Italian fiction

Romanzo

Michele Vaccari

224 PAGINE | 13 EURO
Data di uscita: 20 Settembre 2007
ISBN: 9788876380709

Il libro

Violento e sconvolgente come una rissa tra ubriachi, acuto e ironico come un battibecco tra parrucchieri. Durante il carnevale di Vigasio (Verona), Guido, un hardcore warrior bresciano prende in ostaggio Elena, la migliore cosplay italiana. E’ l’inizio di una fuga d’amore attraverso l’Europa, inseguiti dalla polizia, dal padre di Elena e da Mal dei Primitives. Un polimorfo racconto on the road alla Sesso e fuga con l’ostaggio, ma con molto più gel tra i capelli. Dall’estrema provincia italiana alle foreste scandinave, un viaggio estremo alla ricerca di Appearence, il rave che non finisce mai, il luogo dove ognuno può essere liberamente ciò che non è. Italian fiction è uno dei romanzi italiani più veloci, potenti e politici degli ultimi anni, forse il primo a raccontare la complessa realtà delle sottoculture giovanili del nostro tempo.

L’autore

Michele Vaccari è nato a Genova nel 1980. E’ coordinatore editoriale del progetto VerdeNero per Edizioni Ambiente. Ha partecipato alla raccolta Gli Intemperanti ed è autore della biografia di Aleister Crowley.

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IL MITO DELL’APPARIRE IN UN ROMANZO SUL PRESENTE IMPAZZITO Un incrocio tra un’indagine sociologica sul malessere profondo di un Paese senza più parametri di riferimento e un pamphlet scritto da un Voltaire che scopre inattese inclinazioni per lo splatter. "Italian fiction", romanzo del ventisettenne genovese Michele Vaccari in uscita il prossimo 27 settembre, è un oggetto letterario che piomba sul palcoscenico italiano con la furia di un ciclone rabbioso e lascia il lettore scioccato e stupito di fronte all’evidenza di una scrittura ricercata fino all’eccesso e di una storia in cui tutti i personaggi sono mostri quotidiani che sorpassano senza farsi troppe domande le proprie linee d’ombra. Edito da Isbn, casa editrice che mostra un occhio particolarmente attento alle nuove tendenze letterarie, il libro di Vaccari fa a pezzi con leggerezza l’intera tradizione del romanzo classico, lasciando sul terreno vittime illustri come la coerenza narrativa, la verosimiglianza e pure le unità di luogo e tempo care al teatro. E ogni tanto il gioco è così spinto che pare che, insieme all’acqua sporca, Vaccari butti via anche il bambino. Ma in realtà l’operazione è lucida e l’effetto è quello di una rivelazione su come raccontare il presente italiano - esploso e folle - in maniera così vivida da mozzare il fiato. La storia è, per modo di dire, quella di una fuga d’amore tra un hardcore warrior, Guido, che passa le notti in discoteca imbottito di pasticche e si rilassa facendo a pezzi le automobili altrui, ed Elena, "forse la migliore cosplay d’Italia". Dove per cosplay si intendono ragazze che impersonano le dive dei fumetti ad uso di fanatici appassionati delle eroine di carta. Lui violento e "fascio", lei gelida e interessata solo ai propri capelli, si scontrano per caso per le vie di Vigasio, allucinante paesino della provincia veronese, e da quel momento inizia il loro viaggio improbabile - tanto in termini di realismo quanto di tempi narrativi - verso la Scandinavia, per partecipare a un rave party che durerà fino alla fine dei tempi. Intorno a loro il mondo crolla, devastato dall’esplosione della follia della gente comune che, per i più futili motivi, sceglie la via assoluta e grottesca della violenza. In fondo al viaggio di Guido ed Elena c’è la città-utopia di Appearence, dove tutto ciò che conta, appunto, è apparire, in una sublimazione al vetriolo dell’etica da reality-show che si stende, sembra dirci Vaccari, come una maledizione sulla nostre società evolute. "La realtà non esiste mai e, quando esiste, tutti preferiscono nasconderla" dice a un certo punto il padre di Guido, anche lui in fuga dall’orrore quotidiano addirittura nei panni di Mal dei Primitives. E, come in un "Candide" immerso nell’acido lisergico, "Italian fiction" ci racconta questo mondo impazzito e fittizio con un abuso di metafore e citazioni pop che danno la cifra stilistica della voce di Vaccari, ridondante come si addice a un vero moralista. Alla fine, al termine di un viaggio da incubo che fa pensare anche all’ultimo Céline, si intravede forse una via d’uscita dalla follia dell’apparenza a tutti i costi nella "sedizione" a cui Guido dice di voler dare inizio. In realtà il romanzo è tutto tranne che consolatorio e la visione del mondo che ne deriva è desolante come poche altre. Ma è anche uno sguardo sul presente che entra in zone oscure, di cui si tende a non parlare, del malessere profondo di un Italia che finora non avevamo mai potuto guardare in questo modo.

