Il mondo deve sapere
Romanzo tragicomico di una telefonista precaria.
Michela Murgia
Data di uscita: 10 Maggio 2006
ISBN: 9788876380440
Il libro
Un romanzo, una commedia, un’inchiesta. Che diverte, fa tremare e incazzare. Il mondo deve sapere è il diario di un mese in un call center. Per trenta interminabili giorni, l’autrice ha venduto aspirapolvere al telefono a migliaia di casalinghe per la Kirby, una multinazionale americana. Intanto annotava tecniche di persuasione e castighi aziendali, descrivendo un modello lavorativo a metà tra berlusconismo e Scientology. Il mondo deve sapere racconta la precarietà, riuscendo miracolosamente a fare ridere. Fino alle lacrime.
L’autore
Michela Murgia è nata a Cabras, Oristano, nel 1972. Dopo gli studi teologici è stata webmaster, manager, operatrice in un call center. Ha pubblicato per Einaudi Viaggio in Sardegna. il suo blog è www.michelamurgia.com
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Luciano Cabbia - Mondovoc
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Michela Murgia - Il Messaggero
Michela Murgia - l’Indipendente
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Roberto Bertinetti - Il Messaggero
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a. - ANSA
p.f.r. - Internazionale
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Pier Luigi Tolardo - Quelli di Zeus - www.zeusnews.it
Renzo Stefanel - Extra! Music Magazine
Monica Ceci - Gioia
Fahrenheit - Radio 3
a. - www.mepradio.it
a. - ALICE News
Suite - www.radiotresuite.rai.it
Pietro Cheli - Diario
Valentina Pigmei - Panorama
Danielinak - Splinder.com
A. - Buonopasto.it
Elisabetta Bagnato - ilreporter.com
maggio 2006
Cronache di una televenditrice a progetto Un diario di Michela Murgia , dall’inferno di un call-center. Appunti e una bussola per uscire dal deserto della precarietà Cronaca: Trenta giorni passati davanti a un video con un cornetta tecnologicamente avanzata che consente di parlare ininterrottamente al telefono senza staccare le mani dalla tastiera. Con alle spalle l’occhio scrutatore di una «capetta» che non fa che insultanti e umiliarti di fronte a tutti gli altri. Non è certo la prima volta che viene pubblicato un «diario» di uno schiavo dei call-center, ma questo di Michela Murgia è scritto con ironia e disincanto, come annuncia l’impegnativo titolo - tt mondo deve sapere (Isbn, pp. 123, euro 10) -, quasi che le sorti del pianeta dipendano, appunto, dalle rivelazioni della protagonista La storia è presto riassunta. Camilla lavora in un call-center di una società che vende un marchingegno multifunzione - dal massaggio all’aspirapolvere - chiamato Kirby. Ogni telefonista riceva una misera paga base a cui si aggiungono tot euro ogni appuntamento strappato, il cui pagamento è però subordinato al fatto che un venditore, chiamato Shark flo squalo) riesca a entrare nella casa del malcapitato. L’impresa è affiliata a una multinazionale yankee con un contratto forse in franchising, il clima dominante è quello della setta: devozione assoluta al prodotto, mentre l’impresa è una comunità che privilegia il merito dei «vincenti», mentre vengono allontanati senza pietà i «perdenti». Ogni telefonista o venditore deve sottostare a continui meeting interni, dove vengono fissati gli obiettivi settimanali e verificata la produttività individuale, mettendo in competizione tutti contro tutti. In questo caso, se l’obbiettivo non è raggiunto si paga pegno (dall’ andare vestiti da donna in un supermercato se sei un maschio al pagare la pizza a tutti). I dipendenti sono tutti dei co.co.pro., che devono superare un rito di iniziazione: vendere i primi Kurby a parenti o strappare i primi appuntamenti alle amiche o agli amici. Il tono del libro è leggero, ma il quadro che emerge ricorda il clima claustrofobico degli sweetshops nel Sud del mondo. Soltanto che siamo in Italia e invece dei vigilantes o dei soldati il comando viene esercitato in un rapporto vis-a-vis e il terrorismo psicologico viene pianificato grazie all’apporto di psicologi anch’essi con un contratto co.co.pro. L’autrice è una giovane cattolica, laureata in teologia, forse una papa-girl, ma questo conta ben poco rispetto al lavoro di denuncia svolto senza nessun vittimismo. C’è, infatti, un passaggio in cui l’autrice scrive a chiare lettere che quando ha firmato il contratto sapeva bene cosa sarebbe andata a fare e quale era il clima che avrebbe trovato nell’impresa. Sapeva inoltre bene che avrebbe turlupinato il prossimo, aiutando a vendere un aggeggio inutile per 3000 euro. Ed è forse per la regola del contrappasso che le telefoniste sono chiamate in questo diario telefucker, cioè persone che ti «fottono» appunto. Ma è altrettanto cosciente che la sua è un’esperienza a tempo, mentre le altre e gli altri devono lavorare come cani per strappare 6-700 euro al mese, n lavoro, infatti, è un girone infernale in cui per resistere devi «fottere» il vicino di video. In questo caso il reddito di cittadinanza sarebbe una misura per garantire un minimo di difesa dall’arbitrio senza scomodare l’etica del lavoro, la piena occupazione o i sacri testi di Karl Marx. Insomma, un piccolo, ma sicuramente utile pamphlet contro la precarietà e gli attuali rapporti sociali di produzione. In primo luogo, la flessibilità e la precarietà sono le regole dominanti. E poco importa se il tempo indeterminato rappresenti la maggioranza della forza-lavoro: la precarietà, in questo caso, serve per governare il mercato del lavoro e creare il clima per modificare i rapporti di forza tra capitale e forza-lavoro. E poi: per chi ancora crede alla favola della piena occupazione, benvenuti nel deserto del «pieno impiego», dove l’intermittenza tra lavoro e non lavoro consente - come d’altronde già capita da decenni negli Stati Uniti - di definire occupato anche chi lavora part-time per due, tre giorni a settimana. E infine: quali sono le caratteristiche principali nell’erogazione della forza-lavoro? Capacità relazionali, attitudine al lavoro di gruppo e messa al lavoro di ciò che un decano della sociologia americana (RobertPutnam) chiama, chissà perché, capitale sociale dei singoli. Senza contare che il punto di forza della multinazionale del Kirby sarà anche il clima da setta, ma quello che conta davvero per esercitare il controllo del ciclo produttivo e della vendita della sua «creatura» è un’attenta politica del marchio, o meglio del logo. Dunque, sì, il mondo deve sapere, ma in primo luogo per conoscere davvero la realtà del precariato devono essere loro, i precari, a raccontarla Come d’altronde fa in questo diario Michela Murgia.
