Uomini e Cani

western salentino

Omar Di Monopoli

240 PAGINE | 13 EURO
Data di uscita: 29 Marzo 2007
ISBN: 9788876380556

Il libro

Teso come un thriller, barocco come una cattedrale, violento come il morso di un pitbull, Uomini e cani è una furibonda cavalcata nel cuore nero del Sud. In un Salento lontano anni luce da quello da cartolina, il comune di Languore progetta di trasformare una salina in parco naturale. E gli eventi si mettono in moto. Il sindaco è giovane e ottimista, Milena bella e spaventata. Nico ha perso tutto, tranne se stesso. Don Titta Scarciglia maneggia e corrompe. I Minghella addestrano cani e figli da combattimento e Pietro Lu Sorgi, l’eremita, annienta chiunque invada il suo territorio. Una tragedia greca, un western corale e inarrestabile. L’antico equilibrio è spezzato. Il sangue inizia a ingrassare la terra.

L’autore

Omar Di Monopoli (1971) vive e lavora in Puglia, a Manduria. Ha firmato la sceneggiatura di La caccia, prodotto da Edoardo Winspeare. Uomini e cani è il suo primo romanzo.

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La devastazione ambientale e morale nell’Italia del Sud di "Uomini e cani" COME CANI Una città del sud né grande né piccola. Un parco che sta per essere riconosciuto riserva naturale. Un guardiano del parco messo lì dall’amico sindaco e considerato dagli abitanti della zona il volto nemico dello Stato, presente soltanto quando deve espropriare le terre. Contadini di pietraia divorati da una rabbia senza tregua che si rispecchia nei loro pit bull. Palazzinari osceni. Ex parà congedati con disonore. Sono i personaggi del mondo messo su da Omar Di Monopoli, Uomini e cani (Isbn edizioni, 13 euro). Nessuno di loro è esente da tare genetiche o sociali, neanche quello che apparentemente è l’eroe della storia. Tutto ruota intorno al cambiamento che dovrebbe portare la nuova riserva naturale. Le condizioni di vita di chi dovrebbe lasciare terre occupate anni prima abusivamente per finire in un appartamento popolare. Il nuovo volto ambientalista degli stessi politici che hanno permesso lo scempio del parco per decenni e che ora si sono riciclati al business dell’ecologia a al consenso che porta. La cosa che sembra tenere unito tutto è che nessuno di loro fa la cosa giusta. O meglio, fa la cosa che viene naturale come riflesso automatico e istintivo a uno stimolo. Come i cani.

Gocce di sangue imperlano il bianco totale della copertina. Sintesi perfetta del contenuto che si manifesta leggendo Uomini e cani, romanzo dello scrittore pugliese Omar Di Monopoli, pubblicato dalla casa editrice Isbn. La storia è ambientata in un Salento spettrale, lontano anni luce dalle immagini splendenti da riviste patinate, dove il mare, il sole e il vento sono le tre componenti che spingono migliaia di turisti a trascorrere lì le proprie agognate vacanze. In "Uomini e cane" c’è solo spazio per polvere e sangue. Tutta la vicenda narrata ruota attorno alla trasformazione, a Languore, città fittizia con elementi riconducibili a molte cittadine reali, di una salina in un parco naturale. Ciò comporta la distruzione di case costruite abusivamente, con conseguente spostamento in altra zona degli abitanti del luogo. Attorno alla questione del parco naturale, fortemente voluto dal sindaco di Languore, si annidano, però, le volontà espansionistiche di Don Titti Scarciglia, il potente del posto, che vuole costruire un villaggio turistico nei pressi del parco. Politica e corruzione la fanno da padrone e mettono in moto le azioni personaggi vinti dalla vita. Uno su tutti, Pietro Lu Sorgi, l’eremita di Languore, dalla pistola facile che, pur di non abbandonare la propria casa, inizia ad ammazzare senza pietà. “Uomi e cani” è una sorta di western contemporaneo che non lascia spazio alle speranze, dove, in una lotta irrazionale che vede impegnati tutti contro tutti, trionfano i sentimenti ancestrali dell’uomo meridionale, disposto a farsi ammazzare impietosamente pur di non abbandonare la propria terra.

Uomini e cani, un Salento da incubo Un western ambientato ai giorni nostri. Cosi e stato definito Uomini e cani, primo romanzo di Omar Di Monopoli. Il titolo - un omaggio sia a Uomini e topi di Steinbeck che a Uomini e no di Vittorini - rende sin dal principio la ferocia di questa storia, insieme alle macchie di fango e sangue che sporcano la bianca copertina dei libri targati ISBN edizioni (un vezzo editoriale che avevamo gia notato ne La fine dell’amore di Ilaria Bernardini). Uomini e cani è ambientato in Puglia, ma l’atmosfera descritta da Omar Di Monopoli è lontanissima dal Salento tutto pizzica sole e mare che ha invaso l’immaginario collettivo negli ultimi anni. Ricorda più la Campania di Saviano, solo che è un romanzo. Nei dintorni di Languore (un nome un programma) una vasta area incontaminata un tempo doveva diventare un parco. Poi ha prevalso l’intrallazzo e l’incuria: abitazioni abusive, rifiuti, speculazioni edilizie. Parte da qui un intreccio farcito di violenza e disillusione, dove non mancano omicidi, torture e cani rabbiosi, appunto. Il Comune si e messo in testa di fare qualcosa di quell’ex area verde. Non più un parco, ma un villaggio turistico, la cui costruzione è affidata al palazzinaro mafioso di turno. Dall’altra parte c’è chi ha occupato abusivamente la landa (ormai discarica) e non ha alcuna intenzione di lasciare la propria catapecchia, a costo di imbracciare il fucile. E un libro pieno di cattivi, di personaggi moralmente dubbi o sull’orlo del tracollo etico. Tutti tranne Nico, il guardiano del parco, un uomo dal passato nobile che non crede più al futuro. Tutta fantasia, dice l’autore, ma non il pericolo di una natura sempre più trascurata, non il problema culturale del rispetto, ambientale e sociale.

