Una donna senza fortuna

Viaggiando all'indietro con due camicie soltanto

Richard Brautigan

136 PAGINE | 11 EURO
Data di uscita: 24 Ottobre 2007
Traduzione: Enrico Monti
ISBN: 9788876380716

Il libro

Una donna senza fortuna è l’ultimo romanzo, finora inedito in Italia (e apparso postumo in America nel 2000), che Richard Brautigan scrisse prima del suo suicidio. È una storia dolorosa e nostalgica, un diario di viaggio, è l’ultimo inconfondibile sguardo gettato da Brautigan verso la vita. Un uomo, al compimento del suo quarantasettesimo compleanno, parte dal Montana per percorrere un lungo itinerario che toccherà Los Angeles e New York, fino all’Alaska e poi a Honolulu. Il ritorno a San Francisco lo porta a stabilirsi nella casa di una cara amica morta suicida, quella donna sfortunata che innesca in Brautigan una serie di riflessioni sulla fine dell’esistenza e la sua tragicità. In Una donna senza fortuna la narrazione ironica, a tratti grottesca e malinconica, diventa lo strumento privilegiato di Brautigan per affrontare la deriva autodistruttiva che ha caratterizzato i suoi ultimi anni.

L’autore

Richard Brautigan nasce a Tacoma (Washington) nel 1935 e muore in California nel 1984. Due anni prima, quando il successo mondiale di Pesca alla trota in America del 1967 è un ricordo lontano, Brautigan scrive Una donna senza fortuna. Il libro è rifiutato dal suo agente letterario, causando la rottura di un lungo sodalizio. Il manoscritto viene quindi affidato all’amico Marc Chénetier che ne cura la traduzione, apparsa in Francia a 10 anni dalla sua morte. Soltanto nel 2000 il libro è pubblicato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Dello stesso autore, Isbn ha pubblicato American Dust (2005).

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”Ho visto una scarpa nuova da donna in mezzo a un tranquillo incrocio di Honolulu”, abbandonata e ”Ho detto, chiaramente no, che la scarpa era spaiata? La scarpa era sola, solitaria, quasi ossessionante. Com’e’ che la gente, quando vede una scarpa, si sente a disagio se non ce ne e’ una seconda vicino? La cerca”. Inizia cosi’ l’ultimo romanzo tradotto in italiano di Richard Brautigan, una delle figure piu’ irregolari della letteratura americana contemporanea, nato nel 1935 e morto suicida, sparandosi un colpo di pistola, a 49 anni. Un particolare incongruo, questo della scarpa, ma che nel gioco inquietante di quel sentimento d’incompiutezza, in quel disagio per la solitudine diventa rivelatorio di un qualcosa di minaccioso e esistenziale, che e’ poi il senso di fondo del libro di questo autore, che ha raggiunto un po’ di notorieta’ anche da noi con Pesca alla trota in America (un milione di copie in Usa), pubblicato nel 1999 da Marcos y Marcos. Rizzoli, a meta’ anni ‘70 aveva proposto, ma suscitando poca attenzione, due suoi bei libri, Il generale immaginario e L’aborto-una storia romantica. Ora suoi libri si trovano grazie appunto a Marcos y Marcos e a Isbn edizioni, che, a due anni da American Dust, propone questo suo diario ”viaggiando all’indietro con due camicie soltanto” di alcuni mesi della sua vita nell’anno 1982. Rifiutato a suo tempo dagli editori americani fu pubblicato solo in francese col titolo Diario di un ritorno da Troia, che allude evidentemente a Ulisse, al sogno del ritorno a un’isoletta di pace, mentre si trova perso tra le tragedie e le seduzioni della vita, del viaggio. Ecco allora che il libro, in forma di diario, cerca di ritrovare i fili persi d’una trama riconoscibile, andando alla cieca, raccontando una serie di istantanee, di episodi, di tappe e incontri tra le Hawaii e l’Alaska, passando dall’amato Montana come da San Francisco, con un profondo senso sempre del distacco, dell’abbandono. Non caso tutto e’ dedicato a ”Nikki Arai, morta d’infarto l’8 luglio 1982 a San Francisco dopo aver lottato contro il cancro finche’ il cuore ha semplicemente smesso di battere. Aveva 38 anni. Mi mancherai un bel po”’. Sono episodi umanissimi e assieme strambi, che partono da una situazione riconoscibile, come l’essere chiamati a deporre in un tribunale per perdersi in osservazioni e riflessioni sul giudice, il proprio avvocato (che ha fame di bere troppo), un giurato che gli pare proprio un coniglio con un orologio, come quello di Alice nel paese delle meraviglie, ma ”che vuole del sangue, e non e’ sangue di carota”. Oppure ecco l’amato cimitero dei soldati giapponesi alle Hawaii dove arriva ”il suono del vicino oceano, che e’ la musica del loro silenzio” come la descrizione di un palazzo che brucia, raccontata al telefono di una cabina, dopo essere apposta sceso dal tram. Sono le divagazioni, le allusioni, i pensieri improvvisi, espressi con freschezza inventiva e una scrittura leggera, il vero senso di tutto quanto, la lente umoristica attraverso cui si affronta la vita. Accanto, il bagliore che propone un haiku giapponese, genere molto amato da Brautigan, col suo passato hippy e apparentato alla Beat generation, ma nella cui esistenza e’ la cesura di un passaggio in ospedale psichiatrico con trattamento di elettroshock, proprio nello stesso luogo in cui Forman girera’ Qualcuno volo’ nel nido del cuculo.