giugno 2006
Quando squilla il telefono di casa di solito si va a rispondere con animo fiducioso. Dopo Il mondo deve sapere (diario tragicomico di una ragazza che per un mese lavora in un call center cercando di piazzare aspirapolveri Kirby) tutto questo cambierà. Perchè saprete che dall’altra parte del filo si può annidare una esperta di telefucking, addestrata a vincere qualsivoglia reistenza pur di vendere un oggetto con il brevetto NASA che costa 2000 euro. Michela Murgia si addentra in un universo di persone che "non vedono altre gratificazioni" , di self-made-shark e di tazebao aziendali che spiegano le strategie del "Kamasutra del marketing". Istruzioni per l’uso: leggere con attenzione e tenere come promemoria vicino al cordless.
26 maggio 2006
Autori precari ma l’arte cerca un posto fisso Anche in letteratura, ormai, il precariato avanza. Appena compilata da Fulvio Panzeri su queste stesse pagine, la mappa degli scrittori che scelgono di raccontare la realtà dei contratti interinali, delle assunzioni a termine, della libera professione coatta - la mappa della letteratura precaria, insomma, è già da aggiornare. Per esempio segnalando «Il mondo deve sapere» di Michela Murgia (Isbn), un pamphlet narrativo che viene maliziosamente presentato come un incrocio tra la svagatezza di Bridget Jones e l’intransigenza di Naomi Klein, con un’aggravante di cui l’editore ha senza dubbio tenuto conto: il call center di cui l’autrice rivela trucchi e magagne è tutt’altro che immaginario, il prodotto è riconoscibilissimo, chiamato addirittura con il suo nome commerciale. Qui non si scherza, le parole scritte sono pronte ad andare allo scontro frontale con quelle pronunciate al telefono. Certo, già un paio d’anni fa Giorgio Falco nel suo spietato «Pausa caffè» (Sironi), componeva un intero capitolo snocciolando i dettagli degli innumerevoli piani tariffari proposti dalle compagnie di telefonia mobile, con il risultato di una disorientante parolibera post-industriale. Ma sono bastati appunto due anni perché l’isolata denuncia di un libro sotto ogni aspetto non conciliato come quello di Falco si trasformasse in coro. La letteratura precaria edita è già molta, quella in attesa di pubblicazione è ancora più numerosa, come testimoniano i numerosi racconti sull’argomento presentati nelle scorse settimane a «Subway», un concorso sempre più emblematico per quanto riguarda la capacità di autorappresentazione giovanile. In un certo senso, è come se davanti alla provvisorietà del lavoro - e della stessa vita privata, quindi -, ci si rivolgesse sempre più spesso, con una fiducia polemica e commovente, alla stabilità della pagina. Perché una volta che le hai raccontate le storie - almeno loro - hanno trovato il loro posto. Fisso.
mercoledì 31 maggio 2006
L’amaro sorriso e la tecnica persuasiva DODICI ore filate di lavoro al giorno, in un ufficio piccolissimo, diviso con altre colleghe dalle quali la separavano soltanto sottili pezzi di compensato. Michela Murgia è riuscita a resistere per un mese nel call center milanese di una multinazionale americana che vende aspirapolvere al telefono, poi ha scelto di andarsene da questo gulag della flessibilità e ha scritto Il mondo deve sapere , un esilarante reportage in forma di romanzo che la casa editrice Isbn sta per mandare in libreria (123 pagine, 10 euro) e di cui anticipiamo un brano. Ci sono almeno due aspetti del racconto che lo rendono prezioso e assai istruttivo per chi vuole mettere a fuoco alcune stridenti contraddizioni della nostra confusa contemporaneità: in primo luogo il clima claustrofobico, all’insegna della continua incertezza e dell’ansia, che si respira nella sede della ditta; e poi la fenomenologia delle centinaia di casalinghe, plasmate dalla televisione al culto del consumo, che accettano senza ribellarsi l’appuntamento proposto per verificare di persona la straordinaria efficienza del costoso elettrodomestico che vanta addirittura un mirabolante (e truffaldino) “brevetto della Nasa”. Si ride leggendo il volumetto di Michela Murgia, in particolare quando l’autrice dà conto in dettaglio di tecniche persuasive di raffinata diabolicità e dei castighi previsti per le telefoniste che non riescono a centrare gli obiettivi prefissati. Ma l’universo aziendale che viene narrato ha decisamente ben poco in comune con quello, provincialotto e a conti fatti abbastanza bonario, reso familiare dai film della serie di Fantozzi. Qui, invece, siamo alle prese con una realtà lavorativa modellata sullo sfruttamento cinico e seriale di chi finisce dentro l’ingranaggio del call center, scopriamo le regole spietate imposte da una impresa che ricava ottimi guadagni dall’ingenuità delle clienti e dalle modeste pretese sul piano della retribuzione di chi viene assunto. Nel tragicomico libro di Michela Murgia il confine tra la flessibilità e lo sfruttamento è davvero una linea quasi invisibile, su cui si muovono esistenze individuali terremotate e rese instabili da un’incertezza perenne.