PAGINE D’ATTUALITA’/ LA TRAGEDIA GRECA DEL NOSTRO PROFONDO SUD
Una danza macabra e violenta che ripropone i temi della tragedia classica, dai greci a Shakespeare, in chiave salentina. Una sorta di western selvaggio e cupo, ambientato nell’Italia di oggi, dove le persone sembrano vivere sull’orlo costante della follia e il sangue scorre nero tra malavitosi, possidenti corrotti, speculatori edilizi ed eremiti che uccidono chiunque osi avvicinarsi al proprio territorio. "Uomini e cani" è il romanzo duro e incalzante che lo scrittore pugliese Omar Di Monopoli manda in libreria in questi giorni per i tipi di Isbn edizioni, un viaggio allucinante negli orrori della profonda provincia pugliese raccontato attraverso le storie incrociate di più personaggi che ruotano attorno al paese di Languore e alla sua frazione marittima Torre Languorina. Ambientato nell’arco di sei giorni, da lunedì a sabato, "Uomini e cani" cala il lettore in un’Italia violenta dove le persone sembrano avere perso ogni speranza, e con essa anche gran parte della propria umanità. Pagina dopo pagina i personaggi che si alternano sono diversi: dalla guardia forestale Nico, reduce dal suicidio della moglie, al giovane sindaco Enrico che, figlio d’arte, prova a rinnovare la politica locale senza troppo successo; dalla giovane Milena, scappata a Bologna per sfuggire alla violenza di un ex fidanzato, all’ex militare Buba, ossessionato dalle armi e con un passato di torturatore; dal viscido e terribile possidente don Titta all’eremita Pietro che, rifiutandosi di sgombrare la propria abitazione abusiva, comincia a uccidere chiunque lo avvicini. Sullo sfondo le vicende di una salina da riconvertire in parco naturale, un villaggio turistico da costruire a qualsiasi costo e poi la violenza, banale come non mai, che esplode in ogni situazione della vita. "Profondo sud, caro mio, non c’è da stupirsi - dice a un certo punto un personaggio del romanzo. Una terra rozza e indisciplinata, questa, completamente abbandonata a se stessa". E la sensazione chi si ricava dalle pagine di Omar Di Monopoli è proprio questa: un abbandono atavico che ricorda quello in cui vivevano i personaggi di Verga. L’unica prospettiva, oltre alla fuga cui pensano alcuni dei personaggi più giovani, è quella di battersi per quel poco che si ha. Quando Milena chiede al padre cosa pensa di fare, questi risponde: "Restare qua. E resistere. Come ho sempre fatto. Affrontare chiunque a testa alta. Perché di questo è fatto l’uomo. Di orgoglio, perdio. E di nient’altro". Una scelta che, si vedrà nel libro, il rude Sputazza - questo è il soprannome del personaggio - porterà fino alle estreme conseguenze. Alla fine, come in ogni tragedia che si rispetti, moriranno in molti, e solo uno per cause naturali. Quella cieca violenza che gli uomini hanno instillato nei cani, che sono protagonisti non solo nel titolo del romanzo, si ritorcerà su di essi e innescherà la spirale della morte e della desolazione. Oltre che lasciare aleggiare su Languore l’ombra dell’impossibilità di ogni cambiamento vero, che sembra essere la grande malattia di questo meridione descritto da Di Monopoli. "Siamo a un passo dal mare - scrive il romanziere a proposito dei periodici tentativi d’investimento nel turismo - si dicevano tutte le volte quegli illusi, e bisogna essere davvero degli imbecilli per non riuscire a far fruttare un’attività come questa. Ma poi, puntualmente, il viavai della fornitura elettrica, l’assenza del più elementare sistema fognario, lo stato di cronico dissesto delle strade, l’inesistenza di qualsiasi struttura d’accoglienza e la pressoché totale latitanza delle autorità amministrative trasformavano l’investimento in una croce da sbolognare al primo fesso disposto a farsi infinocchiare". E, come piaceva al Gattopardo, nulla cambia.

Uomini e cani: ritratto gotico del Sud Italia
Odore di terra e sangue. Pistole, spari e morsi di cani. Un ritratto questo dal profumo ancestrale e contemporaneamente odierno, tremendamente reale, da toccare, che si vive. Un luogo dove il tempo si ferma e il progresso sbatte forte e doloroso contro un sistema di cui il singolo non è altro che un piccolo e insignificante pezzo marginale di vita. Si annusa l’odore acre della lotta per la sopravvivenza che fuoriesce dalle regole della giustizia dove il tentativo ultimo è quello di vivere, di non farsi ammazzare, violentare e minacciare. La realtà in cui il benessere altrui e ironia quella ambientale sono considerati alla stregua di un gioco costoso per un bambino povero. Meglio non pensarci e aspettare qualcosa senza la forza di sperare. Non c’è filosofia e spazio alla riflessione nella fame. C’è solo combattimento. Come i cani bastonati, feriti, che hanno paura. A languore i cani stanno appesi agli alberi con le mascelle. A languore i cani vengono vergati sul capo. Come gli uomini, in un continuo gioco di metafore che si rincorrono parallele. Questo non è un thriller, questa è la giornata lunga una vita o una vita lunga un giorno. E’ la stagione in cui è sempre buio, un’oscurità che per gli abitanti di Languore sembra non passare mai. Omar Di Monopoli percorre le vie del paese ritmando la comparsa e l’intreccio dei personaggi che s’intervallano nell’ esodo di una settimana. Da lunedì a sabato, sei giorni lunghi e intensi di battaglie, passione, mafia e morte. Una scrittura tersa e capace di legare eventi e persone con la maestria tipica di chi nasce scrittore. Le parole sono crude, forti, uno schiaffo in piena faccia. Ci vuole coraggio per girare le pagine e forza per ammettere che è tutto vero, quasi palpabile. Languore, Taranto, Salento. C’è il sole, il mare. L’estate però sembra sempre così lontana, un vizio che non si può portare nelle cascine in mezzo al bosco. C’è guerra a Languore. Ci sono assassini per disperazione, ritratti come vittime di una società che non li sa capire. Il comune vuole dichiarare parco naturale la terra in cui sorgono le cascine abusive per un rilancio economico e turistico della zona. Questo è il tentativo proposto da Enrico Saraceno, il sindaco che sembra aver perduto di vista i valori e le battaglie degli uomini per la sopravvivenza e la terra. C’è Nico, il ranger poliziotto diviso fra amore per il parco e sentimenti del popolo, Milena con la sua bellezza e la sua paura per un passato che torna. C’è la famiglia Minghella con figli analfabeti assetati di sangue al pari dei cani allevati nel cortile per i combattimenti. C’è un eremita con i suoi pit bull, Pietro Lu Sorgiu, quattro poliziotti uccisi e una imprigionata in una buca. Sullo sfondo, inquietante e presente la figura di Don Titta, costruttore ottuagenario senza scrupoli e di deviata sessualità. Un portrait a metà fra Ammaniti e Saviano ma molto più scuro, popolare. Vero. Notevole è l’archittettura narrativa e le parole giocate per rendere visibile e tangibile il contesto. Sorprende come nonostante Di Monopoli non si soffermi sulla descrizione fisica dei personaggi, sia in grado di condurre il lettore a vedere in faccia quei volti scritti di rughe, rabbia e sofferenza. Quelle figure invisibili che si muovono in un paese in cui “non basta un pezzo di carta per stabilire chi spara o no” e dove la gente si divide in due categorie: “quelli che c’hanno una pistola in casa….e quelli che c’hanno un fucile”. Uomini e Cani è il primo romanzo di Omar Di Monopoli. L’autore classe 1971 vive e lavora a Manduria. Precedentemente ha scritto la sceneggiatura di La caccia, prodotto da Edoardo Winspeare. Isbn grazie alle scelte originali e coraggiose già interpreta e preludia ai contenuti del testo schizzando la candida copertina di fango e sangue. Forte nella vista e nei contenuti.