Si parte dall’assenza di due donne, ma poi il diario di viaggio diventa uno sguardo insieme pubblico e privato, un lungo voltarsi verso l’imminente crespuscolo, dopo la stagione dei fiori, dell’amore, dei sogni e della psichedelia e prima del grande freddo. Una donna senza fortuna: L’ultima America di Richard Brautigan Sì, è difficile tenere passato e presente in simultanea perché non ci sono garanzie che recitino a dovere la loro parte. Sono capaci di ritorcersi contro di noi all’improvviso e agire in direzione diametralmente opposta alla nostra capacità di comprensione e ai bisogni della realtà. L’addio di Richard Brautigan a questo mondo crudele ha la forma, nella sua stessa descrizione, di "una cartina-calendario che segue l’esistenza di un uomo per un periodo di qualche mese, per cui non credo sia giusto pretendere la perfezione, sempre che esista. Probabilmente le cose più vicine alla perfezione sono quegli enormi buchi completamente vuoti che gli astronomi hanno scoperto di recente nello spazio. Se davvero non c’è niente, com’è possibile che qualcosa vada storto?". Arrivati a questo punto ci si è già persi nel suo bulimico masticare parole su parole e ci si è già lasciati alle spalle anche le spicciole coordinate narrative della trama di Una donna senza fortuna, che comunque il lettore di buona volontà non faticherà a trovare e a ricostruirsi da solo. Qui conta più ricordare che Una donna senza fortuna è l’ultimo romanzo di Richard Brautigan (e tra le righe si percepisce una netta e lancinante malinconia: "La mia vita è praticamente priva di dinamiche ormai da più di un anno e continuo a impiegare troppo tempo per fare cose semplicissime e il mio cuore è come una colonia sulla luna popolata da una specie unica di stalattiti apparentemente prive di transizioni") che è stato un personaggio vissuto, cresciuto e rinomato nell’era di Easy Rider e da cui non è riuscito ad affrancarsi. Forse per non vedere il nulla che è seguito. Forse per conservare intatti i propri (e altrui) sogni. Forse perché la sua "cartina-calendario", per ingenua che fosse, non prevedeva di sostituire la parola utopia con rimpianto. Sono proprio i luoghi che vengono a mancare, a partire dalla nazione che, proprio allora comincia a contorcersi su se stessa, come intuisce Richard Brautigan: "Gran parte d’America, comprese quelle città che un tempo erano splendide e incontaminate, dà l’impressione di essere stata travolta da Los Angeles, come il rigurgito di un cesso i cui escrementi hanno tutti a che fare con lo stile di vita dell’automobile". Al viaggiatore della mente, all’esploratore psichedelico non resta altro se non "passare da un posto all’altro, ma questo non semplifica affatto le cose. L’unica cosa che puoi fare è augurargli buona fortuna e sperare che abbia un’idea di quanto gli sta inevitabilmente accadendo". Arrivato a questo punto Una donna senza fortuna diventa quasi un presagio e insieme un’intima confessione che Richard Brautigan risolve in una sorta di ambiguo commiato: "Così mi avvio a concludere questo libro, che parla essenzialmente delle cose che conosco, dell’evidenza, spesso dolorosa dei fatti. Se mi si può credere, e si sa che gli scrittori sono notoriamente dei bugiardi, vorrei dire che l’unica rilettura che ho fatto di questo libro è stata per scoprire a che punto ero ogni volta che mi sono interrotto e mi sono perso nelle molte pause che ci sono state, talvolta brevi, altre volte più lunghe e penose". Avesse scambiato la parola libro con vita, avrebbe detto la verità. Marco Denti (17-11-2007)