Italian fiction: una generazione in fuga L’ultimo libro di Michele Vaccari. Una cosplay e due naziskin viaggiano in Europa in cerca di un rave, e di un mondo migliore. «I giovani di oggi non sono quelli che si comprano il gelato e pensano tutto il giorno all’amore». L’allusione è ai superbestseller tipo Moccia, che fanno sfracelli in libreria e ricoprono di melassa il lettore. A parlare è Michele Vaccari, autore del romanzo Italian fiction (ISBN Edizioni), in uscita giovedì 27 settembre. Altro che melassa, questo libro ti fa rizzare il pelo. Duro nel linguaggio e nella storia, pasoliniano nello stile, racconta la vicenda di tre ragazzi proletari - Elena, una cosplay, Guido e Antonio, due hardcore warrior naziskin - in una fuga attraverso l’Europa verso Appearance, il rave dei rave. La scena iniziale è Vigasio, paesino del veronese dove tutti gli anni si svolge un carnevale con tanto di carri. La capricciosa reginetta del paese (Elena) viene rapita dai warriors che scappano dopo una macchina sfasciata di troppo. Inizia così un rito di iniziazione, «un viaggio dell’anima, un ritorno allo stato di natura, dalla città alla foresta», dice Michele. E, come accade in tutti i riti d’iniziazione, quando tornano sono cambiati. Chi sono i protagonisti? Li hai conosciuti? «Ho sentito parlare di cosplay e di ambienti nazi da persone che conosco, non li ho conosciuti personalmente». La violenza è tanta. «Non è diverso da quello che succede nella realtà. Di recente ho scoperto una cosa: alla discoteca Numer One di Brescia (locale da dove provengono i due ragazzi all’inizio di Italian fiction n.d.r.) c’è un’area dedicata allo sfascio di automobili. Tu vai lì e rompi tutto». Che vuol dire? «I ragazzi oggi sono abituati a sentirsi dire che tutto fa schifo, e soprattutto che loro sono nullità. Passano la settimana a spaccarsi di lavoro e non vedono l’ora di sfogarsi». È la società, insomma, di per sé violenta: «sì, e se non si incanala questa violenza come fanno al Number One la gente trova comunque un modo per sfogarsi». Qual è la via d’uscita? «Nel libro cerco di spiegare come i ragazzi escano da una condizione di apparenza pura e semplice, trasformando il loro modo di apparire in consapevolezza». Non a caso il titolo originale del libro era "I guerrieri dell’apparenza". Che tipo di consapevolezza è? «L’esteriorità può essere un modo per nascondersi, per vivere nei panni di qualcuno o qualcos’altro. Le cosplay si travestono e si immedesimano in personaggi che non esistono, protagonisti di fumetti e cartoni animati. Oppure può essere un modo di intendere il mondo, un passaggio verso la coscienza di quello che si è, al di là delle differenze esteriori». Nel frattempo Michele sta lavorando ad altri due libri. «"No Juventus please" è il libro sul non sentirsi giovani nel terzo millennio. Protagonista uno studente che si trova a Bologna e odia tutti gli stereotipi della vita nella città universitaria. Poi "Habemus power", dove racconto l’ascesa politica, e i maneggi, di un prete che diventa Papa».

E’ un libro di tendenza. On the road. Originale (e l’originalità, si sa, costa fatica, oltre che conclamata voglia di apparire!). Romanzo coraggioso. Ironico. Si fa beffa della tradizione stilistica e della classica tecnica narrativa. Prende di petto la denuncia sociale e culturale. Graffia. E’ un urlo. E’ uno tsunami. Violento. Solleva la polvere che si nasconde sotto le pieghe della nostra ‘apparente’ società e la sprigiona tutta, quasi fosse un vulcano che per troppo tempo ha covato dentro di sé il fuoco del disgusto, del malessere e dell’insofferenza. Michele Vaccari, autore genovese di 28 anni, in “Italian Fiction”, nelle librerie per Isbn Edizioni, compie un triplo salto in avanti: rompe gli schemi, quelli propri di un romanzo ideale; butta giù pareti spaziali e temporali, aggrovigliando la narrazione quasi come un vortice impazzito; disorganizza lo scorrere delle cose e della cronaca, quasi pregustando i commenti dei suoi lettori e dei suoi critici fulminanti. Il tutto, nel libro, è la nostra società. Il crinale su cui sta scivolando la nostra quotidianità, fatta di intrugli mediatici insopportabili e insistenti, oltre che ostinati e falsi. Lo si percepisce dal carattere della sbarazzina Elena, la migliore cosplay italiana, dalla goffaggine della famiglia di lei e dalla violenza dell’hardcore warrior bresciano Guido che, pasticca dopo pasticca, discoteca dopo discoteca, macchina dopo macchina - nel senso che lui, le macchine, le sfascia - il giorno di carnevale, decide di prendere in ostaggio Elena. Lui violento (proprietario di una “Peugeot 306 verde fosfo cambio momo cerchioni in lega di titanio ultraleggeri anabbaglianti blu elettrificato”). Lei innamorata di se stessa e della sua capigliatura (“…il suo problema è proprio l’acconciatura”). Lui “fascio”. Lei malandrina. Inizia una fuga, che fuga non è, ma solo perdurante ricerca di evadere - inseguiti dai rispettivi padri, uno dei quali si incarna in Mal dei Primitives - attraverso l’Europa: da un paesino del veronese - Vigasio - fino alle foreste scandinave, alla ricerca di Appearance, il simbolo massimo del rave eterno, quello che va avanti per 24 ore su 24, tutti i giorni. Lì puoi trasformarti, liberamente, in altro, puoi decidere di diventare ciò che non sei mai stato. Oppure continuare ad essere ciò che sei, ma sotto altre sembianze, quelle che tu magari hai represso o non hai mai coltivato o voluto coltivare. “Italian Fiction” è un libro folle: realtà e finzione sono mescolate alla perfezione e lo scorrere schizoide del fiume di parole, alla fine, a lettura ultimata, si trasforma in allarme che suona all’impazzata. Un avvertimento, un monito, un sussurro gridato, un grido sottaciuto, o represso. Il voltastomaco della nostra società.

Che cosa avranno mai in comune Elena, una delle più belle cosplayer italiane, Guido Warrior, un hardcore warrior del nordest italiano, Morigero Mal Combutta, il padre di Elena, le due gemelline shining? Semplice: si trovano tutti nello stesso punto di partenza, all’inizio del libro, tutti in maniera più o meno diretta partecipano (o non partecipano) al carnevale di Vigasio, e la meta finale "Appearance", un rave infinito in Svezia li ritroverà ancora tutti insieme. Il libro di Michele Vaccari è, come suggerisce il titolo, una vera opera di fiction (nel senso più letterale del termine), situazioni incredibili, al di fuori della normalità, sono tenute insieme da un linguaggio veloce, rapido, in continua evoluzione. Tutti i personaggi vivono secondo la propria personalità il concetto di finzione. Inizialmente, le situazioni sono ben delineate e al lettore riesce bene seguire le varie storie parallele. Poi da un certo momento in avanti, le vicende cominciano a mescolarsi, i tempi diventano più incalzanti, man mano che i protagonisti si spostano dall’Italia, transitando per la Germania, giungendo in Scandinavia. Il linguaggio, a volte, è molto cruento, ma ben rispecchia il carattere e la condizione sociale dei singoli personaggi, proprio grazie a questo artificio le figure sembrano "prendere vita": non sono più personaggi, ma diventano "persone" plasmate a tutto tondo, seppure con delle caratteristiche estreme. Ricercata e ben riuscita la scelta di intervallare, ogni tanto, la trama con testi di canzone di autore, spaziando da Umberto Balsamo agli Skiantos, per citarne alcuni. Molti libri hanno tentato, negli ultimi tempi di spiegare la sottocultura giovanile, non sempre con buoni risultati: Italian Fiction ha, sicuramente, il pregio di esserci riuscito appieno, senza essere scivolato in banalità dove la parola "cuore" fa rima con "amore" e dove l’utilizzo della parolaccia o di termini volgari, non sono fini a se stessi, ma hanno lo scopo di rappresentare una parte della realtà contemporanea.