1 giugno 2006
La scrittrice Michela Murgia,dalla teologia al call center Studentessa di teologia, telefonista, impiegata amministrativa, webmaster. Michela Murgia, 34 anni, sarda di Cabras (Oristano), ha sperimentato di tutto. Quello che non poteva immaginare è che le sue awenture da precaria le fruttassero un’altra professione, la scrittrice. In Il mondo deve sapere (Isbn), racconta i suoi nterminabili 60 giorni come operatrice di un call center a caccia di casalinghe disposte ad acquistare elettrodomestici. Due mesi segnati da episodi deprimenti e anche divertenti, come il marito che al telefono si sfoga con Michela perché la moglie se n’è andata con I’amante. Per soprawivere a questo "incubo lavorativo", la Murgia creò un suo blog. "Era un modo di sdrammatizzare. Scrivevo quello che mi succedeva: narravo le tecniche di persuasione, i castighi aziendali. Insomma, parlavo del mondo del lavoro precario, in modo pungente e divertente". Dal blog al libro il passo è stato breve. "Sono ancora sconvolta, lo confesso". Allergica a qualsiasi sport ("non sopporto sudare"), cattolica di sinistra e grande lettrice, l’ex operatrice di call center passa più di 8 ore al giorno davanti al computer ("non vivo senza Internet"). E’ una fan del gioco "Fantasy", dove lei interpreta un’elfa chiamata Ninque. Da meno di un mese lavora come receptionist in un albergo della Sardegna. Turno di notte. "Così ho più tempo per promuovere il libro". Questa volta il contratto è a tempo indeterminato, ma Michela è ancora in prova. E incrocia le dita.
30 maggio 2006
Arrivano i Monologhi della varechina Libri e riviste su precariato, disoccupazione, salario "al femminile" "Onoro il braccio che muove il telaio, onoro la forza che muove l’acciaio", cantava Giovanni Lindo Ferretti. La parola è ora al "telaio": dopo l’exploit italiani dei giovani narratori del lavoro (da Andrea Bajani a Mario Desiati), ecco che anche le donne cominciano a dire la loro. Oltre all’antologia curata da Maria Jatosti e Rosetta Rerardi, della quale ci parla Adele Cambria in questa pagina, segnaliamo altre pubblicazioni recenti. Da domani è disponibile on line il numero zero de I Monologhi della Varechina (gioco di parole con i celebri Monologhi della vagina di Eve Ensler), una nuova rivista di letteratura e immagini ideata e curata da Silvana Rigobon, che si propone di offrire una stanza tutta per sé a donne che raccontano storie. Vi collaborano scrittrici, giornaliste, blogger, illustratrici, artiste, fotografe, autrici di teatro e di cinema. Il numero è dedicato al Lavoro in bianco e nero, interpretato dalle autrici come cinema d’autore: lavoro sommerso, immigrati clandestini, precariato, lavoro di strada, disoccupazione, sfruttamento, disparità uomo/donna, pubblico e privato, flessibilità. Le narrazioni di questo numero sono di Manuela Ardingo, Alice Avallone, Antonella Cicogna, Antonella Cilento, Babsi Jones, Loredana Lipperini, Laura Pugno, Chiara Reali, Silvana Rigobon, Stefania Scateni, Nadia Zorzin. La rivista, in formato pdf, si potrà scaricare gratuitamente presso vibrisse, il bollettino di scritture e letture curato da Giulio Mozzi www.vibrissebollettino.net). Ancora una rivista. Il Circolo della Rosa e la Libreria delle Donne di Milano hanno realizzato un nuovo Quaderno dedicato al lavoro. Dopo Parole che le donne usano per quello che fanno e vivono nel mondo del lavoro oggi, uscito lo scorso anno, ecco Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia, con interventi di Cristina Borderias, Lia Cigarini, Adriana Nannicini, Christian Marazzi e Sergio Bologna. Libri. Michela Murgia, giovane teologa di formazione, racconta ne Il mondo deve sapere (Isbn, pagine 123, euro 10) un mese di lavoro in un call center: una commedia-inchiesta, che fa ridere ma anche arrabbiare, che descrive un modello lavorativo a metà tra berlusconismo e Scientology. Ne Il momento è atipico (Terre di mezzo, pagine 112, euro 7) la sindacalista Marilisa Monaco, invece, ha raccolto le storie e le testimonianze di cinque lavoratori, atipici e dipendenti, per descrivere non solo le diverse condizioni di lavoro, ma anche la convivenza tra chi gode di diritti acquisiti e chi vive appeso a un contratto dopo l’altro. In appendice una guida ai diversi "contratti".
5 giugno 2006
Quant’è schifa la vita in un call center “Quant’è schifa la vita in un call center”, recita un riquadretto in seconda di copertina di un libro (Il mondo deve sapere, Isbn) che, per l’appunto, racconta sotto forma di diario un mese di vita in un call center da telefonista precaria. L’autrice si chiama Michela Murgia, è di Cabras, Oristano, e dopo gli studi di teologia ha svolto diversi lavori, fino ad approdare alla Kirby, un’azienda che vende un aggeggio multifunzione (di base sarebbe un aspirapolvere) turlupinando con le moderne tecniche di “kamasutra del marketing” le casalinghe ignare. In origine Michela descriveva le sue giornate lavorative in un blog, «uno spazio catartico in cui raccontavo agli amici nel resto d’Italia l’esperienza che stavo vivendo», fino a quando non è stata notata dalla Isbn che le ha proposto di raccogliere in volume quelle pagine, scegliendo di pubblicarle nella forma originale a sottolineare «l’appartenenza di questo scritto a una esperienza di vita, non ad un intento letterario». E l’autrice racconta, con tono leggero, ironico ma che non lesina affondi spietati, il mondo di devozione, fanatismo, di competizione coatta e aggressività indotta, di mobbing, umiliazione, di sottili ricatti e di precarietà di un’azienda che esiste veramente ma che potrebbe essere in fondo una delle tante. Il compito della telefonista (“telefucker”, la chiama lei) è quello di persuadere una casalinga a ricevere a casa sua una pulizia omaggio con l’indispensabile marchingegno, ma solo (certo) per avere la sua opinione in merito. Però a quel punto lo squalo-venditore metterà in gioco tutte le tecniche di cui dispone per convincerla della necessità di acquistarlo, anche se è rumorosissimo, brutto e costa tremila euro. Tanti più appuntamenti la telefonista riesce a procacciare, tanto più guadagna. Se il suo rendimento comincia ad oscillare o ad abbassarsi, intervengono tutte le tecniche di umiliazione, persuasione, minaccia, che la inducono a sentirsi “una merda” e, si spera, a produrre di più. Il libro di Michela si inserisce in un filone fortunato, quello dei libri che affrontano il tema del precariato: «sì però ho scoperto che esisteva un formicaio letterario sull’argomento solo dopo che il mio libro è stato pubblicato. È un nervo scoperto. L’aumento dell’interesse è dovuto al fatto che mentre fino a qualche anno fa i precari non erano molti, oggi è una intera generazione a leggere la propria la vita come precaria, grazie al lavoro cosiddetto flessibile». Il mondo deve sapere, oltre ad essere pubblicato con la fascetta di “bestseller programmatico”, viene presentato dall’editore con la formula “quando Bridget Jones incontra Naomi Klein”… «Beh, riguardo Bridget Jones mi riconosco nel paragone solo riguardo allo sguardo sulla realtà, indeciso tra il disincanto e la speranza che il cinismo non sia l’unica chiave di lettura possibile per interpretarla. Mentre Naomi Klein ha fatto denuncia, e nel mio libro ci sono indubbiamente tratti di denuncia, ma non ci sono soluzioni». Del resto, spiega Michela, «il libro non ha un intento politico dichiarato, ma è una storia reale, la mia esperienza di questo sistema. Che poi sia un sistema che si critica da sé, è un altro conto. Nessuno può vivere e scrivere di una realtà simile e non darne una immagine fortemente critica. Il libro evidenzia bene l’immoralità del Kamasutra del Marketing».
