Baghdad Football Club
La tragedia del calcio nell'Iraq di Saddam
Simon Freeman
Data di uscita: 20 Aprile 2006
Traduzione: Gianmaria Pastore
ISBN: 9788876380211
I libro
Giocatori frustati con cavi metallici e costretti a calciare palle di cemento armato fino allo sfinimento, casi di condannati a morte per un autogol. Per vent’anni Uday Hussein ha arrestato, torturato e ucciso calciatori, atleti e giornalisti. Una storia di sport che racconta la storia di una nazione. Con la caduta del regime in Iraq nel 2003, finisce anche il regno dispotico di Uday Hussein, figlio di Saddam e ministro dello sport, segnato da anni di torture e soprusi mentre la nazionale irachena tagliava un traguardo dopo l’altro: dalla storica qualificazione ai mondiali di Messico ‘86, mentre il paese era dilaniato dalla sanguinosa guerra contro l’Iran, alla finale per la medaglia di bronzo giocata contro l’Italia alle Olimpiadi di Atene del 2004. Ma il mondo dello sport internazionale ha sempre taciuto. Il protagonista dell’indagine di Freeman Ammo è Baba, il Pelé del mondo arabo, personaggio controverso con cinquant’anni di carriera da giocatore e allenatore alle spalle, per alcuni eroe nazionale, per altri vile collaboratore di Saddam. Baghdad Football Club è un’inchiesta che rivela i lati oscuri della storia di un regime su cui, anche a causa della propaganda americana, ancora non è trapelata la verità. Uno studio senza precedenti sui rapporti tra politica e mondo del calcio. Un mondo cinico e senza scrupoli, che pur di produrre intrattenimento, è capace di ignorare anche i crimini più atroci.
L’autore
Simon Freeman (1966) è un giornalista sportivo inglese. Scrive per diverse testate tra cui il Sunday Times, l’Herald Tribune, il Guardian, Vanity Fair e il Times.
Dario Olivero - www.repubblica.it
Simone Pieranni - il manifesto
Goffredo Fofi - Avvenire
G.C. - il Foglio
Lorenzo Cremonesi - Corriere della Sera
Marco Mathieu - Diario
Marco Mathieu - GQ
il Giornale
Giorgio Porrà - il Mattino
Gian Luca Pasini - la Gazzetta dello Sport
Edmondo Berselli - la Repubblica
www.nuovimondimedia.it
Corriere dello Sport STADIO
Matteo Fabris - La Voce di Romagna
Ernesto Aloja - Campus
19 maggio 2006 Il pallone, il Giro, la fatica perfetta elogio dello sport in forma di libro CORPI A PERDERE Quelli che amano il calcio puro e assoluto, quello come forma d’arte, avevano tutti la stessa espressione, lo stesso sguardo quando vedevano come si era ridotto Diego Armando Maradona (ora sta meglio). Grasso, sfatto, impastato, lento, sudato. Quel corpo così unico, elastico e veloce ridotto a serbatoio di un uomo che nessuno risuciva più a vedere. Da questa intuizione, semplice ma devastante, parte il nuovo libro di Emanuela Audisio: che il corpo, è quello di cui si nutre lo sport. Brutto, bello, perfetto, sgraziato ma sempre lo strumento più adatto per far nascere leggende. Nel libro che si intitola appunto Il ventre di Maradona (Mondadori, 15 euro) si ripercorrono le vite dei corpi di uomini straordinari seguendoli attraverso le loro malformità iniziali (le mani di Sonny Liston), il loro splendore (Ayrton Senna e il controllo totale di ogni percezione), le loro imprese impossibili (il gancio-cielo di Kareem Abdul-Jabbar), le loro mutazioni (la rabbia di Mike Tyson per cui il ring non basta più), le loro cadute (tutto l’alcol che ha ucciso George Best), il loro nobile rialzarsi (la sfida di Alex Zanardi). E così via. VITE IN FUGA Il mondo del calcio non ha ancora raggiunto il grado di delegittimazione che ha saputo toccare il ciclismo con la sua continua relazione pericolosa con il doping. Difficile pensare che qualcuno potesse rischiare di scrivere del Giro d’Italia edizione 2005. Eppure Gian Luca Favetto è riuscito a ritrovare quello che probabilmente, nonostante tutto, non si è mai perduto: l’Italia che si specchia nella più abusata e azzeccata metafora della vita. Discese, salite, fughe verso il nulla, montagne, fatica, asfalto, scritte sull’asfalto. Ma anche incontri con gente sconosciuta, ricordi, orgoglio italiano di avere cinque o sei campioni tra i favoriti, onore nel senso più antico del termine. Si intitola Italia, provincia del Giro (Mondadori, 15). A LA RIMBAUD E’ stato, prima di diventare un libro, un programma radiofonico. E’ la storia di un ragazzino palermitano, 13 anni ma più piccolo della media e più povero di una media già povera. Giocava a pallone, racconta Davide Enia, per la strada e nei vicoli non asfaltati di quartieri come la Kalsa. Quando giocava andavano a vederlo migliaia di persone. Non c’era nessuno come lui. A 19 anni aveva dato al calcio più di quanto chiunque altro avesse dato in una vita intera. Un secolo prima era accaduta più o meno la stessa cosa in un altro campo e per un ragazzo altrettanto dotato che prima dei suoi vent’anni (e tutto in cinque anni) aveva dato alla poesia più di quanto chiunque avesse mai fatto. Entrambi a un certo punto sparirono. Si chiamava, il secondo, Arthur Rimbaud. Il primo, che del secondo è proiezione, è Rembò (Fandango, 15). SADDAM FOOTBALL CLUB Simon Freeman, giornalista britannico, ha ricostruito in un libro inchiesta la storia recente dell’Iraq attraverso il calcio in quel paese. Dalla gestione feroce del comitato olimpico di Uday, uno dei figli di Saddam Hussein che torturava gli atleti che non vincevano, al calcio al servizio della dittatura, alla protesta degli iracheni contro l’esercito americano che aveva usato lo stadio come enorme parcheggio per i carri armati, alle avventure di improbabili commissari tecnici europei alla corte del tiranno. Ma anche la storia della passione per il calcio in un’area del mondo poco esplorata sotto questo aspetto. Si intitola Baghdad Football Club (tr.it G. Pastore, Isbn, 18). NAZIONALE SCRITTORI Una Nazionale composta da 11 scrittori per affrontare i prossimi Mondiali di calcio in Germania. Fortunatamente impegnati non sul campo, ma in quello che sanno fare meglio. Da Affinati a De Cataldo a Genna a Melania Mazzucco a Nove a Voltolini, ricordano, raccontano e stravolgono la storia e il mito della nostra Nazionale di calcio. Le nostre due Coree, la Grecia nel ‘34 di Mussolini, la sconfitta dolorosa del ‘90, i nostri calvari con i brasiliani, il nostro Italia-Germania 4-3. Tutto. Si intitola semplicemente Azzurri (Rizzoli, 14,50). "CELO… MANCA…CELO" Non è la stessa cosa che averle collezionate nel corso degli anni, ma certe cose si possono avere soltanto a posteriori. E comunque è un regalo per chi vuole bene al calcio e a se stesso Il grande album dei Mondiali di calcio. 1970-2002 tutte le raccolte di figurine Panini (Rizzoli, 17,90). Non servono parole, meglio qualche immagine.
3 giugno 2006 Viaggio nel mondo del Baghdad Fc Nella stagione 1984-85 il regime iracheno decise che per risollevare le sorti dell’umore del paese, era necessaria una vittoria nel proprio campionato della squadra dell’esercito. Per fare questo ci si adoperò come meglio si potè: una partita durò mezzora in più per consentire all’esercito di segnare il gol della vittoria. In un altro caso, tra il primo e il secondo tempo, nello spogliatoio dell’arbitro venne fatto arrivare un messaggio eloquente: «La tua vita dipende da ‘un certo tipo’ di risultato». In pochi minuti espulse due giocatori dell’Aereonautica, impegnata contro gli obbligati a vincere. E’ ipotizzabile che l’arbitro non abbia esclamato al termine della gara la frase «ho fatto un capolavoro», ma che abbia forse emesso un fragoroso sospiro di sollievo, che sarebbe stato più fragoroso ancora, se avesse saputo che addirittura, in Italia, capitava che gli arbitri venissero - talvolta - chiusi negli spogliatoi al termine della gara. La sua vita era salva. E’ uno dei tanti episodi citati nel libro di Simon Freeman, Baghdad Football Club, pubblicato da poco da ISBN edizioni: il giornalista sportivo inglese analizza la le vicende e i personaggi più bizzarri riscontrati durante il suo viaggio attraverso la storia del football in Iraq. Una storia che ricorda per certi versi quella del calcio durante regimi già conosciuti, come in Germania, Italia o Unione Sovietica. Un calcio che si snoda nella sua storia in modo indissolubile con le vicende politiche, finendo per impersonare le molteplicità di un popolo sofferente e dignitoso. Pur nella caotica presentazione della sua ricerca - il primo obiettivo di Freeman era la realizzazione di un documentario televisivo - il libro permette di addentrarsi tra fatti recenti, episodi venuti alla ribalta a causa della guerra americana, situazioni