La fine dell’amore

Tredici racconti

Ilaria Bernardini

250 PAGINE | 12 EURO
Data di uscita: 9 Settembre 2006
ISBN: 9788876380495

Il libro

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? E’ ancora possibile dire qualcosa di nuovo? In questi tredici racconti si parla della mortalità di una cucina Ikea, dell’eventualità che un amante svanisca tra le piastrelle del bagno, dell’improvvisa paura di non conoscere chi ami, dell’invenzione di una gatta sbagliata e di un lungo viaggio verso nord per scoprire ciò che serve davvero per avere un figlio. Dell’impossibilità di volere un uomo che ti ama anche se hai i capelli sporchi. Della possibilità che una ragazzina e un uomo adulto possano innamorarsi. Di un serial killer. Senza ricorrere alla scorciatoia dell’erotismo e del tipico sentimentalismo di genere, Ilaria Bernardini indaga con una scrittura precisa, intensa e originale, la fine, ma anche l’inizio e la fatica, dell’amore. Un’anatomia moderna del bisogno più diffuso e misterioso del mondo.

L’autore

Ilaria Bernardini è nata nel 1977 a Milano. Laureata in Filosofia, ha firmato la regia di due spettacoli teatrali, Luneira e Donne come gambi di fiori, e di un cortometraggio Che cosa vuol dire pensare. Scrive per Linus e per Rolling Stone. Fa la speaker per radio, televisione e pubblicità e ha condotto un programma su Stream. A gennaio 2005 è stato pubblicato per Baldini Castoldi Dalai Non è niente, il suo primo romanzo.

Ilaria L. Silvuni - ManiaMagazine
Piero Negri - Rolling Stone
Alessandro Bertante - la Repubblica
Iaia Caputo - Flair
Gabriella Grasso - Cosmopolitan
Severino Colombo - Il Corriere della Sera
Laura M. Bosisio - Donna Moderna
Raffaele Luzzana - www.recensito.net
Matteo B. Bianchi - Linus
Dispenser - Radio 2
Fahrenheit - Radio 3
Antonio Gurrado - www.orepiccole.org
Benedetta Marietti - D di Repubblica
Matteo B. Bianchi - www.matteobblog.com
Leornardo Merlini - APCOM
Andrea Di Cesare - www.ideabiografica.com
Barbara Romagnoli - Liberazione
Trentino
Antonio De Rosa - www.bookrepublic.it
Daniele Miggino - MenteLocale
Leonardo Moro - lettera.com

Ottobre 2006 La fine dell’amore: racconti che parlano di cose che fanno male Dentro il nuovo libro di Ilaria Bernardini (è il secondo, il primo si intitolava Non è niente, è uscito con Baldini Castoldi Dalai), ci sono molte cose. E’ per farcene stare qualcuna in più, dice lei, che ha voluto scrivere racconti e non un romanzo. In realtà, nei racconti di Ilaria, che collabora con Rolling Stone (qualcuno ricorderà le sue recensioni, oppure la storia delle bambole gonfiabili), le cose più che altro finiscono. Il libro si intitola La fine dell’amore, esce con ISBN, ma, dice lei stessa, «a un certo punto pensavo di chiamarlo La fine del mondo. Pasolini ha scritto che la prima lezione sull’angoscia gli è venuta da una tenda a casa di sua nonna. Ho pensato che nei miei racconti la fine è raccontata dalle cose, i divani, una tazza , la lavastoviglie che lava male o fa un rumore che dà fastidio, o da minuscole e a volte impercettibili screpolature degli oggetti. Cose che fanno malissimo (e sono intime e indecifrabili) come le parole sull’amore o sulla fine non possono fare». Il libro è molto bello, non sorprende che lei l’abbia scritto due anni fa, nel corso di un inverno, a Milano, nella malinconia della Lombardia: è una raccolta di storie che si illuminano a vicenda. «Ma io» dice lei, «non me ne sono accorta prima che fossero una raccolta. Però è vero, il filo rosso è la fine. E poi mi piaceva un titolo così spudoratamente romantico e antico, classico»

17 settembre 2006 Ilaria buona la seconda Trascorso un anno dall’uscita del suo romanzo d’esordio Non è niente (Baldini Castoldi Dalai), torna in libreria la ventottenne scrittrice milanese Ilaria Bernardini, già attrice, voce di MTV e giornalista free lance. E ci torna con la raccolta di racconti La fine dell’amore (ISBN), un lavoro che dimostra una maturazione letteraria. Sono tredici storie semplici quelle raccontate dalla Bernardini, storie che parlano di amore, di legami, di gesti e consuetudini quotidiane. Sullo sfondo di una metropoli invisibile, dentro ad appartamenti e luoghi anonimi, s’inquadrano le vicende e le riflessioni dei protagonisti, concentrandosi nelle descrizioni dei particolari e delle emozioni più spontanee. Ma ciò che stupisce maggiormente è il linguaggio, una scrittura matura e riflessiva che riesce a indagare i sentieri nascosti dell’anonimo umano con leggerezza, lasciando al lettore le inevitabili interpretazioni esistenziali. E soprattutto nel racconto che dà il titolo alla raccolta, e in Mariolina mia la bernardini vola alto, emozionando il lettore in nome di un legame affettivo struggente ed eterno.