giugno 2006
Il libro della settimana ‘Romanzo tragicomico di una telefonista precaria’, recita il sottotitolo e l’editore lo pubblicizza come l’incontro tra Bridget Jones e Naomi Klein. Ma e’ di tutta evidenza che la fantasia dell’autrice ha partorito solo gli ameni pseudonimi per il ‘grande capo’ (Bill Gheitz), la ‘capetta’ (Hermann) e le colleghe (Peggy Sue, Laverne…) di un call center di una realissima multinazionale, la Kirby, dove ha lavorato per un mese. Dai demenziali slogan motivazionali appiccicati ovunque, alle settimanali sedute di verifica degli obiettivi, con surreali premi e punizioni per telefoniste e venditori, questa opera prima di Michela Murgia - 35enne sarda, studi di teologia prima di varie attivita’ precarie - e’ un diario-inchiesta da una realta’ demenziale. Quella dove viviamo tutti i giorni. Anche per chi non avesse mai ricevuto una di queste telefonate ‘informative’, o la visita-omaggio di igienizzazione di un tappeto/divano/materasso con il nuovissimo Kirby, e’ sufficiente aprire il sito di Mr.Kirby per rendersi conto che il senso del ridicolo deve essere in via d’estinzione peggio dei panda. ”Lavoro in proprio”, ”orario flessibile”, ”addestramento gratuito”, ”divertimento”, ”viaggi, macchine, contante”, ”un’esperienza unica ed indimenticabile”, assicura non la perfida infiltrata nel paradiso Kirby, ma il sito stesso di Mr.Kirby alla voce ‘opportunita’ Kirby’. Effettivamente almeno l’addestramento che permette ”di acquisire delle competenze che Le si riveleranno preziose per il resto della Sua vita” e’ una promessa che viene mantenuta. Sono infiniti i trucchetti verbali con i quali una telefonista puo’ rendere difficile al suo interlocutore chiudere la conversazione, dire ‘no’ alla visita-omaggio nella quale il venditore portera’ poi l’affondo. Ma per chi vuole imparare a ”fottere il mondo” -per dirla con la Murgia-, forse e’ meglio comprarsi il libro piuttosto che farsi assumere da un call center.
1 giugno 2006
Camilla lavora per un mese in un call center. Deve convincere le casalinghe a provare un super aspirapolvere. E ci riesce molto bene. Ma il suo impegno principale è un altro: osservare un meccanismo aziendale perverso, che si basa sull’inganno sistematico. Telefonisti e venditori mentono ai clienti, i capi dell’azienda mentono a telefonisti e venditori, e i clienti mentono a loro stessi per giustificare le proprie debolezze. L’unica desolante verità,che può confermare chiunque abbia lavorato per un call center, è che questomondo di pubblicità bugiarda, consumismo delirante, precariato, sfruttamento e malsano individualismo è tristemente vero. Il merito dell’autrice è di averlo raccontato in modo divertente. Peccato solo per il finale frettoloso e per un po’ di trascuratezza editoriale.
Il mondo deve sapere Romanzo tragicomico di una telefonista precaria Uno digita il nome su Google e non ci crede. La ditta di cui si parla nel libro, una multinazionale americana che vende l’omonimo aspirapolvere brevettato dalla Nasa, esiste veramente. Non è un nome fittizio, l’azienda esiste davvero. Così come, on line, esistono dei forum di ex venditori che confrontano la propria esperienza professionale all’interno di questa organizzazione. Meno incredibile, purtroppo, è la storia di sopraffazione raccontata da Michela Murgia, per 30 giorni operatrice del call center che vende i suddetti elettrodomestici. Un diario tra il tragico e l’esilarante, dove le tecniche di persuasione si rivelano presto per quello che sono davvero (telefucking) e le spinte motivazionali non sono altro che una subdola attuazione del principio del bastone e della carota. Con una netta prevalenza del primo sulla seconda. Il mondo deve sapere è una raccolta di chicche sulle demenzialità manageriali, un ritratto fresco e pungente su un certo tipo di precarietà, ma ancor più un gustoso racconto di un modello di business che basa il proprio successo (?) sulla coercizione e la pubblica umiliazione delle telefoniste e dei venditori. Una denuncia in forma di diario ironico e dissacratorio, che si sofferma con analisi puntuale e crudele sui meccanismi perversi che in alcuni dipartimenti aziendali premiano i "vincenti" e ridicolizzano i "perdenti" allontanandoli senza pietà alcuna in nome del Dio fatturato.