Italian Fiction: tutta la violenza dell’apparire I decenni sono categorie dello spirito, stati della mente e catalogazioni antropologiche. Si usano per pigrizia intellettuale, per comodità giornalistica o forse solo per rapidità di comunicazione, e allora: i favolosi anni Cinquanta, gli psichedelici anni Sessanta, i ribelli anni Settanta e gli edonisti Ottanta. Potremmo invertire sostantivi e aggettivi e forse cambierebbe poco e anche “gli psichedelici anni Cinquanta” potrebbe funzionare. Per pigrizia, comodità e rapidità potremmo dire allora che Italian Fiction (Isbn edizioni, pp. 212, euro 13) di Michele Vaccari e un romanzo ascrivibile ai Novanta, decennio a cui è ancora difficile affiancare un aggettivo qualificativo. Il libro del giovane scrittore genovese è novantino. È novantino per attitudine e per scrittura. Ipercinetico, carico di slang, di personaggi e di situazioni indissolubilmente legate all’ultima parte del XX secolo. Una specie di incrocio fra Trainspotting di Irvine Welsh/Danny Boyle e Ragazzi della notte di Gino Capone/Jerry Calà filtrato da Ammaniti, Tondelli (anzi no, da posttondellisti) e dai [2] cannibali. Musica techno hardcore, rave, giovani in fuga, droga, spocchia, irriverenza e una spruzzata di politica. Le pagine frusciano che è un piacere, il libro scivola veloce (e ci mancherebbe), mio nonno non ci capirebbe nulla e mio padre scuoterebbe il capo. Ma è un buon libro o no? Dipende. È un oggetto narrativo bizzarro con più strati interpretativi. Meglio fermarsi al primo e godersi la corsa, gli altri lo renderebbero inutilmente pretenzioso. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore. Come nasce l’idea di Italian Fiction? Nasce da un mio percorso personale di studio delle sottoculture che ritengo poi le vere culture che permettono l’evoluzione umana. Utilizzare un hardcore warrior e una cosplay, incentrare il romanzo sul concetto di apparenza, tutto fa parte di questa idea. Come sei approdato a ISBN? Casualmente. Dopo una trentina di rifiuti, ho spedito il romanzo a ISBN, casa editrice che vive di storie civili e sa raccontare, attraverso il postmoderno, la contemporaneità. Come ti trovi con loro? Perfettamente. Sembra di vivere in casa di Aleister Crowley. Mi fanno fare quello che voglio, sono ultraprofessionali, preparati sulla narrativa, e, soprattutto, ti stimolano su quelle che sono le tue peculiarità senza cercare un’omogeneizzazione editoriale camuffandola da caratterizzazione sul mercato, cancro della letteratura di questi ultimi anni. Non è la tua prima pubblicazione, puoi raccontarci qualcosa del passato… Ho lavorato in radio come tecnico del suono, è la seconda volta che mi trovo a fare il coordinatore editoriale per Verde Nero, collana di Edizioni Ambiente, scrivo corti e mediometraggi, mi occupo di teatro e ho pubblicato diversi racconti per Meridiano Zero, Lampi di Stampa, Zandegù, Coniglio; ho seguito per una decina d’anni l’hip hop, e per tre il movimento skin apolitico, traendone spunti per libri che devono, spero, vedere ancora spiragli di pubblicazione. Hai rapporti con gli altri scrittori italiani? Come ti sembra il panorama letterario attuale? Fantastico. I più freschi sono molto più preparati di quelli venuti su nel nulla degli anni ‘80. Sono preparati su editoria e letteratura, conoscono i meccanismi classici e quelli moderni, sanno muoversi, rapportarsi con le case editrici e, cosa più importante, hanno fame di sperimentare e cercare una propria voce, uno stile. Mi sento quasi proiettato in una nuova fase antiborghese di rigetto alla melassa sentimentalista dei bestseller che ormai soffocano le librerie, veri e propri ipermercati del capitalismo cartaceo. Una neoscapigliatura che, spero, questa volta non venga cancellata da un neomoralismo manzoniano ma sopravviva e resti nelle coscienze del futuro.