ottobre 2006 In coppia ma anche da sole "il conflitto tra i sessi è ormai finito", dice la scrittrice milanese. Che esce con dei racconti di vita quotidiana. "Nelle relazioni sono svanite le tinte violente, i contrasti insanabili che avevano contraddistinto la generazione dei nostri genitori: siamo figli di separati, le famiglie anche caotiche e divertenti, ma raccogliamo i cocci di esperienze dolorose, e siamo desiderosi di unione solide, di figli…". A sostenere che i rapporti tra uomini e donne sono ormai pacificati, è Ilaria bernardini, 29 anni a fine settembre, milanese, seconda di quattro figli "di una famiglia matriarcale". Ilaria è stata un enfant prodige. Oltre ad avere un romanzo alle spalle, Non è niente (Baldini Castoldi Dalai) in passato è stata già molte cose: attrice di una compagnia di teatro-danza, autrice di due spettacoli, regista di un corto cinematografico, voce di Mtv per l’Italia, doppiatrice, sceneggiatrice per il cinema, collaboratrice di linus, Rolling Stone e Marieclaire. Ora sta per uscire La fine dell’amore, per ISBN, una raccolta di tredici malinconici e delicati racconti sul nascere e sul morire, l’impossibilità e i miracoli del sentimento. Al ventro di tutti i suoi lavori, c’è la riflessione sulla femminilità: "In passato ho raccontato le inquietudini dell’adolescenza, l’anoressia, le difficoltà di crescere; adesso comincio a essere interessata al tema della maternità, della famiglia…". Uomini e donne, uomini e donne che si lasciano o si trovano, si smarriscono e si cercano, ma tutti indagati da uno sguardo che ne fissa la solitudine. Un sentimento che lei, nonostante una felice lunga storia d’amore ("direi simbiotica"), coltivata dai tempi dell’università: "Perchè non ho mai lavorato con altri e di solitudine ho bisogno. Che poi diventa socialità, perchè le sorelle e le amiche, sapendo di trovarmi a casa, mi telefonano in continuazione". Il primo racconto, quello che dà il titolo al libro, "è nato in una sera d’inverno e certe giornate lombarde aiutano la malinconia; forse guardavo una tazza sbeccata e da lì ho iniziato a immaginare la fine di una coppia attraverso il consumarsi degli oggetti, pensavo alle cose che diventano opache come certi amori morenti". Invece, parlando di sè, dei suoi coetanei dice che i ragazzi sono attenti al dialogo con l’altro sesso, le ragazze non più in guerra con i maschi. Certo, riflette Ilaria, di padri che si occupano quanto le madri dei bambini, o mettono da parte il lavoro per i figli, se ne vedono ancora pochi: non si è ancora passati alla pratica, ma la consapevolezza almeno quella c’è. però quel che è veramente finito è il conflitto: "non che non esista ancora un’inquietudine, una certa autodistruttività femminile che fa dell’uomo il bersaglio, senza renderlo mai un interlocutore vero, ma credo che le donne abbiano imparato, almeno io l’ho imparato, a trarre piacere nel restare in parte sole, anche in coppia. Io per esempio, sono gelosa di quel linguaggio segreto che passa tra me, mia madre, le mie amiche e le sorelle. perchè non si può condividere tutto con un uomo. Almeno fino a quando lo si ama".

Ottobre 2006 La stagione dell’ amore Quest’anno l’autunno si tinge di rosso/passione: è in arrivo un carico di nuove letture ad alto tasso sentimentale. Si dice sia la primavera il momento dell’anno in cui love is in the air. Be’ evidentemente non in campo letterario, visto che è durante questo grigio autunno che le librerie si riempiranno di romanzi emanuali a base del più dibattuto dei sentimenti.[...] Nelle storie contenute in La fine dell’ amore, la ventinovenne Ilaria Bernardini narra del desiderio che si trasforma in spoetizzante routine; del ritrovarsi così disperate per la perdita di un amante da cercarlo persino sotto le mattonelle del bagno; di come l’attrazione tra una ragazzina di 13 anni e uno studente universitario possa risultare letale. Ilaria descrive le emozioni senza infiocchettarle [...]

