Ferro e fuoco
romanzo
Omar Di Monopoli
Data di uscita: 3 Luglio 2008
ISBN: 9788876381034
Il libro
Nel cuore di un’estate infernale, scandita da devastanti incendi dolosi, la quotidiana prigionia degli immigrati di un campo di raccolta dei pomodori è scossa da un mistero: chi ha massacrato Mariehla, la bellissima ragazza rumena scelta come amante dal boss della zona, il Pellicano? È stato Kazim, il turco, come tutti credono? Dopo Uomini e cani torna, ancora più violento e serrato, il western pugliese di Omar Di Monopoli. Il racconto di una terra satura e polarizzata, un paesaggio di miseria e di prevaricazione in cui gli uomini si dividono tra chi comanda e chi obbedisce. Ferro e fuoco è il romanzo della fuga e della caccia, della vendetta e del tradimento. Attraverso il suo stile inconfondibile, ricercato e asciutto al tempo stesso, Omar Di Monopoli racconta il disastro morale di un’Italia impaurita, feroce e razzista. La schiavitù esiste, a nostro vantaggio, tra il consenso di molti e l’indifferenza di tutti.
L’autore
Omar Di Monopoli (1971) vive e lavora in Puglia, a Manduria. Ha firmato la sceneggiatura di La caccia prodotto da Edoardo Winspeare. Vincitore del Premio Opera Prima Edoardo Kihlgren 2008.
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Ferro e fuoco. “Occhi ossidrici” sulla realtà Ancora uomini, cani e sangue per il secondo romanzo di Omar di Monopoli E’ questo il vostro problema, chiosò infine l’uomo. Non ci provate nemmeno, voi, a vedere il mondo con gli occhi di chi arriva da paesi come il mio. Hai sentito quel benzinaio? Per voi tutti gli stranieri sono cattivi. E noi islamici siamo i più cattivi di tutti: Iran, Turchia e Marocco, nessuna differenza per voi. Siamo barbari che lasciano a casa il cammello per venire quaggiù a fottervi. Tu sei un’insegnante. Cosa insegni ai tuoi ragazzi, se neanche tu riesci a capire? Per esempio a non giudicare in fretta, fece lei. Ci sono tanti figli di extracomunitari nella mia scuola. Ragazzi che ci insegnano ad essere tolleranti… Tolleranti? Solo una bella parola, la vostra tolleranza! Abbiamo sempre un mitra in mano, nei vostri telegiornali, ma il dolore che ho conosciuto io lavorando per voi italiani, tra la mia gente non sapevo cos’era! No, bella signora, la mia terra non è peggiore di questa! Anzi, se proprio vuoi saperlo, la mia terra è un paradiso, in confronto a questa… Tornano gli uomini e i cani di Omar Di Monopoli. Abbandonata il Salento per trasferirsi nell’entroterra del Gargano, protagonisti sono il ferro dei proiettili e il fuoco, appiccato dalla disperazione nevrotica, fra le brulle penisole verdi che costeggiano i centri abitati. Lacera il fuoco della pazzia, scoppietta l’ardere della paura, si sente ancora la puzza del terrore, dell’odio, della sete di potere, dell’atrocità che ci sembra un western, che ci sembra un film scorto timidamente dal velluto di pessima qualità che ricopre i nostri divani, nei quali si affonda, perduti, nell’estremo tentativo di non capire, non vedere, non trasformare. Orecchie coperte dalle mani. Insomma è tutto lontano, distante. Sembra una saga di Leone quella del giovane autore, giunta ormai al secondo capitolo. L’arricchimento di un’architettura ad arte e magistrale ritmo della trama, portano la firma di uno stile inconfondibile, il suo marchio. Il susseguirsi dei capitoli brevi è ben ritmato e d’effetto. Chiaro e diretto. Un telaio ben organizzato. Le descrizioni sono vivide e roventi a mimare il solito schiaffo, già ampiamente attribuito con la pubblicazione di Uomini e cani; lunghe perifrasi dialettali, conferiscono un’impronta barocca, a tratti ridondante del contenuto, rendendo l’andamento del romanzo molto vicino al mix fra una telenovela meridionale e un serial western americano. Mentre è reale, tutto