Che bello questo libro, che bravo questo scrittore: Omar di Monopoli, complimenti per il nome, e complimenti anche per certi nomi del suo romanzo: un paese che si chiama «Languore» è pura poesia… Questo Salento nero e dannato rimane dentro come una pugnalata così come la violenza e la poesia di certe descrizioni non se ne vanno più dalla memoria. Anche Ammaniti ci ha parlato del sud ma qui, se possibile, c’è ancora più rabbia e disperazione, qui il sole non è solo abbacinante, qui ti si appiccica addosso con tutta la sua spietatezza e la sua luce è sempre un po’ luciferina. Bravo davvero nelle descrizioni di un paesaggio desolato, mai rispettato dall’uomo, bravissimo del delineare i personaggi, la loro dannazione, la loro nera impotenza e gli animali di contorno, vittime e carnefici sono sempre comprimari di una storia senza speranza. In questo libro la speranza, infatti, è bandita, non esiste in nessuno dei personaggi; anzi capita al lettore di volerne un po’ di più, di cercarla girando pagina, sperando, appunto, che qualcosa possa cambiare, migliorare, che la catastrofe sia almeno rimandata e che la morte non la faccia da padrone. Niente, di Monopoli guida con mano abile, ferma e spietata la cruda realtà dei fatti. Quando scenderò ancora nel Salento, terra che conosco e che amo, cercherò sulle facce degli uomini un po’ di questa incredibile e rapinosa storia e se sentirò il latrato di qualche cane abbandonato vedrò di tenere gli occhi ben aperti.

INTERVISTA A OMAR DI MONOPOLI
Nel tuo libro si legge una realtà salentina, le sue facce scavate dalla rabbia e dalla terra. Niente visi abbronzati dal sole, feste e concerti di paese. Nessuna spiaggia patinata da catalogo turistico. Quanto c’è di realtà e quanto di iperbole nelle tue parole? Quanto è vero il western che hai inscenato? Il mio obiettivo era fondamentalmente quello di allestire un western contemporaneo. Così ho giocato con lo stile e coi toni, esasperando alcune porzioni della realtà che mi circonda. Quello che è successo, però, è che quella realtà che pretendevo di adattare alle mie esigenze narrative è risultata sin da subito materia poco controllabile, anzi, praticamente incandescente. Il fatto è che quando si scrive di un territorio così irto di contraddizioni come il Mezzogiorno, si finisce inequivocabilmente «a cavallo di un drago»! Uomini e cani: una metafora forte che fonde il razionale umano e l’irrazionale bestiale, ma anche una realtà in cui i cani sembrano avere più cuore degli uomini. Da cosa nasce questa metafora? Il titolo è chiaramente un omaggio a Vittorini (Uomini e no) e a Steinbeck (Uomini e topi), ma racchiude perfettamente lo spirito del romanzo: un mosaico composito di vicende cruente, i cui protagonisti reagiscono spesso con l’irrazionale ferocia dei cani braccati. È una storia di fatto molto dura, tesissima, in cui alla fine non c’è scampo per nessuno. Nelle pagine si tocca la rabbia, quella dei politici contro l’ottusità del popolo, quella del popolo contro la mancanza di empatia della classe politica. Si legge infermità di pensiero, attaccamento alla tradizione e ai luoghi. E’ quasi un attacco rassegnato verso una realtà che non si muove. Qualche buon salentino ha protestato? Parole dure le tue… Durante le presentazioni del libro ho riscontrato atteggiamenti d’ogni tipo. C’è chi lo scambia per un romanzo-documentario, e quindi mi porge la mano in segno di solidarietà oppure viene a congratularsi per il mio supposto coraggio. C’è poi (questo soprattutto al Sud) chi mi accusa di leso Mezzogiorno, reo di aver calcato troppo la mano. E di aver sporcato anni di duro lavoro di rilancio turistico del Salento. Io sono fortemente convinto che uno scrittore debba semplicemente registrare dei dati, inanellandoli a proprio piacimento per raccontare la sua storia. Poi, se in Uomini e cani vi sia o meno una denuncia sociale lo lascio decidere al lettore. Quanto attaccamento alla tradizione e immobilità di pensiero vedi fra i giovani? Non credo che i giovani siano il problema. Anzi. Il Salento è pieno di personalità capaci che hanno cercato altrove - tra l’altro come me, che ho studiato e lavorato un decennio a Bologna - una propria identità umana e professionale. Ma oggettivamente va registrato che oggi in Italia le cose si stanno facendo parecchio complicate e forse una certa dose d’attaccamento alle tradizioni è diventata forse la risposta a una profonda inquietudine piuttosto che altro. Utilizzi una lingua forte: dialetto e italiano forbito s’incrociano continuamente, sottolineano la durezza e la rabbia dei personaggi. Danno una forza visiva non comune: quanto studio linguistico hai compiuto? L’universo poetico di un artista è sempre figlio di commistioni diverse. Per Uomini e cani mi serviva un afflato epico, lirico al punto giusto, ma anche terragno (polvere e sudore, infatti, sono i connotati base della storia). Ho saccheggiato un po’ di Sergio Leone, tanto William Faulkner, e un sacco d’altra roba (c’è chi vi ha intravisto, non a torto, l’influenza di horror come Non aprite quella porta). E poi vi ho innestato sopra il dialetto, limitandomi a ibridarlo con l’italiano cercando di non ridurmi all’ennesimo emulo di un Camilleri o di un Niffoi. Stessa domanda riferita all’approfondimento psicologico, sociologico e antropologico dei personaggi… il tuo libro sembra un manuale con la leggibilità e la forza evocativa e immediata di un film. Quanto studio ci sta dietro? Qual è stato il tuo percorso? Sicuramente il cinema c’entra parecchio con la mia formazione d’autore, non dimenticare che ho fatto lo sceneggiatore per Edoardo Winspeare, il giovane regista pugliese de ‘Il Mi9racolo’. Ma il lavoro di assemblaggio che c’è in Uomini e cani è davvero un frullato che mescola di tutto. E questo credo sia normale. A maggior ragione in una società come la nostra, dove le influenze mass-mediatiche sono un vero e proprio tormentone cui è impossibile sottrarsi. Libro, film e musica che ti hanno ispirato e non smetteresti mai di leggere, vedere e ascoltare… Sicuramente la pellicola il Mucchio selvaggio di Peckinpah, (ma la ‘trilogia del dollaro’ di Leone è da tenere sulla mensola del camino assieme alla medaglia di salto in lungo delle medie). Poi ci sono i romanzi e i racconti di Flannery O’Connor (Faulkner l’ho già detto: riscopriamo i Nobel, per favore!) e il Beppe Fenoglio de Un giorno di fuoco. Come musica ci metterei l’ultimo parto di Nick Cave: the Grinderman. E infine un po’ di fumetti come Sin City, ma anche Watchmen, di Alan Moore. Il tuo western sembra uscito da un brainstorming fra Leone e Tarantino. E’ un romanzo epico, arcaico e allo stesso tempo paurosamente odierno. Pochi sentimenti, qualche lacrima e tanto odio dettato dalla primordiale lotta per la sopravvivenza, dove c’è il male anche nelle vittime che si mescolano e si fondono con i carnefici. Ti ha ispirato un evento in particolare o è stato frutto di un’osservazione continua della realtà? Io ho guardato ai tanti tic della gente dalle mie parti. Al loro modo di fare arcaico e asciutto - non a caso molto ‘western’ - e alla loro lingua così musicale e al tempo stesso ai loro dialoghi sempre tesi al maggiore risparmio mimico. Poi i personaggi sono tutti traslati da molteplici personaggi reali, credo sia per quello che risultano così vivi. E plausibili. Pensi mai a trasformarlo in un film? Se si…quale regista, quale colonna sonora e quali attori vorresti a raffigurarlo? Guarda, io e la casa editrice ci auspichiamo naturalmente che ciò accada. Il libro però è uscito solo da due mesi per cui risulta per il momento un azzardo anche solo sperarlo. Ciò non toglie che ci vedrei bene molti registi. Sicuramente Alessandro Piva (’La Capagira’) sarebbe in grado cogliere lo spirito più profondo della storia. E le facce le pescherei inequivocabilmente quaggiù, all’ombra del Salento alla moda, dove il sole scava i volti e segna i caratteri rendendoli duri come la roccia. Sei una giovane promessa della letteratura italiana, ne hai dato conferma con questo libro. Progetti futuri? Si possono svelare? Sempre con ISBN? Grazie per l’incoraggiamento. Sto scrivendo un nuovo romanzo, ma naturalmente non ne parlo. Scaramanzia… sai com’è! Comunque non ho dubbi: ISBN è quanto di meglio per il mio lavoro.