L’addio di Richard Brautigan a questo mondo crudele ha la forma di "una cartina-calendario che segue l’esistenza di un uomo per un periodo di qualche mese, per cui non credo sia giusto pretendere la perfezione, sempre che esista. Probabilmente le cose più vicine alla perfezione sono quegli enormi buchi completamente vuoti che gli astronomi hanno scoperto di recente nello spazio. Se davvero non c’è niente, com’è possibile che qualcosa vada storto?". Arrivati a questo punto ci si è già persi nel suo bulimico masticare parole su parole e ci si è già lasciati alle spalle anche le spicciole coordinate narrative della trama di Una donna senza fortuna, che comunque il lettore di buona volontà non faticherà a trovare e a ricostruirsi da solo. Qui conta più ricordare che Una donna senza fortuna è l’ultimo romanzo di Richard Brautigan (e tra le righe si percepisce una netta e lancinante malinconia: "La mia vita è praticamente priva di dinamiche ormai da più di un anno e continuo a impiegare troppo tempo per fare cose semplicissime e il mio cuore è come una colonia sulla luna popolata da una specie unica di stalattiti apparentemente prive di transizioni") che è stato un personaggio vissuto, cresciuto e rinomato in un’era, quella degli easy riders, da cui non è riuscito ad affrancarsi. Forse per non vedere il nulla che è seguito. Forse perché la sua "cartina-calendario", per ingenua che fosse, non prevedeva di sostituire la parola sogni con rimpianti.

La fortuna di essere pazzi. Lo scrittore statunitense Richard Brautigan, fra le diverse opere di valore e degne di stare nel paradiso archivistico delle menti di chi legge, ha lasciato il romanzo Una donna senza fortuna. Diario di viaggio, che è solamente romanzo. In quanto nonostante la forma racconta di una trama legata ai prodigi di Barthelme e a bellezze di beat lontanti e vicini allo stesso genio Brautigan. Dunque il testo che ancora era inedito in Italia – mentre negli States e in U.K. era uscito postumo ma già nel 2000 e addirittura nel ’94 in Francia – finalmente può essere letto in Italy. Richard Brautigan, va innanzitutto ricordato, nacque vicino Washington nel 1935 ed è scomparso in California nel 1988; ma il successo l’aveva raggiunto (dopo periodi di assoluta povertà, come si suol dire in maniera tutt’altro che pietosa) solo nel ’67 con Pesca della trota in America. Invece Una donna senza fortuna subisce rifiuti. E il manoscritto arriva per primo nelle mani di Marc Chénetier. “Si parte dall’assenza di due donne, ma poi il diario di viaggio diventa uno sguardo insieme pubblico e privato, un lungo voltarsi verso l’imminente crepuscolo, dopo la stagione dei fiori, dell’amore, dei sogni e della psichedelia e prima del grande freddo”. L’isolamento volontario del grande scrittore definito pazzo assume i caratteri di un ‘rincontro’ con nuove strade. La trama, se è giusto dire in questo modo, racconta che un uomo compie un viaggio quando arriva il suo quarantesimo compleanno, partendo dal Montana e per percorrere tante vie, fino a toccare Los Angelese come New York, l’Alaska, Honolulu. Fino al ritorno a San Francisco. A San francisco, dove si ferma da un’amica morta di suicidio. Tornando per qualche secondo a pietre di paragone, non è difficile sentire analogie (invisibili in assenza di lenti adeguate) col Donald Barthelme di Biancaneve. Eppure qui c’è qualcosa in meno quanto qualcosa in più. Innanzitutto la vena malinconica si fa gesto continuo. A volte per nulla tenuto fra virgolette. Il folle viaggiatore Brautigan grazie al suo sguardo carico di capacità di leggere l’intorno, narra il suo profondo sconvolgimento che era i giorni soliti, i riti vissuti fuori dal mondo e continuamente rinnovati e/o rinnovabili, scambiabili o interscambiabili. Richard Brautigan insegna che leggere il bello di sempre è davvero possibile, anche quando il bello stesso è tremendamente brutto.