venerdì 29 settembre 2006 «La fine dell’amore» per Ilaria, ironia e disincanto under 30 Di cosa parliamo quando parliamo di amore? Con buona pace per Raymond Carver («un grande, guai a non leggerlo»), Ilaria Bernardini, milanese trent’anni ancora da compiere, prova a dire la sua su un tema vecchio quanto il mondo. Lo fa con disincantata ironia nella raccolta di racconti «La fine dell’amore». Un titolo impegnativo, perfino pretenzioso, ma Ilaria non si scompone. «L’ho scelto perchè suona antico, assoluto e spudoratamente romantico: è degno di un Harmony e mi piace il contrasto con le storie minime che racconto». Tredici racconti, altrettanti modi per dire (o non dire) che le storie iniziano poi finiscono. «E’ così, ma quando li ho scritti, nell’inverno di due anni fa, non mi ero accorta che tutti avevano dentro un senso di caducità». Nel mondo di Ilaria però non c’è spazio per il pessimismo, ci sono piuttosto atmosfere agrodolci e melanconiche rese attraverso una scrittura semplice e ironica. Laurea in filosofia, autrice di «Non è niente» oggi scrive per il cinema («un film per la Mikado») e per la tv («da quest’anno sono tra le autrici di "Very Victoria" su Mtv»), fa la speaker radiofonica e collabora con alcune riviste. «Il mio problema -confessa- è che non riesco a scegliere, mi prende l’ansia e finisco per dire sempre sì». Il libro viene presentato alla feltrinelli di piazza Piemonte; con l’autrice interviene il direttore di «Rolling Stone» Carlo Antonelli

9 ottobre 2006 Hai mai pensato al tuo frigorifero? Minimalismo ma molto chic: ecco il secondo libro di Ilaria Bernardini. Per chi è convinto che dai dettagli si riesce a capire quasi tutto. È sottile e quasi intimidita Ilaria Bernardini mentre presenta il suo secondo libro (ha esordito nel 2005 con Non è niente, Baldini Castoldi Dalai), ma basta poco per tirare fuori tutta la vitalità e l’entusiasmo di questa giovane (è nata nel 1977) scrittrice. Basta chiederle come nasce il titolo della sua raccolta di racconti, basta la lettura appassionata di qualche stralcio. La fine dell’amore è composto da tredici racconti, sospesi tra Raymond Carver e un minimalismo molto chic, fatto di riflettori puntati su una tazza slabbrata o un letto ridotto a un groviglio di lenzuola. "Mettere l’amore già sulla copertina è una sorta di manifesto, di dichiarazione d’intenti - spiega Ilaria - in realtà avrei voluto intitolarlo La fine del mondo, per rendere ancora di più un’idea di assoluto, ma anche di un sentimento vissuto più sul piano visivo, fisico, che ideale". Tra le pagine della raccolta, l’amore e la sua fine vengono raccontati con piccoli spaccati di vita, narrati da una voce delicata ma al tempo stesso tagliente, che si sofferma molto sulle descrizioni, con un’attenzione quasi maniacale per oggetti che ci sono così comuni da essere ormai quasi invisibili. Hai mai pensato al tuo frigo?Alla sorte delle brioche che rimangono invendute al bar alle cinque del pomeriggio? Ai bicchieri che da sei che erano sono rimasti quattro? Le donne narrate da Ilaria lo fanno, sono figure tratteggiate in poche pagine, che vivono in un luogo interiore e che continuano a cercare un sentimento lontano dai cliché romantici, ma profondamente - e fisicamente - vero.

3 ottobre 2006 La voce di MTV e tredici racconti per narrare la fine di un amore Alle librerie Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano è stato presentato il libro La fine dell’amore, di Ilaria Bernardini. Per approfondirne i contenuti è intervenuto oltre all’autrice Carlo Antonelli. Ilaria Bernardini, milanese, classe 1977, speaker radiofonica e voce ufficiale di MTV Italia, scrive per Linus e Rolling Stone; ha esordito nel mondo del romanzo nel gennaio 2005 con Non è niente (Baldini e Castoldi).In La fine dell’amore la giovane scrittrice indaga attraverso tredici racconti le fatiche che accompagnano la conclusione del più universale dei sentimenti, l’amore. E lo fa narrando di vicende e di persone diverse in tutto, accomunante dal confronto con le difficoltà del sentimento amoroso. Un campionario di emozioni e sofferenze che finisce per raccontare la generale fragilità degli uomini e delle donne del nostro tempo. Tredici storie in cui si nota una grande attenzione per gli oggetti del vivere quotidiano, che per l’autrice assai spesso riescono a trasmettere stati d’animo altrimenti intraducibili a parole, ed in cui si rivela la presenza continua di cibi di ogni genere, vera espressione di passioni e sensazioni interiori. Tutto reso con una scrittura lineare, precisa ed immediata, che parla di amore senza scivolare in luoghi comuni o facili sentimentalismi e che mantiene una voce univoca e riconoscibile dietro tredici vicende molto differenti.Un libro che la Bernardini ha ammesso di aver steso in breve tempo (caratteristica di tutto il suo scrivere, come riferito da Antonelli, “datore di lavoro” della scrittrice milanese in qualità direttore editoriale di Rolling Stone), e che ha visto l’aggiunta come tredicesima e ultima novella della versione ridotta di un romanzo, solo progettato, incentrato sulle vicende di un serial killer.