che apparirebbero buffe e lievemente ironiche, se non fossero appoggiate su quello strato di tristezza e devastazione umana che solo una guerra può creare. Fremann sceglie alcuni personaggi che costituiscono i protagonisti del suo libro: il terribile Uday Hussein, figlio di Saddam e presidente della federazione, famoso per le sue torture nei confronti dei calciatori che spesso venivano incarcerati a seguito di prestazione non ritenute all’altezza. Poi c’è Bernd Stange, un tedesco di Jena, ex ct della Germania Est e giunto nell’ottobre 2002 in Iraq per guidare la nazionale: uno sconosciuto nello scenario internazionale che per una foto durante la presentazione vicino a un ritratto di Saddam venne criticato da quasi tutta l’Europa del pallone. «Sono in Iraq perché nessun altro mi ha offerto un contratto», aveva spiegato il mister teutonico, prima di iniziare la sua avventura, da equilibrista politico e sportivo, alla guida della nazionale irachena. Il deus ex machina, il protagonista in assoluto del libro è però il personaggio sportivo più controverso presentato da Freeman: si tratta di Ammo Baba, cresciuto nella base RAF di Habbaniya tra gli anni trenta e quaranta e divenuto il «più grande calciatore arabo di tutti i tempi». Cristiano, criticato per la sua supposta vicinanza al regime, di lui si dice fosse meglio di Pelè: atletico, rapido, possente, per lui il regime spese soldi per consentirgli operazioni, check up e stage all’estero. Lui rimase sempre in Iraq, non volle mai accettare alcun ingaggio straniero (non che negli anni ‘60 fosse semplice) e rifiutò alcune opportunità che gli vennero offerte da squadre inglesi. Peccato che di lui non sia rimasta neanche un’immagine, un video, un gol scolpito su un nastro. Una storia per certi versi magica e cruda allo stesso tempo: durante una tournee in Bretagna la squadra di Ammo perde contro i rivali europei. Per il mister iracheno le colpe sono nel denutrimento dei propri ragazzi. A fronte di situazioni logistiche disastrose fa da contraltare l’amore degli iracheni per il calcio. Per festeggiare la storica qualificazione alle Olimpiadi del 2004 (dove furono avversari dell’Italia per il bronzo) i giocatori si rifiutarono di usare la bandiera nuova di zecca preparata da Bremer e co. Cambiarono la grafia della scritta «Dio è grande» sulla bandiera (si sospettava fosse la grafia di Saddam) ed esultarono con i propri colori tradizionali una successo sportivo dell’intero popolo iracheno: non di Saddam e neppure degli americani.
maggio 2006 Tempo di calcio e di mondiali: tra sport e società Tempo di mondiali, e di riflessioni non dolci sulle immeritate fortune delle nostre squadre (ma solo le calcistiche?). Tempo, di conseguenza, di libri che parlano di calcio e di calciatori, e anche di mondiali. Tra i molti in circolazione, si possono consigliare dei recuperi: l’antologia di interventi interviste saggi sfoghi curata da Alessandro Leogrande per L’ancora del Mediterraneo, Il pallone è tondo, e la ristampa della efficace perlustrazione di Edmondo Berselli Il più mancino dei tiri (Mondadori). Ma escono anche libri scritti da stranieri, su situazioni non nostre, come l’appassionante Baghdad Football Club di Simon Freeman edito da Isbn, che parla del calcio in Iraq al tempo di Saddam, cioè sotto le dittature, e fa pensare a storie similari, per esempio quelle del calcio ungherese al tempo del comunismo, eccetera. Ed è anche uscito un libro davvero bello di uno scrittore svedese che evoca i mondiali italiani del 1990, competentemente tradotto e curato da Massimo Ciaravolo: Il calcio rubato di Ulf Peter Hallberg (Iperborea, pagine 162, euro 12,00). È uno strano libro, questo, che incornicia degli splendidi ritratti di partite e di calciatori ma anche di città, dentro la rievocazione di un’amicizia tra due scrittori nordici in Italia e per l’esattezza nella mitica Capri di Axel Munte, conclusa dal suicidio di un dei due, ovviamente il narrato, non il narratore. I due scrittori, dice Ciaravolo, sono in fondo gli eterni rappresentanti de due modi di intendere la vita, fissati da Kierkegaard come «etico» ed «estetico»: un confronto che non cessa di appartenerci e, in qualche modo, di mettere in crisi i più sensibili e ragionatori degli umani. E che