C’è un che di tragico nella vita di tutti gli uomini di questo mondo. Ha a che fare con la deriva di esistenze solitarie, per quanto complici di un destino comune e vissuto nella quotidiana monotonia. E’ l’esistenza “a perdere” che ci caratterizza. Madri e padri, nonni e figli: tutti siamo legati da legami all’apparenza indistruttibili, ma segnati da una “data di scadenza”. E’ quella data sconosciuta che può fare la differenza, asciugando d’un colpo le lacrime per una perdita importante e dando la forza di andare avanti, oppure lasciando cadere veli di durezza e lasciandoci soli nella dura lotta contro il tempo che avanza e segna il corpo. Si chiamano, con un pizzico di poetica di troppo, le ‘lancette del tempo’: scandite dal ritmo degli affetti, delle esperienze belle o brutte. Chi si imbatte, almeno una volta, nella riflessione su temi tanto grandi come la vita e il senso profondo che essa contiene, non può non fare i conti con la sua fine. E’ quello che ha fatto, arrivando alle estreme conseguenze, Richard Brautigan, nel suo ultimo romanzo - “Una donna senza fortuna. Viaggiando con due camicie soltanto” - in libreria per i tipi della Isbn Edizione. Lo ha fatto raccontandosi nei panni di un altro uomo, incredibilmente simile a lui in quasi tutto, che si cimenta in un lungo viaggio attraverso tanti Stati degli Usa per riscoprire il senso della propria esistenza. Quello che Brautigan effettua è un viaggio che, ad ogni tappa, dipana il doppio ruolo di formazione intellettuale e sentimentale, legando a doppio filo - miracolosamente - l’esistenza dell’alter-ego dell’autore con quella di una vecchia amica suicidatasi poco tempo prima. Con gli occhi del protagonista, l’autore osserva ogni piccolo particolare della casa della donna-suicida nella quale ha deciso di fare tappa, e attraverso lo sguardo attento riposto su ogni oggetto di quella solitaria casa ed i ricordi - alcuni comuni - gelosamente ivi custoditi, l’autore arriva a porsi domande forti, inquietanti sul senso della vita e su quello che succede ‘dopo’. L’analisi profonda sull’esistenza della donna, attraverso questa specie di gioco investigativo, tattile e olfattivo, sugli oggetti animati ed inanimati che popolano la dimora della suicida, arriva addirittura a sfiorare l’ironia grottesca. E sembra che all’autore non interessi più di tanto. Contano le sensazioni e le emozioni che traspaiono da ogni singolo ricordo suscitato da quella casa, e più in generale dalle varie tappe che da Los Angeles fino a San Francisco vedono il protagonista impegnato in questo stralunato peregrinare. “Una donna senza fortuna” è un romanzo di rara delicatezza, attraverso il quale il lettore ha la possibilità di leggere, tra le righe dei pensieri e dei ricordi del protagonista, il testamento letterario e morale di uno scrittore che di lì a poco avrebbe deciso di svelare improvvisamente al mondo interno la sua personale ‘data di scadenza’.