Il romanzo tragicomico di una telefonista precaria. Un romanzo spassosissimo (e amaro) dedicato alla vita quotidiana di una venditrice telefonica, precaria e a cottimo. Michela Murgia, laureata in teologia, è una delle milioni di lavoratrici intellettuali italiane, costrette a svolgere un lavoro precario e non qualificato per potere tirare avanti: tanto per cambiare, l’operatrice di call center. Nell’incipit del suo libro "Il mondo deve sapere", appena uscito per i tipi dell’editrice Isbn, definisce il lavoro al call center "uno di quei lavori disperati che ti vergogni a dire agli amici" e perciò dici loro che ti occupi di promozione pubblicitaria. Michela ha fatto un romanzo tragicomico, esilarante, caustico e feroce della sua esperienza quotidiana, fino a farci ridere fino alle lacrime e poi a farci pensare. Il mondo del marketing telefonico ha come vittime i clienti e le telefoniste, considerate alle pari in un gioco al massacro: un gioco crudele che ha le sue regole, i suoi riti, la sua "filosofia" di marca americana, fatta di slogan triti e ritriti sull’autostima, sul credere negli obbiettivi, sul vincere chissà che cosa - se non un misero compenso orario, qualche stupido viaggio-vacanza in premio e la possibilità di non perdere nemmeno questo straccio di lavoro, facendosi confermare per un altro periodo a termine. Bellissima è la descrizione della capo delle telefoniste, la supervisor, che in tutti i call center viene soprannominata "Kapò" e che la Murgia infatti soprannomina "Hermann": "Hermann è scatenata. Si sente donna-manager, lo vedo da come si muove. Ha la terza media, ci scommetto. Questo mondo le ha dato l’opportunità di sentirsi qualcosa. Qualcuno è già un passo successivo, non chiediamo troppo. L’Hermann-Qualcosa ha una sorpresa per noi. Gli obiettivi sono allucinanti, duecento appuntamenti al mese per tutte, tranne che per me che sono una new entry. Se per due giorni non fai la media che ti permette di arrivare alla fine del mese a quell’obbiettivo, farai due turni di quattro ore il terzo giorno. Per Michela e le sue colleghe di sventura, il lavoro consiste nel trovare degli appuntamenti telefonici per i venditori di "Kirby", una scopa elettronica, concorrente del Folletto; per questo devono far credere alle casalinghe che rispondono che si tratta di una visita in cui un incaricato gli pulirà gratis la casa e poi loro dovranno dare un giudizio, ma non c’è assolutamente da comprare nulla. Michela distingue così gli appuntamenti che riesce a prendere: "L’appuntanamento: l’appuntamento preso con un uomo single o con un marito dominante, con tattiche di struscio telefonico. L’apperculamento: l’appuntamento preso convincendo la signora che ha vermente vinto una pulizia gratuita. L’appietosamento: l’appuntamento preso utilizzando come motivazione di forza l’argomento del lavoro giovanile. L’appersfinimento: l’appuntamento preso dopo un paio di richiami nei quali la signora ti ha sempre mandato a un poi. L’apperònoncompro: l’appuntamento dove solitamente verrà conclusa una vendita del Kirby, perché la signora ha capito esattamente a cosa sta dicendo di sì ospitandoci in casa. Significa che è interessata, ma deve mettere le mani avanti a causa di pressioni di altro tipo (leggi: marito). Ci sono altri motivi per cui una persona ti dà un appuntamento, per esempio se hai trovato la persona che soffre di allergia da acari e cercava proprio uno strumento mirato per quel tipo di igienizzazione. Ma diciamocelo, sono un caso su mille chiamate. Il resto è fuffa, gente a cui il Kirby non serve più del Folletto, ma questo non sarà un motivo che impedirà loro di acquistarlo comunque". Fantastico è anche il passaggio relativo al viaggio-premio destinato alle telefoniste che prenderanno più appuntamenti: "Vinco un viaggio in un posto dove non sarei mai voluta andare. Non posso avere il corrispettivo in denaro se decido di declinare. Vado quando me lo dicono loro, mangio quello che hanno deciso loro, dormo dive dicono loro e vado persino a feste decise da loro. Tutto questo in compagnia nientepopodimeno che della mia capotelefonista, l’amabile Hermann." Sempre Harmann che si occupa dell’aspetto motivazionale delle ragazze del call center: "Ieri mattina Hermann mi ha mandato un Sms alle 8 del mattino: Non sei un lavoratore qualunque, perché non fai un lavoro qualunque. Non sei una persona comune, perché sei una persona di successo. Il tuo successo è già dentro di te! Io ti aiuterò a tirarlo fuori. Buona giornata, Hermann". Finalmente anche in Italia c’è una letteratura che parla del lavoro della gente comune: era ora.
19 giugno 2006
Ultimamente mi stupisco delle presentazioni stampa delle case editrici e discografiche. Sarà un caso, ma tutte quelle lette di recente non fanfaronano o millantano il prodotto artistico che presentano, ma lo descrivono abbastanza esattamente. Così, questo “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia, presentato come l’anello mancante tra Bridget Jones e Naomi Klein è davvero un divertente romanzo su una realtà che non è affatto divertente: il mondo dei call center. Libro-verità, per lo più, scritto immergendosi nell’oggetto della narrazione come facevano i grandi scrittori (e attori ) americani: e infatti Murgia si è fatta assumere per un mese come telefonista acchiappa-appuntamenti (o turlupina-casalinghe, direbbe lei) da una grossa ditta di aspirapolvere. La Kirby. Che – visto che i personaggi hanno tutti dei nom de plume come Hermann e Bill Gheiz – uno pensa sia un nome inventato. Non è così. Esiste, è vera, dannatamente reale e complotta ai danni delle nostre vite, scroccando appuntamenti telefonici al solo scopo di “dimostrazione gratuita” del suo prodotto. Non ci credete? Fate un giro su www.kirby.com e scoprirete un’azienda proprio come la descrive Michela Murgia: una terrificante via di mezzo tra Berlusconi e Scientology. Poi andate su www.ciao.it/Kirby_Aspirapolvere__9113 e leggete del rapporto qualità prezzo del prodotto, secondo alcune persone che l’han comprato. Per come stanno le cose dentro l’azienda (ma al posto della Kirby potrebbero starcene moltissime altre), dovete invece assolutamente acquistare questo libretto, che ha il raro pregio di raccontare con lievità, intelligenza e una certa dose di spirito una realtà allucinante, familiare comunque a chiunque abbia/abbia avuto la disgrazia di essere un Co.co.pro. Scritto in tempo reale, giorno per giorno, dal 13 gennaio al 13 febbraio, e uscito originariamente su un blog, il libro di Murgia è un’immersione irridente in un mondo fatto di squallore dei rapporti umani, dominazione psicologica, mobbizzazione latente, primato del kitsch più squallido, vite vuote, riduzione della persona umana all’oggetto della vendita: in una parola, alienazione. In due parole, reificazione. L’abilità di Murgia sta nel riuscire insieme a rendere evidente l’orrore che come una ragnatela circonda le nostre vite, pronto a ghermirci, e a descriverlo con un tocco lieve e spiritoso, che produce un libro di lettura agevolissima, lontano da malinconie e pessimismi catastrofici, come tipico invece di una certa sinistra piagnona tutta italiana. Non solo si impara tantissimo sul reticolo sommerso di cui è fatta la nostra economia, ridendo, ma l’impagabile Michela Murgia svela tutti i trucchi dell’abbordaggio commerciale telefonico, insegnando come resistergli. Ad esempio: “Perché la gente non realizza che davanti a cose del genere può anche dire semplicemente “vaffanculo”? È la buona educazione la migliore arma della Kirby”. Per poi spiegare nei capitoli “Resistere” e “La tecnica ebraica” come dire di no senza essere scortesi. Peccato solo per qualche sgrammaticatura (ma solo un paio in tutto il libro). Ma a tratti, Murgia ha il pregio di sembrare “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani riscritto da Pippi Calzelunghe. In tutti i casi, un’ottima lettura da ombrellone che ha il pregio di divertire pur essendo impegnata. Per tutti.