In tempi di rivalutazione della graphic novel – storia a fumetti con il respiro del romanzo – non c’è da stupirsi della nascita del fenomeno suo reciproco in campo narrativo: vogliamo chiamarlo romanzo animato? Del resto il successo del cinema di Tarantino ha sdoganato la prosa di Lonsdale, spianando la strada, in Italia, ai libri di Ammaniti. E proprio all’ultimo romanzo dell’autore romano, fanno pensare certe atmosfere dell’esordio del pugliese Omar Di Monopoli. In particolare il personaggio borderline di Pietro Lu Sorgi, motore del plot e anima nera del romanzo, nonché certe sequenze splatter, che sinceramente hanno un po’ stancato: leggere in continuazione di carni dilaniate e pezzi di cervello spappolato, fa l’effetto dei bimbi che imparate le prime parolacce le ripetono all’infinito (ridendo solo loro). Ciò detto, Uomini e cani si legge d’un fiato, pur presagendo che l’inesorabilità del male l’avrà vinta su tutto e tutti. Male incarnato dal groviglio affaristico-politico-delinquenziale che si scatena attorno alla trasformazione di una salina in una riserva naturale: laddove le speranze di riattivare l’economia locale con il turismo, cozzano con la speculazione criminale e il bubbone dell’abusivismo (se storicamente tollerato è lecito demolirlo dall’oggi al domani?) Un Salento putrescente, dove predomina l’atavico istinto familiare e il sesso è violenza prima ancora che slancio vitale, a tratti rappresentato davvero efficacemente.