reale. Forse troppo. Mariehla sta morendo, la in fondo, in una baracca gettata nell’accampamento dove genti di tutti i colori raccolgono pomodori. Mariehla è tremendamente bella, non va sulle strade ma direttamente nel letto del Pellicano. Il Capo. Al capezzale della sventurata, le lacrime di Andrej, fratello di dolore, che dopo la fuga del turco Kazim, incolpato per l’aggressione della giovane, prende il posto dell’ex collega nella scalata professionale del campo. Attorno a Mariehla, procede la storia, evidenziando ancora l’immagine femminile come motore, in realtà pretestuoso, della dinamica del romanzo. Da li s’intrecciano le vicende della fuga del giovane turco, del pellicano e i suoi mastini, umani e bestiali. Di Andrej e degli amici guadagnati fra le fiamme dei falò e le pasticche per lavorare senza cibo. Di Andrej e della sua rabbia. Degli sguardi bassi dei polacchi, di quelli fieri e dignitosi. Il vero protagonista è però il pesante alito della paura, il fiatare di una corsa in mezzo ai boschi, braccati, verso la libertà. Impossibile. Della prevaricazione e ribellione per l’acquisizione del potere, anch’esso impossibile. Insomma, una realtà sotto vuoto, topi da laboratorio che corrono su e giù all’interno di stretti tubi, con l’illusione di arrivare, raggiungere la libertà o il premio. Impossibile. Sottofondo è la ben nota melodia della corruzione e disfacimento etico di quella società che si guarda dai divani in broccato, ma in realtà è vicina. Così vicina da essere addirittura quella di tutti noi. Ferro e fuoco è un ottimo romanzo, anche se, come spesso accade, meno riuscito del primo. In bilico, forse troppo, fra fiction e mondo reale, l’autore si conferma capace di avvicinare a contenuti di cui bisogna parlare, sui quali è doveroso riflettere. Ancora un velo da togliere. Titolo: Ferro e fuoco Autore: Omar Di Monopoli Editore: Isbn Anno: Giugno 2008 Pagine: 192 Prezzo: 14,00 euro fonte immagine: www.isbnedizioni.it
Credo nelle voci potenti che escono dalle pagine dei libri migliori. Credo alla forza delle parole sparate come proiettili e alla vecchia ma sempre attuale formula faulkneriana che permette di riconoscere un buon romanziere: “Novantanove per cento talento. Novantanove per cento disciplina. Novantanove per cento lavoro.” Ferro e Fuoco, secondo romanzo di Omar Di Monopoli dopo l’altrettanto eccellente Uomini e Cani (2007) certifica l’esistenza di una voce autentica, ricca di grandi intuizioni ed immagini; il richiamo di uno scrittore che sa cantare ambientazioni, tensioni e destini tragici di un mondo sporco e spacciato. Di certo, l’autore di Manduria con un passato di fumettista underground ha letto William Faulkner e Cormac McCarthy e molto deve aver apprezzato questi due giganti americani, assorbendone l’acutezza dello studio dei caratteri, la coerenza strutturale, la particolarità di uno sguardo attento all’orrore quotidiano. Altri sono i debiti più o meno dichiarati: Jim Thompson, il cinema di Sergio Leone e quello di Sam Peckinpah, più il Nick Cave delle Murder Ballads. Proprio come in una tetra ballata d’omicidio, qui si parte dalla fuga verso nord di Kazim, il turco accusato di aver massacrato di botte Mariehla, ragazza rumena amante dello spietato boss che tutti chiamano il Pellicano. Kazim è un disperato come Andrej, come i nigeriani e i polacchi rosi dalla fame, dal caldo e dagli stenti della vita nei campi. Il Pellicano lo vuole vivo o morto, gli mette alle calcagna quattro assassini prezzolati vestiti di nero e attende fiducioso il loro ritorno. “Se me lo portate quaggiù vivo, mi fate un piacere. Ma se la faccenda dovesse procurarvi troppi fastidi, io quel figlio di puttana lo accetto pure crepato!” Siamo nel Gargano, dalle parti dell’inesistente paese di Colle Capurzio, nell’estate