12 giugno 2006
Trappole al telefono. Convincere, convincere, convincere a comprare: è il solo modo per sopravvivere in un call center. Come racconta il diario tragicomico di una venditrice provvisoria di aspirapolvere L’OGGETTO Soprattutto non chiamatelo aspirapolvere. Il Kirby è un "macchinario americano multifunzione che sostituisce dieci elettrodomestici". Pulisce a secco, aspira, igienizza, stana acari dove meno ve lo sareste aspettato, spruzza, stura e all’occorrenza massaggia. Ha la silhouette di una lucidatrice anni ‘80 ed è pressofuso in un unico blocco di lucente acciaio cromato. Un mostro. IL LAVORO Il lavoro è venderlo, previo appuntamento estorto all’ignara casalinga da diaboliche telefoniste che la convinceranno dell’utilità, o meglio dell’improrogabile necessità, di una "dimostrazione" a domicilio. Poi sarà incarico del consulente farle capire che tremila e passa euro per un Kirby sono un’occasione da non perdere. Noi ci occupiamo della telefonista, Camilla detta Camy della Kirby di Paperopolis, e del suo rapido apprendistato nell’arte del "telefucking" , o stupro telefonico, dalla quale dipende la sua sopravvivenza materiale. Per quattro ore al giorno di lavoro, infatti, il fisso è di 230 euro lordi mensili. Ogni appuntamento vale cinque euro lordi (non sono retribuiti alla telefonista quelli in cui la casalinga dice di sì ma poi non apre la porta al venditore). Chi non raggiunge gli obiettivi è fuori, ovviamente senza tutele. Camilla però è bravissima: nell’ipercompetitiva Kirby di Paperopolis diventa presto la donna da battere. IL LIBRO Il mondo deve sapere, opera prima di Michela Murgia, sarda di Cabras, 34 anni, ex insegnante di religione, ex responsabile amministrativa di una centrale elettrica, oggi receptionist notturna in un albergo, è nato dal blog al quale l’autrice, che ha lavorato come telefonista per due mesi alla Kirby, ha raccontato agli amici lontani la sua vita di "telefucker". Il blog è stato online 27 giorni: al tredicesimo, probabilmente segnalato da altri blog, è passato improvvisamente da 80 a 700 contatti. Scovata da una giornalista di Mtv che cercava testimonianze sul lavoro precario; Michela è stata sommersa di telefonate di sindacalisti e associazioni varie. Terrorizzata ha ritirato il blog ma, a quel punto, c’era già un editore. LA DOMANDA DI FONDO Perché la gente non dice "va’ al diavolo"? Perché siamo tutti così manipolabili, così educati, così dannatamente incapaci di difenderci da chi vuole venderci quel che non ci serve? In fondo, a Camilla, è andata anche cosi: «Pronto, sono Camilla, posso parlare con la signora … ? "Quella puttana se ne è andata ieri con un altro. Le darei il numero di cellulare solo per il gusto di romperle le palle, ma tanto la stronza non risponde. Se la rintraccia, me lo faccia sapere"». IL GIORNO DOPO La Kirby esiste davvero e lavora proprio così. Dopo la pubblicazione del libro, l’azienda ha telefonato a Michela Murgia chiedendole spiegazioni. Lei non ha battuto ciglio. «Non credo che abbiano convenienza a farsi ulteriore pubblicita, o tanto meno a denunciarmi», dice. «Sanno benissimo che sulla loro azienda possono uscire cose perfino peggiori di quelle che ho scritto nel libro. Penso che il silenzio gli convenga».