Richard Brautigan, a quarantasette anni, aveva una faccia rassicurante, nonostante tutto. Rassicurante è anche ‘Una donna senza fortuna’, nonostante tutto, nonostante il suicidio dell’autore poco dopo averlo terminato, nonostante l’aria della fine aleggi in ogni riga di questa storia. Anche se non c’è una storia, in questo scritto. Ci sono le storie, quelle di ogni uomo, l’amore, l’assenza di senso, le idee che si sciolgono nei fiumi e nei fumi della memoria; l’incapacità di tener testa alla memoria in una battaglia priva di senso, perché è la storia d’ogni uomo a ridisegnare il senso. Ma non c’è nulla di tanto cervellotico in questo Brautigan, tranquilli: c’è una scarpa spaiata in mezzo a una strada di Honolulu, un coniglio gigante in un’aula di tribunale, la neve che non fa rumore e l’acqua che ne fa troppo. E due donne, una che s’impicca, nel cui ricordo abita Brautigan, e una che muore di cancro. “Mi mancherai un bel po’ ”, le dice Brautigan. Ma le scrive anche: “Le parole sono fiori di niente. Ti voglio bene”. Grazie alla traduzione di Enrico Monti, si comprende il valore dei fiori di niente – unico momento in cui il narratore non è bugiardo - : è il linguaggio semplice e onesto a rassicurare, raccontando le storie, e non una storia, di tutti noi. E’ questo l’unico codice che permette pure delle splendide, improvvise impennate, che diventano dei quadri isolati in una pianura malinconica e ingenua. Raccontando un viaggio all’indietro e a perdere, R. restituisce sé stesso alla sua vita, attraverso le 160 pagine di un quaderno giapponese in cui nel 1982 comincia ad appuntare qualcosa. Qualcosa che assomiglia a un disco dei Wilco o se preferite di Neil Young, qualcosa che si legge come si legge, di nascosto, il diario di un figlio.

1982. Lo scrittore Richard Brautigan racconta sei mesi della sua vita tra viaggi, seminari, passeggiate, rilfessioni, relazioni umane e sentimentali, ricordi, aneddoti curiosi, tensioni familiari, solitudini, insonnia. Dal Montana a Berkeley, dalle Hawaii a San Francisco, da Buffalo al Midwest, dall’Alaska al Canada cercando di sopravvivere a se stessi, di convincere - senza esserne convinti - che si è vivi. Non facile, in un contesto nel quale una amica si è impiccata nella casa che anche Richard continua a frequentare e un’altra sta morendo di cancro. E una ragazza ti chiede di fare sesso con lei ma tu hai l’influenza. E passi il tempo la telefono a descrivere il rogo di un grattacielo a una tua ex che ha la ‘fissa’ dei grandi incendi. E la tua unica figlia non l’hai sentita né per Natale né per il suo e tuo compleanno… Amara testimonianza di un declino umano e personale e al tempo stesso allegoria del tramonto di quel fenomeno complesso che con una forzatura va sotto il nome di controcultura e dell’alba dell’edonismo reaganiano degli anni ‘80, Una donna senza fortuna è un romanzo solo perché in libreria lo mettono nello scaffale della narrativa, non per altro: si tratta piuttosto di un diario ricco di divagazioni, invenzioni, sogni a occhi aperti (la scena del processo subito con l’accusa di sottovalutazione del tempo è memorabile). Nelle parole dello stesso Brautigan, "questo libro è un labirinto incompiuto di mezze domande appicccate a risposte parziali": non si tenta nemmeno di creare dei personaggi, un plot purchessia, uno straccio di tensione narrativa. Persino la donna del titolo - la cui presenza pure aleggia lungo tutto il libro - è una figura abbozzata, trascurata, a malapena accennata: più un pretesto che altro. Ciò che è al centro dell’attenzione è l’umore di Brautigan, il suo accidentato percorso di depressione, la morte: un tema che l’autore ha spesso trattato diffusamente nei suoi precedenti romanzi, editi solo in parte in Italia. Dove sia poi il confine tra il Richard Brautigan vero e la fiction, nessuno lo sa. Né gli si può chiedere, perché lo scrittore si è suicidato nel 1984 e il libro è stato pubblicato postumo (ben dieci anni dopo e non negli Usa ma in Francia, a cura di Marc Chénetier, che aveva ricevuto il manoscritto dall’autore in persona).