dei roghi di Peschici, San Felice e San Salvatore, sulla litoranea tra Mattinata e Vieste. Terra di scenari suggestivi, resa inospitale da uomini senza scrupoli, negrieri del XXI° secolo che prosperano grazie alla connivenza di poliziotti corrotti e al regime di terrore che sono riusciti ad instaurare tra gli immigrati clandestini al loro servizio. Mariehla è il perno attorno al quale Di Monopoli fa ruotare i sentimenti più tenebrosi degli abitanti di Colle Capurzio: sorella, puttana, prigioniera, favorita, corpo martoriato, fantasma evocato nel dolore, è un personaggio indimenticabile ancorché assente dalla scena. Un enigma, nonostante le cose che vengono rivelate al lettore sul suo conto nel corso del romanzo. E un mistero ancestrale sembra essere anche quella natura selvaggia, testimone dello scorrere di fuoco e sangue, delle bestemmie degli uomini, delle colpe dei padri verso i figli. Come in Uomini e Cani (vincitore del Premio Opera Prima Edoardo Kihlgren 2008), l’attenzione dell’autore per la lingua è altissima e produce un mix riuscito di italiano e parlate locali all’interno del quale perfino le uscite più triviali raggiungono vette di puro lirismo riportando alla memoria certe folgorazioni di Andrea Pazienza: “Il bassetto tarchiato si voltò con la faccia congestionata e schiumante e puntando il dito nell’aria si mise a strillare indiavolato: ck’u caaaaaaazze!” La comicità nelle maschere che si muovono e parlano nei romanzi di Di Monopoli, se c’è è incidentale: prevalgono il nero, il grottesco, il lato amorale e ineluttabilmente marcio della cartolina dal Sud. Retroverso allucinato e aguzzo, epressione di anime annientate dal rancore. Niente eroi. Nessun riscatto. Solo ignoranza, stupidità, razzismo e violenza nel cuore rurale dell’Italia. Nino G. D’Attis
E’ in libreria da fine giugno un nuovo romanzo di Omar Di Monopoli dal titolo Ferro e Fuoco. Di questo autore la Isbn Edizioni ha già pubblicato il suo primo romanzo dal titolo Uomini e cani nel quale l’autore ha voluto descrivere un sud assolutamente iperbolico, esasperato sino allo spasimo tanto da diventare un "non-luogo" senza chiedersi se un sud così crudele e violento rappresenti veramente quello che tutti i giorni si muove attorno all’autore. Il presente romanzo, come il precedente, è ambientato nel sud e questa volta l’attenzione dell’autore si sposta dal Salento al Gargano e c’è una particolare attenzione a reali fatti di cronaca come la mafia di quei luoghi, la non dichiarata a reale schiavitù dei molti stranieri che li vivono e lavorano nella raccolta di pomodori, i vasti incendi di Peschici e di Vieste che il lettore ha avuto modo di vedere "in diretta" alla tv lo scorso anno. L’autore narra la storia di una faida all’interno di un clan mafioso tra sequestri, stupri e morti violente, con personaggi reali e ben descritti. Nel cuore di un’estate infernale, scandita da devastanti incendi dolosi, la quotidiana prigionia degli immigrati di un campo di raccolta dei pomodori è scossa da un mistero: chi ha massacrato Mariebla, la bellissima ragazza rumena scelta come amante dal boss della zona, il Pefficano? E stato Kazini, il turco, come tutti credono? Dopo Uomini e cani torna, ancora più violento e serrato, il western puliese di Omar Di Monopoli. Il racconto di una terra satura e polarizzata, un paesaggio di miseria e di prevaricazione in cui gli uomini si dividono tra chi comanda e chi obbedisce. Ferro e fuoco è il romanzo della fuga e della caccia, della vendetta e del tradimento. Attraverso il suo stile inconfondibile, ricercato e asciutto al tempo stesso, Omar Di Monopoli racconta il disastro morale di un’Italia impaurita, feroce e razzista. La schiavitù esiste, a nostro vantaggio, tra il consenso di molti e l’indifferenza di tutti.