ottobre 2006 Quando gli amori finiscono lasciano rabbia, disperazione, rimpianti, recriminazioni. Ilaria Bernardini sceglie di esplorare questo delicato limbo tre la conclusione di una storia e la ripresa della vita con una raccolta di racconti intensi e riusciti, nei quali indaga le infinite sfumature che la fine di un sentimento comporta. Ci sono coppie in viaggio che litigano e si tradiscono, ci sono amiche che si confidano al telefono, ci sono donne che immaginano di conversare con un uomo ormai lontano e ragazze che cercano l’amore perduto tra le cose di casa, come se fosse un portachiavi caduto sotto un mobile. Dopo il felice esordio di Non è niente, la Bernardini si conferma un’autrice capace di interpretare i sentimenti contemporanei con lievità e implacabile precisione

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25 ottobre 2006 L’autrice di La fine dell’ amore intervistata a Fahrenheit: clicca qui per ascoltare

Lo scarabocchio intrinseco Si nasce soli, si muore soli. Nel mezzo di questi due estremi, si tenta di stare in compagnia per quel che è possibile; ma è molto poco possibile in quanto l’accompagnamento intermedio - o, se vogliamo dirla sporca, l’accoppiamento temporaneo - contraddice la naturale solitudine delle estremità. Il più delle volte è impossibile accorgersi (alcune volte invece si fa finta di non esserne in grado) che lo scacco è inevitabile, che il fallimento di ogni tentativo risiede nella consapevolezza che si morirà soli come si è nati. Rallegrati da questa considerazione preliminare, passiamo a recensire La Fine dell’Amore, la raccolta di racconti edita dalla ISBN in cui Ilaria Bernardini riprende sotterraneamente questa teoria e la fa risuonare come una corda di violino. La tipica copertina bianca della ISBN stavolta è sporcata da uno scarabocchio. Sembra che il caso abbia scelto in me un bibliodipendente per uno sfregio libresco, ma una seconda copia dello stesso romanzo, speditami per errore e arrivata lo stesso giorno della prima (mistero glorioso), mostra che lo scarabocchio è presente anche sull’altra copertina, uguale pari pari; per maggior sicurezza vado a controllare in biblioteca, e lo scarabocchio c’è; vado addirittura in Feltrinelli, e nello scaffale di narrativa c’è uno scarabocchio per ogni copia. Lo scarabocchio è ineludibile, impossibile a nascondersi e a ignorarsi; mi guarda storto e mi dà l’idea che qualcuno abbia usato prima di me il libro appena diventato mio. Non solo: lo scarabocchio è universale, onnipervasivo, infinitamente replicato: sarà una ferita nell’anima leggente di ciascun lettore, un ceffone al superego che dalla più tenera infanzia ripete ossessivo che i libri non si slabbrano, non si sottolineano, non si piegano e soprattutto non si pasticciano. I dodici racconti con - esageriamo, se lo merita - un romanzo breve in omaggio sono la messa in atto letterario dello scarabocchio. Lungi dal voler offendere Ilaria Bernardini (di cui non sono nemmeno stato in grado di trovare una foto su internet), mi è parso che l’obiettivo dell’autrice fosse esattamente quello di voler offrire una visione dettagliata dello sbrego, del senso di vuoto, della vertigine d’assenza che s’impadronisce dell’anima nel momento in cui si avverte nettamente l’attrito della contraddizione fra la compagnia indotta e la naturale solitudine. Ai suoi occhi, è un momento come di decantazione, la caduta verso il basso di un rimasuglio necessario a insaporire il circostante. Sul fondo della sua narrativa si posano gli oggetti, innanzitutto, come da metafora nella prima pagina del primo racconto: La fine dell’amore c’entra col fondo delle tazze bianche, che piano piano diventano scure e macchiate. La prosa di Ilaria Bernardini è piena di cose, quasi il suo principale senso fosse il tatto; sembra di toccare, infatti, gli oggetti la cui consistenza viene via via nominata, e sembra - conseguentemente - di essere calati nel mezzo di quegli oggetti stessi, in una diversa dimensione spaziale della quale non si è padroni e attraverso la quale bisogna procedere tastando, a tentoni, facendo attenzione a non farsi male. Il male è il sottofondo delle tredici storie. Non è un male apocalittico, demoniaco, né tampoco un male spettacolare, televisivo, fashionable. È un male di piccole cose in un mare di piccole cose, dove non c’è né un alto né un basso ma solamente una confusa sensazione di fastidio, di sofferenza, di limitatezza. Ilaria Bernardini, impassibile, scava nel fondo delle persone e vi trova delle cose; riconosce che quando la solitudine riprende il sopravvento - non per chissà quale tragedia ma per ordine naturale, per un principio di termodinamica - l’occhio umano cerca intorno persone e trova solo oggetti, ai