attraversa il narratore, come può per suo tramite attraversare il lettore. Il calcio è un’occasione secondaria, dunque, il pretesto (spettacolare) per parlare d’altro? No, decisamente, perché se è vero che si ha l’impressione che Hallberg abbia inteso riutilizzare intelligentemente del materiale di molti anni fa, però lo fa usandolo magnificamente, e allargando lo sguardo come di dovere, alzandolo molto al di sopra del campo e degli spalti, per vedere ciò che ci sta intorno, e per scrutare in profondità, più da zoomata comprensiva che non da carrellata veloce e superficiale, la società e l’ambiente che producono il tifo calcistico, questa forma degenere di ritualità, di bisogno distorto del sacro… Ci sono così pagine davvero acute sulle nostre città, sull’Italia e le sue differenze, che ci interpretano con impressionante acutezza. È difficile scegliere una citazione (o una città), ma sono rimasto colpito soprattutto dalle pagine su Napoli («Chi si confronta con Napoli è scaraventato in un altro mondo, contro cui il proprio destino e la propria concezione di vita non possono che cozzare». E non vale solo per gli stranieri.) E dunque anche da quelle su Maradona, e la sua sconfitta, che fu allora più umana che calcistica. Ma più in generale colpisce come Hallberg sappia, accostandosi da profano al calcio, scoprire in esso delle metafore non banali delle regole e degli azzardi dell’esistenza.
Il calcio legato a filo doppio alla politica, il calcio che incarna la sofferenza e la dignità di comunità mai dome, il calcio come specchio impietoso della ferocia dei regimi. ISBN edizioni ce ne aveva già parlato con Ajax, la squadra del ghetto. Il calcio e la Shoah, l’inchiesta del cronista olandese Simon Kuper incentrata su strazianti storie di collaborazionismo e deportazione. Baghdad Football Club alle tragedie totalitarie a forma di tappeto verde ci riporta senza scorciatoie. Simon Freeman, giornalista britannico dalle nobili collaborazioni (The Sunday Times, The Herald Tribune, The Guardian, Vanity Fair, The Times), vi ripercorre la storia recente della terra tra i due fiumi attraverso le sue vicende calcistiche – un inaudito caleidoscopio di atrocità, intrattenimento, viltà, frustrazioni e traguardi sportivi. C’è da dire che, se davvero si potesse accantonare per un istante quest’atmosfera di devastazione umana che ancora stenta a congedarsi a distanza di qualche giorno dalla lettura, i personaggi che Freeman trasforma nei protagonisti della propria testimonianza potrebbero addirittura farci sorridere, tanto si rivelano maldestri e grossolani. Del resto, cosa si dovrebbe pensare del disgraziato aguzzino Uday Hussein, presidente della federazione irachena, nonché figlio di un certo Saddam, che sbatteva in galera i suoi atleti perché “non giocavano bene”? Oppure di uno come Bernd Stange, ex commissario tecnico della Germania Est giunto in Iraq nel 2002 e prestatosi alle forche caudine dell’Europa pallonara al gran completo a causa di una foto vicino a un ritratto di Saddam? “Sono in Iraq perché nessun altro mi ha offerto un contratto”, aveva risposto il buon Bernd. O ancora di questo magnifico calciatore di nome Ammo Baba, di questo irresistibile “Pelè del mondo arabo” cresciuto nella base di Habbaniya tra gli anni trenta e quaranta, diventato l’idolo del regime che per lui ha investito quasi più che per un popolo intero? Davvero non lo avete mai sentito? Neanche noi. E vogliamo parlare di quella partita nella lontana stagione 1984-1985 durata mezz’ora in più per far vincere la squadra dell’esercito in modo da “risollevare le sorti del paese”? O di quel messaggio che venne recapitato a un arbitro durante un intervallo di una gara, “La tua vita dipende da ‘un certo tipo’ di risultato”? Certo, se avesse saputo che in Italia i direttori di gara li rinchiudevano negli spogliatoi… Tuttavia, accantonato ogni sarcasmo, ciò che (non) torna è il sadico cinismo di un mondo che persino nel nome di tre calci a una palla ha commesso i crimini più atroci. Un universo che, anche a causa della propaganda – tuttora in atto – di coloro che ne sono diventati gli altrettanto cinici e maldestri invasori, ancora tarda a fuoriuscire dal barattolo maleodorante nel quale per tanti tristi anni ha trovato riparo.