Ferro e fuoco: E la chiamano estate Purke! Si’ accussì feténde che non t’importa di mmiskarte ck’sta stirpe d’u dijavele… All’inferno fernisce, tu ck’i donnacce che mi porti inde ‘u litte, razza de figghje de puttàne… L’estate sul Gargano significa da sempre sole, mare, spiaggia, vacanze. Ma non è tutto, purtroppo, perché a pochi chilometri dagli ombrelloni tutto cambia e l’estate diventa fatica disumana, privazioni, sfruttamento e violenza. Omar Di Monopoli ci trasporta in una delle tante zone d’ombra che i nostri tempi ci hanno regalato per raccontare una storia di ordinaria (ancora purtroppo) brutalità e disegnare un efficace ritratto di alcuni dei meccanismi che vediamo al lavoro ogni giorno intorno a noi. Il fatto che, in mani capaci, il lato oscuro dell’Italia contemporanea possa trasformarsi in letteratura ha smesso da tempo di essere una sorpresa - ammesso che lo sia mai stato - e Ferro e fuoco lo ribadisce. Omar Di Monopoli riesce particolarmente bene nel creare un’ambientazione in cui far muovere i suoi personaggi, che diventa il tratto distintivo del libro insieme alla capacità dell’autore non tirarsi indietro di fronte a descrizioni e passaggi molto duri mantenendo comunque un’asciuttezza di tono e un’economia di parole, quelle sì, rinfrescanti.
Intervista Omar di Monopoli Omar di Monopoli ci parla di Ferro e fuoco (ed. ISBN), il suo secondo romanzo, parte di una trilogia spaghetti-western tutta pugliese. Già in Uomini e Cani si narrava di una Puglia senza speranza. Eppure c’era la sensazione che ci fosse un qualche disegno, sia pure criminale (la costruzione di un parco naturale in un contesto quasi primordiale, che rigetta la modernità), in qualche modo umano, a innescare il meccanismo perverso di corruzione e morte che sviluppavi attraverso un romanzo corale. Qui c’è ancora meno speranza, l’idea è che tutto sia innescato dalle compulsioni e dalle piccole ossessioni dei tuoi personaggi cannibali, in un mondo che è dato e sembra immutabile, capace di evolversi solo nelle forme dello sfruttamento. Ho rivisto da poco Il petroliere, di Paul Anderson, uno dei migliori film della scorsa stagione cinematografica. Ebbene, mi pare che la filosofia che s’intravede dietro a quel film spieghi meglio di tante parole cosa intendevo (e intendo) dire con i miei libri: l’uomo uccide se stesso, e lo fa uccidendo gli altri, le cose, l’ambiente in cui vive. E’ l’avidità il motore di tutto. E l’unica speranza che possiamo anteporre a questa deriva inarrestabile è una luce (forse molto flebile) che viene dal profondo di noi stessi. Quel film ti costringe - con amarezza - a sforzarti di pensare che no, non può, non deve andare tutto così a catafascio. Anche chiudendo un mio libro vorrei che il lettore provasse questa sensazione di retrogusto amaro. Non so se nel caso di Ferro e fuoco si può parlare di narrazione manichea, da fumetto, con divisione in buoni e cattivi: ci sono sicuramente i cattivi, e lo sono quasi per natura, e le vittime - in un primo momento temevo che facessi passare per buoni gli immigrati sfruttati nei campi di pomodori, poi mi sono ricreduto grazie al finale raccapricciante -. Vittime, ma non per questo migliori del resto. Non volevo sembrasse tutto così semplice, per quanto un certo approccio "fumettoso" sia nelle mie corde. Al solito, uno scrittore (o, se vogliamo, un artista) apparecchia le proprie pietanze, poi è il lettore che decide quale idea farsi. E se non riesce a formulare un’idea precisa è ancora meglio: significa che continuerà a pensarci, e a lungo… Dunque, da un lato una narrazione barocca, a incastro, e da un altro il dialetto (in questo caso il foggiano, nel precedente romanzo il tarantino di un Salento marginale), che inchioda il