quali tenta di dare un senso nuovo; ma gli oggetti lo guardano di ritorno, più muti e più beffardi dello scarabocchio sulla copertina, e lì finisce. L’uomo (la donna, la ragazzina, il pesciolino rosso, insomma chiunque respiri) è precipitato in un vortice di cui è il centro e l’unica vittima possibile. Rovescio della medaglia, Dio è completamente assente. Nel secondo racconto, I nodi nei capelli, la protagonista tredicenne si ritrova a pregare chissà chi con parole a caso. La solitudine, in questo caso, è abbandono: non successivo all’essere stata abbandonata, alla fine dell’amore causata da una rescissione volontaria, ma proprio il senso di abbandono che si prova quando dal fondo di una rupe si cerca di fuggire lanciando una fune ma in alto non c’è nessuno che la appigli e non si può che vederla ricadere indietro. Non c’è tensione, non c’è speranza; non c’è possibilità di redenzione o salvezza. Sarà un caso, ma su tre casi in cui l’ambientazione delle trame è definita, si tratta della Francia atea. Il linguaggio di Ilaria Bernardini ha due referenti: Houellebecq sicuramente, nell’espressione tetramente immutabile con la quale osserva la narrazione che pare svolgersi da sé; Beckett forse, nella cadenza ipnotica dei paragrafi talvolta interminabili cui si alternano dialoghi secchi. Infatti il dialogo quadrato (“Ti amo.” “Neanche io ti amo.””Io ho detto che ti amo.” “Neanche io scemo.”) torna spesso nelle pagine dei racconti, e le sue parole allo specchio danno ulteriormente conto della solitudine insensata. Più in generale, sarà che sono stato suggestionato dall’ambientazione francese, c’è un certo debito nei confronti dell’esistenzialismo, nel prendere sul serio la presa in giro e nel prendere in giro la presa sul serio (tipica delle donne, aggiungerei luciferinamente se la Bernardini non fosse donna ella stessa) del rapporto amoroso, ovvero di una cosa che seria non può essere proprio perché è assurda, irrazionale, innaturale, controfattuale. Menzione speciale, infine, per Paul Mallion, il racconto lungo che, isolato com’è dagli altri dodici grazie a una sorta di vicecopertina interna (le illustrazioni sono di Felix Petruska e ovviamente l’effetto scarabocchio è artisticamente voluto), spicca e si innalza alla dignità di romanzo breve. Non tanto per il numero delle pagine in sé (una settantina) quanto per la struttura che si differenzia completamente dal resto del lotto, che lascia immaginare una Bernardini meglio funzionante sull’ampio respiro e che suggerisce un’incuriosita lettura del suo precedente romanzo, Non è niente (Baldini Castoldi Dalai). La storia del serial killer ricapitola il succo delle dodici storie precedenti; il vuoto di senso, l’impassibilità, il rapporto personale e quasi animistico con gli oggetti contrapposto al rapporto reificante con le persone, ridotte al loro corpo e in particolare alle più ripugnanti fra le cosce cellulitiche - dicevo, la storia conclusiva del serial killer vede cadere in sé i cadaveri dei racconti precedenti, uccide le residue e in fin dei conti umane speranze di redenzione. Il novero dei ventisette uccisi, di cui ventitré di sesso femminile, serve soprattutto a ricordare che non si deve essere tratti in inganno: anche se si muore in tanti, si muore sempre soli; e la vita di Paul Mallion, uno scarabocchio inconsulto sulle vite altrui, ricorda che anche quando si vive in tanti si è sempre nati soli.

31 luglio 2006 Cover story Bianche, essenziali, eleganti, con il solo codice a barre ISBN (quello del sistema di catalogazione internazionale dei libri) proprio al centro e le coste delle pagine rosse, gialle o blu, a seconda della collana, le copertine della casa editrice ISBN, nata un anno fa all’interno del gruppo Il Saggiatore, erano arrivate sui banconi con la forza di un paradosso: totale rinuncia all’immagine in un mondo editoriale sempre più propenso alle immagini forti, e libri tutti uguali (a meno di non saper leggere il codice a barre come un lettore ottico di cassa). Funziona, assicura Giacomo Papi, il direttore editoriale: "Tra tante copertine vistose e sgargianti, le nostre sono visibilissime". E però il problema di distinguere un volume dall’altro, oltre che con il titolo, deve essere rimasto, se Papi prosegue: "Il contenitore che utilizziamo si è rivelato così forte da permetterci ora di variare un po’". Sì, perché dopo una trentina di titoli, da settembre in poi, per differenziare quelle copertine compariranno elementi grafici: uno scarabocchio e una linea disegnata sui racconti di Ilaria Bernardini ("Così in libreria ci si chiede: "Ma questo libro è difettato?". E ci si avvicina per guardarlo") e una formica che sembra vera sui racconti horror della russa Anna Starobinec.