Il precariato sta al postfordismo come il proletariato stava al fordismo. I precari sono il gruppo sociale prodotto dalla trasformazione neoliberista dell’economia: sono i milioni di donne e di uomini che in Italia e in Europa lavorano a futuro indeterminato e a salario incerto. Il mondo deve sapere si inserisce in quel filone di libri che vogliono raccontare questa massa anonima e senza voce. Un diario-inchiesta, dunque, sul mondo degli operatori call certer, ed in particolare dei venditori di una ditta che esiste realmente, sulle demenzialità manageriali e sui quotidianio soprusi di questi sventurati lavoratori. Insomma, come recita il sottotitolo, questo libro di Michela Murgia è il Romanzo tragicomico di una telefonista precaria. Clicca qui per ascoltare l’intervista a Michela Murgia
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Pagine d’attualità/precariato, come sopravvivere al call center Motivazione e strategie di marketing: parole apparentemente innocue, che però nascondono talvolta violenze psicologiche, sfruttamento, bugie e una massiccia dose di situazioni grottesche. E’ questo l’universo lavorativo di cui ci racconta Michela Murgia, scrittrice sarda 34enne, che ha lavorato come telefonista per una multinazionale americana produttrice di un super-aspirapolvere. "Il mondo deve sapere" (Isbn edizioni) è un romanzo d’esordio totalmente calato nella realtà dei nostri giorni, che dà voce a lavoratori, ma soprattutto a lavoratrici, che normalmente stanno nell’ombra: le operatrici di call center che offrono "buoni omaggio" alle casalinghe, sperando poi che i venditori ("gli squali") riescano ad appioppare alle sventurate signore un elettrodomestico con 64 accessori. Il tutto per la modica cifra di 3mila euro! Con implacabile ironia, Murgia mette in scena la tragicommedia quotidiana del precariato e, tra una risata (amara) e l’altra, solleva il velo sui molti lati inquietanti dell’universo di un certo tipo di lavoro in Italia. Un mondo nel quale si vive di slogan altisonanti ("Lavoro di squadra: il modo in cui gente comune raggiunge risultati non comuni") e di sms deliranti inviati alle 8 di mattina dall’aggressiva teamleader alle lavoratrici ("Non sei un lavoratore qualunque, perché non fai un lavoro qualunque. Non sei una persona comune, perché sei una persona di successo. Il tuo successo è già dentro di te! Io ti aiuterò a tirarlo fuori. Buona giornata"). Il tutto, come si vede, ruota intorno alla parola "successo", che nella pratica si traduce in un certo numero di appuntamenti fissati al telefono. Per chi non riesce a raggiungere l’obiettivo, oppure decide che questo lavoro non corrisponde alle proprie aspettative, la parola è, ancora una volta, inequivocabile: "perdenti". Come dire, l’apoteosi del manicheismo. Tra riunioni settimanali di motivazione e straordinarie tecniche di dissimulazione telefonica, il libro di Michela Murgia denuncia anche lo sfruttamento: "Le telefoniste che nel loro turno di quattro ore non prendono il numero prefissato di appuntamenti per due giorni consecutivi, il terzo giorno sono tenute a fare due turni di quattro ore per rientrare in pari". L’azienda, però, offre una lettura diversa di questa procedura: ‘Non è una punizione. E’ la possibilità che vi offriamo per raggiungere il vostro obiettivo, è un’opportunità". Il libro di Michela Murgia non restituisce un’immagine molto lusinghiera delle aziende (in questo caso si tratta dell’americana Kirby) e mette alla berlina tutte le situazioni vagamente surreali in cui ci si imbatte entrando nel mondo del lavoro, operazione che già Massimo Lolli aveva portato con successo sulla pagina con il suo romanzo "Volevo solo dormirle addosso". L’ironia di Murgia è sempre attivissima e, alla fine, ci troviamo addirittura di fronte a un vero e proprio elogio della precarietà: "Penso che il precariato in questa situazione è la sola cosa che mi dia speranza. L’idea di fare la telefonista alla Kirby in maniera stabile è una prospettiva da reparto psichiatrico. L’unico pensiero positivo di questa situazione è che - appunto - è instabile, transitoria. Mi daranno il premio Nobel per il precariato. Per poi levarmelo dopo due mesi". Se i manager sono abili a giocare con le parole, anche le telefoniste non sono certo da meno.
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Luglio 2006
Benvenuti in un call center. Anche se non è uno dei posti migliori dove trovarsi. Michela Murgia lo racconta per un mese in questo libro che si presenta come un diario e si muove a metà tra il romanzo e l’inchiesta. Un libro importante. A coinvolgere il lettore prima ancora della storia è la scrittura: la trentaquattrenne autrice, cresciuta tra computer e reti, ha esperienza come operatrice di call center e si presenta con autorevolezza, o, per farla breve, sa scrivere. Racconta di quanto possa essere squallido il lavoro di chi deve vendere, in questo caso un aspirapolvere che fa miracoli, "trappole per casalinghe a diverse ore del giorno, sempre grazie al decantato buono omaggio". E soprattutto riesce ad addentrarsi nello squallore dell’avidità contagiosa di chi manovra "queste povere cenerentole (le telefoniste, ndr) che a stento sbarcano il lunario". Benvenuti nella caccia al successo (attenzione, non solo i soldi) per il quale tutto (o quasi) è lecito: "le scienze umane della psicologia sociale in mano a questa gente diventano armi di distruzione di massa", nota l’autrice, tratteggiando spinte motivazionali (è tollerabile una parola così) con il miraggio di viaggi premio con lustrini e cotillons in un mondo dove ci si perderebbe, se non venissero in soccorso l’ironia, il garbo e la ferocia con cui il day by day si sviluppa. Bravissima, infine, quando tratteggia l’evoluzione della famiglia italiana che viene fuori dagli incontri telefonici, le coppie in crisi, i single di ritorno… Brava Murgia, al prossimo libro.
