portata filosofica l’avevano intuito però solo gli spettatori più attenti e smaliziati. Quegli aficionados acuti e lungimiranti troveranno pane per i loro denti in questo I Simpson e la filosofia che, pubblicato negli USA nel lontano 2001, è approdato nelle librerie italiane (già da un paio di anni, per la verità: la prima edizione è del 2005) grazie a una giovane e promettente casa editrice come la ISBN di Massimo Coppola e Giacomo Papi. Venti filosofi americani, affezionati alla serie americana almeno quanto lo sono all’ermeneutica tedesca, e i loro diciotto saggi partono da I Simpson per arrivare a parlare dei massimi sistemi con ironia e spirito briosamente didattico. Molti degli autori di questo volume sono recidivi: qualche anno fa si erano divertiti a realizzare un altro libro su una serie di culto (almeno negli States) e il risultato fu Seinfield and Philosophy: A Book About Everything and Nothing (curato dallo stesso William Irwin). Il concept di I Simpson e la filosofia, spiegano i curatori, è lo stesso che sottendeva il predecessore: la trasmissione di riferimento è sufficientemente profonda da suscitare una qualche riflessione filosofica e, ciò che conta ancora di più, costituisce una "piattaforma comune" ideale per parlare di filosofia a un pubblico di non-specialisti (sarebbe a dire, specificano i curatori, tutte quelle "persone intelligenti che si interessano un po’ della riflessione filosofica senza trarre da ciò uno stipendio"). In altre parole, quello che fanno gli autori del libro è sfruttare il successo di Homer e Bart per parlarci di Aristotele e Heidegger: una missione, lo riconoscerete, quantomeno lodevole. Il volume è diviso in quattro parti. La prima è dedicata all’analisi dei personaggi principali della serie, indagati da uno specifico punto di vista filosofico o secondo l’ottica di un grande pensatore: se le categorie dell’etica aristotelica possono essere utili per spiegare il comportamento di Homer e quello di Marge e il valore filosofico del silenzio ci illumina sull’afasia della piccola Maggie, da parte sua Lisa ci fornisce un’ottima chiave di lettura per capire l’anti-intellettualismo tipico della società americana così come l’Übermensch di Nietzsche può dirci qualcosa sull’irriducibile natura di scoundrel del pestifero Bart. La seconda parte prende in esame alcuni dei temi fondamentali affrontati da I Simpson. Particolarmente interessante l’analisi che, sulla scorta di Richard Rorty, conduce Carl Matheson su quello che egli chiama l’iper-ironismo della serie animata: in un mondo in cui la crisi dell’autorità sembra essere arrivata ai suoi livelli massimi in tutti i campi (filosofico, morale, artistico, scientifico…), l’unica ironia possibile è quella che sottopone ogni cosa a un costante processo di indebolimento. È quello che succede ne I Simpson, dove le posizioni morali vi sono rappresentate solo per essere demolite subito dopo a colpi di risate. L’ironia de I Simpson non si pone mai altri obiettivi che il piacere dell’attacco: quello che resta in ultima istanza è il gioco delle allusioni e la conseguente sfida lanciata allo spettatore che si diverte a riconoscere quelle stesse allusioni e in questo modo "sta al gioco". Se per Matheson i brevi e – a suo dire – assai poco divertenti inserti "edificanti" presenti nella serie hanno l’unica funzione di rendere tollerabile il preponderante cinismo della stessa, nel suo saggio Paul Cantor (siamo già nella terza parte, intitolata Non sono stato io: l’etica dei Simpson) sottolinea invece come molti dei valori tradizionali, primo dei quali quello della famiglia nucleare, sopravvivano nella serie a dispetto dell’apparente nichilismo. In tal senso, quel mirabile microcosmo che è la cittadina di Springfield rappresenterebbe, per quanto nel contesto di una hipness squisitamente postmoderna, il recupero di una dimensione comunitaria della politica, di un tempo remoto in cui "gli americani si sentivano più in contatto con le loro istituzioni di governo e la famiglia era solidamente ancorata a una comunità più ampia ma ancora locale". Un aspetto particolarmente stimolante di questo I Simpson e la filosofia è la presenza di posizioni anche molto diverse tra loro, per non dire opposte. Ad esempio, mentre Jennifer MacMahon esalta il valore euristico della narrativa (e quindi de I Simpson) soprattutto in quanto essa permetterebbe al fruitore di dare sfogo all’empatia grazie ai meccanismi dell’identificazione, James M. Wallace, nella sua "seriosa" analisi marxiana della serie (contenuta nella quarta e ultima parte dell’opera, I Simpson e i filosofi), ne mette in evidenza la capacità quasi brechtiana di straniamento, che agirebbe attraverso una violenta deformazione della realtà. Lo stesso Wallace dimostra l’ineffabilità politica de I Simpson, la sua abilità cioè a dissimulare una posizione politica o sociale precisa, riconducile cioè a uno schieramento piuttosto che a un altro. In fin dei conti I Simpson non hanno una visione del mondo da proporre e non contestano mai dalle fondamenta la società capitalista così com’è, proponendosi piuttosto come un "riflesso" della stessa: "Nei Simpson, come sotto il capitalismo, ogni moto di opposizione viene riassorbito e la critica cooptata". D’altronde, conclude Wallace, il grande Auden sosteneva che la satira non può prosperare in epoche di sofferenza e malvagità. Dopotutto I Simpson prosperano in una società che non sa, o non vuole, soffrire. Del "mimetismo" camaleontico de I Simpson nei confronti di un’umanità e di un mondo sempre meno intelligibili ci parla anche David L.G. Arnold nel suo Roland Barthes guarda I Simpson, una ricognizione semiologica della serie animata. I Simpson rappresenterebbero un esempio paradigmatico di testo "irresponsabile", percorso perversamente da connotazioni che sfuggono a ogni decifrazione definitiva. È un mondo assurdo e casuale quello rappresentato da I Simpson: ammettere senza lo schermo dell’ironia (e dunque del riso) che si tratti del nostro mondo, potrebbe essere fin troppo imbarazzante. I Simpson e la filosofia si rivolge potenzialmente agli appassionati di filosofia e a quelli de I Simpson. Il lettore ideale è però chi assommi in sé entrambe le caratteristiche. Solo quest’ultimo potrebbe d’altro canto cogliere pienamente il senso della raccomandazione che alla fine del suo contributo lanciano William Irwin e J.R. Lombardo: "In fondo possiamo solo chiedervi di prendere questo saggio e questo libro tanto seriamente quanto fareste con un episodio dei Simpson"…