“Italian fiction” stilisticamente è un romanzo figlio dei cannibali anni 90: ci trovi l’abolizione della punteggiatura di Aldo Nove con la prosa che si fa canto (sull’esempio, a sua volta, di Nanni Balestrini), le peripezie paradossali del primo Ammaniti (quello di “Fango” e “Branchie”), le esplosioni di violenza della prima Santacroce (“Fluo”, “Destroy”, “Luminal”). Ma “Italian fiction” non è un romanzo cannibale: non recita nostalgie infantili ed adolescenziali, non si fa elegia del vuoto della vita all’epoca dei centri commerciali, canto della mercificazione dell’esistente dietro a una griffe, né espressione di un disagio generazionale che cerca punti di rottura nel Moloch gommoso dell’esistente. No, “Italian fiction” utilizza gli strumenti linguistici e narrativi dei cannibali per comporre un affresco del vuoto cosmico, esistenziale, generazionale (ma di tutte le generazioni, dai bambini agli ultraottantenni) dell’Italia di oggi, senescente e geriatrica non per età ma per incapacità di rinnovarsi, cappa di piombo sui destini delle nostre vite come i cieli grigi di certe giornate invernali padane. E proprio qui, nel triangolo tra la discoteca “Number One” di Brescia (esiste davvero), una Verona evocata sullo sfondo, il piccolo paese di Vigasio (che esiste davvero, ma in quanti l’abbiamo visto?) Michele Vaccari ambienta la situazione iniziale della sua storia, che vede incrociarsi i destini di due hardcore warriors naziskin, Antonio e Guido, a quelli di Elena, “forse la miglior cosplay d’Italia” (cosplay è chi si traveste come il proprio personaggio manga preferito). Durante un tranquillo weekend padano, tra un sabato notte e una domenica mattina di Carnevale, i tre si incontrano e i “fasci” rapiscono la cosplay, cominciando una fuga disperata attraverso Germania e Danimarca per raggiungere Appearence, il rave definitivo che si trova da qualche parte in Svezia. È in fuga anche Morigero Combutta, padre di Guido, che ha appena accoppato sua moglie Giovanna e che assume l’identità di Mal. Dietro a loro, la famiglia di Elena e la polizia di Vigasio; in mezzo, un pulmino di ciellini e un pullman di pensionati. Mi fermo qui. Questa folle corsa si struttura come in un paesaggio anonimo e vuoto, biblicamente senza dettagli (a parte Vigasio, ma come dicevo, chi l’ha mai vista?), alludendo al valore di parabola contemporanea della vicenda. Che contemporaneamente si dipana in tre parti, come nella tragedia greca, intervallate e introdotte da testi di canzoni mainstream (da Umberto Balsamo a Renato Zero) e non solo, frammenti di sintassi culturale desemantizzata, coriandoli di cultura pop eletti ad esegesi del mondo, che svolgono la funzione del coro. Gli stessi personaggi sono simbolici: Guido warrior allude al Duce (e poi guida la macchina); Morigero “Mal” Combutta è “morigero”, cioè portatore del Mos, del costume tradizionale di vita, mentre soprannome e cognome alludono al travestimento televisivo tutto lustrini e apparenza della realtà criminale (con cui il vero Mal non c’entra nulla) di un’Italia vecchia e criminogena che non vuole morire e anzi domina sempre più; Elena, poi, allude a quella omerica. Eccetera. Tutti corrono verso il nulla, ma solo pochi arrivano: quelli che meno pensano e più sono apparenza. Lo scopo: diventare quello che si vorrebbe essere, essere amati per quello che non si è. Trionfo dell’apparenza che diventa sostanza, con catarsi finale e intervento di un deus ex machina che promettono palingenesi e sedizione. Grande romanzo. Politico.

Visto che la narrazione si muove tra due poli, anche se quello visibile al lettore è uno solo (l’apparenza), partiamo da quelle tracce di sostanza disseminate qua e là e pronte a illuminarsi di fluorescenza appena entrano in contatto col reagente/lettore/ricettore. Quelle tracce che sono le parti migliori (dell’umanità, non del libro), quelle che ti accompagnano anche dopo che l’hai chiuso perché sei arrivato alla tua fermata e devi scendere dall’autobus: tutti quei “come” che danno vita alle immagini, paradossalmente portatrici del loro - apparente – contrario, fautrici di un ribaltamento sedizioso nell’ordine precostituito delle cose. Berkeley diceva: esse est percipi, Michele Vaccari sembra dire “sei come vieni percepito”, e non è un caso che la narrazione inizi con un carnevale. E’ l’idea dell’esteriore, più che altro, che attraversa le pagine, declinata in tutti i casi possibili da, con, in, per, su e attraverso due hardcore warrior e una cosplay, tre guerrieri dell’apparenza in fuga attraverso l’Europa dal comune di Vigasio per arrivare ad Appearance, Scandinavia, la città dove puoi essere ciò che non sei. Una macchina sfasciata è la scintilla che dà l’avvio al processo, un atto di violenza, la santa violenza che benedice il nostro presente, fedelmente riportata dalle parole, e dalle visioni che materializzano per il lettore. L’esteriorità ti mostra, ma anche ti nasconde; ti svela, ma anche ti rivela; ti usa, ma si fa usare – come mezzo di conoscenza, come mezzo di estrema liberazione. Va’ veloce, la narrazione, sul doppio binario della realtà e del suo contrario, consumando pensieri impazziti, visioni trash, apocalissi pop, intermezzi pulp, dettagli kitsch. E viene da pensare, in certe pagine, che ci sia al fondo un po’ di cattiveria pura, di quella che non puoi eliminare, e che però cozza un pò accanto a questa umanità varia ed eventuale che fa paura ma anche, in senso etimologico, compassione. Una scrittura lucida, ironica, innervata di quello stesso modus percipiendi che descrive, violenta come può esserlo un sovraccarico di immagini apparentemente prive di legame tra loro, schizofreniche, narcisiste. L’apparenza non inganna, l’apparenza fa rima con coscienza: di quello che si è, di quello che vorremmo non essere, di quello che gli altri non vorrebbero che fossimo, ma lo siamo. Apparizioni: Mary Poppins è la tata dell’lsd, Cristo è il frontman della Trinità e Mal dei Primitives, anche se non lo sa, possiede molti corpi e molte vite. Sai che le pecore mentre camminano riescono pure a cagare?