25 agosto 2006
Con le pinne, il fucile e i precari Disoccupati, ex co.co.co., non garantiti. Gli scrittori che raccontano il nuovo mondo giovanile hanno abolito la parola «vacanze». Perché vogliono soprattutto fuggire. Da tre incubi L’importante è dire che non sono un movimento o un gruppo. E soprattutto non parlare di vacanze. Del resto non è questa la generazione atipica? Fa più di un lavoro alla volta (compreso quello di scrivere romanzi), utilizza i tempi morti, si concede qualche pausa, coltiva il proprio disagio con ironia. E le partenze estive ad agosto? E il mordi e fuggi a casa di amici, il weekend scroccato, il passaggio in auto, il tempo libero acchiappato per caso? Quando si può, con l’ultimo last second. E il last minute? Concetto obsoleto, come il posto fisso. Gli scrittori precari vanno dove li porta il low-cost. «Guardano le tariffe e poi la meta: prima il costo e poi il resto» dice Andrea Bajani, classe 1975, romanziere, autore di Mi spezzo ma non m’impiego (Einaudi), vademecum d’autore per quei «turisti instancabili» sempre pronti a partire per una nuova eccitante vacanza nel mondo della disoccupazione. Il libro, piccolo successo della stagione, fa parte di una curiosa serie di opere precarie che raccontano un’instabilità lavorativa ormai divenuta condizione esistenziale. Gente pronta a tutto: ex co.co.co., co.pro., partite iva, lavoratori interinali o semplici disoccupati, gente che non si arrende, scrive romanzi, racconti e si incazza, la generazione senza sindacati né eroi. Nomade, a volte poco indulgente con le circostanze della vita e con se stessa, ma attaccatissima agli strumenti di lavoro. «Ho dormito per mesi sui divani degli amici» racconta Marco Mancassola, autore di «Last Love Parade» (appena ripubblicato in tascabile da Mondadori, film in preproduzione), «ma senza rinunciare al mio Mac portatile. E poi, diciamolo: internet, cellulare, weekend ovunque e purché a bassissimo costo sono indispensabili come l’aria che respiriamo». Per chi può. Secondo Mario Desiati, 29 anni, autore del fortunato Vita precaria e amore eterno pubblicato da Mondadori (finalista al Premio Viareggio e più volte ristampato), i precari «non vanno in vacanza, rimangono a casa a lavorare, a far andare avanti l’Italia d’estate. Poi li licenziano e a settembre nessuno se li ricorda più». Sono loro, gli atipici, che dall’alto dei call center in stile feudal pop propongono pacchetti turistici e destinazioni esotiche a prezzi imperdibili. «Anch’io rimango a Roma a lavorare, ma a me non mi licenzia nessuno: sono saldamente a progetto» dice ironicamente Desiati. Già, l’ironia. Come farebbero i precari a pensare se stessi senza ironia? Lo sa bene l’esordiente sarda Michela Murgia con Il mondo deve sapere (edizioni Isbn), romanzo tragicomico di una telefonista precaria e diario di un mese di vita in un call center, un po’ romanzo e un po’ inchiesta: «Il precario» osserva «è sempre alla ricerca della vacanza: quella che lo separa dalla disoccupazione». Sarà anche vero, comunque, in libreria, il 2006 è stato il loro anno. Da Federico Platania con i racconti «Buon lavoro», «Dodici storie a tempo indeterminato» (Fernandel), al viaggio attraverso l’Italia compiuto dallo scrittore marchigiano Angelo Ferracuti con Le risorse umane (Feltrinelli), dal libro-conversazione immaginario tra precari e «tempi indeterminati», Il momento è atipico (Terre di mezzo) a San Precario, lavora per noi (Rizzoli) di Aris Accornero, fino a Generazione mille euro. Storie di gioventù precaria (Rizzoli) di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, romanzo che è già stato pubblicato in rete sul sito omonimo www.generazione1000.com), storia di un gruppo di giovani precari che sbarcano il lunario come possono. Un fenomeno sociale e generazionale, che si fa letteratura. E che le pagine dei romanzi spiegano molto meglio dei risultati delle solite indagini ricche di numeri. Del resto quello dei non garantiti non è un fenomeno solo di oggi. Basti pensare agli esperimenti di Giorgio Falco in Pausa caffè (Sironi, 2004), a Francesco Dezio con Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli, 2004), a Ferita di guerra (Gaffi editore, 2005) di Giulia Fazzi. Ma è con Cordiali saluti (Einaudi, 2005) di Andrea Bajani, storia amara e comica di un impiegato che passa le giornate a scrivere lettere di licenziamento, che la precarietà fa il suo vero ingresso in letteratura. Bajani, reduce dal successo del suo «Mi spezzo ma non m’impiego», è oggi in Romania nel pieno di una vacanza-sopralluogo per il nuovo romanzo: «Non mi piace l’aggettivo precario: perché è ormai diventato uno stereotipo, perché tende a trasformare il soggetto al quale è affibbiato in una sottospecie di lavoratore di serie b, perché il precario vero è il mercato, frantumato come la società che lo esprime». Possibilità? Speranze per il futuro? «Poche» sostiene Aldo Nove, altro scrittore prestato all’inchiesta con Mi chiamo Roberta, ho quarant’anni, guadagno 250 euro al mese… (Einaudi Stile Libero). Nel libro, una raccolta di interviste a persone «normali», spesso laureate, che non trovano un impiego stabile, emerge una sola via d’uscita: «Studiare la storia. Studiare la possibilità di un altro mondo, adesso». Più che offrire soluzioni l’importante è fotografare la realtà. «C’è in giro un tale trionfalismo nella retorica della flessibilità» dice Bajani «che immagino le mie 140 pagine come antidoto. L’unica possibilità da cui partire è la realtà di questo mercato a pezzi. Rifugiarsi nell’illusione di un orizzonte di lavoro stabile può essere controproducente». Insomma, anche nelle settimane sotto l’ombrellone il precario dà segni di inquietudine. Dice Mario Desiati, autore di Vita precaria e amore eterno (Mondadori): «Oggi interessano soprattutto i soldi. Molti giovani vivono aiutati dalla famiglia e sono alla ricerca di un benessere a cui sono abituati e che è diventato necessario. Martin, il protagonista del mio libro, a un certo punto dice: "Per un giorno in più di benessere potremmo uccidere". Martin è un ragazzo di quasi trent’anni, precario in tutto tranne che nell’amore: per la sua ragazza farebbe qualsiasi cosa, lei è il senso ultimo della sua vita. Lavora in call center dove l’arroganza e il mobbing sono all’ordine del giorno. È apparentemente cinico, ma il suo è un qualunquismo indotto da una società sempre più scollata». Interessante il lato sentimentale del precario. «La precarietà radicalizza i sentimenti, non ci sono più vie di mezzo. E poi il desiderio è la droga dei poveri» conclude Desiati. «C’è solo un momento in cui il consumismo ossessivo della nostra generazione si placa: quando si è innamorati…». Innamorati e in fuga, almeno in estate. In fuga dagli annunci dei giornali, dai call center e dalle agenzie interinali. Bajani le paragona alle agenzie di viaggio: sulle vetrine vengono appesi rettangoli colorati pieni di proposte di lavoro, assurde «destinazioni» per i precari di nuovo in pista nel dopovacanze.