libro alla realtà. E’ una cosa molto riuscita, ci spieghi come sei arrivato a scegliere questa soluzione? In Uomini e cani è stata la necessità di far parlare i miei personaggi in maniera verosimile che mi ha costretto a spingere il pedale del vernacolo: non volevo però una lingua alla Camilleri, per cui ho innestato dialetti diversi del Salento sino a giungere a una lingua che non era di fatto figlia di nessun vero paese in particolare. La stessa cosa si è ripresentata col garganico di Ferro e fuoco, che però era una lingua avulsa alle mie esperienze. Perciò ho contattato amici di università che non sentivo da anni, persone originarie di Peschici, Vico del Gargano, Monte Sant’Angelo e altre zone oltremurgia. E grazie alla loro consulenza ho elaborato un idioma unico, che contenesse sonorità di tutti quei paesi e rendesse la scabra economia vocalica di quei dialetti… I tuoi punti di forza sono sicuramente il ritmo e la parola. Partiamo dal ritmo: una cosa che mi ha colpito di Uomini e Cani è stata l’andatura serrata, nonostante lo stile gonfio, con cui si affiancavano immagini su immagini, fino a fermarsi, all’improvviso, di fronte alla violenza esplosiva: un viso martoriato da una fucilata in faccia, un corpo sbranato da un cane, come si trattasse di un fermo immagine. E poi si ripartiva. In Ferro e fuoco, venendo meno questo tipo di violenza, il ritmo rimane comunque serrato, però le immagini immobili stanno da un’altra parte: il tuo beccare i personaggi quando sono fermi, nelle descrizioni, come fossero bloccati nella miseria delle loro vite. Questo ha a che fare esclusivamente con l’impianto generale delle due storie, che è diametralmente opposto: in Uomini e Cani già nelle prime pagine Pietro Lu Sorgi, l’eremita, sparava in faccia a un vigile urbano e questo forniva l’incipit alla caccia. In Ferro e fuoco noi entriamo nel romanzo che la caccia è già cominciata (la fuga di Kazim e il rapimento di Adele). Nel primo l’esplosione iniziale si srotola in un andamento che - scoppiettando - accompagna al finale epico, nel secondo la costruzione del twist finale è progressivo, lineare, ma serrato. Per cui ho sperimentato il medesimo sguardo gonfio ma esattamente al contrario. La parola: mentre altri scrittori si interrogano e sperimentano a partire dalla costruzione del periodo, fino ad arrivare alla struttura e ai temi di un romanzo, mi sembra che tu parta innanzitutto dalla parola. Il tuo stile può piacere o meno, ma è molto personale e si discosta dalla scrittura per sottrazione più o meno contemporanea. Anche in un periodo breve, c’è sempre un’attenzione per la parola che spiazza, è molto ricercata, e le tue descrizioni, seppure barocche, sono comunque lampi, parti da un paesaggio o da una situazione per creare un link con mondi lontani (pag. 30: "Io al suo posto l’avrei fatto, soggiunse stentoreo quello al suo fianco con una voce che sembrava un chiodo arrugginito sfilato da una nave"). Come funziona il lavoro che operi sulla singola parola? Io sono innamorato dell’italiano e della straordinaria - quanto inutilizzata - varietà del nostro vocabolario. Mettendomi al lavoro su questa trilogia mi sono detto che ero stufo del minimalismo che da più di un ventennio caratterizzava la nostra letteratura (ora le cose stanno cambiando, è indubbio, lo dimostrano scrittori rotondi come Luigi Guarnieri, Wu Ming e tutta la confraternita del New Italian Epic). E così ho cominciato a segnarmi le parole più arcaiche, desuete e meno inflazionate che incontravo compulsando vecchi testi, ascoltano lezioni di professori in là con gli anni, ecc. e considerandole il primo passo per la buona resa di quell’atmosfera barocca ed espressionista che avevo a cuore trasparisse nei miei libri…