Vigasio, villaggio della Bassa veronese. Tutto il paese è pronto per la domenica di Carnevale, l’evento dell’anno: nessuno vuole mancare. La capricciosa Elena, una tipica, appariscente ragazza di provincia italiana, più per incoscienza che per bisogno viene rapita poco prima della sfilata delle maschere da due naziskin veronesi di ritorno da una discoteca bresciana, famosa per eccessi di decibel ed atti vandalici nelle vicinanze. Parte così un viaggio estremo e delirante verso la Scandinavia alla ricerca di Appearence, il rave che non finisce mai. All’inseguimento, i genitori lanciati in improbabili ricerche di identità e di rivalse, più che dei propri figli. Italian fiction: Deliri da guardare Niente soldi, niente trucchi, solo una regola: per entrare, devi essere apparso da qualche parte almeno una volta. Consideralo il tuo biglietto da visita perché gli altri che potresti avere non hanno nessun valore ad Appearance. L’importante è che tu sia apparso almeno una volta. Algebrico e surreale: Italian fiction è un romanzo difficile, per certi versi inavvicinabile nel suo contesto enigmatico. Un linguaggio criptico agli over 30 e via via più distorto in una spirale di coltissima (perché no?) allucinazione, un’allegoria di vite mediocri che si mescolano tra loro e si perdono, si incrociano, si confondono sulle strade d’Europa, a disegnare spostamenti che però non hanno nulla a che vedere con le fughe, con i viaggi, con il nomadismo. Del romanzo di Vaccari conta forse meno l’analisi delle sottoculture dei nostri anni (semantica orribile: o è cultura o non è, quasi ci si fosse stancati del corrente vocabolario per un linguaggio nuovo e sorprendente), e molto più una scrittura rapida ed intrigante che può colpire basso, certo. Cosa aspettarsi del resto da questi anni, da questo immaginario del quale siamo volenti o meno compartecipi? Non essere ma esserci; addirittura nemmeno apparire, ma comparire. Fare finta che tutto questo sia solo un delirio non serve: è già realtà (accendere la televisione per guardare sovrappensiero; troppo tardi per prenderne piena coscienza). I protagonisti di questo romanzo sono ventenni, normali, dei nostri anni (a chi legge un caldo invito ad entrare al Number One di Rovato -Brescia- sala due, ed uscirne indenni -cellule neuronali comprese-); non ha senso liquidare il tutto come una boutade o uno scherzo della penna. Vaccari ha il coraggio di affondare il coltello negli estremismi dei nostri anni, religiosi, politici, musicali, accontentandosi di raccontarli senza aggiungere sarcasmo, data l’evidente naturale ilarità di episodi talmente verosimili da scatenare ancora una qualche indignazione in chi legge. Una cadenza di testi di canzoni (tuttavia non sempre chiaro il meccanismo degli accostamenti) accompagna la narrazione come una colonna sonora, quasi fosse musica ascoltata per caso in macchina dall’autoradio. Altro che sole-cuore-amore: qui il livello è ancora mediocre, siamo al brusio di sottofondo delle menti, al livello percettivo in cui nulla è più chiaro e definito. In un buco nero delle sensazioni. Disperazione inconscia, mascherata dalla voracità di successo, notorietà e riconoscimento: questa la sindrome patologica dalla quale ogni protagonista di questo romanzo è affetto. Il deliquio ipnotico dei seguaci di Comunione e Liberazione si mescola a quello di altre religioni (cosa sarebbe altrimenti il Number One?) e si fa cosa sola, nell’unica logica comune dell’eccesso. Del resto ognuno ha diritto ad appoggiarsi sulla stampella che desidera. Scrittura veloce e da emicrania quella di Vaccari; distorsioni di contenuti seguono da vicino le parole, destrutturate in sintassi cervellotiche e dalla difficile rintracciabilità. Quasi a chiedersi dove si sia nascosto il buon senso, la bussola sostituita dal Nord geografico ed energetico del rave in Scandinavia, un non-luogo che Marc Augé avrebbe dovuto commentare, al posto di Disneyland; uno spazio della corporeità totale dove lo spirito si annulla e si fa pura immagine, a promuovere una pornografia pupillare, non altro che anticamera di una voragine magnetica. L’ultima, attraente e fascinosa, Italian fiction.

Copertina: bianca, come tradizione della ISBN, ma con un capello biondo (pare di tal Silvia Sartorio), striscia di cocaina, pasticca di ecstasy. La quarta: hashish, marijuana, ecstasy liquido. Trama: Elena, la migliore cosplay italiana viene rapita da un naziskin e portata in Svezia per un mega rave. Cos’è una cosplay? Ce lo facciamo dire dall’autore: Il termine cosplay deriva dalla contrazione dei due termini inglesi costume e player. Il neologismo nasce in Giappone negli anni novanta per indicare quegli appassionati di anime e manga (otaku) che desiderano letteralmente calarsi nei panni dei propri eroi (pag.28). Nulla di che intendiamoci, perché Elena è una cosplay italiana. Così, naturale, onesta. Costantemente effimera. (pag.64). Guido Combutta, detto Guido warrior, il rapitore della cosplay è un membro mediocre dell’organizzazione destrorsa Fronte nazionale skinhead, con precedenti penali per rissa e apologia del fascismo, è un soggetto molto pericolo, ossessionato da un forte senso di onnipotenza dovuto a frustrazioni da eterno secondo. (Pag. 99). Tale figlio tale padre perché anche Morigero Combutta è ricercato, per uxoricidio, e in più se ne va in giro per l’Europa vestito da Mal dei Primitives. E l’incontro in terra svedese è un’occasione perché è un posto magnifico, dove la leggenda vuole si stia tenendo il rave clandestino più lungo della Storia. Si racconta che nessuno sappia quando è iniziato, e si dice che andrà avanti così fino alla fine del mondo. (Pag.172) Dove si coglie l’attimo perché non è più tempo di stronzate romantiche ché con i gargarismi d’amore ci sciacquiamo il culo. (Pag.182). E dove appari e fingi. Ti eviterai le botte e le ritorsioni, starai meglio con me e te stesso. Fidati. E adesso, vieni qui! (pag.194). Insomma Italian fiction è un’italian fiction portata all’estremo con spruzzi tarantiniani e con un finale che sembra preso dal ciclo del drive-in di Joe Lansdale. E’ questa la superiorità pop (che proprio perché al di la di ogni steccato, ingloba anche la letteratura) che tanto decanta Franco Bolelli nel suo saggio Cartesio non balla? Credetemi non c’è spocchia nella mia domanda. Me ne faccio un’altra: è questo il risultato della democratizzazione della scrittura dovuta ad Internet e ai blog? Perché diciamocela tutta, prima della Rete la letteratura e la cultura in genere erano comunque espressione di un potere borghese. Ora non più. E’ un bene comunque? Orchetto di giudizio francamente impossibile. Almeno finché qualcuno non risponda ad una delle domande poste.