26 settembre 2006 VIVAVOCE – EPISODIO UNO: ILARIA BERNARDINI Ho scelto di inaugurare la rubrica con Ilaria Bernardini, una scrittrice che ho avuto la fortuna di scoprire e portare al debutto, con il primo romanzo pubblicato l’anno scorso da Baldini Castoldi Dalai editore. In questi giorni esce il suo nuovo libro, una raccolta di racconti pubblicata dall’editore ISBN, che contiene fra gli altri anche un testo pubblicato sul numero scorso ‘tina. Ecco come ha risposto alle mie domande: Il tuo primo romanzo, "Non è niente", ha avuto una calorosa accoglienza, sia dal pubblico che dalla critica. Questo ti ha aiutato nella stesura del secondo libro? Non credo mi abbia aiutato. Anche perché il mio secondo libro è talmente distante (in ogni senso) dal primo che non mi sentivo neppure la stessa persona. Certo, mentre scrivevo “La fine dell’amore” sapevo che era molto probabile che venisse pubblicato e quindi letto, mentre con “Non è niente”, non ne avevo idea e quindi mi sentivo si più insicura ma decisamente più libera. Ora ho più paura, insomma. Hai intitolato il tuo nuovo libro "La fine dell’amore", un titolo quantomeno impegnativo. Non temi che la gente si spaventi, che pensi "Oddio, che triste"? Oppure è stata una sfida scegliere un titolo simile? Il titolo mi sembra romantico, quasi da Harmony, anche se triste, certo, ma del resto il libro non posso mica fare finta che non sia triste. Lo è, però è anche dolce e semplice e a volte ridicolo. Sono stata indecisa sul titolo per tanto tempo (come per “Non è niente” del resto, che ha cambiato una ventina di nomi). per questa raccolta pensavo anche a LA FINE DEL MONDO o I NODI DEI CAPELLI. Erano meglio? La copertina del libro è molto originale: sembra pasticciata a biro, come le pagine di un diario. E’ stata tua l’idea? Si, l’idea è stata mia ma ci abbiamo lavorato in tanti. Io, Felix Petruska il disegnatore, Giacomo Papi e Silvia Sartorio. Strano che per un pasticcio tipo quelli che si fanno al telefono sovrappensiero ci si metta tanto e ci si lavori in tanti. Però siamo tutti molto orgogliosi ora di quella bic blu e del fiore e dei segni di sporco sul bianco severo di ISBN. Si dice che in Italia i libri di racconti non funzionino. In realtà non è vero (penso per esempio ai successi recenti di Valeria Parrella o Pietro Grossi), tuttavia una raccolta di racconti arriva raramente a vendere quanto un romanzo. Secondo te come mai? Sei pronta a sfatare questo mito? Non me lo spiego e non sono per niente pronta a sfatare il mito. Il libro non venderà un cazzo come è ovvio e almeno potrò dire che è perché in Italia i racconti non funzionano (e cercherò di non citare la Parrella e Grossi) Ma tu, come lettrice, ami i racconti? Molto, si. Quest’anno mi sono piaciuti molto alcuni di Lydia Davis e della Homes, per esempio. O Pancake e ZZ Paker ancora più di recente. Consiglia uno o due libri che hai letto di recente e di cui ti sei innamorata. “Questo libro ti salverà la vita”, di A.H Homes. Un capolavoro.