Le vicende di diversi personaggi si intrecciano rapidamente sotto la calura opprimente, sanguigna e cruda di un Salento molto, molto lontano dalle immagini turistiche e spurgato dalla patina di buonismo imperante in questi tempi senza speranza. Uomini e Cani: La vita puzza di cane bagnato L’ultima scena che il maresciallo registrò fu la faccia del suo collega investita in pieno da una fiammata breve, il berretto sospeso a mezz’aria e poi spinto all’indietro in uno zampillio di grumi scuri. Ma non un rumore, non un suono. Solo quest’immagine fulminea e disarmante. Svenne per l’ultima volta, e quando si svegliò, non si svegliò mai più. A volte un viaggio risulta essere più faticoso di altri. A un certo punto si ha bisogno di una vacanza e si decide di partire: però la strada è piena di bernoccoli e la schiena si indolenzisce assai. Ma l’arrivo non è avaro di soddisfazioni e ti ripaga del sudore e degli acciacchi accumulati sulla strada. Ho la schiena, a dire il vero, che mi fa ancora un po’ male, e ho sudato davvero, pur restando immobile a parte gli occhi. Un libro bianco, bordato di rosso e macchiato di sangue, in effetti, non è foriero di riposante svago. E comunque, a conti fatti, non è per questo che abbiamo aperto questo libro. Perché la vita è dura e non ti regala niente nessuno, ed è vero come è vera la carne di un corpo, che servono libri come questo a ricordarlo. Sono esaltanti, questi libri, che dopo averti masticato per bene, ti risputano alla realtà interamente inzaccherati di polvere e fanghiglia, puzzolenti e impelati. Ma vivi, spasmodicamente vivi. Perché spesso, troppo spesso capita che ci si dimentichi la sorte di coloro che imprecano e tribolano per tirare avanti; che dietro le immagini che operano ogni giorno a favore della nostra cecità, nascosti dietro queste parole che ripetute troppo spesso perdono sempre di più il loro senso, e sotto questo marciume che dovrebbe arretrare e che invece è sempre un passo avanti a noi, ci sono corpi invecchiati, costruzioni fisiche di esperienze vissute. E rotoliamo allora violentemente in questo spaghetti western di un’Italia cruda e crudele disturbati allegramente da queste vite mal vissute e cicatrici mai richiuse. Per nostra fortuna c’è chi ogni tanto dà una bella strattonata alle nostre coscienze. Otto domande a Omar Di Monopoli La tua scrittura richiama in maniera vivida il genere cinematografico dello spaghetti-western: i lunghi silenzi sottolineati solamente dalle immagini sono in questo caso sostituiti dalle tue descrizioni non prolisse ma secche e nitide. Hai mai vissuto la tua terra in questi termini, cioè come un grande set cinematografico abitato però da gente vera? Assolutamente sì. E’ proprio la straordinaria somiglianza dei posti in cui vivo con gli scenari spagnoli/messicani dei film di Leone che, con gli anni, mi hanno portato a maturare una sorta di visione western della Puglia. E non credo sia un caso, perché in effetti, negli anni sessanta e settanta, la cinematografia di genere veniva a pescare spesso proprio nel meridione le "facce" bruciate dal sole di cui il filone western italico necessitava… In Uomini e Cani si ha la sensazione forte di un’assenza: quella della speranza, che le cose se possono andare male lo faranno. In questo romanzo non c’è nessun appiglio alla religiosa speranza che le cose si aggiusteranno: dio non c’è, non c’è mai stato. E’ una conclusione azzardata? No, è una conclusione giusta. Ma l’arte spesso mette in evidenza il lato oscuro delle cose, amplifica lo strappo per risaltare la contraddizione. Il mio sud è cruento e trucido come probabilmente quello vero è solo in parte. Ma mi sono ben guardato dal descrivere la magia e l’idillio che pure sono componenti vive di questa terra. Da questa storia trasuda una rabbia mal celata, addirittura covata per molto tempo. Scrivere questo libro ha avuto una funzione catartica oppure riversare questa storia su carta ha invece fatto in modo che questa rabbia aumentasse in maniera esponenziale? E’ una domanda che mi viene fatta spesso. Non so, credo che l’esercizio della scrittura sia sempre terapeutico, anche inconsapevolmente. Ma io mi sentirei anche di sottolineare quanto il mio ‘universo letterario’ sia frutto di anni di accumulo di esperienze e letture (Supereroi, Faulkner, Sam Peckinpah e un sacco di ciarpame cartaceo di varia derivazione) per cui c’è anche una disposizione "cosciente" degli strumenti di lavoro utili a costruire un proprio, singolare romanzo. C’è stato un evento particolare che ti ha spinto a scrivere Uomini e cani? Nessuno in particolare, per la verità. Avevo dei personaggi in testa, che continuavano a ronzare e che di tanto in tanto facevano capolino nei miei racconti, persino nelle discussioni con gli amici. Il resto è venuto - faticosamente - da sé. Quali sono gli scrittori che hanno influenzato la tua passione? Io sono da sempre un lettore onnivoro: leggo davvero di tutto. Direi che a porre le basi per la costruzione dell’impalcatura di questa storia c’è, come accennavo, la visione di grandi scrittori come Faulkner, Caldwell e Flannery O’Connor, giganti che hanno saputo raccontare in maniera eccelsa il difficile transito verso la modernità di aeree geografiche problematiche come il sud (sud del mondo, s’intende!). Ma non nego di aver trasfigurato anche dal cinema un sacco di intuizioni, persino da horror come Non aprite quella porta. Qual è il primo libro che ricordi di aver letto e qual è il libro che stai leggendo attualmente, o comunque l’ultimo? Ho appena finito una bella biografia del bandito Jesse James (ad opera di TJ STILES per le edizioni IL SAGGIATORE) e sono passato a Mildred Plece (EINAUDI) di James Cain, autore nordamericano davvero inarrivabile. Non faccio titoli della mia casa editrice per pudore, ma ci sono un paio di volumi che mi aspettano sul comodino e che non vedo l’ora di divorare. Il mio primo libro è stato IL RITRATTO DI DORIAN GRAY di O. Wilde. Ultimamente il mondo del cinema italiano è stato turbato da una polemica originata da un commento del regista Quentin Tarantino riguardo alla pessima salute in cui versa il cinema italiano: pensi che ci sia verità nelle cose dette dal regista americano? Come no? La polemica è utilissima e in qualche maniera scannerizza una situazione di stallo davvero vergognosa per il cinema nostrano. Resta inteso che Tarantino è secondo me esageratamente sopravvalutato, e non perché non sia in gamba, anzi, ma deve smetterla con le pippe da cinefilo (come l’ultimo Grindhouse) e decidersi finalmente a firmare una pellicola senza ammiccamenti. Se vuole le palle ce le ha: ho visto il suo episodio di CSI e sono rimasto senza fiato, per tutta la durata del programma. Quale genere cinematografico prediligi, e qual è l’ultimo film che hai visto? Adoro tutto il cinema, e mi sciroppo di continuo qualsiasi cosa. Passo da Ocean 13 a Il Settimo Sigillo senza soluzione di continuità. Ultimamente mi sto dedicando alla re-visione dei film della coppia Corbucci-Milian: Monnezza alias Nico Giraldi è una maschera teatrale senza tempo.

Non c’è nulla di più stuzzicante di una storia ambientata nel salentino e dal retrogusto alla ‘pulp fiction’ di Quentin Tarantino. Il romanzo di Omar Di Monopoli si caratterizza in maniera convincente in entrambi i fronti e regala al lettore una storia avvincente e macchiata, fin dalla copertina scarna ma efficace, sprazzi di sangue alternati ad incalzanti scene d’azione. Di Monopoli nella sua prima opera d’autore, dal titolo emblematico “Uomini e cani” - in libreria per i tipi della Isbn Edzioni - accarezza un po’ tutti le diverse sfumature del più collaudato noir d’autore, dal thriller mozzafiato al pulp con una spruzzata di western all’italiana. Non poteva non essere altrimenti, essendo il salentino terra arida e rossa, come il sangue versato dai protagonisti del romanzo. La vicenda si svolge in un paese che sin dal nome, Languore, descrive l’aria pesante e il grigiore pallido che alberga nei vari personaggi che si susseguono vorticosamente l’uno all’altro. Un grigiore pallido che simboleggia la totale assenza di pietà, sentimenti, umanità nel personaggio chiave della trama: un palazzinaro mafioso deciso a costruire in un’ex area verde, un tempo incontaminata, un villaggio turistico. Da qui comincia lo scontro con gli occupanti abusivi che sono decisi a difendere le loro precarie abitazioni, se necessario, con i fucili. Di Monopoli, alla sua prima prova di scrittore, dimostra di saper sapientemente dosare finzione e realtà. Infatti, se la storia non ha alcun collegamento diretto con fatti o personaggi reali, è il contesto a renderla profondamente ancorata ad una realtà, quella mafiosa, fatta di speculazioni edilizie, rifiuti abusivi e, appunto, abitazioni abusive. Non mancano, ovviamente, omicidi e cani rabbiosi. E allora, chi è più feroce tra l’uomo che lotta per difendere il suo territorio e il cane, imbastardito da violenza e solitudine? Il confine non è netto, è facile che l’uno si nasconda nell’altro come in un gioco di scatole cinesi. Ma non c’è soltanto odio, violenza, incontri e scontri tra uomini diversi - e tutti ‘cattivissimi’ : c’è soprattutto, alla base di questo bel romanzo, un monito sui pericoli che corre il nostro paesaggio naturale, sempre più abbandonato e preda dell’incuria, culturale prima che politica, che è porta inevitabilmente al disastro ambientale e sociale. Quella di “Uomini e cani” è una storia totalmente inventata. Certo. Con personaggi fortemente ambigui e la cui condotta corre sempre sul filo dell’immoralità. Uno solo sembra non seguire questa scia di dissolutezza morale e civile. E’ il guardiano del parco che rischia di essere assediato da invadenti ruspe e cigolati: si chiama Nico ed è un uomo dal passato pulito ed integerrimo. E’ su Nico che, seppur disilluso sul futuro suo e della sua piccola zolla di terra, ricadrà sulle spalle il difficile compito di cambiare il corso degli eventi.