Nasce (forse) il nuovo romanzo italiano Un incrocio tra un’indagine sociologica sul malessere profondo di un Paese senza più parametri di riferimento e un pamphlet scritto da un Voltaire che scopre inattese inclinazioni per lo splatter. “Italian fiction”, romanzo del ventisettenne genovese Michele Vaccari, è un oggetto letterario che piomba sul palcoscenico italiano con la furia di un ciclone rabbioso e lascia il lettore scioccato e stupito di fronte all’evidenza di una scrittura ricercata fino all’eccesso e di una storia in cui tutti i personaggi sono mostri quotidiani che sorpassano senza farsi troppe domande le proprie linee d’ombra. Edito da Isbn, casa editrice che mostra un occhio particolarmente attento alle nuove tendenze letterarie, il libro di Vaccari fa a pezzi con leggerezza l’intera tradizione del romanzo classico, lasciando sul terreno vittime illustri come la coerenza narrativa, la verosimiglianza e pure le unità di luogo e tempo care al teatro. E ogni tanto il gioco è così spinto che pare che, insieme all’acqua sporca, Vaccari butti via anche il bambino. Ma in realtà l’operazione è lucida e l’effetto è quello di una rivelazione su come raccontare il presente italiano – esploso e folle - in maniera così vivida da mozzare il fiato. La storia è, per modo di dire, quella di una fuga d’amore tra un hardcore warrior, Guido, che passa le notti in discoteca imbottito di pasticche e si rilassa facendo a pezzi le automobili altrui, ed Elena, “forse la migliore cosplay d’Italia”. Dove per cosplay si intendono ragazze che impersonano le dive dei fumetti ad uso di fanatici appassionati delle eroine di carta. Lui violento e “fascio”, lei gelida e interessata solo ai propri capelli, si scontrano per caso per le vie di Vigasio, allucinante paesino della provincia veronese, e da quel momento inizia il loro viaggio improbabile – tanto in termini di realismo quanto di tempi narrativi – verso la Scandinavia, per partecipare a un rave party che durerà fino alla fine dei tempi. Intorno a loro il mondo crolla, devastato dall’esplosione della follia della gente comune che, per i più futili motivi, sceglie la via assoluta e grottesca della violenza. In fondo al viaggio di Guido ed Elena c’è la città-utopia di Appearence, dove tutto ciò che conta, appunto, è apparire, in una sublimazione al vetriolo dell’etica da reality-show che si stende, sembra dirci Vaccari, come una maledizione sulla nostre società evolute. “La realtà non esiste mai e, quando esiste, tutti preferiscono nasconderla” dice a un certo punto il padre di Guido, anche lui in fuga dall’orrore quotidiano addirittura nei panni di Mal dei Primitives. E, come in un “Candide” immerso nell’acido lisergico, “Italian fiction” ci racconta questo mondo impazzito e fittizio con un abuso di metafore e citazioni pop che danno la cifra stilistica della voce di Vaccari, ridondante come si addice a un vero moralista. Alla fine, al termine di un viaggio da incubo che fa pensare anche all’ultimo Céline, si intravede forse una via d’uscita dalla follia dell’apparenza a tutti i costi nella “sedizione” a cui Guido dice di voler dare inizio. In realtà il romanzo è tutto tranne che consolatorio e la visione del mondo che ne deriva è desolante come poche altre. Ma è anche uno sguardo sul presente che entra in zone oscure, di cui si tende a non parlare, del malessere profondo di un Italia che finora non avevamo mai potuto guardare in questo modo.

"Italian fiction" stilisticamente è un romanzo figlio dei cannibali anni 90: che utilizza i loro strumenti linguistici e narrativi per comporre un affresco dell’Italia di oggi. Due hardcore warriors naziskin, Antonio e Guido, rapiscono Elena, "forse la miglior cosplay d’Italia" e via verso Appearence, il rave definitivo che si trova da qualche parte in Svezia. Un paesaggio biblicamente anonimo e vuoto, dà alla vicenda il valore di parabola contemporanea. Struttura da tragedia greca, con coriandoli di cultura pop eletti ad esegesi del mondo, che fanno da coro. I personaggi? Simbolici. Trionfo dell’apparenza che diventa sostanza, con catarsi e deus ex machina finali che promettono palingenesi e sedizione. Grande romanzo. Politico.

Nessuno può mettere oggettivamente in dubbio l’esistenza di un paese (uno solo?) in cui l’aspetto surclassa la personalità. Nessuno può porsi la benché minima domanda riguardo alla strada da compiere per raggiungerlo. Guardiamoci intorno..altro che rave. Il rave è tutti i giorni, in tutte le occasioni. Iniziamo il rave di mattina in ufficio, lo continuiamo in pausa pranzo col capo, ci riposiamo immersi nel rave dei media, dopo di che, alla faccia di un povero attempato Freud, ce lo portiamo pure a letto accoccolandoci fra le braccia griffate di Morfeo Apparence. Esagero? Leggetevi bene il libro di Michele Vaccari. Si chiama Italian Fiction, e parla di noi. La Fiction è un coraggioso esperimento letterario nato dalla penna di Michele Vaccari e dalla originale scelta editoriale di Isbn Edizioni. Il giovane autore genovese mette in luce attraverso un paradossale viaggio metaforico, la debolezza più evidente del panorama sociale contemporaneo. Essere o apparire, quale realtà quale la finzione. L’esercizio narrativo con immagini fulminanti e strappate dall’iconografia cartoon al pari di un manga giapponese, percorre un viaggio fra le strade di una società che sembra aver stoppato la sua evoluzione sbattendo violentemente contro il muro dell’apparenza. Scenografia è Vigasio, paese del profondo veronese. Al centro della scena iniziale, rappresentata con tratto corale di estrazione teatrale, i preparativi per il più acclamato evento dell’anno: la sfilata dei carri di carnevale. All’interno della scena, si muove la famiglia di Elena, fulcro attorno al quale ruota l’evento dell’anno. Elena la bella, Elena dai capelli di seta, Elena, Elena, la ragazza più ammirata del Veneto e dintorni, la migliore cosplay italiana. A interrompere l’idillico ritratto intriso di provinciale routine, entra in scena sgommando una Peugeot 306 verde fosfo che dopo aver distrutto la macchina comprata a rate dell’elettricista del paese, carica la bella giovane e si allontana spavalda dalla gentile Vigasio. Alla guida Antonio e Guido Warrior. Direttamente dal Number one, con la fame chimica delle pasticche in corpo, i due giovani fasci venetocalabresi varcano il confine italiano in direzione dei paesi freddi: direzione Svezia, la meta è Apparence, il rave che non finisce mai. Rimbalzando da un’immagine all’altra, Vaccari illustra in tragicomica sequenza le vicissitudini dei tre fra allegre performace sessuali raccontate con tutta la forza dello slang da strada e insulti blasfemi che l’autore non risparmia di proporre nella loro forma più diretta. Parallelamente corrono le peripezie intraprese dalle rispettive famiglie dei ragazzi. Morte, sangue, pazzia, crisi tardive d’identità, l’improbabile trasformazione di Morigero Combutta, padre di Guido Warrior, in uxoricida e fotocopia di Mal dei Primitive, colorano il tutto con un tratto trash che ben propone un’odierna prospettiva di lettura. Il percorso stilistico, a tratti confuso dall’incalzare degli eventi e apparentemente poco correlato fino a darne un’immagine ancora più illogica, porta in ogni caso a comporre un perfetto pamphlet della nostra interminabile e a volte spaventosamente inconscia corsa verso qualcosa che non c’è. La confusione sequenziale degli eventi coniugata al linguaggio diretto e di indubbio impatto, rende questo romanzo certamente discutibile ma imperdibile per i significati che porta. L’autore parla di un clima contemporaneo e a tratti sperimentale che s’ impone per forza espressiva nella memoria del lettore. Uno schiaffo che fa pensare. "Qui è dove il Polo Nord del pianeta si unisce con l’Antartide, dove il sole incontra il giorno per prenderlo a calci nel culo e fottergli il posto. Apparence è la città dove vita e morte sono delimitate da un confine ben preciso chiamato apparenza."