APCOM, 22 novembre 2006 "La fine dell’amore c’entra col fondo delle tazze bianche, che piano piano diventano scure e macchiate". Inizia così, tra il mesto e il quotidiano, il primo dei tredici racconti di Ilaria Bernardini raccolti nel libro "La fine dell’amore" (Isbn edizioni), che prende il titolo proprio da questa prima storia. Milanese, classe 1977, Bernardini prova a dare una sua personale risposta alla domanda in qualche posta nel 1981 dal grande scrittore americano Raymond Carver ("Di cosa parliamo quando parliamo d’amore", straordinaria raccolta di short-stories): il risultato è un libro polifonico e intenso, che fotografa il dramma degli addii, tanto negli aspetti più intimi e dolenti quanto in quelli più tragici e violenti. In molti casi, infatti, il rapporto si chiude nella maniera più definitiva, con la morte. Ilaria Bernardini ha la dote di rendere sulla pagina il rapporto con gli oggetti di tutti i giorni, che sono elementi chiave, anche se a volte forse poco appariscenti, delle storie d’amore. "Bastava fidarsi - scrive descrivendo le speranze che accompagnano l’inizio di una vita insieme - di come saremmo stati quando la nostra casa si sarebbe riempita e poi dirti soltanto tu cucinerai per me in quel wok di pagina sette, so che lo farai. La risposta era sempre sì, e tutte parevano essere sì". L’amore ai tempi dell’Ikea, verrebbe da dire, solo che a un certo punto le relazioni si deteriorano insieme ai mobili in kit. "E tu - dice la voce narrante del primo racconto - sarai lì, di fianco a me, a fumare l’ennesima sigaretta con quegli occhi che non saprei dire di chi sono. So solo dire che non sono i tuoi". Gli amori di cui scrive Ilaria Bernardini non sono quasi mai banali: dalla tragica relazione tra una ragazzina di 13 anni e il giovane universitario che ha affittato una stanza nell’appartamento della madre - racconto potente, che toglie il fiato - al viaggio in automobile di una coppia inquieta dall’Italia alla Scandinavia, nel corso del quale forse il protagonista uccide un’autostoppista. Dall’ossessione autodistruttiva di un nuotatore per l’acqua delle piscine, fino alla disarmante colpevolizzazione di una donna abbandonata, che dice all’uomo che se ne è andato: "Ti chiederò scusa per gli occhi gonfi, e ti dirò che non sei per niente come un anello o una sciarpa dimenticata al cinema e a quel punto spero che mi sorriderai". Come dire, la messa a nudo della nostra costante fragilità amorosa. Ilaria Bernardini scrive con una particolare attenzione ai registri linguistici, e in più di un racconto usa linguaggi con forti connotazioni vernacolari. In una delle storie più toccanti, "Mariolina mia", un uomo anziano immagina di parlare alla moglie morta e il suo tono è dolcemente colloquiale: "Mariolina - dice - io ancora oggi dico a me stesso meno male che ti hanno assunta che così ho potuto conoscerti e poi col tempo che è venuto dirti ti amo, mi passi il sale, spegni la luce, sei bella e grazie di tutto". In conclusione del libro, il lungo racconto "Paul Maillon" suggella nel modo più tragico il concetto di fine dell’amore. Il protagonista è infatti un serial killer che lavora in un ospedale e racconta del modo in cui ha ucciso decine di donne. Forse in queste pagine la scrittrice non aggiunge molto alla già vasta letteratura sugli assassini seriali, ma il lieto fine e la stupefacente indifferenza del personaggio lasciano comunque nel lettore un profondo senso di disagio. Perché forse anche questo è, a modo suo, amore.

dicembre 2006 Lamentazione in Fa Maggiore per una cucina impiallacciata che si disfa inesorabilmente dopo due anni, il tempo che è durato l’amore del dolce Lui agognato in un per-sempre da magazzino-del-mobile con luce flou che non brilla più, e non sembra più tanto felice di stare con Lei, che ha le mutandine gualcite che-nessuno-più-vede e preferisce fare la pipì, la sera, tra una macchina e l’altra, quando porta fuori il cane, piuttosto che sulla tazza del cesso rotta di casa propria. Molta lamentazione, in questi racconti, anche se ragionevolmente dosata con improvvisi guizzi di ironia agrodolce e realistici, maturativi pensieri riguardanti la Morte, destino non solo delle cucine a basso costo per giovani coppiette un po’ illuse, ma di tutti noi, esseri finiti in carne ed ossa. Duetti Lei-Lui come nella migliore tradizione del racconto intimista, svolti con leggiadria e leggerezza, anche se talvolta queste qualità sfociano in un tono stucchevolmente superficiale che avrebbe bisogno di rientrare entro certi margini per riacquistare la credibilità di un tipo di scrittura più marcatamente letteraria. Complimenti, comunque, per la scorrevolezza del testo e una predisposizione psicologica dei personaggi sempre volti a trovare soluzioni in questa vita che, spesso e volentieri, ci confonde e annichilisce con problemi apparentemente senza soluzione. Andare avanti, The Show Must Go On.

I racconti di questa raccolta sono scritti in modo originale, bello, pulito, asciutto. E lasciano qualcosa. Non fosse altro, per il tema, che un grosso magone, un senso di malinconia che ti fa dire che è esatto, finisce tutto così, e vorresti quasi rivivere le cose per farle andare in un altro modo. Dovevo stare attento, dal momento che chi lo aveva consigliato scriveva “Ah. E se vi siete lasciati da non troppo, può essere un po’ una legnata.” Ma sapendo a cosa andavo incontro l’ho affrontato preparato. E mi ha lasciato tanto.Lo si legga dall’inizio, senza salti. E tra alti e bassi si andrà dalla decomposizione di un’amore parallela a quella di una casa ikea alla disperazione di un uomo travolto dalle decisioni di una ragazza che avrebbe amato comunque, sempre, anche con i capelli sporchi. In certi momenti fa quasi male, ma a pensarci aiuta.