Terra rossa, muri a secco, odore di scirocco, rumore del sole, campagne deserte ricche di ulivi e viti; qualche apetta che si aggira solitaria con alla guida un vecchio o un giovane dalla faccia cotta dal sole che vecchio lo diventerà prima del tempo. In questa terra calda e bruciata una piccola cittadina, Torre Languorina, vivacchia tutto l’anno in attesa dei mesi estivi in cui i turisti ‘dell’altitalia’ arrivano con le loro macchine nuove a spendere un po’ di soldi e a lasciarsi sorprendere da una vita che alcuni “giargianesi” (i turisti fuori regione) definiranno semplice, altri arretrata. Uno spaccio che fa da alimentari, da ferramenta e da tabacchino è il centro di questo paesino: lo stanzone, a cui si accede oltrepassando una tenda di plastica, è gestito da ‘Za Uccia e dal figlio Buba, ex militare in forza in Kosovo congedato con disonore dall’esercito, (unica chance di avanzamento sociale e di affrancarsi dalla povertà) perché accusato di aver torturato i prigionieri nemici. Al negozio di ‘Za Uccia si riforniscono saltuariamente Sputazza (un contadino che nessuno chiama per nome rimasto vedovo e con una figlia emigrata al nord per sfuggire al destino di soprusi che le sarebbe toccato in quanto donna di un boss locale), Pietro Lu Sorgi (un eremita fuori di testa di cui tutti hanno paura), Nicola (detto il ranger perché custode della riserva naturale della salina). La riserva segna il confine fisico e metaforico tra l’umanità di Torre Languorina e Languore, il comune di riferimento, quello dove il sindaco Enrico Saraceno si sta impegnano per il rilancio di questo pezzo di sud. Giovane, con una laurea che ha preso al nord, figlio di uno dei leader più carismatici e popolari della storia del paese, Enrico è il futuro: insieme alla giunta ha approvato un progetto che prevede la costruzione di un villaggio turistico al confine con la riserva. Il padre e Nicola, il ranger, si erano battuti per decenni contro il progetto; ma Enrico è convinto di essere cresciuto "assistendo al perenne rifiuto da parte del padre di qualunque proposta concreta, sia pubblica che privata, facendo appassire nell’immobilità la propria vita e la riserva”. Lui è diverso, lui vuole cambiare le cose. Ha affidato la costruzione del villagio turistico a Don Titta Scarciglia, un vecchio e ricco imprenditore edile che ha costruito la sua fortuna pagando mazzette, prestando denaro ad usura senza sporcarsi le mani ma usando come tirapiedi i Minghella, una famiglia di prepotenti che, come copertura, allevano e addestrano cani che in realtà usano per i combattimenti clandestini. La vita di tutte queste persone è legata a doppio filo alla salvaguardia della riserva, ma sono la violenza e la morte gli elementi che riuniranno in un unico destino tutti i protagonisti… Il romanzo d’esordio di Oscar Monopoli - passato e presente da sceneggiatore - non si legge soltanto, ma si visualizza: come in un film il lettore riesce a immaginare ogni scena; in alcuni punti del libro nei quali la violenza e il sangue sono il soggetto principale il lettore potrebbe avere l’istinto di chiudere gli occhi, proprio come accade al cinema. Uomini e cani restituisce l’idea di un sud selvaggio e violento, fatto di rapporti basati sul sopruso e sull’animalità che, appunto, non distingue gli uomini dalle bestie. L’atmosfera e la narrazione sono in linea con molta della produzione letteraria e cinematografica che ha descritto il Salento e la Puglia nell’ultimo decennio: vengono in mente Edoardo Winspeare con "Sangue Vivo" o Sergio Rubini con "Mio Cugino" e con "La Terra". Per i colori e le immagini riprodotte forse si potrebbe anche scomodare, come ispiratore evidentemente, Vittorio Bodini. Un unico appunto per l’autore: Torre Languorina nelle intenzioni si trova “in un Salento lontano anni luce da quello da cartolina”, ma viene collocata in provincia di Taranto, che Salento non lo è già più. Perché la scelta di descrivere un sud così viscerale e sanguinario? Mi piaceva l’idea di scardinare un po’ quell’idea tutta «magia e taranta» che il sud pugliese - e il Salento in maniera particolare - ha saputo rivendere ai turisti in questi ultimi anni . E poi naturalmente avevo delle esigenze narrative personalissime: il mio in fondo è un western contemporaneo, per cui mi è venuto automatico forzare un po’ i toni e ricorrere all’iperbole (ma in molti vi hanno letto una radiografia documentaria del reale, però!) Abusivismo edilizio, politici locali giovani ma già corrotti, violenza gratuita e assenza dello Stato. Perché il sud viene sempre descritto così? Il Salento, tra le varie realtà del sud, sembrerebbe quella più emancipata e più moderna; è solo un’impressione? Sicuramente il Salento è un passo avanti per molte cose, però va anche detto che, chiusa la stagione estiva, noi indigeni (a maggior ragione quelli che come me vivono in una zona periferica del Salento a la page) rimaniamo a confrontarci con le carenze ataviche del Meridione: disservizi, malapolitica e corruzione diffusa, che - per quanto modelli ormai datati di un sud inesorabilmente piagnone - persistono senza grosse possibilità di una risolutiva e completa estinzione! È stata una scelta obbligata, retaggio del tuo background da sceneggiatore, quella di scrivere con i dialoghi inseriti senza soluzione di continuità nel racconto oppure è una sorta di ‘manifesto’ del tuo stile come romanziere? È una scelta stilistica perseguita anche faticosamente, frutto del mio retaggio di lettore ancor prima di quella di sceneggiatore (lo facevano già alcuni autori a me cari come Erskine Caldwell e Cormac McCarthy) ma credo c’entri anche col mio parallelo lavoro di grafico: tutte quelle virgolette distolgono dal flusso di lettura e poi non sono sempre sopportabili esteticamente! Perché questo uso del dialetto? Mah, io credo di essere stato addirittura parsimonioso: ho imbastito i dialoghi di una sorta di ibridazione vernacolare solo laddove era davvero impossibile che i personaggi non ne facessero uso, cercando di contenermi proprio per evitare d’essere confuso magari per l’ennesimo emulo di un Camilleri o di un Niffoi (piacciano o meno i loro romanzi, va segnalato che la metà dei loro libri sono di difficile fruibilità a chi non è avvezzo al dialetto)! Immaginiamo che tu stia pensando di scrivere un altro romanzo (sul quale ‘ovviamente’ vuoi mantenere il più stretto riserbo :) ). Ma se dovessi narrare una storia in positivo sul Salento, quale sarebbe il soggetto? Ci sono naturalmente numerosissime cose positive della mia Terra, ma ci pensano già le Pro Loco locali a promuoverle, e lo fanno egregiamente, io (sembrerà presuntuoso) mi reputo un artista, e la rappresentazione artistica ha sempre a che vedere con lo ’strappo’, con la ‘violenza’ insita nelle cose. Il mio prossimo lavoro (no comment, è chiaro!) ha a che vedere sempre con il male, e spero possa darmi le medesime soddisfazioni - in termini di gradimento - di Uomini e Cani.