"(…) massacrami, fammi a pezzi, scopami fino a rompermi, ma se mi tocchi i capelli sei morto". Per Vigasio, tranquilla e florida cittadina in provincia di Verona, è un giorno speciale : oggi si tiene la consueta sfilata dei carri, che ogni Carnevale è l’occasione per i cittadini più in vista di sfoggiare sontuosi costumi e acconciature esotiche. Elena è la giovane rampolla di una delle famiglie più ricche e invidiate di Vigasio, e come ogni anno è destinata ad essere la principessa del Carnevale, la ragazza più sbirciata e invidiata della cittadina. Per Guido e Antonio, fan veronesi dell’hardcore (nel senso musicale del termine, ma come a tutti non è che l’altro hardcore faccia loro schifo) con i capelli da mohicani, non è una domenica speciale, invece, ma solo l’ennesima alba al volante dopo una nottata di musica assordante, droghe, alcol e rabbia. Ma stavolta guidare senza crollare dal sonno è davvero difficile, e allora Guido e Antonio escono dall’autostrada per riposarsi un po’ in qualche paesino tranquillo. Uno tipo Vigasio, per esempio. Per la viziata Elena travestirsi non è poi così insolito : è infatti una apprezzatissima cosplay, cioè una di quelle teenager che a fiere del fumetto o eventi appositamente organizzati si truccano e vestono come personaggi dei cartoni animati, perlopiù giapponesi, suscitando le brame un po’ feticiste di schiere di nerd segaioli col vizietto dell’hentai. Guido e Antonio sono ultrà di estrema destra dell’Hellas Verona, e quando non passano le serate a pogare e a sconvolgersi vanno in cerca di qualche poveraccio extracomunitario da pestare. E questo anche se Guido è di origine calabrese, e il padre Morigero e la madre Giovanna sono venuti su al nord tanti anni prima per lavorare, proprio come gli immigrati che Guido odia tanto. A pensarci bene forse li odia proprio per questo. Per la sfilata di oggi i genitori di Elena e i loro amici hanno scelto come tema Notre-Dame de Paris. Tutta la famiglia si è alzata alle 5 per prepararsi : per l’acconciatura torreggiante della ragazza ci è voluto tutto il talento di Marietto, il fratello gay di un ex di Elena, che è proprietario di un pub ma a tempo perso fa lo stilista. Ma quando vede che sta iniziando a piovere, Elena manda tutto a puttane tra la costernazione generale - lei non rischia certo di rovinarsi l’acconciatura per la pioggia davanti a tutte le invidiose che non aspettano altro, ovvio - ed esce a fare jogging. Guido e Antonio intanto stanno mettendo a ferro e fuoco le stradine di Vigasio, e quando un pensionato che li insegue per vendicare la sua automobile sfregiata stramazza a terra colpito da un malore, i due teppisti ghermiscono una ragazza in felpa che passa di là (sì proprio Elena) e la prendono in ostaggio… Tra cultura citazionista pop (testi di canzoni di Max Pezzali, Battiato, Raffaella Carrà etc spuntano come funghetti allucinogeni qua e là nel plot, i riferimenti agli anime si sprecano), onomatopee, gergo giovanilistico, situazioni pulp d’ordinanza e ‘note a margine’ copiaincollate da internet, il genovese Michele Vaccari - poco più vecchio dei suoi protagonisti teenager - ci regala una odissea on the road ricca di metafore e (soprattutto nella seconda parte, più psichedelica) di simboli. Che è al tempo stesso uno spaccato amarognolo del degrado culturale, sociale, direi antropologico raggiunto dal ricco nordest italiano, tra razzismo, ignoranza crassa e violenza più o meno repressa. Fosse uscito vent’anni fa, Italian fiction sarebbe stato un rivoluzionario capolavoro, un libro-svolta nel panorama letterario italiano come lo sono stati i primissimi lavori di Aldo Nove, o le prodezze (? !) della cosiddetta ‘gioventù cannibale’. Fosse uscito dieci anni fa, sarebbe stato uno stanco reiterare modelli narrativi ed estetici ormai abusati. Oggi è un’operazione simpaticamente nostalgica, archeologica, neoclassica. I giovani, si sa, quando ci si mettono sono i tradizionalisti più feroci.