Come vi immaginate la fine di un amore? Litigi, tradimenti, dubbi, la morte della passione? Ilaria Bernardini - autrice di teatro e sceneggiatrice oltre che scrittrice - ha da poco pubblicato il suo secondo libro proprio su questo argomento. Si tratta di una raccolta di brevi racconti, tredici, intitolata appunto La fine dell’amore (ISBN Edizioni, p. 243, 12 Eu). Dopo l’apprezzato debutto con Non è niente, in cui raccontava le paure e le aspirazioni di un’adolescente, qui si passa ai sentimenti di una donna adulta, sentimenti non certo felici, ma raccontati con un’ironia minimale. Niente pianti e urla insomma, più un’analisi anatomica di questa fase della vita. Se la Bernardini continua a cimentarsi (e ad essere apprezzata) in ogni campo dell’arte della penna, la Isbn sforna un altro libro che si distingue nel panorama librario italiano. A cominciare dalla copertina. Qualcuno deve aver detto a quelli della casa editrice che il codice a barre su sfondo bianco alla fine stanca. Così per il libro di Ilaria, ci hanno fatto un bello scarabocchio, di quelli un po’ schizzati e sbavati. Appena prendi il libro dici: cazzo, proprio a me doveva capitare? Poi ti accorgi che è in serie. Scherzetto ai feticisti. Con stile decadente, Bernardini scrive disillusa di quello che sta in mezzo alla solitudine come una parentesi aperta e inevitabilmente anche chiusa: l’amore. Con una predilezione per il lato materiale di questa esperienza. La fine di una convivenza si vede attraverso gli oggetti lasciati lì a futura e sciagurata memoria, oppure attraverso quelli che non ci sono più.

febbraio 2007

Due chiacchiere con Ilaria Bernardini Abbiamo intervistato l’autrice de La fine dell’amore L’autrice di Non è niente e La fine dell’amore ci ha parlato delle sue passioni letterarie, dei suoi progetti e delle sue numerose attività.

Ti occupi di tv, radio, carta stampata, con quale di queste attività ti trovi più a tuo agio?

A mio agio da nessuna parte, mi sento piuttosto a disagio a fare quasi tutto. Però forse sono più tranquilla a scrivere articoli e sceneggiature. A scrivere libri invece faccio molta fatica, mi agito e sono molto insicura. In televisione mi sento un po’ fuori posto, anche se lavoro solo con Victoria Cabello, con cui mi diverto e sto bene e mi sento protetta.

Hai realizzato due cortometraggi. Credi di tornare ancora a girare e cosa ti piacerebbe filmare?

Spero di sì, prima o poi. Mi piacerebbe filmare la storia di quattro coppie. E anche la storia di una ragazza che racconta moltissime bugie.

Quali registi-autori ti piacciono?

Moltissimi. Non saprei fare un elenco, perché cambia continuamente. Oggi pomeriggio alle cinque come regista mi piaceva John Boorman.

La fine dell’amore mi è sembrato un libro completamente diverso rispetto a Non è niente. Avevi voglia di cambiare e di staccarti dal tuo precedente lavoro?

Non è tanto una questione di voglia. Quel libro l’ho scritto a 19 anni. Questo a 26. E quindi per fortuna e purtroppo, sono inevitabilmente due libri diversissimi.

A quale racconto dei 4tredici sei più affezionata e perché?

Lui e lei verso il nord. Perché mi piace più di altri.

Come costruisci una storia?

Dipende dalle volte. Ma nella maggior parte dei casi, per quanto riguarda i racconti, sono partita dai personaggi. Per il mio romanzo nuovo invece ho fatto il lavoro inverso.

Ci parli del tuo metodo di scrittura?

Scrivo tutti i giorni, non ascolto quasi mai musica, scrivo a casa mia, su un tavolo di legno pieno di fogli, libri, lampade, vasi, penne, oggetti che non so neanche più cosa sono e perché stanno qui. Di solito scrivo anche quando mangio e fino a sera. Scrivo però in maniera molto distratta, con varie finestre di instant messanging aperte, controllando la posta e cazzeggiando in internet. Il mio problema è la concentrazione, infatti credo che mi dovrò spostare in un posto senza internet.

Quali sono gli autori che più ami e rileggi volentieri?

Che rileggo forse nessuno. Comunque anche qui, dipende dai periodi, ora mi verrebbe da dire Richard Yates, Lydia Davis, Anne Proulx, A.M. Homes, Flaiano, Bianciardi, Dino Buzzati, Mastronardi, Haruki Murakami, Tolstoj, Cecov, De Filippo, John Barth, Koltés, Heiner Muller, Pancake. Ma non so se scrivo questi solo perchè mi vengono in mente ora.

Per il tuo prossimo libro continuerai con la strada del racconto o tornerai al romanzo?

Il prossimo libro sarà un romanzo. E’ una storia che copre molti anni, dal 1960 al 2008. Tutti i capitoli si aprono a colazione, quella del mattino.