Nel cielo di Puglia, la Puglia profonda, il Salento, con quella luce lì, è sempre tutto speciale. Estremo, come la sua bellezza. Lo sanno gli uomini di cinema. L’ha capito bene Omar Di Monopoli che col cinema ha lavorato (ha sceneggiato un film prodotto da Winspeare, La caccia) e nel suo romanzo d’esordio, quindi, del cielo di Puglia ha fatto l’oggetto (non lo sfondo) di una contesa western. Nel blu blu blu di quel cielo, infatti, ognuno dei personaggi di Uomini e cani cerca il proprio angolo di paradiso. Ma il cielo di Puglia non è per tutti. Può essere mai, per esempio, di Don Titta Scarciglia, il Cattivo di turno, imprenditore e corruttore (ma anche assassino) che a ridosso della nuova area protetta di Torre Languorina sta costruendo un megavillaggio senza alcun rispetto delle più elementari norme ambientali? No, quel paradiso non può essere di Don Titta Scarciglia. In un western, quindi, contro il Cattivo c’è il Buono (generalmente lo sceriffo) che sfida il primo a duello e vince. Ma contro Don Titta chi c’è? Tanti, in verità. Ma in ordine sparso, ognuno a modo suo. Anzi: molti, in realtà, più che con Don Titta ce l’hanno col giovane sindaco della città di Languore, figlio di uno storico (e ormai agonizzante) capopopolo di tante battaglie ambientaliste. La meritoria (ma secondo qualcuno tardiva) scelta di fare di Torre Languorina un’oasi naturalistica impone, infatti, l’evacuazione degli abusivi che vi vivono da sempre e nuove regole di comportamento per tutti. Quel pezzo di cielo di Puglia non può essere proprietà privata di qualcuno. Una verità amara, per qualche vecchio selvaggio padre padrone della terra, tanto più che un sindaco non è uno sceriffo e con l’opposizione deve venire a patti: l’area protetta si può fare ma in cambio Don Titta deve costruirvi a ridosso. Fuori i poveracci e dentro i ricchi. Quasi una beffa, da un certo punto di vista. Quello di Nico, fra gli altri. Lo chiamano ranger, in realtà è addetto alla sorveglianza dell’area protetta di Torre Languorina, una guardia forestale, più o meno. Un tempo era il braccio destro del padre del giovane sindaco, ora poteva essere al suo posto, poi nella sua vita privata qualcosa è andata storta e lui è finito nell’esilio volontario o limbo dorato del nuovo parco. A rimuginare ricordi e sensi di colpa, sfogando i sensi in malo modo. Nico ha l’autorevolezza necessaria per dire in faccia al sindaco come stanno le cose o, almeno, come le vede la gente. Lo fa. Ma nel cielo di Puglia tutto è estremo come il suo blu. Le parole non bastano; quella bellezza così vicina, così ricca di promesse, eccita gli animi più del morso della taranta: scatta la violenza come un riflesso condizionato. "Il sangue ingrassa la terra". Il western diventa una tragedia, corale, tutti dentro come in un grande ballo di piazza, ma dell’orrore: c’è la bella Milena che - tornata da Bologna per sostenere il padre, fra gli sfrattati di Torre Languorina - ritrova, fuori e dentro di sé, il passato e il pericolo dal quale era fuggita; c’è il soldato Buba mandato via dal Kosovo con un carico di disonore e poi ci sono i Minghella, violenti come i loro pittbul… Uomini e cani affronta un nodo vero e intricato della realtà sociale contemporanea, non solo pugliese. Il punto in questione è, infatti, molto ampio e riguarda la nostra capacità di riequilibrio e governo dell’inarrestabile macchina dei consumi e del progresso. Omar Di Monopoli ha trentacinque anni e vive e lavora a Manduria. Con questo romanzo d’esordio ha fatto centro perché la sua lingua "speciale" (barocca, dialettale e "tarantiniana", con dialoghi senza virgolette incorporati nella narrazione) riverbera il blu estremo del cielo di Puglia.

UN ESORDIO DURO COME UN CAZZOTTO IN FACCIA
Esiste un Sud che è un microcosmo. Ci sono persone che si muovono lentamente e hanno come ambizione unica quella di farsi trasportare dalle cose, quasi di mimetizzarsi fino a scomparire. E’ questo – e molto altro marciume, rabbia, sporco, sofferenza – l’esordio di Omar di Monopoli, classe 1971, salentino che vive a Manduria. Il suo esordio è duro, come un cazzotto in faccia. Come il sogno irrealizzabile di chi vuole fare qualcosa e non ci riesce – nella fattispecie trasformare in salina un parco naturale. O che, forse, non può. Come chi ha specchio in un cane, che sbrana e mangia. Come chi ha l’amara convinzione che niente mai potrà cambiare. Tanto meno le persone. E tutto quello che è loro intorno. Soprattutto se si chiama Sud. Il carabiniere, a un certo punto, divide le persone in due categorie “quelli che c’hanno la pistola e quelli che c’hanno il fucile”. Credi che effettivamente sia così? No. Almeno, non in maniera così drastica. Uno scrittore tende a prendersi delle libertà, a manomettere la realtà per esigenze narrative: io avevo in mente dei modelli, degli stilemi specifici (il western all’italiana, la letteratura ‘sudista’ americana e un po’ di fumetti pulp), per cui ho esasperato la visuale giocando sull’iperbole. Però durante le presentazioni del romanzo in molti mi dicono di riconoscere l’animo nero del Salento. Quindi credo che, senza averne l’intenzione, Uomini e cani abbia finito per radiografare alcuni aspetti del meridione. Hanno un grande spazio, fin dal titolo, i cani. Cani che abbaiano, dilaniano e si comportano in modo speculare ai loro padroni. Nel Salento che descrivi c’è tanta cattiveria, tanto schifo, tanti cani che abbaiano e mordono. Tanta rabbia. La realtà che descrivi è proprio questa? Quanto c’è di autobiografico nel testo? I cani rappresentano la ferocia, una ferocia che evidentemente rispecchia quella dei loro padroni (e - per traslato - del genere umano tout court). Di autobiografico in realtà c’è ben poco: sicuramente un modo di sentire (sentire la natura, ma anche le relazioni umane) e poi lo stato d’animo: la rabbia verso l’incuria, anche morale, che consuma tutto e tutti. Da secoli. C’è tanta disillusione. Personaggi che provano, che lottano (neanche troppo) contro la corruzione, si stagliano a baluardi di difesa che, immancabilmente, crollano. È una città fantasma più reale che mai? Guarda, in realtà provo una certa perplessità di fronte a una domanda simile, perché, a costo di sembrare disfattista, io non avevo intenzione di rappresentare un mondo derelitto, però non posso nemmeno trincerarmi dietro la giustificazione dell’Arte cui tutto si perdona. Direi che io ho raccontato una storia, e in maniera collaterale a questa storia si è incollata - quasi mio malgrado - una sorta di denuncia sociale. Però, ribadisco, se avessi voluto davvero fare un’analisi ‘sociologica’, che rispecchiasse la realtà, avrei probabilmente scritto un saggio di antropologia, o di sociologia politica! Le donne ci sono ma non hanno spazio. Hanno movimenti che non sono movimenti. E decisioni che si comprimono fino a scomparire. È la realtà? Sono cresciuto assistendo a questa specie di rassegnazione passiva delle donne. Ma sono pure convinto che il ruolo della donna risulti spesso fintamente tale: in realtà accondiscendendo a certi riti, a certe maschere, la donna (ovunque, ma nel nostro sud in particolare) finisce secondo me per sancire lo stato di fatto. In realtà potrebbe fare molto per cambiare: si pensi alle donne dei boss mafiosi, ma anche più semplicemente al potere delle madri, da loro dipendono gli adulti di domani. Sembra che il Sud abbia un cuore nero. E’ davvero così? Cambieranno mai le cose? Bella domanda! Personalmente ritengo che il cuore nero appartenga a tutti, senza distinzione geografica e non solo al nostro sud, pertanto ho una visione tendenzialmente pessimista. Nel mio romanzo rappresento la violenza come unica sintesi delle relazioni tra esseri umani. Certo, sarebbe bello venire smentito!!