Quante volte abbiamo ora utilizzato, ora ascoltato le invettive volte alla costruzione sociale basata unicamente sull’apparenza? La risposta? Troppe. Quanto è vero che la cultura e la conoscenza si formino in minima parte sul pettegolezzo e sugli sproloquiati psicologismi da bar, poco ci vuole a prendere per buona tale affermazione peraltro ostentata in molti casi proprio da coloro che ne fanno ragione di vita. C’ è un libro che racconta di un luogo lontano, un luogo “dove il Polo Nord del pianeta si unisce con l’Antartide, dove il sole incontra il giorno per prenderlo a calci nel culo e fottergli il posto.” Partenza basso veronese, arrivo “Apparence”, Svezia, Scandinavia. Il rave che non finisce mai, “dove vita e morte sono delimitate da un confine ben preciso chiamato apparenza.” Curiosi di provare? Leggete la coraggiosa proposta editoriale di Isbn edizioni che con la consueta originalità da alle stampe il nuovo libro di Michele Vaccari, giovane autore genovese che nel testo Italian Fiction mette in luce, attraverso un paradossale viaggio metaforico, la debolezza più evidente del panorama sociale contemporaneo. L’esercizio narrativo con immagini fulminanti e strappate dall’iconografia cartoon al pari di un manga giapponese, percorre un viaggio fra le strade di una società che sembra aver stoppato la sua evoluzione sbattendo violentemente contro il muro dell’apparenza. A Vigasio, piccolo paese del Veneto profondo, si svolgono gli ultimi preparativi dell’evento più acclamato dell’anno: la sfilata dei carri di carnevale. La scena ruota tutt’attorno alla famiglia protagonista dell’occasione e soprattutto a lei, Elena la bella, Elena dai capelli di seta, Elena, Elena, la ragazza più ammirata, la migliore cosplay italiana. L’idillico ritratto intriso di provinciale routine, viene però interrotto dallo sgommare di una Peugeot 306 verde fosfo, che dopo aver distrutto la macchina comprata a rate dell’elettricista del paese, carica la bella giovane e si allontana spavalda dalla provincia veronese. Alla guida Guido Combutta Warrior e l’amico Antonio. Direttamente dal Number one, con la fame chimica delle pasticche in corpo, i due giovani fasci venetocalabresi varcano il confine italiano in direzione dei paesi freddi: la meta è Apparence, il rave che non finisce mai. Attraverso un patchwork d’immagini sapientemente intrecciate, Vaccari illustra in tragicomica sequenza le vicissitudini dei tre fra allegre performace sessuali raccontate con tutta la forza dello slang da strada e insulti blasfemi che l’autore non risparmia di proporre nella loro forma più diretta. Parallelamente corrono le peripezie intraprese dalle rispettive famiglie dei ragazzi. I genitori come i figli, intraprenderanno chi sulle tracce della prole, chi per curiosa casualità, un viaggio ai confini del paradosso intriso di morte, sangue, pazzia e tardive crisi d’identità. A colorare il tutto con un tratto trash d’impatto, l’improbabile trasformazione di Morigero Combutta, padre di Guido Warrior, in uxoricida e fotocopia di Mal dei Primitive. Il percorso stilistico, confuso dall’incalzare degli eventi in una sequenza di immagini illogiche, corona la composizione di un perfetto pamphlet della nostra interminabile e a volte spaventosamente inconscia corsa verso qualcosa che non c’è. Il linguaggio diretto e di indubbio impatto, rende questo romanzo certamente discutibile ma imperdibile per i significati che porta. L’autore parla di un clima contemporaneo e a tratti sperimentale che s’ impone per forza espressiva nella memoria del lettore. Si ride ma soprattutto si pensa. Da leggere spogliandosi dai propri preconcetti, per togliersi la maschera.

In ambito letterario Gabriele D’Annunzio sarà ricordato dai posteri non certo per la trama delle sue opere. Di lui si ricorderà la cura al dettaglio che riusciva ad imprimere a parole sconosciute – oppure inventate -, trattandole non più come insieme di lettere ma come scultura, attorcigliandole e ridipingendole a nuovo sull’inezia che dovevano narrare. Mi perdonino i puristi dei versi aulici cui il pescarese sopraccitato si faceva garante, ma Michele Vaccari con D’Annunzio non ha proprio nulla da spartire. Due hardcore warriors di Verona – tossicodipendenti, membri della tristemente celebre curva di ultras, razziatori per divertimento di qualsiasi cosa vi sia da disintegrare a calci e a pugni -, si ritrovano a Vigasio (piccolo centro urbano nelle basse veronesi) per smaltire la serata di pasticche e balli tecno. Il caso vuole che proprio quella mattina, in paese vi sia il tradizionale carnevale; piatto forte della sfilata dei carri: Elena, la migliore e più arrogante cosplay italiana (cosplay: coloro che si vestono come personaggi dei fumetti o dei videogame). Rapita Elena, i due warriors dirigono il muso della macchina verso Apparence, il rave che non finisce mai. Inseguiti dai genitori e dalle forze di polizia di mezza Europa, solamente uno dei due rapitori, Elena e il padre del ragazzo (travestito da Mal dei Primitives) riuscirà ad arrivare salvo al non-luogo di Apparence. Varcata il cancello d’ingresso, l’unica prerogativa per non soccombere al televoto che regola lo svolgimento del rave, è di non essere mai sé stessi, ma solamente quello che si vorrebbe essere. Da questo punto in poi una serie di flash su situazioni che sconfinano nel caos – citandone una: Elena cade e si procura un taglio. Alla vista del sangue, gli altri partecipanti iniziano a scannarsi a vicenda. Per chi non avesse mai sentito parlare di qualcosa di simile, consigliamo la lettura di Fight Club. La frase più emblematica che chiude il libro, recita in questo: "Se non è una posa del momento, alcuni, pochi fortunati, potranno scegliere come non essere se medesimi.". Se qualcuno è riuscito a giungere a questo punto dell’articolo – districandosi nel difficile sintetizzo che abbiamo cercato di rendere quanto meglio digeribile -, facciamo il nostro plauso. Italian fiction, per quanto spregiudicato e irriverente verso tutto e tutti – dote questa sì rara, se escludiamo i libri d’inchiesta -, non ci ha convinto sotto il piano puramente stilistico. E’ giusto bacchettare la trattazione lasciva del periodo come voleva D’Annunzio, ma è altrettanto vero che introdurre una spartizione a spanne della forma parlata come fa il giovane Vaccari, non è certo da considerarsi un tentativo di riflesso dalla sbornia neoclassica: frammentario; mal disposto, fumoso, molto spesso arcano; bestemmiante tra i denti. Non pensiamo sia decoroso nemmeno accostare questo libro con l’esperimento che volle condurre Mark Twain in un tempo passato; introdurre cioè per primo la forma parlata nel dialogo tra i personaggi, in modo da rendere la storia più fedele al vero, tirandosi addosso l’antipatia di coloro che apprezzavano la forma paludata dei narratori del tempo. Non parliamo poi dei testi di canzoni italiane, citate per intero all’inizio di ogni capitolo: al posto di dare un significato aggiunto, aumentano il senso di disagio nei confronti delle righe che verranno dopo. Ci dispiace dirlo a chiare parole, ma sembra che Marco Vaccari non sia mai partito con un’idea ben chiara. Ed anche se questa fosse stata limpida al principio, il continuo rimestarla non ha fatto altro che confondere le carte, formando il guazzabuglio che é Italian Fiction. Pertanto l’unico consiglio che possiamo dare al giovane scrittore é: pazienza, riflettere, elaborare.