NON E’ DETTO CHE I CANI SIANO A QUATTRO ZAMPE
C’è una salina, in Puglia, nel Salento, che il comune di Languore decide di trasformare in parco naturale. Negli anni, però, abbandonata com’era, c’è stato un insediamento da parte di povera gente, molti anziani, che ormai lì, a due passi dal mare, aspettano solo di morire. Vivono in delle catapecchie, rendendo inutile la presenza di un guardiano, Nico, che, pur battendosi a suo tempo per il parco, capisce le loro esigenze. Allora però la lotta aveva un senso, oggi un’altro. A parte i poveracci che ci vivono, lo stesso parco negli anni s’è degradato, la fauna s’è più che dimezzata, la spiaggia s’è ridotta, non ci vengono neppure più le tartarughe a deporre le uova. Inoltre, Nico, vecchio militante politico, non ha dubbi sul fatto che la delibera comunale abbia a che fare con gli interessi di un costruttore edile, don Titta Scarciglia, boss della zona. Il sindaco sembra non rendersene conto. O soffoca dentro di sé i suoi dubbi. Per anni, suo padre s’era battuto, accanto al vecchio guardiano, per trasformare la salina in parco naturale. E il fatto, ora, di esserci riuscito lo riempie d’orgoglio, gli sembra di essere riuscito là dove il padre aveva fallito. Ma è quasi una rivalsa nei suoi confronti. Nico lo sa e sente il dovere di andargli a parlare. C’è un bel dialogo tra loro, un confronto teso e implacabile che misura però il tempo e le prospettive cambiate, e che si conclude con l’amaro rimprovero del sindaco: “Delle volte penso che forse non saremmo con l’acqua così alla gola se voi, tu, papà e gli altri, vi foste mossi nel senso giusto sin d’allora”. L’acqua alla gola significa l’ordine di sgombro, l’invio dei vigili urbani, la sorda opposizione dei pochi, ostinati occupanti del parco. Tra questi una vecchia ostetrica. A una ragazza, Milena - fuggita al nord per sfuggire a un corteggiamento ossessivo e pericoloso, tornata di nascosto per ritrovare il padre – che la va trovare, quella racconta: “C’ho quasi ottant’anni e quello mmùcito del sindaco s’è messo in testa di mettermi in mezzo a ‘na strada, ecco come sto. E pensare che l’ho fatto nascere io, a quello, con queste mani qua. Altro che parco naturale. Era stato meglio ci lu ‘nfucava, era”. Ma la rassegnazione o il rimpianto non è da tutti. C’è anche chi prende il fucile e spara. Come Pietro Lu Sorgi, noto per la sua vita solitaria, da essere soprannominato l’eremita. Spara su una coppia di vigili urbani, un uomo e una donna venuti proprio a sollecitare lo sgombro. L’uomo viene massacrato, la donna presa e segregata tra le immondizie e i topi della catapecchia in cui vive. Dopo alcune ore cominciano le ricerche. Nessuno ha visto e sentito nulla. Arriva pure un elicottero della polizia a sorvolare l’area. I due vigili urbani sembrano essersi dileguati, chissà forse una storia d’amore tra loro… Il finale lasciamolo ai lettori. Perché la storia è quella che racconta Omar di Monopoli nel suo romanzo “Uomini e cani” edito da ISBN. Un romanzo dal grande ritmo narrativo, l’incedere di un western, la passione sociale, l’innesto dialettale che, nelle circostanze, rafforza la scrittura, il finale da thriller. In mezzo, tante vite, quella di Za Uccia e il suo piccolo supermercato, di Nico con il suo cane di guardia Lupone e la coscienza politica, forte di una passione delusa dall’epilogo di un sogno, e l’amico Buba, reduce dai Balcani, che ha ancora negli occhi le devastazioni, i morti, le città in fiamme, e Milena, la figlia di Sputazza, e appare bellissima mentre nuda s’immerge nel mare. Ma soprattutto c’è il boss Titta Scarciglia, che se la fa con i ragazzi. Vecchio com’è, li invita a cena con la promessa di un’assunzione e poi tenta di sedurli e, alla loro opposizione, li ricatta. “Dirò che mi hai aggredito per derubarmi”. Metodi che usa con chiunque, nessun scrupolo. Come non ne ha nel cementificare la zona. La vicinanza del parco renderà più cari gli appartamenti per quanti intenderanno comprarli. Uomini e cani, appunto, dove i cani non è detto che siano quelli a quattro zampe.

Una scrittura cinematografica, capace di attirare l’attenzione sul dettaglio, per poi espandersi ed abbracciare l’intorno, oppure di presentare al rallenty un gesto, dotandolo della poesia che uno sguardo incurante non scorge. Omar Di Monopoli si avvicina ad Ammaniti, uno che di adattamento cinematografico ne sa qualcosa. Anche lui potrebbe essere ascritto fra quegli autori che un decennio fa si usava chiamare "Cannibali", nonostante "Uomini e cani" vada oltre, affondando le proprie radici nella canicola del Sud rurale. La stessa provincia cruda, disperata e sanguinosa che popolava i romanzi del secondo Ottocento. Un nuovo ed incantevole episodio del Ciclo dei Vinti, dai toni innegabilmente pulp.